BASTA ASPETTARE (BASTA, ASPETTARE)

Mi hanno suggerito di aspettare.

«Pazienta, BB. Almeno due settimane».

Due settimane?

Non riesco ad aspettare neanche due ore, figuriamoci due settimane!

Quindici giorni, trecentotrentasei ore, vi risparmio i minuti.

Aspettare.

Aspettare non fa per me.

No.

Basta, aspettare.

Aspettiamo anche troppo.

Iniziamo aspettando di crescere, poi viviamo nella perpetua speranza che accada non si sa bene cosa e la aspettiamo tutta la vita che, nel frattempo, passa.

Aspettiamo di vedere che tempo fa al mattino, chi incontreremo, aspettiamo di scoprire chi ci ha telefonato.

Aspettiamo in macchina, aspettiamo in stanze create appositamente per torturarci e farci attendere, denominate“Sale d’attesa”.

Aspettiamo un parcheggio, aspettiamo di tornare a casa, aspettiamo di partire.

Aspettiamo l’estate, poi l’inverno, poi le feste, poi che passino le feste.

Aspettiamo.

Aspettiamo anche troppo.

Il nostro tempo è limitato, è l’unica certezza che abbiamo. Quindi non lo spreco ad attendere incertezze…

«Non è il momento… »

«Io ti aspetto. Se occorre, ti aspetterò tutta la vita…»

Sarebbe terribilmente romantico, vero?

Ti voglio talmente tanto che potrei passare la mia intera esistenza ad attendere il tuo ritorno. Basta aspettare…

Mi è stato anche detto, diverse volte, e, per quanto lusingata da una tale dedizione, l’ho trovato terribile e ho sempre risposto: «Non devi farlo, non si dovrebbe mai aspettare nessuno…»

Lo penso, lo penso davvero. E non si dovrebbe MAI lasciare qualcuno ad aspettarci. Mai. È la forma di egoismo più profonda, sapere che qualcuno sta attendendo un nostro giudizio positivo, una nostra chiamata.

Nulla è più agonizzante di un’anima che attende con speranza un qualcosa che non arriverà mai.

Basta, aspettare.

«Non è il momento… »

Dovrei dirti “Io ti aspetto”? No. “Io ti aspetto” non è per me. “Io ti aspetto” sembra il tempo che passa mentre tu speri che una persona si convinca di volerti . Non è da me. Tu devi desiderarmi sempre. Devi guardarmi e pensare «È lei che voglio! Per un giorno un anno una vita, non lo so, ma voglio lei. Voglio vedere com’è stare con lei. Voglio passare più tempo possibile con lei» . Deve essere così. “Io ti aspetto” è più: “Visto che non ho trovato di meglio, provo con lei. Volevo altro ma non c’è, però c’è lei, vediamo lei”. E io dovrei stare qui ad aspettare che mi scegli per esclusione? No. “Io ti aspetto” non fa per me.

C’è un momento, prima di andartene, in cui speri in un fottutamente romantico: «Ti prego, resta» che ti faccia sentire – finalmente – la protagonista di un romanzetto rosa. Una piccola flebile speranza che ci crede molto più di te. Ma poi muore quando vede l’ennesimo finale triste.

C’è un momento, dopo che te ne vai, un momento la cui durata la decidi tu, in cui rimani fuori la porta ad aspettare di essere rincorso.

«Ti prego, non te ne andare» nei film succede sempre.

Ho aspettato dietro quella porta in silenzio. Ho aspettato da sola in casa accanto a un telefono e a un citofono muti. Ho aspettato per qualsiasi strada che percorressi a piedi. E ho aspettato ai semafori. Ho sperato negli incontri “per caso”, quelli di cui ogni tanto si sente parlare, incontri manipolati dal destino per far ricongiungere due anime. Ho atteso e sperato tutti i giorni.

Gli ho detto che non l’avrei mai fatto, ma l’ho aspettato sempre.

C’è un momento che può durare una vita, in cui fai finta, ma non te ne vai e aspetti qualcuno che forse non tornerà mai.

Ho atteso tanto, invano e sempre con speranza.

Due volte, venti volte, duecento volte. Altro che due settimane.

Finché ho capito che aspettare non fa per me.

Finché ho capito che non si deve mai aspettare nessuno.

Per questo non aspetto più: telefonate, gesti, messaggi, miracoli.

L’unico che merita di essere aspettato è il cameriere al ristorante.

Basta, aspettare.

SIAMO SUPEREROI

Un’altra ragazza si è tolta la vita perché si reputava troppo grassa.

Una ragazza di quindici anni che credeva nel’equazione magro = accettazione e felicità, che non ha retto alle prese in giro e non si amava abbastanza per fregarsene.

Non ho mai avuto un buon rapporto con il mio corpo, ho sofferto di disturbi alimentari e, specchiandomi, biasimo costantemente il mio aspetto.

Sono una taglia 44, ben lontana sia dagli standard delle mannequin, che dall’obesità patologica.

Tutti gli sport praticati non hanno di certo contribuito a formarmi un fisico minuto, come si evince dalle mie spallone da nuotatrice e dalle cosce muscolose.

Sono questa.

Nel mondo dell’autostima elevata mi amerei incondizionatamente ed elogerei. In questo mondo – come molte – insulto i miei rotolini, le braccia, i polpacci e tante altre parti di me “difettate” che non dico, se no, se doveste vedermi, notereste anche voi.

Eppure, ogni tanto, riconosco di essere sicuramente fortunata e, in fondo, pure una bella ragazza.

Ogni tanto.

Per il tempo restante, è tutta una preghiera in cui spero che gli altri non notino quel brufolo, il bozzetto della ciccia, i capelli non perfetti, le occhiaie e un’infinità di altre cose.

Che comunque nessuno mi hai mai fatto notare, anzi.

Sembrano non vederli, mi elogiano, forse perché sono attratti da altro, amano altro, magari anche tutti quegli innumerevoli difetti, che io reputo tali.

Anche se possiamo contare su molte persone che ci ripetono che siamo belle, i giudici ultimi siamo sempre noi stessi e non siamo quasi mai clementi.

Poi accade pure che qualcuno si permetta di giudicarci per il nostro fisico.

Qualche mese fa, avevo indossato un vestito un po’ attillato, per i miei standard, che – chiaramente – sottolineava le mie curve da donna “tanta”. Non osceno, capitemi, ma quel poco fasciante che evidenziava il lato b.

Non ne metto mai così, ma mi piaceva troppo e decisi di osare.

Mi fu riferito che un conoscente, vedendomi, esclamò:

«Fa schifo! Come si fa ad andare in giro così? Guarda quel culone e quelle coscione! Ma non ce l’ha gli specchi a casa??»

Sono una donna adulta, che dovrebbe essere distante dalle turbe adolescenziali, sicura di sé e con un bagaglio di anticorpi per la cattiveria che dovrebbe farmene infischiare di quel che mi viene detto.

“Dovrebbe”…

Quelle parole mi ferirono molto.

Quel vestito non l’ho più messo.

Ogni tanto lo guardo nel mio armadio e mi immagino il mio rotondo sedere che lo riempie, forse pure troppo, con l’eco della parola “Schifo” nelle orecchie.

Sicuramente lo indosserò di nuovo.

Magari quando sarò un pochino più in pace con me stessa, da giudicarmi “passabile”.

La verità è che la gente parla a prescindere, tutti noi giudichiamo e additiamo. Il problema sta nel saper reagire a quello che ci viene detto.

Mi capita spesso di vedere donne non taglia 38 strizzate in leggins succinti e in top corti, dai quali esce la pancia.

Sempre, le invidio e le ammiro.

