7 LIBRI IN 7 GIORNI

Durante le ferie, cerco di smaltire maggiormente l’enorme quantità di libri che ho acquistato, ma che non ho mai letto.

Quelli che mi scelgo con cura e altri che mi ritrovo nella libreria, chiedendomi come, quando e perché ci siano finiti.

Visto che nulla capita per caso – e gli innumerevoli libri sulla quantistica che ho letto lo dimostrano – questi testi, a diversi livelli, mi hanno fatto riflettere.

I libri che ci segnano sono quelli ai quali ci ritroviamo a pensare spesso, alla storia, ad alcune frasi, alle sensazioni che ci hanno fatto provare, per questo vorrei parlarvene.

Non vedevo l’ora di avere del tempo per gustarmi “Il maestro delle ombre”, di Donato Carrisi. Ultimo libro della “Trilogia di Marcus e Sandra” iniziato con “Il tribunale delle anime” poi seguito da “Il cacciatore del buio”.

Consiglio caldamente di leggerli nell’ordine di pubblicazione, per avere una panoramica sulla storia più puntuale e di maggiore comprensione.

Da romana, detesto Carrisi, perché mi ha spiattellato tutta la mia ignoranza a proposito di luoghi, meandri e angoli di Roma da lui così meravigliosamente descritti.

Viceversa, si riesce perfettamente ad assaporare dai suoi scritti quelli che si conoscono già, così bene compenetrati nella sua storia, tanto da diventarne parte integrante.

Immaginare la distruzione della mia Roma – attuata in questo libro – è una delle cose più dolorose che potessi mai leggere.

La bellezza della Capitale contrasta con tutta la violenza, i peccati, le perversioni, il male che viene sviscerato in questa trilogia.

Carrisi ci allena ad avere buona memoria, a far caso ai dettagli, alle “anomalie”, come le chiama lui. A guardare in faccia il male e la violenza, che possono provenire anche da chi non sospetteremmo mai.

Ci svela parte dei segreti che si celano in quel piccolo Stato autonomo che detiene il potere spirituale, e molto altro.

Ci fa interrogare su quanti effettivamente ne sappiamo e quanti saranno tramandati solo a pochi eletti, nei secoli dei secoli, Amen.

Soprattutto, dopo aver aspettato per ben tre libri che Marcus e Sandra finalmente copulassero… Niente, non ve lo dico per non spoilerare.

«Era vero: la vita aveva bisogno di distruzione per andare avanti. […] L’esistenza è una catena di eventi e se non si impara ad accettare quelli dolorosi, non si ottiene alcuna felicità come ricompensa. […]

C’è un luogo in cui il mondo della luce incontra quello delle tenebre. È lì che avviene ogni cosa: nella terra delle ombre, dove tutto è rarefatto, confuso, incerto. Noi siamo guardiani posti a difesa di quel confine. Ma ogni tanto qualcosa riesce a passare… »

 

Di tutt’altro registro “Stronze si nasce” di Felicia Kingsley. La Kingsley è divenuta famosa col suo precedente romanzo, che io non ho letto perché non leggo mai i libri che “hanno letto tutti” o che “vanno di moda”.

Romanzo “leggero”, ma da non sottovalutare.

La stronzaggine è stata abbastanza trattata in letteratura moderna [io stessa l’ho inserita perfino nel titolo del mio libro].

Esistono svariati manuali che insegnano a diventare una perfetta stronza, nell’accezione più ampia del termine.

Del mio amatissimo Giulio Cesare Giacobbe, ricordo “Come diventare bella, ricca e stronza” e “Il fascino discreto degli stronzi”.

Scrittura fluente  e vivace, arricchita nell’incipit di ogni capitolo da citazioni tratte da canzoni o serie tv (adoro le citazioni, non ci posso fare niente!)

Se nella vita vi siete sentiti spesso soccombere di fronte a qualche Stronzo, se avete subìto da questi angherie e ingiustizie varie, se vi siete interrogati se, davvero, Stronzi si nasce o lo si può diventare, questo è il libro che fa per voi.

