Se vai ripensando all’anno passato e non versi lacrime né di gioia né di dolore, vuol dire che è stato un anno sprecato

Caro anno che sei finito,

sembra sia costume, in questi giorni, redigere un bilancio per stabilire se sei stato buono o cattivo, migliore o peggiore dei tuoi predecessori.

Quasi tutti gli anni, portano con loro accadimenti ineluttabili, tragedie, sconvolgimenti imprevedibili e irreparabili che – inevitabilmente – marchiano quei dodici mesi come pessimi e terribili.

Ormai, abbiamo constatato che fa parte della vita e tu non sei certo stato da meno. Anzi!

Quel che molta gente non considera, caro il mio anno che te ne vai, è che per il resto – episodi tragici, a parte – è tutto nelle nostre mani. Siamo noi a costruirci 365 o 366 giorni di qualità, felicità e serenità.

Tendiamo a dimenticarcene e a dare la colpa solo a voi. Sentendoci piccole vittime inermi di un anno di merda, quando – invece – abbiamo fatto ben poco per migliorarlo.

Lo facciamo anche quando ci lamentiamo di quanto la nostra vita faccia schifo, senza alzare il culo e cambiarla, mutare noi stessi, imparare.

Anni fa, ho sentito una frase che mi ripeto, da allora, ogni 31 Dicembre e, quindi, anche quest’ultimo:

«Se vai ripensando all’anno passato e non versi lacrime né di gioia né di dolore, vuol dire che è stato un anno sprecato…»barbie-bastarda-anno-ev

Allora ci ho pensato, mio caro anno, se sei stato sprecato. Se devo incasellarti tra i buoni o i cattivi e in quale categoria devo includere me stessa. Per questo ho ripercorso questi ultimi 366 giorni.

E ho pensato a moltissimi momenti, persone, accadimenti…

Ho pensato alla mia famiglia e alla famiglia che mi sono scelta, che mi fanno sentire amata, anche quando credo di non meritarlo. Sembrerà banale, ma – al momento – è la mia ricchezza più grande.

Allo sguardo al cielo che rivolgo ogni giorno, più volte, per un saluto e per rimirarne l’immensità.

A chi mi ha baciato con Amore, facendomi tremare le gambe, quando credevo non fosse più possibile.

A chi mi ha deluso tanto, ma così tanto, da farmi dire “Basta”, senza rimpianti.

Agli aerei di andata, che mi allontanavano da casa, ma mi avvicinavano a persone care, luoghi preziosi e nuove conoscenze. Agli aerei di ritorno, carichi di malinconia, stanchezza e stracolmi di gioia.

A ogni volta che ho cantato a squarciagola in macchina, da sola. Di giorno o di notte, con lacrime ad accompagnare, o risate nonsense.

A tutti i sorrisi fatti o ricevuti, per saluti o senza un motivo.

Agli innumerevoli brindisi fatti, in occasioni speciali, o durante aperitivi quotidiani, comuni, ma che dissetano moltissimo l’anima, per le risate, le chiacchiere e la condivisione.

Alle risate, tante, grosse, fragorose, lacrimose, interminabili, a chi era con me quando le ho fatte e a chi me le ha fatte scaturire.

Ho pensato alle parole. Non è stato un anno molto loquace, per me, che già non lo sono e peggioro. Ma credo di non aver taciuto quelle davvero importanti, o magari solo quelle che avrebbero potuto ferire.

Ho pensato ai «Ti voglio bene» che ho pronunciato e a quelli che ho udito. Nessuno dei quali, detto perché sembrava doveroso, ma solo perché particolarmente sentito.

Agli abbracci che ho dato e che mi hanno stretto, avvolgendomi di sicurezza.

Ad ogni volta che ho consolato, tenuto la mano, asciugato lacrime e rassicurato. E a quando è stato fatto a me.

Ai selfie scemi, da sola o in compagnia. E ad ogni volta che ho dimenticato di avere un telefono, perché troppo coinvolta dal vivere il momento.

Ai molteplici istanti di solitudine, scelti o inevitabili. A ogni volta che ho avvertito la necessità di stramene per conto mio e a tutte le volte che mi sono sentita sola, in un luogo affollato.

A ogni volta che, per questo, mi sono dispiaciuta per me stessa e quando – piuttosto – mi sono sentita fortunata della mia condizione di libertà.

Alle nuove vite che sono giunte e a quelle che ho dovuto salutare per sempre.

Alle nuove conoscenze che hanno arricchito la mia vita e, dalle quali, ho solo da imparare.

A chi non sente mai l’esigenza di sapere come sto, cosa faccio, facendomi ridimensionare l’importanza che, invece, gli avevo dato io.

Ai cazziatoni che mi sono meritata e ai consigli non richiesti, che ho ascoltato, per non far sentire inutile qualcuno.

A chi mi ha giudicato duramente e gratuitamente.