«Beate loro che se ne fregano!» mi dico.

L’autostima, la sicurezza, l’amor proprio, sono doti che si imparano, che dovrebbero insegnarci fin da piccoli, anziché dirci che è più educato essere dimessi e modesti.

Macché, SIAMO SUPEREROI.

Dovremmo sentirci sempre invincibili e fantastici.

Strafighi.

I più grandi strafighi del mondo.

Dovremmo amarci totalmente, perfino per i nostri umani difetti.

Creare un’autoimmagine di noi stessi soddisfacente e inoppugnabile, che ci renda impermeabile alle critiche.

Tirarcela a non finire.

Capire che non è quel chilo in eccesso a renderci più o meno belli, ma quello che siamo, quello che trasmettiamo, quanto ci amiamo.

Credere in noi stessi sempre, nel nostro culone e nelle nostre rughe.

Specchiarci e iniziare finalmente a elogiare quello che siamo, magari il sorriso, la bocca. Elencare quello che di noi ci piace. Ripeterci che siamo belli e che ci amiamo totalmente.

Fare come quel mio amico che, quando ci prova con una, si dice:

«Guardami, come potrei non piacerle

E non come me che dico:

«Ti pare che questo si può interessare a me?»

SIAMO SUPEREROI.

Che gli altri parlino pure, noi siamo i più bei strafighi del mondo!

Sperando che, prima o poi, iniziamo a crederlo davvero.

 

 

«Uno studio scientifico dimostra che se stai così, in posa da supereroe per cinque minuti prima di un colloquio di lavoro o una prestazione importante o un compito difficile, non solo ti sentirai più sicuro ma la tua prestazione sarà decisamente migliore. Siamo supereroi.

Testa alta, entra nell’arena e affronta il nemico. Combatti finché non puoi combattere più. Mai mollare, mai rinunciare. Mai fuggire, mai arrendersi. Combatti la battaglia giusta. Combatti. Anche quando sembra inevitabile che cadrai in battaglia».

Grey’s Anatomy 11×14

 

 

SORELLANZA & PORACCITUDINE

Mi fanno sorridere quando mi dicono che ce l’ho a morte con gli uomini.

Non è vero.

Sono cresciuta in mezzo agli uomini, sono sempre stata la compagnona e loro amica. Li conosco così a fondo perché li ho frequentati moltissimo e ho accolto le loro confidenze.

Mi sono sempre trovata bene con gli uomini.

Casomai ce l’ho con le donne…

 

 

Anni fa, ero a cena col mio fidanzato dell’epoca e ci stavamo divertendo molto.

Locale intimo, ambiente curato, gente rilassata, buon cibo e risate. Una serata perfetta.

Il nostro idillio fu ben presto interrotto quando, poco distante da noi, una coppia iniziò a litigare in maniera violenta.

In questi casi, si viene pervasi da un certo imbarazzo, una lotta interiore tra il desiderio di intervenire e il pudore che ci spinge a far finta di niente. Noi altri commensali rimanemmo tutti così, sospesi, finché l’uomo iniziò a colpire la donna sul volto. Fortunatamente, intervenne subito il personale di sala che lo condusse fuori.

Lei continuò a piangere e rimase seduta al tavolo, da sola.

Mentre pian, piano nelle altre cene riprendevano i discorsi e l’atmosfera distesa che vi albergavano prima dell’interruzione.

Sono passati anni, ma non ho mai scordato tutta quella scena.

Poco dopo mi alzai per andare in bagno. Tornando, incrociai lo sguardo di quella donna che cercava di concludere la sua cena, come se nulla fosse accaduto. Le abbozzai un sorriso, al quale lei rispose, ricominciando a piangere.

Fu l’istinto a muovermi, perché ricordo che non ci riflettei per nulla, fu un attimo, uno slancio. Mi avvicinai a lei e l’abbracciai. Forte. Lei ne fu così grata che offrì da bere a me e al mio ragazzo, ci invitò a sedersi con lei e noi le regalammo un’oretta di risate in un finale di serata che, altrimenti, non le avrebbe affatto previste.

Avevo circa vent’anni, ma sapevo che, se fosse successo a me, di essere picchiata e umiliata in pubblico e di restare poi da sola, avrei voluto che qualcuno mi avesse abbracciato.

Un’amica, una sorella, magari.

Ero molto pura, ingenua, con una bontà d’animo innata, amplificata dalla giovane età.

Di quella bontà che, scontrandosi con la vita e l’esperienza, inizia ad avvizzire, per poi quasi sparire.

I maschietti di qua, le femminucce di là. Ci dividono, ci raggruppano, a scuola, nei bagni, nei giochi, veniamo cresciuti con un senso di appartenenza di genere ben delineato.

Per questo, da piccola vedevo le altre donne come sorelle da difendere e spalleggiare, custodi comuni della femminilità, delle forme aggraziate, perfino della debolezza e delle paturnie.

Le altre donne sono mie sorelle. Solo loro possono comprendere certe cose, sono il mio confronto, il mio conforto, il mio specchio.

Questo pensavo, sicuramente fino ai vent’anni.

Poi le donne mi hanno delusa.

Si sono trasformate in sorellastre.

Questo legame dato dal genere capii che era un qualcosa che percepivamo in poche.

Le altre… Be’, le altre mi hanno insegnato a evitare l’intera categoria.

Biasimiamo gli uomini, ma non teniamo conto che loro di certe meschinità non sono capaci. Ne siamo coscienti, eccome, ma non lo proclamiamo a voce alta, per paura che qualcuno pensi a noi e ci omologhi come quelle arpie che ha avuto il dispiacere di incontrare.

Ma lo sappiamo, certo che lo sappiamo.

Ci sono sempre piaciuti di più gli insegnanti di sesso maschile; sul lavoro speriamo di interagire con uomini; quando ci presentano una donna abbiamo sempre il timore che possa rivelarsi un’immensa stronza, non è forse vero?

Io stronza lo sono, ma con chi sa meritarselo.

Invece di stronze gratis ne ho incontrate tante: quelle acide, eccessivamente dure senza motivo, abbrutite nei modi e nella parvenze, meschine e snob. Quelle donne che mi fanno rinnegare il mio genere.

Sono molta più prevenuta nei confronti delle donne che degli uomini, lo ammetto. Ma sono sempre ben lieta di ravvisare un cambio di opinione sulle persone, specie se prima era negativo.

Perciò, una volta, fui molto felice di annunciare alle mie amiche che, quella che prima avevamo etichettato come brutta arpia, avendola frequentata un po’ di più, non lo era per niente.

Era cambiata, o l’avevamo giudicata male e frettolosamente, che – sul serio! – non è male, anzi!

Ragazze, ve lo dico, è stata una gran sorpresa.

Ne ero contenta.

Poi il destino volle che ci ritrovammo una sera una mia amica e io, l’ex iena e innumerevoli altre persone.

Fu in quell’occasione che la redenta stronza ebbe la cura di rivelare un mio dettaglio intimo e riservato, davanti a una pletora di una quindicina di persone che – oh mannaggia – avevano tutte sentito, ma certo.

Io guardai qualcuno di questi per coglierne l’espressione: i sorrisi trattenuti e pure lo stupore nell’udire l’esternazione, mi confermarono che su quell’argomento ne erano già stati fatti parecchi di commenti, ovviamente.

Lei mi fissava con un sorriso stolido che si beava della cattiveria gratuita appena regalata.

Anche io le mostrai il mio sorriso, ma di disprezzo.

