SORELLANZA & PORACCITUDINE

Mi fanno sorridere quando mi dicono che ce l’ho a morte con gli uomini.

Non è vero.

Sono cresciuta in mezzo agli uomini, sono sempre stata la compagnona e loro amica. Li conosco così a fondo perché li ho frequentati moltissimo e ho accolto le loro confidenze.

Mi sono sempre trovata bene con gli uomini.

Casomai ce l’ho con le donne…

 

 

Anni fa, ero a cena col mio fidanzato dell’epoca e ci stavamo divertendo molto.

Locale intimo, ambiente curato, gente rilassata, buon cibo e risate. Una serata perfetta.

Il nostro idillio fu ben presto interrotto quando, poco distante da noi, una coppia iniziò a litigare in maniera violenta.

In questi casi, si viene pervasi da un certo imbarazzo, una lotta interiore tra il desiderio di intervenire e il pudore che ci spinge a far finta di niente. Noi altri commensali rimanemmo tutti così, sospesi, finché l’uomo iniziò a colpire la donna sul volto. Fortunatamente, intervenne subito il personale di sala che lo condusse fuori.

Lei continuò a piangere e rimase seduta al tavolo, da sola.

Mentre pian, piano nelle altre cene riprendevano i discorsi e l’atmosfera distesa che vi albergavano prima dell’interruzione.

Sono passati anni, ma non ho mai scordato tutta quella scena.

Poco dopo mi alzai per andare in bagno. Tornando, incrociai lo sguardo di quella donna che cercava di concludere la sua cena, come se nulla fosse accaduto. Le abbozzai un sorriso, al quale lei rispose, ricominciando a piangere.

Fu l’istinto a muovermi, perché ricordo che non ci riflettei per nulla, fu un attimo, uno slancio. Mi avvicinai a lei e l’abbracciai. Forte. Lei ne fu così grata che offrì da bere a me e al mio ragazzo, ci invitò a sedersi con lei e noi le regalammo un’oretta di risate in un finale di serata che, altrimenti, non le avrebbe affatto previste.

Avevo circa vent’anni, ma sapevo che, se fosse successo a me, di essere picchiata e umiliata in pubblico e di restare poi da sola, avrei voluto che qualcuno mi avesse abbracciato.

Un’amica, una sorella, magari.

Ero molto pura, ingenua, con una bontà d’animo innata, amplificata dalla giovane età.

Di quella bontà che, scontrandosi con la vita e l’esperienza, inizia ad avvizzire, per poi quasi sparire.

I maschietti di qua, le femminucce di là. Ci dividono, ci raggruppano, a scuola, nei bagni, nei giochi, veniamo cresciuti con un senso di appartenenza di genere ben delineato.

Per questo, da piccola vedevo le altre donne come sorelle da difendere e spalleggiare, custodi comuni della femminilità, delle forme aggraziate, perfino della debolezza e delle paturnie.

Le altre donne sono mie sorelle. Solo loro possono comprendere certe cose, sono il mio confronto, il mio conforto, il mio specchio.

Questo pensavo, sicuramente fino ai vent’anni.

Poi le donne mi hanno delusa.

Si sono trasformate in sorellastre.

Questo legame dato dal genere capii che era un qualcosa che percepivamo in poche.

Le altre… Be’, le altre mi hanno insegnato a evitare l’intera categoria.

Biasimiamo gli uomini, ma non teniamo conto che loro di certe meschinità non sono capaci. Ne siamo coscienti, eccome, ma non lo proclamiamo a voce alta, per paura che qualcuno pensi a noi e ci omologhi come quelle arpie che ha avuto il dispiacere di incontrare.

Ma lo sappiamo, certo che lo sappiamo.

Ci sono sempre piaciuti di più gli insegnanti di sesso maschile; sul lavoro speriamo di interagire con uomini; quando ci presentano una donna abbiamo sempre il timore che possa rivelarsi un’immensa stronza, non è forse vero?

Io stronza lo sono, ma con chi sa meritarselo.

Invece di stronze gratis ne ho incontrate tante: quelle acide, eccessivamente dure senza motivo, abbrutite nei modi e nella parvenze, meschine e snob. Quelle donne che mi fanno rinnegare il mio genere.

Sono molta più prevenuta nei confronti delle donne che degli uomini, lo ammetto. Ma sono sempre ben lieta di ravvisare un cambio di opinione sulle persone, specie se prima era negativo.

Perciò, una volta, fui molto felice di annunciare alle mie amiche che, quella che prima avevamo etichettato come brutta arpia, avendola frequentata un po’ di più, non lo era per niente.

Era cambiata, o l’avevamo giudicata male e frettolosamente, che – sul serio! – non è male, anzi!

Ragazze, ve lo dico, è stata una gran sorpresa.

Ne ero contenta.

Poi il destino volle che ci ritrovammo una sera una mia amica e io, l’ex iena e innumerevoli altre persone.

Fu in quell’occasione che la redenta stronza ebbe la cura di rivelare un mio dettaglio intimo e riservato, davanti a una pletora di una quindicina di persone che – oh mannaggia – avevano tutte sentito, ma certo.