Ai vecchi fantasmi che ricompaiono sempre, per la gioia della mia gastrite.

Ho pensato alle lacrime. Piangere è diventato un lusso che mi concedo sempre meno e sempre in solitudine.

Essendo rare, le considero ancora più preziose. Alle lacrime di commozione per bei gesti ricevuti, sempre più sporadici e – forse per questo – maggiormente apprezzati.

Alle lacrime di dolore, che ti colpiscono sempre inaspettatamente, lasciandoti quel terribile senso di impotenza che ci fa sentire inutili e così tanto, ineluttabilmente, effimeri.

Alla lacrime di rabbia. Alle lacrime che ho versato, ogni volta che mi sono ritrovata sopraffatta e sul punto di cadere. E a quelle che hanno accompagnato le cadute.

Alle cadute. Demonizzate, ma indispensabili. Che aiutano a rimettere ordine e a ricaricarsi per ripartire.

Ai momenti che mi hanno tolto il fiato. Pochi, a dire il vero. Non so se abbia raggiunto uno stato di atarassia pura o se abbia, finalmente, conquistato un equilibrio interiore tale, che non si lascia scalfire dalle condotte altrui.

Ma mi piacerebbe molto, restare più spesso senza fiato…

Mio caro anno, come te e quelli che sono venuti prima di te, sapete bene, non è stato facile – per me – arrivare fino a qui.

Sono troppo sensibile, suscettibile, complicata, testarda, con troppo cuore, troppa testa, troppi pensieri, poche parole, ma tante azioni.

E ho dovuto fare i conti con il giudice più severo che conosca: me stessa.

Benché, anche quest’anno, mi sia puntata il ditino contro innumerevoli volte, ho imparato ad essere più indulgente con me.

Ora abbraccio il senso di inadeguatezza che mi accompagna da sempre, e ci convivo.
Mi è stato insegnato, e ho compreso molto bene, che tutto ciò che fa parte di me, merita di essere amato. Che posso trincerarmi anch’io dietro un “Sono fatta così” e pretendere che mi si accetti in questo modo, senza cercare di cambiare. Che mi sono stancata di rincorrere i pezzi della mia vita che cadevano e ho smesso di raccoglierli.
Che tutti i buchi che hanno lasciato, creano un vuoto, sì, ma anche nuovi spazi da riempire. Che, come in un enorme puzzle, se certi tasselli non collimano, potrai smussarli quanto vuoi, ma non lo faranno mai.
Che l’Amore, quello vero, a tutti i livelli, azzera le distanze geografiche e caratteriali. L’Amore, quello vero, non richiede fatica. È semplice. Siamo noi a complicare le cose. Quando ci ostiniamo, quando nascondiamo troppo la nostra vera natura e le nostre esigenze per conciliare. Quando scendiamo a patti con gli altri, a discapito di noi stessi. Quando ci accontentiamo di ricevere briciole, in cambio di pagnotte.
Ho capito che non importa da quanto tempo una persona faccia parte della tua vita, per considerarla importante e insostituibile. Perché l’affetto autentico, non necessita di una stagionatura. Ma, purtroppo, può anche capitare che venga meno, che si tramuti in un’abitudine della quale, scopriamo, di poter fare anche a meno. È giusto così. È giusto che, crescendo, mutino le nostre priorità e la cerchia delle persone che vogliamo avere intorno. E non posso più considerarmi una “vigliacca” se ho, finalmente, capito su chi vale la pena investire, tempo, affetto e pezzi di vita.

Oggi che mi sento me stessa e ne sono fiera e so di meritare di essere amata così come sono, come tutti noi, lascio ancora più andare quello che non va più bene per me.
E ho deciso perfino quello che posso tenermi: mi concedo anche quei cinque chili in più, senza insultarmi, perché ho finalmente capito che non sono quelli a rendermi o meno bella e desiderabile. Ma è il mio equilibrio interiore, che si riflette all’esterno; la mia serenità, che si evince da chi mi guarda; l’accettazione perfino delle mie debolezze, che mi rende serena.

Me stessa ed io, siamo finalmente in pace e ci vogliamo bene. Ciò mi è costato lacrime e fatica e tu, e tutti gli altri anni, lo potete testimoniare.

Be’ – sai – alla fine negli ultimi dodici mesi, ho pianto tanto, mio caro anno. Di gioia e di dolore. E ne sono felice.

Quindi non sei stato un anno sprecato.barbie-bastarda-anno

E tu, nuovo anno che sei arrivato, non so come sarai, ma so come sarò io con te: troppo sensibile, suscettibile, complicata, testarda, con troppo cuore, troppa testa, troppi pensieri, cinque chili in più, poche parole, ma tante azioni, tante lacrime, ma anche tanti sorrisi. Perché ho deciso che, nella mia vita, non ci sarà mai più neanche un giorno sprecato.

E auguro ad ognuno, qualsiasi cosa mi abbia augurato quest’anno.

Love, BB.

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