Quello muto che, però, esprime molto bene i miei sentimenti. Quello che riservo a esemplari di una “poraccitudine” leggendaria. Che non è povertà economica, nemmeno povertà d’animo, quelle spesso sono condizioni involontarie. La poraccitudine è un’altra cosa: è compiacimento della propria grettezza; il provare gusto dalle cattive azioni; godere dei colpi bassi e miserrimi, pochezza estrema, questo è.

Questa qui, fulgidissimo esempio di poraccitudine femminile nei confronti di un’altra donna.

E gratuita, soprattutto.

Perché io questa qui, più di tanto, non l’ho mai coperta – come si dice a Cambridge – e forse questo è il suo grazioso modo di attirare attenzione. Mi fa quasi pena, togliendo il quasi.

Ho sorriso alla mia amica e commentato con un:

«No, rettifico. È sempre una grandissima stronza

Lo è davvero e non mi prenderò più la briga di scoprire se, sotto sotto, riserva anche del buono.

Queste donne qui mi confermano che la solitudine è sempre preferibile a certe compagnie.

Può inoltre capitare, e spesso, che signore che nemmeno conosci impieghino parte del proprio tempo a parlare di te. Rilevo sempre un certo moto di orgoglio e di soddisfazione, apprendendolo, perché io – invece – non me lo sognerei mai di sprecare i miei preziosi minuti per sparlare di illustri sconosciuti. Grazie per l’attenzione, davvero.

Quel che mi ha lasciato abbastanza interdetta è stato il fatto che questa donna (manco ragazzina e discretamente più grande di me) perdesse del tempo della propria vita a commentare i miei outfit. Ovvero di una che non conosce nemmeno il suo nome.

Tanto per completezza di informazioni, prediligo i vestiti perché sono più pratici e “tattici”, conosco il buongusto e, purtroppo, ho una fisicità già appariscente che – quindi – può facilmente scadere nella volgarità, che detesto. Perciò evito gonne inguinali, scollature esagerate e tutto ciò che reputo “troppo”, ma questi sono ragionamenti troppo elevati per le menti piccole.

Nella fattispecie, la signora aveva commentato i miei vestiti invernali, che accompagno a calze coprenti da cento (100!!) den, e stivali. Quindi vi lascio immaginare la quantità di carne che fosse visibile. Zero.

Non scordando di chiedersi perché mai ogni giorni fossi vestita e truccata di tutto punto (Cazzi miei, magari? Svegliati prima e fallo anche tu, tesoro! Io sono sempre per il movimento “No sciatteria!”);

Domandandosi ancora chi mi credevo di essere (seria?! Se una osa non trascurarsi si crede chissà chi, logico);

E, infine, rammentando che non ero una ragazzina e non potevo andare in giro come mi pareva (che autogol clamoroso! Dare della tardona a una che ha vent’anni meno di te! Un giorno facciamo lezione di insulti, dai).

Ah! Ovviamente tutto questo mica l’ha detto a me, figuriamoci! Ma alle mie graziose terga debitamente agghindate.

Neanche ci credevo io a questa cosa dell’invidia, ma – col tempo – mi sono parecchio ricreduta.

 

Mi fanno sorridere quando mi dicono che ce l’ho a morte con gli uomini.

Non è vero.

Sono cresciuta in mezzo agli uomini, sono sempre stata la compagnona e loro amica. Li conosco così a fondo perché li ho frequentati moltissimo e ho accolto le loro confidenze.

Mi sono sempre trovata bene con gli uomini.

Casomai ce l’ho con le donne.

Queste donne qui che sviliscono la categoria, che ci fanno passare tutte per un branco di meschine mestruopatiche.

Quelle che danno voce all’invidia e alla cattiveria gratuite.

Quelle che ti fanno notare a voce alta, tra la folla, se non hai qualcosa a posto.

Quelle che ti squadrano, senza mai complimentarsi.

Quelle in competizione continua con le altre che, spesso, ne sono pure inconsapevoli.

Quelle che devono essere sempre e comunque protagoniste, a discapito di tutto e tutti, che distruggono rapporti pur di non scendere dal loro piedistallo immeritato e auto-costruito.

Quelle perennemente incazzate col mondo, con la puzza sotto il naso che, probabilmente, proviene da loro stesse.

Quelle che hanno dimenticato cosa significhi ridere con gli altri e non degli altri, o che additano come pennuta starnazzante qualsiasi collega d’utero che ha imparato a vivere con leggerezza e che della vostra severità d’animo se ne strafotte, perché le donne intelligenti sanno anche quando sorridere.

Quelle, invece, col sorriso finto più dei miei ventinove anni. Il sorriso rabbonitore atto a ottenere perché loro – oh sì – sono proprio furbe e ammaliatrici! E che malcela un’anima infima che non lesina di vomitare improperi sovente alle spalle di quelli ai quali hanno appena sdoganato gli incisivi.

Quelle che non coltivano amicizie, ma rapporti di convenienza. E scaricano chicchessia, non appena ha asservito al loro scopo.

Queste donne qui, che mi hanno insegnato a evitare l’intera categoria.

A distinguere tra “Amiche” e “Appena conoscenti”.

A vergognarmi di condividere con costoro il genere, la capacità di procreare e quel senso di appartenenza che, ora, è solo un bel ricordo.

A rammentarmi che il mio essere diversa che dapprima vivevo con disagio, oggi mi fa essere davvero fiera di me!

Queste donne qui, che ogni giorno mi ricordano che c’è molto più affetto autentico nei vari «Brutta zoccola!» che ci scambiamo con le mie (poche) amiche, che in tutti i vostri finti «Amore! Tesoro!”»

IL FIDANZATO IMMAGINARIO

L’altro giorno ho ritirato fuori la storia dell’Uomo Invisibile, il mio Fidanzato Immaginario.

Per chi non lo sapesse, è la scusa che adotto per scoraggiare i pretendenti indesiderati che conosco poco e ignorano il mio perpetuo status di zitellaggine:

«Non posso proprio, c’è lui! Altrimenti, guarda, uh! Ci uscivo correndo con te!»

Mi sembra sempre una motivazione più garbata che rispondere: «Con te non ci uscirei neanche se fossi l’ultimo uomo sulla terra» per diversi motivi.

Ma – ahimè – la gentilezza non paga mai…

Nella mia testa da inguaribile ottimista, un uomo dovrebbe desistere e non insistere, sapendo che la fanciulla ha il cuore occupato.

Col cavolo.

Ho imparato, infatti, che al mio Uomo Invisibile mancano di rispetto continuamente, tutti se ne fregano della sua presenza al mio fianco e si ostinano a provarci (se esistessi, ti dovresti incazzare di brutto, te lo dico).

Paradossalmente una donna “impegnata” attrae di più e il motivo è abbastanza intuitivo: perché non può avere grosse pretese.

Nella fattispecie, al soggetto in questione quest’oggi, avevo fatto menzione dell’Uomo Invisibile ancor prima che avanzasse qualsivoglia tipo di invito. Perché l’avevo intuito, sapevo dove sarebbe andato a parare e volevo del tutto evitare.

E invece, niente.

In più, il tizio mi aveva già rivelato la presenza di moglie e prole, però questo non costituiva un ostacolo dal provarci.

La gestione della sua relazione è affar suo e a me non interessa nulla, come si rapporta con me – invece – mi interessa, eccome.

Di base, gli uomini impegnati (a qualsiasi livello) che mi chiedono di uscire, mi stanno sulle palle. Di default.

Si dimostrano irrispettosi non solo delle loro donne, ma anche di me.

Primo perché mi stanno offrendo sveltine, messaggi, telefonate segrete & Co, repertorio completo; secondo perché sottintendono che io sia una che può accettare un tipo di relazione del genere. Sulla base di che cosa non si sa.