Io guardai qualcuno di questi per coglierne l’espressione: i sorrisi trattenuti e pure lo stupore nell’udire l’esternazione, mi confermarono che su quell’argomento ne erano già stati fatti parecchi di commenti, ovviamente.

Lei mi fissava con un sorriso stolido che si beava della cattiveria gratuita appena regalata.

Anche io le mostrai il mio sorriso, ma di disprezzo.

Quello muto che, però, esprime molto bene i miei sentimenti. Quello che riservo a esemplari di una “poraccitudine” leggendaria. Che non è povertà economica, nemmeno povertà d’animo, quelle spesso sono condizioni involontarie. La poraccitudine è un’altra cosa: è compiacimento della propria grettezza; il provare gusto dalle cattive azioni; godere dei colpi bassi e miserrimi, pochezza estrema, questo è.

Questa qui, fulgidissimo esempio di poraccitudine femminile nei confronti di un’altra donna.

E gratuita, soprattutto.

Perché io questa qui, più di tanto, non l’ho mai coperta – come si dice a Cambridge – e forse questo è il suo grazioso modo di attirare attenzione. Mi fa quasi pena, togliendo il quasi.

Ho sorriso alla mia amica e commentato con un:

«No, rettifico. È sempre una grandissima stronza

Lo è davvero e non mi prenderò più la briga di scoprire se, sotto sotto, riserva anche del buono.

Queste donne qui mi confermano che la solitudine è sempre preferibile a certe compagnie.

Può inoltre capitare, e spesso, che signore che nemmeno conosci impieghino parte del proprio tempo a parlare di te. Rilevo sempre un certo moto di orgoglio e di soddisfazione, apprendendolo, perché io – invece – non me lo sognerei mai di sprecare i miei preziosi minuti per sparlare di illustri sconosciuti. Grazie per l’attenzione, davvero.

Quel che mi ha lasciato abbastanza interdetta è stato il fatto che questa donna (manco ragazzina e discretamente più grande di me) perdesse del tempo della propria vita a commentare i miei outfit. Ovvero di una che non conosce nemmeno il suo nome.

Tanto per completezza di informazioni, prediligo i vestiti perché sono più pratici e “tattici”, conosco il buongusto e, purtroppo, ho una fisicità già appariscente che – quindi – può facilmente scadere nella volgarità, che detesto. Perciò evito gonne inguinali, scollature esagerate e tutto ciò che reputo “troppo”, ma questi sono ragionamenti troppo elevati per le menti piccole.

Nella fattispecie, la signora aveva commentato i miei vestiti invernali, che accompagno a calze coprenti da cento (100!!) den, e stivali. Quindi vi lascio immaginare la quantità di carne che fosse visibile. Zero.

Non scordando di chiedersi perché mai ogni giorni fossi vestita e truccata di tutto punto (Cazzi miei, magari? Svegliati prima e fallo anche tu, tesoro! Io sono sempre per il movimento “No sciatteria!”);

Domandandosi ancora chi mi credevo di essere (seria?! Se una osa non trascurarsi si crede chissà chi, logico);

E, infine, rammentando che non ero una ragazzina e non potevo andare in giro come mi pareva (che autogol clamoroso! Dare della tardona a una che ha vent’anni meno di te! Un giorno facciamo lezione di insulti, dai).

Ah! Ovviamente tutto questo mica l’ha detto a me, figuriamoci! Ma alle mie graziose terga debitamente agghindate.

Neanche ci credevo io a questa cosa dell’invidia, ma – col tempo – mi sono parecchio ricreduta.

 

Mi fanno sorridere quando mi dicono che ce l’ho a morte con gli uomini.

Non è vero.

Sono cresciuta in mezzo agli uomini, sono sempre stata la compagnona e loro amica. Li conosco così a fondo perché li ho frequentati moltissimo e ho accolto le loro confidenze.

Mi sono sempre trovata bene con gli uomini.

Casomai ce l’ho con le donne.

Queste donne qui che sviliscono la categoria, che ci fanno passare tutte per un branco di meschine mestruopatiche.

Quelle che danno voce all’invidia e alla cattiveria gratuite.

Quelle che ti fanno notare a voce alta, tra la folla, se non hai qualcosa a posto.

Quelle che ti squadrano, senza mai complimentarsi.

Quelle in competizione continua con le altre che, spesso, ne sono pure inconsapevoli.

Quelle che devono essere sempre e comunque protagoniste, a discapito di tutto e tutti, che distruggono rapporti pur di non scendere dal loro piedistallo immeritato e auto-costruito.

Quelle perennemente incazzate col mondo, con la puzza sotto il naso che, probabilmente, proviene da loro stesse.

Quelle che hanno dimenticato cosa significhi ridere con gli altri e non degli altri, o che additano come pennuta starnazzante qualsiasi collega d’utero che ha imparato a vivere con leggerezza e che della vostra severità d’animo se ne strafotte, perché le donne intelligenti sanno anche quando sorridere.