Una stronza la conosciamo tutti: è quella che attira costantemente l’attenzione; che calpesta chiunque intralci il proprio cammino; che “usa” abilmente le persone come proprie pedine riuscendo perfino a far credere loro di essere una buona amica; è quella priva di scrupoli, etica, regole morali.

È quella che, poi, ti frega pure il ragazzo.

Nel libro, la Stronza dapprima fa credere alla protagonista che le attenzioni che riserva al suo amato, sono solo atte a preservarlo da altrui interessi, poi – come da copione – glielo ruba.

Capitò anche a me.

Serata col mio tipo e una mia amica, molto impegnata a elargirgli battutine e complimenti e pacche sulla spalla e carezze e “trescamento vario”, repertorio completo.

Appena lui si allontanò, alla mia richiesta di spiegazioni, lei rispose candidamente:  «Te lo sto scaldando…» (le donne sono delle creature eccezionali).

Al che io dissi: «Ciccia, mica è un diesel! Basta che te ne vai e ci accendiamo subito, fidati».

Non so se Stronze ci si possa diventare, magari – col tempo – si impara a reagire e a trattare gli stronzi come tali, però consiglio sempre di agire secondo coscienza e come “vorremmo essere trattati noi”.

A beneficio del Karma. (che quello è stronzo e puntuale davvero)

Vi spoilero che c’è un Lietissimo Fine, abbastanza scontato, ma che ben si coniuga col genere letterario nel quale questo libro si può inserire. E a noi femminucce l’Happy Ending piace.

«Tu sei una donna costosa, Allegra. Costi tanto in energie, in impegno, in attenzioni, in sentimenti. Hai idea quanto costi, ogni volta, guardare i tuoi occhi e non voler vederli mai piangere? Costi tanto quando sorridi, perché un uomo si strapperebbe il cuore se il tuo sorriso si spegnesse anche per un secondo. Tu costi l’anima di chiunque sia disposto a dartela e a non riaverla indietro. Meriti un uomo che invece di pregare Dio chiama il tuo nome, e si sente salvo da tutti i suoi peccati. Tu meriti un uomo che ti ama. Ti amo tanto da stare male».

 

“Mi dicevano che ero troppo sensibile” Federica Bosco.

Ho iniziato ad amare Federica Bosco col suo libro d’esordio “Mi piaci da morire”, poi divenuto il primo di una trilogia. Scrittura entusiasmante, ironia impeccabile, alternanza perfetta di copiose risate a lacrimoni. Col tempo ha affiancato a tali scritti diversi manuali sempre concernenti “come fare a” – problema amoroso.

Ultimamente ha subìto una svolta personale che ben si evince dal libro in oggetto.

Una guida, quasi un diario attraverso il quale l’autrice – esponendo episodi della sua vita e affiancandoli a puntuali studi compiuti sull’argomento (su tutti quelli di Elain Aron psicoterapeuta americana prima a studiare il tratto) – illustra e insegna come si può riconoscere e convivere con l’ipersensibilità. Sfruttandola come la nostra dote speciale.

«Essere una persona altamente sensibile significa cogliere mille sfumature in ogni dettaglio, sentirsi sommersi dalla stimolazione del mondo esterno ma anche da quello interno, sentirsi fuori posto, nel luogo sbagliato e mai giusto, sentire tutto con intensità, sia le cose positive che quelle negative, e nel contempo faticare per farlo comprendere agli altri».
Per chi si sente il famoso “vaso di coccio tra vasi di ferro”;

per chi si sente perennemente fuori posto;

per chi passa gran parte del proprio tempo a rimuginare e riflettere;

per chi sente spesso la necessità di strasene per conto proprio;

per chi si sente un po’ “Strega”;

per chi non ha ancora capito di appartenere alle fila degli ipersensibili e speciali, consiglio questa lettura.