In questo caso, oltretutto, pensando pure che sia l’allegra fedifraga che cornifica il suo Uomo con nonchalance (lo sai che non te lo farei mai! ❤)

Per tutti questi motivi, di base, gli uomini impegnati (a qualsiasi livello) che ci provano, mi stanno sulle palle.

Ma ho imparato che, purtroppo, ormai il provarci comunque è un pratica assolutamente ordinaria.

Mi sono abituata a conviverci, senza troppi drammi. Lasciandomi giusto il perenne interrogativo sulla qualità delle relazioni 2.0, un diffuso senso di mestizia, ma anche di affrancamento perché, al momento, non mi riguardano.

Come sembra lecito che tu ci provi, lo è altrettanto che io possa rifiutare.

“Ni”.

Perché, nella maggior parte dei casi, quelli che ci provano comunque, si risentono se tu non ci stai.

E, soprattutto, chiedono spiegazioni.

SPIEGAZIONI.

Quando il buon senso imporrebbe che il solo fatto di essere impegnati, precluda qualsiasi tipo di intrattenimento comune.

O magari no, non ti basta?

Ti ho comunque già detto NO!

Perché te lo devo pure motivare, vuoi un disegno?

In genere, quando rispondo che non mi sembra cortese e rispettoso nei confronti del mio Fidanzato (Immaginario), parte una sequela infinita e sempre uguale, atta a correggere il tiro, di frasette del tipo “Ma che te sei messa in testa??”

«Guarda che hai capito male, mica ho secondi fini, voglio solo fare due chiacchiere, allora con gli amici non ci esci» e blablabla.

Con gli amici esco, sì.

Qui stiamo parlando di uno mai visto e conosciuto che ti invita.

Alzi la mano chi crede che sia per esclusivo scopo amicizia.

Non vi vedo…

La sua argomentazione:

«Perché mica ti ho invitato in albergo

Ah, scusa.

Allora hai ragione tu.

Ho capito male.

Chissà che mi ero messa in testa.

Dovrei perfino ringraziarti e congratularmi per la cortesia dell’invito.

[c’è poco da ridere, uno mi invitò direttamente in albergo, sul serio. Da tenere a mente quando mi dite “Sei troppo prevenuta”]

La sua soluzione:

«Basta non dirglielo! Io a mia moglie mica lo dico!»

Un genio, Signori.

Il Manuale del tradimento Capitolo 1: Non chiedere, non raccontare.

…e la domanda che sorge spontanea: se è una cosa innocente, perché va nascosta??

E quando io mi ritrovo, così, ulteriormente, a ribadire, rimarcare, riaffermare che continua a non sembrarmi una gran furbata, che non mi piace e non mi va di farlo (ma per quale cazzo di motivo mi sto giustificando da tre ore, perché dico io, perché?? Mannaggia a me e la gentilezza!! Che mo gli dico solo “Mi fai schifo e oltretutto sei un gran cafone” così forse capisce!!) arriva – immancabile – la stoccata finale:

«Ah, ecco! Abbiamo una Santa

Ora, io Santa non mi sono mai considerata, anzi.

Credo che a ognuno di noi sia capitato di derogare alla regola aurea di non intraprendere relazioni con gente impegnata, a me di sicuro e, per questo, non mi sono mai sentita né una puttana, né una da applaudire.

È capitato, basta.

Non è di sicuro quello a cui aspiro, né me lo vado a cercare.

Come gestisco la mia vita, le mie relazioni, e gli uomini che scelgo o meno di frequentare, credo siano squisito affar mio.

Soggetti che, per questo, una volta rifiutati, si permettono di appellarmi in un dato modo, o di ricordarmi che “Ogni lasciata è persa” e potrei pentirmene, e che, ben presto, invecchierò e non mi vorrà più nessuno; mi danno conferma non solo della bassa qualità dell’intrattenimento cui sto rinunciando, ma – soprattutto – della bassa qualità della persona.

Infatti, non stare con costoro non l’ho mai considerato un grosso sacrificio.

Come spesso mi accade di fronte a certi individui, non mi faccio prendere dal:

«Ah, adesso gliene dico quattro! Gli faccio vedere io!»

No, non me ne frega niente.

Pensa ciò che vuoi.

La gentilezza a un certo punto la dimentico e ti tratto come meriti.

Un bel fanculo manifesto o sottinteso e saluta moglie e pupi.

Passa alla prossima.

Con cotante armi di seduzione a tua disposizione, sono certa che hai una gran fila da soddisfare.

Comunque, prima o poi, quando diventerò davvero, davvero, cattiva; quel giorno in cui arriverò alla saturazione totale; quando succederà – e succederà – che i sentimenti residui di empatia, gentilezza e “lascia sta” mi abbandoneranno totalmente, io lo farò.

Aspettatevelo, accadrà.

Contatterò una ad una le vostri gentili e ignare compagne.

Così, per vedere che ne pensano loro dell’intera questione.

Sono strasicura che commenteranno tutte (tranne una) con un tranquillo e innocentista:

«Be’? Che male c’è? Mica ti ha invitato in albergo! »

E ADESSO, CHE FACCIO?

E adesso, che faccio?

Questa domanda mi ha tamburellato nella testa per mesi.

Ero alle prese con una decisione molto importante, una di quelle che vengono definite “della vita”, perché – inevitabilmente – cambiano il corso della stessa, segnano un punto e un nuovo inizio e scatenano tanti “chissà”, conditi da quella sensazione ineluttabile di fallimento che accompagna certe scelte.

Un punto, una porta chiusa, un cambio radicale di vita.

Non sono una che ama i cambiamenti. Mi ci adatto molto bene, ma – se dovessi scegliere – vorrei mantenere sempre il mio piccolo mondo immutato, come lo conosco e senza sorprese.

Sono ossessivo-compulsiva e mi infastidisce se qualcuno sposta un oggetto posizionato da me, figuriamoci se posso tollerare cardini di vita divelti, abitudini cambiate, persone sparite, strade nuove.

Eppure mi sono sempre ritrovata a far fronte a degli ingenti stravolgimenti: punti fermi scardinati con violenza; nuovi inizi; nuove sfide; nuovi progetti, coadiuvata o in solitudine, e li ho superati tutti.

So che posso farcela, so che si affronta tutto, so che per ogni cosa (tranne una) c’è rimedio e soluzione.

Lo so molto bene.

So che in ognuno di noi è instillato un istinto di sopravvivenza che provvede a farci affrontare e superare qualsiasi ostacolo. So che la volontà è il motore che ci fa compiere ogni azione. So che la mente umana è lo strumento più potente e distruttivo che possediamo.

Lo so.

Ma a volte, semplicemente, non abbiamo voglia di variare e di lottare. A volte lasciamo che la vita e gli accadimenti ci scivolino addosso pur di non agire, non affrontare i cambiamenti, non ricostruire daccapo – un’altra volta – il nostro piccolo mondo.

Sono stata malissimo per giorni. Ci sto tuttora.

Ho convissuto con una morsa alla stomaco, l’insonnia, lacrime, tante lacrime. E un opprimente senso di smarrimento.

«E adesso, che faccio? E poi, che succederà?»

Io, la Signorina “Piano B”, Miss Risolvo Problemi, Nostra Signora delle soluzioni, la Paladina del NonMollareMai, io che mi ritrovo a sentirmi sopraffatta dagli eventi, ad avere una paura nera del futuro, a essere terrorizzata dalle incognite che mi aspettano.

Sono stata seduta parecchio davanti a quel bivio. In realtà, ho sentito ancora prima che mi ci stavo avvicinando, ma sono stata bravissima a far finta che non fosse vero, a procrastinare e a raccontarmi scuse per rimandare la decisione.

Poi – quando non è stato più possibile rinviare – mi sono presa del tempo.

