SORELLANZA & PORACCITUDINE

Mi fanno sorridere quando mi dicono che ce l’ho a morte con gli uomini.

Non è vero.

Sono cresciuta in mezzo agli uomini, sono sempre stata la compagnona e loro amica. Li conosco così a fondo perché li ho frequentati moltissimo e ho accolto le loro confidenze.

Mi sono sempre trovata bene con gli uomini.

Casomai ce l’ho con le donne…

 

 

Anni fa, ero a cena col mio fidanzato dell’epoca e ci stavamo divertendo molto.

Locale intimo, ambiente curato, gente rilassata, buon cibo e risate. Una serata perfetta.

Il nostro idillio fu ben presto interrotto quando, poco distante da noi, una coppia iniziò a litigare in maniera violenta.

In questi casi, si viene pervasi da un certo imbarazzo, una lotta interiore tra il desiderio di intervenire e il pudore che ci spinge a far finta di niente. Noi altri commensali rimanemmo tutti così, sospesi, finché l’uomo iniziò a colpire la donna sul volto. Fortunatamente, intervenne subito il personale di sala che lo condusse fuori.

Lei continuò a piangere e rimase seduta al tavolo, da sola.

Mentre pian, piano nelle altre cene riprendevano i discorsi e l’atmosfera distesa che vi albergavano prima dell’interruzione.

Sono passati anni, ma non ho mai scordato tutta quella scena.

Poco dopo mi alzai per andare in bagno. Tornando, incrociai lo sguardo di quella donna che cercava di concludere la sua cena, come se nulla fosse accaduto. Le abbozzai un sorriso, al quale lei rispose, ricominciando a piangere.

Fu l’istinto a muovermi, perché ricordo che non ci riflettei per nulla, fu un attimo, uno slancio. Mi avvicinai a lei e l’abbracciai. Forte. Lei ne fu così grata che offrì da bere a me e al mio ragazzo, ci invitò a sedersi con lei e noi le regalammo un’oretta di risate in un finale di serata che, altrimenti, non le avrebbe affatto previste.

Avevo circa vent’anni, ma sapevo che, se fosse successo a me, di essere picchiata e umiliata in pubblico e di restare poi da sola, avrei voluto che qualcuno mi avesse abbracciato.

Un’amica, una sorella, magari.

Ero molto pura, ingenua, con una bontà d’animo innata, amplificata dalla giovane età.

Di quella bontà che, scontrandosi con la vita e l’esperienza, inizia ad avvizzire, per poi quasi sparire.

I maschietti di qua, le femminucce di là. Ci dividono, ci raggruppano, a scuola, nei bagni, nei giochi, veniamo cresciuti con un senso di appartenenza di genere ben delineato.

Per questo, da piccola vedevo le altre donne come sorelle da difendere e spalleggiare, custodi comuni della femminilità, delle forme aggraziate, perfino della debolezza e delle paturnie.

Le altre donne sono mie sorelle. Solo loro possono comprendere certe cose, sono il mio confronto, il mio conforto, il mio specchio.

Questo pensavo, sicuramente fino ai vent’anni.

Poi le donne mi hanno delusa.

Si sono trasformate in sorellastre.

Questo legame dato dal genere capii che era un qualcosa che percepivamo in poche.

Le altre… Be’, le altre mi hanno insegnato a evitare l’intera categoria.

Biasimiamo gli uomini, ma non teniamo conto che loro di certe meschinità non sono capaci. Ne siamo coscienti, eccome, ma non lo proclamiamo a voce alta, per paura che qualcuno pensi a noi e ci omologhi come quelle arpie che ha avuto il dispiacere di incontrare.

Ma lo sappiamo, certo che lo sappiamo.

Ci sono sempre piaciuti di più gli insegnanti di sesso maschile; sul lavoro speriamo di interagire con uomini; quando ci presentano una donna abbiamo sempre il timore che possa rivelarsi un’immensa stronza, non è forse vero?

Io stronza lo sono, ma con chi sa meritarselo.

Invece di stronze gratis ne ho incontrate tante: quelle acide, eccessivamente dure senza motivo, abbrutite nei modi e nella parvenze, meschine e snob. Quelle donne che mi fanno rinnegare il mio genere.

Sono molta più prevenuta nei confronti delle donne che degli uomini, lo ammetto. Ma sono sempre ben lieta di ravvisare un cambio di opinione sulle persone, specie se prima era negativo.

Perciò, una volta, fui molto felice di annunciare alle mie amiche che, quella che prima avevamo etichettato come brutta arpia, avendola frequentata un po’ di più, non lo era per niente.

Era cambiata, o l’avevamo giudicata male e frettolosamente, che – sul serio! – non è male, anzi!

Ragazze, ve lo dico, è stata una gran sorpresa.

Ne ero contenta.

Poi il destino volle che ci ritrovammo una sera una mia amica e io, l’ex iena e innumerevoli altre persone.

Fu in quell’occasione che la redenta stronza ebbe la cura di rivelare un mio dettaglio intimo e riservato, davanti a una pletora di una quindicina di persone che – oh mannaggia – avevano tutte sentito, ma certo.

Io guardai qualcuno di questi per coglierne l’espressione: i sorrisi trattenuti e pure lo stupore nell’udire l’esternazione, mi confermarono che su quell’argomento ne erano già stati fatti parecchi di commenti, ovviamente.

Lei mi fissava con un sorriso stolido che si beava della cattiveria gratuita appena regalata.

Anche io le mostrai il mio sorriso, ma di disprezzo.