«L’emisfero destro è quello dell’emotività, delle arti; quello sinistro è quello della pragmaticità, del calcolo, del mondo insomma. Come a dire, gli artisti (a destra) e gli imprenditori (a sinistra). A seconda di dove hai l’intelligenza sarai più o meno in balia delle tue emozioni. L’ipersensibile sente tutto prima dal cuore che dal cervello, ciò che sta fuori arriva come uno tsunami di emozioni, qualunque cosa prende un’enorme importanza, non riesce a farsi scivolare addosso nulla. Quindi nell’arco della giornata sono milioni le emozioni che giungono addosso e tutte hanno la stessa importanza. Immaginati lo stress. […]

Ho sempre saputo di essere troppo sensibile. Fin da quando ero piccola mi accorgevo di non percepire le cose come gli altri bambini, ma di sentirle in maniera molto più profonda, intensa, lacerante, da qualche parte fra il cuore e la pancia. Però non riuscivo a esprimerle in nessun modo…»

 

 “Splendi più che puoi” Sara Rattaro

La Rattaro è balzata agli onori e oneri dell’editoria vincendo il Premio Bancarella nel 2015.

Il titolo è un omaggio a Pasolini e contrasta parecchio col contenuto. Perché il libro parla di violenza domestica ed è una storia purtroppo vera.

L’inizio di ogni nuovo capitolo è preceduto da riferimenti storici sulle svolte della nostra giurisprudenza in merito alla disciplina del diritto di famiglia e la violenza domestica . Da mezza-giurista ho apprezzato particolarmente, e risulta molto, molto, molto, avvilente come alcune “conquiste” delle donne siano avvenute con tanto colpevole ritardo e/o leggerezza.

«Solo nel 1981 non avrebbe trovato più spazio nel nostro ordinamento l’istituzione del “matrimonio riparatore”, che prevedeva l’estinzione del reato di violenza carnale nel caso in cui lo stupratore di una minorenne accondiscendesse a sposarla salvando l’onore della famiglia».

Mi piacerebbe dirvi che è un libro semplice, scorrevole e godibile. Non lo è affatto. Leggerlo mi ha fatto male, mi ha accompagnato un pugno allo stomaco per tutto il tempo.

Ho ricordato episodi simili accaduti a me, ad alcune mie amiche, alla consuetudine con la quale, ormai, ne udiamo notizie ogni giorno e che si concretizza nel neologismo “femminicidio” a conferma di un fenomeno talmente diffuso, da meritare un nome proprio.

Ho riconosciuto degli atteggiamenti e dei campanelli d’allarme che abbiamo il dovere di ascoltare sempre.

Mi ha costretta, ancora di più, a guardarmi intorno, a controllare se vi siano segnali evidenti di quello che tutte temiamo.

A impegnarmi per prevenire che accada a me, a te, a chi ho accanto, a tutti.

A chiedermi come sia possibile che quelli che dovrebbero prendersi cura di noi, possano arrivare a manipolarci e soggiogarci.

«L’amore non chiede il permesso. Arriva all’improvviso. Travolge ogni cosa al suo passaggio e trascina in un sogno. Così è stato per Emma, quando per la prima volta ha incontrato Marco che da subito ha capito come prendersi cura di lei. Tutto con lui è perfetto. Ma arriva sempre il momento del risveglio. Perché Marco la ricopre di attenzioni sempre più insistenti. Marco ha continui sbalzi d’umore. Troppi. Marco non riesce a trattenere la sua gelosia. Che diventa ossessione. Emma all’inizio asseconda le sue richieste credendo siano solo gesti amorevoli. Eppure non è mai abbastanza. Ogni occasione è buona per allontanare da lei i suoi amici, i suoi genitori, tutto il suo mondo. Emma scopre che quello che si chiama amore a volte non lo è. Può vestire maschere diverse. Può far male, ferire, umiliare. Può far sentire l’altra persona debole e indifesa. Emma non riconosce più l’uomo accanto a lei. Non sa più chi sia. E non sa come riprendere in mano la propria vita. Come nascondere a sé stessa e agli altri quei segni blu sulla sua pelle che nessuna carezza può più risanare. Fino a quando nasce sua figlia, e il sorriso della piccola Martina che cresce le dà il coraggio di cambiare il suo destino. Di dire basta. Di affrontare la verità. Una verità difficile da accettare, da cui si può solo fuggire. Ma il cuore, anche se è spezzato, ferito, tormentato, sa sempre come tornare a volare. Come tornare a risplendere. Più forte che può».