E adesso che faccio?

Le decisioni. Le decisioni difficili, dolorose.

In questi casi vorrei sempre che qualcuno mi dicesse cosa fare, per viltà – forse – o perché è proprio difficile. Vorrei che qualcuno mi indicasse la strada corretta, quello che è giusto fare, e – soprattutto – mi rassicurasse che andrà tutto bene

Rappresentano un salto nel vuoto, materializzano un’incognita su quello che accadrà da quel punto in poi, spaventano i cambiamenti.

Ho incontrato persone che – senza sapere del mio periodo “decisionale” – mi hanno raccontato delle loro esperienze; delle loro scelte di vita radicali; dei punti e a capo; dei momenti di smarrimento quando si azzera tutto e si ricomincia, in diversi ambiti.

Mi piace pensare che l’Universo mi stia suggerendo e dando indicazioni.

Ho percorso a ritroso i miei ultimi anni, notando quanto fossi cambiata in peggio.

Constatando quanto abbia vissuto “appannata”. È il termine che credo esprima meglio come mi senta. Appannata, sbiadita, una copia di me stessa. Una che ha osservato il susseguirsi dei giorni, incapace di agire.

Troppo intimorita dall’ignoto per buttarvisi, seppure consapevole di stanziare in una situazione per niente appagante e molto deprimente.

Notando come negli ultimi mesi (se non anni) io abbia sorriso molto poco e abbia dato spazio a rabbia, frustrazione, apatia, indolenza, un malumore diffuso e logorante.

Inghiottita dall’abulia, troppo triste e troppo spaventata per ricominciare.

Questa non sono io, mi sono detta, tutto questo non fa parte di me.

Sono quella che ha scelto la singletudine nel periodo più brutto della sua vita, sono quella che sdrammatizza tutto con l’ironia, sono quella che chiude porte e non si volta indietro

Perché, adesso, mi sembra così dura?

Forse perché avrei voluto finalmente fermarmi, trovare una dimensione, finalmente un punto fisso tra tanti punti indefiniti.

Ma non era così. Non era quello che cercavo.

Quando qualcosa e qualcuno non vanno bene per noi, il nostro corpo ha un modo molto persuasivo per farcelo capire: ci fa star male.

E sono stata male in tutti i modi possibili…

E adesso, che faccio?

Ma come fanno gli altri?

Come ci riescono?

Come fanno quelli che non hanno ancora trovato una strada e sembrano così sereni?

Sarà questa la felicità?

Questo stato di incertezza e indefinizione in cui tutto è possibile?

Come spesso mi è accaduto, non so quel che sarà, ma sono certa di tutto quello che non voglio che sia più.

Perché, subito dopo aver deciso, ho iniziato a sentirmi meglio.

Quello che tendiamo a dimenticare, quando dobbiamo prendere delle decisioni drastiche, è che quando tutto si azzera, tutto può succedere!

Non consideriamo le innumerevoli opportunità positive che potremmo cogliere.

In un coacervo di offerte che ci sono, ma pensiamo di no.

Come quando ci fissiamo su un uomo solo, dimenticandoci che ce ne sono miliardi.

Come quando stanziamo in una situazione dolorosa piuttosto che agire, scordandoci che la vita offre infinite possibilità per chi ha il coraggio di cambiare.

Come quando temiamo i salti nel buio, senza considerare che potrebbero rappresentare salti nella luce.

Stavolta, voglio pensarla così.

Sono terrorizzata, non so cosa succederà domani, ma voglio ricordarmi questo:

quando tutto si azzera, tutto può succedere!

Il fatto che questa fine coincida con la fine dell’anno, che il nuovo inizio parta da un nuovo anno intonso e tutto da scrivere, è di un simbolismo che voglio investire di carica positiva. E aspettative positive.

Sicuramente so che, nei prossimi mesi, mi prenderò del tempo solo per me. Per riacchiapparmi, coccolarmi, e fare tutte quelle cose che non avevo il tempo di fare.

Poi, si vedrà.

“I cambiamenti sono sempre una cosa buona” mi hanno detto. E ci credo.

Siamo uomini, non alberi! Se qualcosa non ci piace, possiamo scappare!” lessi in quel libro, secoli fa. E l’ho sempre portato con me.

Ho gambe che sanno correre, testa e cuore di una notevole lungimiranza e sono tornata a sorridere come so fare io.

Il resto si vedrà.

E adesso, che faccio?

Vivo, non sopravvivo più.

E tutto verrà da sé.

Buon anno, buoni cambiamenti, buoni inizi, buona vita, buon coraggio!

 

Ad Maiora, semper!

 

 

«La logica vi porterà da A a B.

L’immaginazione vi porterà dappertutto»

Albert Einstein

MI HA DETTO BABBO NATALE CHE VOI NON ESISTETE!

ATTENZIONE!!

***CONTIENE SPOILER SULL’ESISTENZA DI BABBO NATALE E SUL LIBRO “IT”***

 

Quando fui informata dell’esistenza di un caro vecchio signore che – la notte di Natale – si prendeva la briga di portare doni a tutti i bambini in giro per il mondo, ebbi molte perplessità.

Nonostante lo stupore e la gioia, mi ponevo innumerevoli domande:

  • Come fa a fare il giro del mondo in una sola notte??

  • Dove mette tutti i regali??

  • Come fa a ricordarsi di tutti i bambini e sapere se sono stati buoni??

  • Perché ha la stessa calligrafia di mamma??

  • Se ha la pancia, come ci passa dal camino??

  • E chi non ha il camino? Come fa??

  • Come riesce a non farsi beccare mai e da nessuno??

Scassapalle di Natale lo son sempre stata, sin da piccola.

Però, poi mi facevo bastare le spiegazioni che i miei mi davano.

Per esempio non ho mai confutato la sua capacità di volare a bordo di una slitta trainata da renne: LO RITENEVO POSSIBILE.

Perché avrei dovuto dubitare dell’esistenza di un essere così buono? Di una storia così magica e affascinante?

Gli ho anche scritto quella lettera, spedita fino in Lapponia e mi ha pure risposto.

Però quella mia amica mi ha detto che non è così, è tutta una messinscena degli adulti. Ma lei che ne sa? Lei non è capace di credere.

È tutto vero: Babbo Natale esiste.

Ho riletto, o meglio, ripassato “IT” quest’estate, per prepararmi al film. Ammetto che era un po’ che non lo sfogliavo, che non mi immergevo nella storia dei sette amici che affrontano e sconfiggono il male.

La prima volta lo lessi che ero ragazzina, con un vissuto e una visione del mondo molto diversa rispetto a ora, come è normale che sia.

Stavolta ho notato delle sfumature che mi erano sfuggite o che avevo dimenticato, magari sepolte sotto strati di razionalità adulta.

Il Re ci spiega che IT si nutre e si forma con la paura, assume le sembianze dei soggetti che temiamo: un licantropo, un lebbroso, un padre manesco. Sono i nostri incubi a generarlo.

E così come lo hanno creato, i sette amici riescono ad annientarlo. Nonostante non ci fosse mai riuscito nessuno prima di loro, nonostante fosse terribile e avesse tutta l’intenzione di ucciderli, nonostante fosse potente e magico, loro riescono a batterlo. Perché lo credevano possibile.

Da piccoli temiamo il buio perché sappiamo che può celare mostri.

Ci crediamo.

Esattamente come crediamo a Babbo Natale, a una Fatina che ci dà del denaro in cambio dei nostri dentini, a una vecchina che ci porta dolci o carbone, all’eterno dualismo bene/male.

Ci sono le creature buone, e ci sono le creature del buio.