Quello muto che, però, esprime molto bene i miei sentimenti. Quello che riservo a esemplari di una “poraccitudine” leggendaria. Che non è povertà economica, nemmeno povertà d’animo, quelle spesso sono condizioni involontarie. La poraccitudine è un’altra cosa: è compiacimento della propria grettezza; il provare gusto dalle cattive azioni; godere dei colpi bassi e miserrimi, pochezza estrema, questo è.

Questa qui, fulgidissimo esempio di poraccitudine femminile nei confronti di un’altra donna.

E gratuita, soprattutto.

Perché io questa qui, più di tanto, non l’ho mai coperta – come si dice a Cambridge – e forse questo è il suo grazioso modo di attirare attenzione. Mi fa quasi pena, togliendo il quasi.

Ho sorriso alla mia amica e commentato con un:

«No, rettifico. È sempre una grandissima stronza

Lo è davvero e non mi prenderò più la briga di scoprire se, sotto sotto, riserva anche del buono.

Queste donne qui mi confermano che la solitudine è sempre preferibile a certe compagnie.

Può inoltre capitare, e spesso, che signore che nemmeno conosci impieghino parte del proprio tempo a parlare di te. Rilevo sempre un certo moto di orgoglio e di soddisfazione, apprendendolo, perché io – invece – non me lo sognerei mai di sprecare i miei preziosi minuti per sparlare di illustri sconosciuti. Grazie per l’attenzione, davvero.

Quel che mi ha lasciato abbastanza interdetta è stato il fatto che questa donna (manco ragazzina e discretamente più grande di me) perdesse del tempo della propria vita a commentare i miei outfit. Ovvero di una che non conosce nemmeno il suo nome.

Tanto per completezza di informazioni, prediligo i vestiti perché sono più pratici e “tattici”, conosco il buongusto e, purtroppo, ho una fisicità già appariscente che – quindi – può facilmente scadere nella volgarità, che detesto. Perciò evito gonne inguinali, scollature esagerate e tutto ciò che reputo “troppo”, ma questi sono ragionamenti troppo elevati per le menti piccole.

Nella fattispecie, la signora aveva commentato i miei vestiti invernali, che accompagno a calze coprenti da cento (100!!) den, e stivali. Quindi vi lascio immaginare la quantità di carne che fosse visibile. Zero.

Non scordando di chiedersi perché mai ogni giorni fossi vestita e truccata di tutto punto (Cazzi miei, magari? Svegliati prima e fallo anche tu, tesoro! Io sono sempre per il movimento “No sciatteria!”);

Domandandosi ancora chi mi credevo di essere (seria?! Se una osa non trascurarsi si crede chissà chi, logico);

E, infine, rammentando che non ero una ragazzina e non potevo andare in giro come mi pareva (che autogol clamoroso! Dare della tardona a una che ha vent’anni meno di te! Un giorno facciamo lezione di insulti, dai).

Ah! Ovviamente tutto questo mica l’ha detto a me, figuriamoci! Ma alle mie graziose terga debitamente agghindate.

Neanche ci credevo io a questa cosa dell’invidia, ma – col tempo – mi sono parecchio ricreduta.

 

Mi fanno sorridere quando mi dicono che ce l’ho a morte con gli uomini.

Non è vero.

Sono cresciuta in mezzo agli uomini, sono sempre stata la compagnona e loro amica. Li conosco così a fondo perché li ho frequentati moltissimo e ho accolto le loro confidenze.

Mi sono sempre trovata bene con gli uomini.

Casomai ce l’ho con le donne.

Queste donne qui che sviliscono la categoria, che ci fanno passare tutte per un branco di meschine mestruopatiche.

Quelle che danno voce all’invidia e alla cattiveria gratuite.

Quelle che ti fanno notare a voce alta, tra la folla, se non hai qualcosa a posto.

Quelle che ti squadrano, senza mai complimentarsi.

Quelle in competizione continua con le altre che, spesso, ne sono pure inconsapevoli.

Quelle che devono essere sempre e comunque protagoniste, a discapito di tutto e tutti, che distruggono rapporti pur di non scendere dal loro piedistallo immeritato e auto-costruito.

Quelle perennemente incazzate col mondo, con la puzza sotto il naso che, probabilmente, proviene da loro stesse.

Quelle che hanno dimenticato cosa significhi ridere con gli altri e non degli altri, o che additano come pennuta starnazzante qualsiasi collega d’utero che ha imparato a vivere con leggerezza e che della vostra severità d’animo se ne strafotte, perché le donne intelligenti sanno anche quando sorridere.

Quelle, invece, col sorriso finto più dei miei ventinove anni. Il sorriso rabbonitore atto a ottenere perché loro – oh sì – sono proprio furbe e ammaliatrici! E che malcela un’anima infima che non lesina di vomitare improperi sovente alle spalle di quelli ai quali hanno appena sdoganato gli incisivi.

Quelle che non coltivano amicizie, ma rapporti di convenienza. E scaricano chicchessia, non appena ha asservito al loro scopo.

Queste donne qui, che mi hanno insegnato a evitare l’intera categoria.

A distinguere tra “Amiche” e “Appena conoscenti”.

A vergognarmi di condividere con costoro il genere, la capacità di procreare e quel senso di appartenenza che, ora, è solo un bel ricordo.

A rammentarmi che il mio essere diversa che dapprima vivevo con disagio, oggi mi fa essere davvero fiera di me!

Queste donne qui, che ogni giorno mi ricordano che c’è molto più affetto autentico nei vari «Brutta zoccola!» che ci scambiamo con le mie (poche) amiche, che in tutti i vostri finti «Amore! Tesoro!”»

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