Nota lieta, scema e sdramatizzante: uno dei personaggi porta il mio nome. Visto che non mi capita mai, sono stata parecchio contenta.

“Novecento” Alessandro Baricco.

Sebbene conosca il film a memoria e lo ami sempre di più ogni volta che lo vedo – mea culpa – non avevo mai letto il libro.

Sono rimasta perplessa dalla lunghezza: appena novanta pagine, e ho pensato che la sceneggiatura della trasposizione cinematografica fosse stata arricchita un bel po’, dato che il film dura quasi tre ore.

No. Baricco espone tutto e bene in “poche” righe.

Il libro si presenta come un copione teatrale che sarebbe davvero entusiasmante vedere in scena!

La storia la conoscete, e se non la conoscete vi invito a colmare questa immensa lacuna, e posso descriverla con una sola parola: emozionante.

Si ama lui, la sua singolare storia, la scrittura così coinvolgente ed elegante di Baricco, i suoi ragionamenti  illuminanti e meravigliosi.

A partire dalla sublime e raffinatissima metafora dei quadri che cadono. FRAN!

«Anche solo le strade, ce n’era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una. A scegliere una donna, una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire.
Tutto quel mondo, quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce. E quanto ce n’è.
Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A viverla…
»

T.D. Lemon ha ragione, come facciamo a scegliere e a essere sicuri delle nostre scelte? Come facciamo a limitare la nostra vita, quando c’è un’infinita pletora di possibilità che ci si offrono? Come facciamo ad avere il coraggio di decidere, sapendo di poter sbagliare?

Vi chiederete questo. Vi chiederete se sia ragionevolmente possibile farlo.

Vi risponderete che la vita è fatta di scelte, noi siamo le nostre scelte. Ed è preferibile scegliere e fallire, che rimanere a guardare.

«Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli suon buoni tutti, sapeva leggere la gente. I segni che la gente si porta addosso: posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia… Tutta scritta, addosso. Lui leggeva, e con cura infinita, catalogava, sistemava, ordinava…»

“Storie di ordinaria follia” Charles Bukowski.

Ho inframmezzato le letture di questi testi, con il ripasso dei quarantadue racconti che compongono il libro di Zio Hank.

Se non l’avete mai letto veramente e volete approcciarvi a lui, potete cominciare da qui.

Sesso, cavalli, alcool, sesso, Amore, sesso.

Bukowski lo amo, ma me lo devo centellinare. Perché incrementa di brutto la mia voglia di birra e di… altro.

Adoro quella sua scrittura sporca ed essenziale (magistralmente tradotta, a mio avviso).

Non mi stupisce che lo Zio Hank all’epoca sia stato bistrattato e ostracizzato. Il suo tipo di narrazione esplicita, così verosimile e senza orpelli, che ben descrive vizi e debolezze umane, mal si concilia col politically correct che tanto ce piace. Allora più di ora.

A parer mio, sarebbe stato un bene se fosse rimasto un prodotto di nicchia e non così conosciuto e fruibile, tanto da essere relegato a mera didascalia a corredo di selfie discutibili e foto di tette.

Mi dispiace, Hank!

Ma, come dice lui: «La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto».

La citazione è veramente sua [ormai tutto quel che gira su internet viene attribuito a Bukowski, la Merini e Oscar Wilde. Anche robaccia che non avrebbero mai detto. E nessuno si prende la briga di verificare la paternità delle parole.]  e la trovate in questo libro.

«Quando chiusero il locale ce ne andammo su da me. Avevo della birra e ci sedemmo a chiacchierare. Fu allora che avvertii quanto fosse gentile, percepii la bontà che era in lei. Si tradiva a sua insaputa. Poi però si ritraeva, ritornava selvatica, d’uno balzo, piena d’incongruità. Balzana. Schizoide. Una bellissima schizoide spirituale. Forse qualcuno, qualcosa, poi l’avrebbe rovinata per sempre. Io speravo che non toccasse a me».

 

“Molestie per l’estate – Le 7 volte che non ricordavo”

L’autrice è Stella Pulpo, che ho avuto modo di apprezzare personalmente lo scorso anno col suo romanzo d’esordio “Fai uno squillo quando arrivi” e da un po’ più di tempo, grazie al suo fighissimo e illuminantissimo blog “Memorie di una Vagina”.