Quest’ultime le possiamo sconfiggere lasciando una piccola lucina accesa, o convincendoci che non c’è niente sotto il letto, nell’armadio ci sono solo vestiti, guarda se non ci credi. Nulla.

La nostra realtà è plasmata da tutto quello in cui crediamo, una proiezione dei nostri pensieri che forma il nostro mondo, per questo la nostra infanzia era permeata di magia.

Come da bambini crediamo che tutto sia possibile, che le favole si avverano, così l’età adulta è formata dalla razionalità, dai doveri, dal disincanto, dalle preoccupazioni.

A questi pensieri prestiamo la nostra maggiore attenzione.

Non crediamo più alla magia, a tutto quello che può succedere, ai desideri ei sogni che si avverano, al bene che sconfigge sempre il male.

Filtriamo lo scibile con la lente del disincanto, dimenticandoci della magia, dei poteri, dell’impossibile che diventa possibile.

Ma io credo ancora a Babbo Natale.

Credo che il male esista, ma credo di più nel bene. E credo pure che i portatori di male vadano presi a calci in culo, perché siamo buoni, mica coglioni.

Credo nella famiglia: guida, supporto, sopportazione, rifugio, calore.

Credo nei miracoli. Che siano riuscire ad arrivare a fine mese, o avere ancora la forza di sorridere, nonostante tutto.

Credo alle Fatine. Non si interessano solo ai miei denti, ma anche a tutto quello che c’è intorno. Non mi regalano soldi, ma presenza. Le chiamo amiche.

Credo nell’energia positiva, nel potere della mente.

Credo nell’empatia e nella telepatia affettiva, che quando due persone sono unite si stanno vicine anche coi pensieri.

Credo che il sorriso sia un’arma potentissima: dona forza a chi ci ama, spiazza tutti gli altri.

Credo nell’ironia e nell’autoironia, credo che dissacrare le esperienze negative aiuti a superarle e a depotenziarle.

Credo negli abbracci curativi, dimostrativi, avvolgenti, epidermici, necessari.

Credo nei baci. Quelli lunghi e profondi, che annullano il resto del mondo. E credo in quello che viene dopo.

Credo nella bellezza del cielo e delle stelle, e credo nel puntare il naso all’insù.

Credo nel cantare e ballare; nel ridere senza motivo; nelle telefonate; nei messaggi; negli “Stavo pensando a te”.

Credo nel mangiare e nel bere; nel passeggiare per i boschi; credo nello shopping curativo.

Credo nei vestiti e nei tacchi alti. E credo che un bel trucco possa cambiarti aspetto e umore.

Credo che il mare abbia il potere di riallinearmi con me stessa e col mondo.

Credo che “Ciò su cui ti concentri, cresce”, perciò credo a Babbo Natale. Che magari non è un pancione vestito di rosso, ma rappresenta chi riesce ad aiutarti senza nulla chiedere in cambio. Chi c’è sempre, chi riesce a mantenersi un ottimista innamorato della vita.

Rappresenta tutto questo, tutto quello in cui credo.

I pessimisti cronici; i lamentosi a oltranza; gli odiatori seriali; i disincantati; i gretti; i poveri d’animo; gli ipocriti; quelli che “ho ancora il vomito per quello che riescono a dire, non so se son peggio le balle oppure le facce che riescono a fare”; i sorrisi più finti dei miei ventinove anni; gli invidiosi; i portatori insani di malumore; i perfidi per sport; chi non ha cura del cuore degli altri; gli sprovvisti di empatia; i voltagabbana; gli amici finché serve; i visualizzatori senza risposta; i millantatatori di sentimenti; i contafavole; gli usa-e-getta; gli abbrutiti; gli incazzati col mondo; i boriosi…

A voi non credo.

Voi non esistete.

 

PS: È sorprendente. Forse ho fatto pace col Natale.

Ve l’ho detto, la magia c’è.

 

 

«Ragazzi, il romanzesco è la verità dentro la bugia,

e la verità di questo romanzo è semplice: la magia esiste».

Stephen King

 

«Io credo a Babbo Natale, credo al topolino dei denti, credo alla Befana e agli angeli ma non credo che tu esista. Questo è acido muriatico, adesso tu scomparirai!»

Eddie Kaspbrak – IT, il film

LA MIA VITA MI PRENDE PER IL CU’. C’HO LE PROVE

Ho un Grande Amore.

Avete presente quello che vi fa rincretinire totalmente, battere il cuore e pensare a tutte quelle situazioni melense, da coppia, da quotidianità, quel Grande Amore che vi fa dire che Lui è quello che fa per voi, oggi e sempre, Amen?

Quello al quale pensate, quando qualcuno vi chiede come debba essere la persona perfetta per voi?

Ecco, così.

Per motivi che non sto qui a dirvi per non tediarvi, io e Grande Amore il nostro Amore Grande l’abbiamo solo parzialmente vissuto e poi è finita là.

Senza drammi, eh!

Ho “leggermente” imprecato per via delle circostanze avverse, ma è stata una separazione civile e senza ferite.

Vabbè, io già avevo iniziato a ricamare gli asciugamani con le nostre iniziali, ma questo me lo tengo per me, non lo dico, che pare brutto.

E neanche ci sentiamo. Perché a un suo solo “Ciao” mi sciolgo come un rossetto d’estate, quindi – niente – non se po’ fa. Mi scompensa troppo, è meglio che non lo senta.

Ho una dignità e una nomea da stronza da difendere.

Quindi io e Grande Amore ci viviamo le nostre vite a distanza, magari ci pensiamo ogni tanto e poi basta, finisce lì.

Ora, io dico sempre che la mia vita mi prende riccamente per il cu’, che spesso mi sembra di stare su “Scherzi a parte”, che attendo sempre invano che esca qualcuno per mostrarmi le telecamere della candid camera, e invece niente.

È tutto vero.

La mia vita mi prende per il cu’.

C’ho le prove.

Seratina con un po’ di gente, tra cui un amico di un mio amico, mai visto e conosciuto.

Questi inizia a raccontare un aneddoto e, nel farlo, inserisce un paio di dettagli che non mi sfuggono.

Non fa nomi.

Io ascolto e inizio a sentirmi male.

Lui continua, altri indizi, altri particolari, altre “coincidenze”.

Inizio a bisbigliare dei  “Non ci posso credere…”

Conclude l’episodio divertente e tutti ridono, tranne me.

Oddio, mi sento male.

L’amico dell’amico conosceva e aveva lavorato con Grande Amore, tipo una settimana prima.

Roma è piccola, direte voi.

No, è il mondo ad essere piccolo.

Troppo piccolo.

Letteralmente.

Mi sono alzata e sono uscita.

Avevo bisogno di pensare.

Divertita, confusa, continuando a blaterare che era impossibile, impensabile, incredibile, che l’Universo e i suoi amici in quel momento stavano col pop-corn a gustarsi la scena e a darsi di gomito.

Non ci posso credere…

Ho pensato alla teoria dei  “Sei gradi di separazione”, a quanto è vero che siamo tutti strettamente collegati, ma così è troppo.

Ho invidiato all’amico dell’amico il tempo che aveva trascorso con Grande Amore, in quel piccolo pezzo di mondo.

E una parte di me avrebbe voluto chiedere, verificare, sapere e dirgli che io lo conosco, a fondo.

Anche se sembra così assurdo e surreale.

Salutalo, abbraccialo per me, sta bene?

Ma non gli ho detto nulla.

Gli elementi che mi aveva involontariamente rivelato mi avevano dato la certezza che si trattasse di lui, quindi non mi serviva avere conferme.

Poi che avrei potuto dirgli?

Sai che noi ci vogliamo tanto bene?

Però, ecco, tu conosci la vita che fa, io non reggerei.

O forse sì?

Boh, non ho voluto scoprirlo.

Patetica.

Qualsiasi frase mi avrebbe fatto risultare patetica.

E poi avrebbe messo in moto ricordi, pensieri, domande, no. Meglio di no.

Quindi non ho detto nulla.

Comunque alla fine, inevitabilmente, ci ho pensato lo stesso.

A lui, ai nostri momenti insieme, a quel suo bel sorriso, a quanto mi piaccia come uomo e come persona.

Al bene che gli voglio, puro. Senza acidi rancori, maledizioni e cattiveria.

Gli voglio bene e gli auguro solo bene.

Forse è questo il Vero Amore

Forse.

Non ho potuto fare a meno di considerare che quell’incontro non fosse per nulla a caso.

Il caso non è mai a caso.

Magari era tutto un disegno divino per ricollocarmi col cuore e con la mente verso di lui. Per convincermi ulteriormente che lui sia LUI, e basta.

Che avevo una scusa più che ottima per scrivergli, per attaccare bottone, per chiedere come va e vedere come va a finire (se son più brava io a sbagliare, oppure tu a mentire…)

Sperando che mi dica di fiondarmi da lui, come quella volta, quando poi – all’ultimo – non me l’ero sentita e non ci eravamo più visti.

Da allora qualche messaggio, saltuario, banale, partito sempre da me, che sentivo l’esigenza di avere sue notizie.

…ma lui no?

Quante volte me lo sono chiesta, quante!

Non ti viene in mente di sapere come sto?

Non mi pensi?

Possibile che l’Universo mi stia inequivocabilmente indirizzando verso una persona che non si cura di me?

Perché è inequivocabile, è un segno del destino! È una spintarella, è una dimostrazione del nostro legame, è… NULLA.

È una coincidenza. Bizzarra, ma coincidenza.

In altri momenti della mia vita, probabilmente mi sarei inabissata nel loop del “Destino che me lo chiede”. Quindi l’avrei sentito, ci avrei pensato, non sarebbe andata come avrei voluto, ci sarei stata male.

Molto male.

Ora il male lo evito accuratamente.

Quella strada l’ho già intrapresa, lui non è LUI.

Noi non abbiamo fatto nulla per NOI.

Il Grande Amore è altro.

Forse, certe volte coi ricordi e le idealizzazioni miglioriamo di gran lunga le persone.

O forse mi sto raccontando le ennesime scuse, per giustificare la mia di inerzia, la mia di paura, la mia di solitudine.

Se ci sono delle misere cose che ho imparato molto bene è che quando ci si comincia a porre troppe domande, quando la situazione non è come vorremmo, difficilmente cambierà.

Che un uomo sa usare un telefono e trova il tempo per farlo.

Che è bello mancarsi e tenerci, ma è ancora meglio dirselo.

Che il mio acquisito e sudato pragmatismo mi impone di guardare la realtà dei fatti: una realtà fatta di un rapporto – ora – inesistente, neanche civile, proprio assente.

Che a volte è meglio lasciare le cose come stanno, per non rischiare di rovinare perfino i ricordi.

Che è bello mancarsi e tenerci, ma è ancora meglio VIVERSI.

E, soprattutto, che l’Universo ha davvero un perverso senso dell’umorismo.

O BEVI O GUIDI O TELEFONI

Stanotte è successo un fatto abbastanza curioso.
Me ne stavo beatamente dormendo (e già questo era molto inusuale) quando un suono ha disturbato il mio sonno.
Dapprima ho faticato a capirne la provenienza. Poi mi sono resa conto che era il mio telefono a fare quel casino.
È la sveglia!
Ho fatto appena in tempo a considerare che mi sembrava che la notte fosse passata troppo velocemente per poi capire che no, non stavo ascoltando “L’amour toujours” come ogni mattina, quando mi annuncia che è ora di alzarci.
Mi stanno chiamando.
Cazzo.
Ricevere telefonate di notte, credo sia una di quelle esperienze che facciano infartare chiunque, anche chi ha nervi saldi ed è sano di mente.
Ricevere telefonate di notte quando sei ansiosa e fobica a livelli patologici – come me – rappresenta la manifestazione suprema di tutti gli incubi e le paure che ci portiamo dietro.
In un nanosecondo ho partorito una sequela inimmaginabile di scenari apocalittici che erano accaduti a qualcuno a me caro, tanto da indurlo a chiamarmi nel cuore della notte, conscio che avrei potuto non sopravvivere a questo.
Cazzo, no.
Che è successo?
Ho paura…
Poi un piccolo barlume di lucidità che ancora risiedeva nella mia testa, mi ha fatto notare che non era la canzone che mi comunica che qualcuno mi sta chiamando. Non era la mia storica suoneria “Sweet child o’ mine” (sì, sono coatta e tamarra inside e ne vado anche abbastanza fiera). No.
Ma che cazzo di musica è che non l’ho mai sentita??
Ecco, questo è stato il limpido pensiero successivo.
Avrei potuto scoprirlo solo prendendo in mano quel telefono che – intanto – continuava a strombazzare quel motivetto inconsueto.
Così ho fatto. Con gli occhietti appiccicati, una tachicardia furiosa che mi ballava in petto e madida di sudore.
Ci ho messo un po’ a realizzare, non mi sembrava possibile. Ho creduto anche che stessi sognando perché era molto…strano. Ma la musica era reale, il rincoglionimento da sonno interrotto pure, la mia vescica che stava scoppiando anche. Ma era davvero troppo… strano.
Mentre lo osservavo, tenevo in mano quel telefono con distacco e accortezza, come qualcosa con la quale non ci si vuole sporcare, per paura di rispondere o fare casini.
Finalmente ha cessato di squillare.
Era una videochiamata.
Una cazzo di videochiamata da Messenger.
Una fottuta videochiamata da Messenger da uno che conosco appena e che troverei strano perfino se mi inviasse un messaggio normale.
Vi lascio intuire il mio sobrissimo commento.
…mavvafanculova’m’haifattoperdedieciannidevitaaa!!
Manco a dirlo, non ho più dormito.
Ripresa coscienza e conoscenza, ho iniziato ad analizzare quel che era appena accaduto, cercando di entrare nella testa di costui.
Era ubriaco, la prima considerazione.
Non voglio pensare che da sobrio uno possa compiere un tale gesto, no. Dovresti essere deficiente e pure un bel po’.
Sì, era per forza ubriaco.
Be’, da ubriaco chiama me?? Anzi, videochiama??
Oddio non è che pensa che sono una sempre disponibile?? E poi perché la videochiamata?? Che voleva fare?? Oddio non è che pensa che sono una che fa le cosacce per video e a qualsiasi ora?? Ma perché lo pensa?? Oddio ma chi altro lo penserà?? E poi perché?? Oddioddioddiooo…
Vabbè le paranoie è preferibile lasciarle per un altro momento, ora pensiamo solo al resto.
Il tizio in questione – come detto – lo conosco, so chi è, ciao come stai e convenevoli standard quando ci vediamo (una volta per secolo) e finisce lì. Punto.
Recentemente gli ho accettato la richiesta di amicizia e non mi ha nemmeno scritto un saluto, però gli è sembrato più che lecito disturbarmi di notte con una videochiamata. Logico, molto logico.
Ora mettiamoci nei suoi panni: cosa abbia scatenato questa voglia di me non lo so e non voglio saperlo.
Ribadisco che una chiamata di notte (perlopiù a qualcuno con il quale non hai tutta ‘sta confidenza) è figlia dell’alcool. È una di quelle genialate che ti sembrano tali quando hai in circolo più gradi che sangue.
Una videochiamata, poi, richiede una pregressa approvazione per iscritto. Un “Ok, ora puoi farlo”. Che significa che mi sono resa presentabile, truccata, pettinata e pronta per affrontarla. Non si fanno le videochiamate a sorpresa! (se vuoi che venga accettata…)
Se invece fosse stato sobrio?
Se avesse lucidamente deciso che poteva disturbarmi a tutte le ore, anche quelle piccole?? È possibile?
Le opzioni sarebbero state due: o dormivo o ero a spasso.
La prima ipotesi: sto dormendo. Essendo notte, oltretutto di un giorno feriale, è contemplato che io abbia questa bizzarra abitudine di riposare, no? Tu te ne fotti e mi chiami. Quindi mi vai irrimediabilmente sulle palle per le motivazioni sopra descritte, perché sei inopportuno, maleducato e quant’altro.
Seconda ipotesi: sto a spasso. Se sto a spasso è presumibile che sia in compagnia, altrettanto desumibile che mi stia divertendo (altrimenti sarei a casa) quindi come puoi pensare che mi vada di videochiamare con te??
Se fossi con un uomo, come potrei spiegare a costui che mi è oscuro il motivo per cui tu ti senta in diritto di farmi una conferenza notturna?? Sarebbe stato davvero imbarazzante e difficile da giustificare (cazzarola, che illuminazione! A volte effettivamente, le cose NON sono come sembrano!!)
Quindi preferisco pensare che fosse ubriaco.
E per questo non me la sento di biasimarlo e infierire ulteriormente.
È capitato a tutti.
Magari lui non si è formato un’esperienza preventiva tale da impedirgli certe scelleratezze. Una cautela postuma forgiata a suon di figure di merda epocali, da smaltire insieme agli altri postumi, quelli da sbornia.
Magari non ha avuto dei risvegli tragici urlando dei:
«Fammi subito controllare il telefono che mi sa che stanotte ho fatto qualche cazzata!»
Non ha visto gente intorno rendersi ridicola e regalarti dei “Ti amo”, mentre tu rispondevi:
«Certo che mi ami! Poi domattina, quando pubblicherò gli screenshot, mi amerai ancora di più!!»
Non ha avuto amici accanto pronti a sequestrargli il telefono per metterlo al riparo da colossali catastrofi.
Non ha dovuto, né ricevuto, messaggi di scuse nel day after.
Forse non ha ancora superato quel limite che ci ricorda cosa sia la “dignità”.
Magari è successo stanotte.
O magari no.
Rimane il mistero del perché abbia scelto proprio me da importunare, ma penso che continuerò a vivere ignorando queste risposte, perché ho deciso che io non ne darò alcuna a questo suo gesto.
Credo sia più dignitoso per entrambi.
Magari stamattina non gli sembra più quell’ideona di stanotte, magari si sta già mortificando da qualche parte, o magari mi reputa un’immensa cafona per non aver risposto (io, eh??). Tutto ciò non mi interessa.
Mi interessa ricordarvi l’assioma basilare che:
O bevi, o guidi, o telefoni.
Ricordatevi questo.
Ricordatelo sempre.
E io mi ricorderò di riprendere la mia sanissima abitudine di staccare la connessione, nottetempo.