Partendo dallo scuotimento di coscienze scatenato dal movimento #MeToo, si interroga se sia mai stata lei stessa oggetto di molestie.

«Nessuno mi ha mai molestata, com’è possibile? Dev’essere colpa della mia stazza, ho pensato. Peso quanto un uomo magro e in alcuni periodi della mia vita ho superato il peso medio di un uomo sano, alto 1.85 e sportivo. Insomma, forse non ero appetibile. Forse, non avevo l’aria (e la taglia) di una indifesa, o fragile, o molestabile. Magari, semplicemente, non ero preparata sul tema. Non ci avevo mai riflettuto abbastanza».

Scoprendo che, pensandoci bene, lo siamo state tutte.

Perché anche tu ti trovi a ricordare “Quella volta che…” è successo a te.

Anche se si tratta di episodi sepolti nei meandri della memoria, magari stigmatizzati dalla tenera età degli attori che – sicuramente – in preda ai subbugli ormonali, neanche si rendevano conto del fastidio che arrecavano.

E neanche noi ci rendevamo conto. Perché non avevamo né l’esperienza, né gli strumenti per saper riconoscere e gestire certi atteggiamenti.

“Ci serve tempo per imparare a non far succedere le cose che ci fanno schifo”.

Magari pure capitati in quell’incerto e pregno di insicurezze periodo anagrafico durante il quale non ricevere apprezzamenti significa essere una cozza e una sfigata, perciò ben vengano le generose pacche sul sedere profferte fin dalla nostra adolescenza (quando ci va bene).

A Roma, se ti senti sola e inappetibile, basta prendere la metro. Troverai sempre uno sconosciuto altruista pronto a palpeggiarti con vigore.

O confusi in quei comportamenti divenuti “normali”, quasi un costume di genere.

Quale sia il confine tra l’innocente apprezzamento ricevuto per strada, e la copiosa bava che accompagna certi sguardi “spogliatoi”, Stella lo ben identifica nel disagio che si percepisce.

Come quella volta che ero in fila per entrare in discoteca e uno dietro di me, con la scusa della ressa, me lo appoggiò per bene. Dapprima pensai davvero che fosse imputabile allo spintonamento generale, poi tentai perfino di razionalizzare quel che non riuscivo a comprendere con un: «Che gusto ci può provare, visto che io sono inerme e non partecipo?? Magari mi sbaglio…» Infine capii che, no, era un chirurgico “appizzamento”.

Chiesi a un mio amico di mettersi dietro di me e non dissi nulla.

Quello che viene ben esplicitato da Stella, è il senso di impotenza che ha accompagnato questi episodi.

In seguito, l’interrogativo se gli stessi ce li siamo auto-procurate e perché.

Fino ad arrivare all’era delle molestie digitali che si concretizza con la ricezione quotidiana di istantanee di membri esibiti come trofei.

L’autrice ci dà notizia che una certa Whitney Bell, nel 2016, ha addirittura allestito una mostra intitolata “I Didn’t Ask for This: A Lifetime of Dick Pics” incorniciando e appendendo oltre duecento foto di peni ricevute da lei e dalle sue amiche.

Ponete l’attenzione sul titolo: “Non l’ho chiesto…”

Da ultimo, il geniale e allo stesso tempo inquietante interrogativo:

e le donne possono essere moleste?

E io lo sono stata?

Siamo moleste quando raccontiamo alle amiche i dettagli intimi dei nostri partner? (quando accade il contrario, non abbiamo dubbi circa la risposta).

Siamo moleste quando stalkeriamo qualcuno in tutti i modi e in tutti i laghi, ridimensionando il tutto al nostro essere adorabili psicopatiche?

Siamo molestie quando pretendiamo che Tizio/Caio ci salti addosso in nome della maschia virilità? E chissenefrega se è lui ad avere mal di testa?

Siamo moleste noi donne?

Accanto al crescente aumento dei MdF, abbiamo il dovere di registrare un pari incremento di MdC, che magari sono sempre esistite, che magari prima si limitavano a commentare con le amiche o a scrivere sui propri diari. Oggi, invece, lo esplicano bene su Facebook o coi mezzi pocanzi citati.