VIENI GIÙ…

Sono seduta sul bordo del pozzo oscuro.

Conosco questo posto, sono già stata qui.

Guardo avanti. Le mani poggiate sull’imboccatura della voragine e le gambe penzolanti che giocherellano picchiettando il muretto.

Sono già stata qui.

Blocco le gambe.

Mi fermo.

Guardo dietro, oltre le mie spalle e osservo il nero dell’abisso.

Ciao, ti ricordi di me?

Sono già stata qui.

Perché non torni quaggiù?

Sono stata qui per mesi, nel buio. Quando niente era più importante.

Ora, che faccio?

È un periodaccio.

Annunciato così, senza preamboli.

Mi sono ripetuta che c’entrasse la fine dell’estate. La mia anima leonina e solare la patisce sempre. Ma, no. Non è solo questo.

Si sono accumulati pensieri, preoccupazioni, tutte quelle paranoie (che tanto paranoie non sono) che mi lasciano sveglia di notte a discettare sul senso della vita, l’utilità di certe esperienze, la presenza o assenza di certe persone, la validità di certi rapporti…

Sono stanca.

Esamino i vari aspetti della mia vita:

Qui? Qui schifo.

Qui? Qui merda.

Qui? Qui lascia perdere!

Sì, sicuramente a ben guardare SONO molto FORTUNATA. Ok.

Lo so, ne sono consapevole e quando voglio essere ottimista lo penso e ne prendo coscienza.

Però…

Ecco, ultimamente ci sono dei “però” importanti.

Sono stanca.

Non è da me fare piagnistei.

«Lo sai, non mi lamento mai, però…»

«…però a un certo punto, basta!» ha finito per me la frase, il mio interlocutore.

«Esattamente, basta. A volte è semplicemente troppo»

Sono arrivata al “troppo” al punto di rottura, seduta sul ciglio del baratro che ben conosco.

Mi annoia sentire lamentele, davvero. Del tipo che la gente mi parla, fingo di ricevere una telefonata e mi allontano.

Mi vergogno un po’ di certi sentimenti (neanche tanto) ma, certe volte, quando qualcuno mi rovescia addosso la propria immondizia mentale, vorrei dargli una testata sui denti. Far tacere l’incessante lamentela a oltranza.

C’è gente che credo lo faccia di professione. “Trova ogni giorno nuovi motivi per lamentarti!” gioca anche tu!

Ecco perché detesto lamentarmi, non vorrei mai essere così.

Ma sono stanca.

Ha già cominciato.

È così che inizia, piano piano. Dapprima col prendersi meno cura di sé, piccolezze – forse – ma fondamentali.

Vabbé, i capelli li lavo domani…

Lo smalto può resistere un’altra settimana…

Poi continua alternando la bulimia famelica all’inappetenza. L’accidia più completa all’iperattività.

Cercando di riempire tempo, spazio, pensieri, per non vedere la voragine che si fa sempre più strada e ingoia ogni cosa.

Poi ti suggerisce di non interagire con nessuno, facendoti sentire inadeguata e fuori posto, ovunque.

No, non mi va di uscire…

Meglio chiudere tutto e mettersi al riparo.

Affrettarsi a rispondere degli insulsi “Tutto ok!” se qualcuno ti chiede come stai.

Non parlare, non spiegare, non far entrare, sparire.

Meglio questo stato di apatica atarassia, del dolore.

Meno persone vedi, meno possibilità c’è che tu venga ferito.

Non che ci sia la fila alla mia porta, chiaro.

Chi c’era quando? Nessuno…

E quando? Nessuno.

Ah…

Forse dovrei lasciarmi andare solo un po’, sprofondare appena, cadere quel tanto che basta.

Vieni, dài, vieni giù.

Potrei riposarmi un pochino, ne ho bisogno.

Scendi, vieni qui. Niente più sveglie, niente più doveri, niente più è importante.

Niente, non voglio sentire più niente.

Mi siedo a cavalcioni sul muretto, una gamba fuori e l’altra dentro. Verso il nero profondo.

Poi le posiziono entrambe all’interno. Picchiettando coi talloni la bocca e osservando giù, nel fondo, l’oscurità.

Fai un saltino e scendi, vieni qui.

Sono già stata qui.

Perché non torni quaggiù?

Sono stata qui per mesi, nel buio. Quando niente era più importante.

Sono tanto stanca.

Scendi, vieni qui. Niente più è importante.

Ora, che faccio?

Vieni, dài, vieni giù.

È un periodaccio…