Subito mi sono tornati in mente episodi nei quali ho notato che l’imbarazzo fosse tutto maschile: battute pesanti, avances fin troppo esplicite, pacche sul sedere perché “se lo fa una donna, che male c’è?” Magari il tutto concluso con una risata.

E se fosse accaduto il contrario?

A prescindere dal vostro sesso, vi invito a riflettere sulle molestie, quelle ricevute e quelle – orrore, orrore! – attuate.

Vi sorprenderete nello scoprire quando e quanto possiamo essere fastidiosi e inopportuni.

Pensateci.

Magari contribuiremo a rendere questo posto migliore.

 

[NdBB: mentre scrivo, mi giunge la notizia della presunta condanna di Asia Argento per molestie sessuali. La stessa Asia che aveva scatenato il movimento #MeToo. Non mi stupirei se segnasse l’inizio dello stesso movimento al maschile e, sarò impopolare, ma ne sarei felice].

 

Come negli album quelli fighi, fighi, nei quali inseriscono una “Bonus Track” per far felice il fruitore, io vi inserisco il #8, Bonus Book.

Stavo scartabellando la lista dei titoli disponibili su “Prime Video”, e vengo attirata da uno accompagnato dalla dicitura “Stephen King’s”  

(Il film è “A good Marriage”. Carino, niente di trascendentale. If you want, potete trovarlo su Prime Video).

Come mai non mi dice nulla? Perché non ricordo un testo del Re? IO??

Non è possibile!

Dovevo capire…

Ho scoperto che, non solo avevo quel libro, ma l’avevo anche già letto, perciò era doveroso che lo rispolverassi.  (Il racconto dal quale è tratto il film si intitola – appunto – “Un bel Matrimonio”).

Quindi ho (ri)letto “Notte Buia, Niente Stelle” del mio amato, adorato, venerato Stephen King.

Composto da quattro racconti molto crudi, parecchio violenti e spaventosi.

Graziearca’, direte voi, è Stephen King! Sì, ma c’è altro.

I libri più terrificanti che abbia mai letto del Re, sono quelli nei quali viene sviscerata la malvagità umana.

Al di là dei mostri, del soprannaturale, di fenomeni inspiegabili, tutto quel che è contingente e vicino.

Insomma in tutto ciò che capita, che potrebbe capitare e che è capitato.

Per lo stesso motivo, non mi hanno mai spaventata gli horror: perché so che sono finzione.

Ma un marito che uccide la moglie, una donna stuprata, seviziata e lasciata a morire in un canale, sono eventi che – purtroppo – rientrano nella “quotidianità”, nella “possibilità”, nei racconti che ci siamo purtroppo “abituati” ad ascoltare al tg.

Questo spaventa davvero.

Se non avete mai letto King, sappiate che molto, molto, spesso terrorizza perché narra scenari che “potrebbero accadere”.

Con quella sua capacità di compenetrarti nel libro che solo il Re possiede.

Non so se sia stato un “caso” che quest’anno le mie letture siano state parecchio incentrate sulle tematiche delle molestie, della violenza sulle donne e della paura.

Ma forse serviva per ricordarmi che il buio è solo assenza di Luce. La Luce è quella che dobbiamo perseguire. Sempre.

«Le storie raccolte in questo libro sono molto dure. Forse, in certi momenti, le hai trovate difficili da leggere. Ti assicuro che io stesso le ho trovate difficili da scrivere. […] Fin dal principio, ho avuto la sensazione che la migliore narrativa fosse propulsiva e aggressiva. Ti arriva dritta in faccia. A volte ti grida in faccia. […] Nei miei lettori voglio provocare una reazione emotiva, quasi viscerale. […]

Bene, credo di essere rimasto quaggiù al buio abbastanza a lungo. C’è un altro mondo al piano di sopra. Prendi la mia mano, Fedele Lettore, e sarò lieto di riportarti fuori al sole. Anch’io sono contento d andarci, perché credo che la maggior parte della gente sia fondamentalmente buona. Io so di esserlo.

È di te che non sono del tutto certo».

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