Quelle, invece, col sorriso finto più dei miei ventinove anni. Il sorriso rabbonitore atto a ottenere perché loro – oh sì – sono proprio furbe e ammaliatrici! E che malcela un’anima infima che non lesina di vomitare improperi sovente alle spalle di quelli ai quali hanno appena sdoganato gli incisivi.

Quelle che non coltivano amicizie, ma rapporti di convenienza. E scaricano chicchessia, non appena ha asservito al loro scopo.

Queste donne qui, che mi hanno insegnato a evitare l’intera categoria.

A distinguere tra “Amiche” e “Appena conoscenti”.

A vergognarmi di condividere con costoro il genere, la capacità di procreare e quel senso di appartenenza che, ora, è solo un bel ricordo.

A rammentarmi che il mio essere diversa che dapprima vivevo con disagio, oggi mi fa essere davvero fiera di me!

Queste donne qui, che ogni giorno mi ricordano che c’è molto più affetto autentico nei vari «Brutta zoccola!» che ci scambiamo con le mie (poche) amiche, che in tutti i vostri finti «Amore! Tesoro!”»

DONNE CHE ODIANO LE DONNE…

Qualche giorno fa mi è capitato tra le mani un libro intitolato “Donne che odiano le donne”. Ho dato un’occhiata alla descrizione, ho sorriso e l’ho chiuso. Non lo leggerò mai. “Le prime nemiche delle donne sono le donne” è tristemente vero e non voglio leggere un testo che me lo confermi.
Diciamoci la verità: dagli uomini certe meschinità ce le aspettiamo, dalle altre donne quasi mai. Da donne che dicono di volerti bene, decisamente no. Eppure capita molto, molto spesso… Nessun uomo, per quanto cattivo, potrà mai raggiungere la perfidia di una donna. Quella stessa perfidia che troppo frequentemente viene indirizzata verso altre fanciulle: invidie, gelosie, ripicche… Quanta energia sprecata! Ci saranno sempre donne più belle e più intelligenti di noi, ma è vero anche il contrario, per fortuna! Perché farsi una guerra inutile, continua, alimentata dall’insicurezza, piuttosto che allearci e aiutarci l’una con l’altra?
Le sorellastre erano donne, le matrigne cattive pure, anche nelle favole più belle risiede la mesta consapevolezza che sul tuo cammino incontrerai molte streghe. Allora cerchiamo di avere cura delle nostre fate. Alcune sono sempre al nostro fianco, altre a chilometri di distanza, altre ancora sono presenti da anni ma magari non costantemente, ma ci va bene così e alcune hanno arricchito da poco la nostra esistenza.
Le nostre amiche ci ricordano che non siamo sole, MAI. Certi uomini sono di passaggio, le donne della nostra vita sono PER SEMPRE. Non dimentichiamolo. Un appuntamento non ha importanza se non puoi chiedere consiglio su cosa indossare, un pianto non è lo stesso se non c’è nessuno che ti abbraccia, un problema fa meno paura se viene condiviso e una bella notizia non è tale se non hai delle amiche cui raccontarla. Ricordiamolo, tutti i giorni.
Siate sorelle, siate buone e amatevi tanto, vi siete scelte PER SEMPRE.
È un periodo particolare, ma non voglio dimenticarmi di voi. A voi e alle donne della mia VITA, tutti i giorni…
BBxx

#ESCILE, BB!

Stamattina ho fatto un patto con una mia amica che, sostanzialmente, sancisce il nostro impegno reciproco a postare più selfie. Ma non selfie normali, selfie porchi, ammiccanti e con parecchie nuditàbb-escile-ed

Perché – abbiamo considerato – le retrogade siamo noi, siamo troppo indietro ed eccessivamente pudiche e riservate.
D’altronde, lo sappiamo che se non passa attraverso i social, non è vero niente! E che la latenza di autostima si cura a suon di like, e più ne hai, più sei felice.
Finora ho sbagliato tutto. Non solo non ho un’autostima così elevata, che mi consenta di sentirmi sì figa da fotografarmi in tutti i luoghi, in tutti i laghi, e condividerlo col resto del mondo; c’è anche una questione meramente pratica che ha sempre bloccato le mie aspirazioni da starletta del web: ma perché, mentre mi sto divertendo, o lavorando, o nonfareuncazzando, devo preoccuparmi di documentarlo al mondo virtuale?
Ché non è vero che è meglio vivere che postare, ma si vive per postare. È giusto così!
Non c’ho capito niente. Quindi, da oggi in poi, si cambia.
Ho, finalmente, pure un cellulare nuovo che potrà aiutarmi nell’impresa, poiché possiede – di default – filtri e funzioni di modifica degli scatti. Sono una cretina a non averli usati finora, adducendo la scusa che poi nemmeno mi riconosco nelle foto. (esattamente come non riconosco la gente per strada, che sono abituata a vedere nelle foto sui social…)

Che demente! Che principiante!
Da oggi in poi, si cambia!
Via a scatti succinti, tette in mostra, con geolocalizzazione completa – mi trovo qui qui, qui… -.
Corredati da frasi altamente poetiche e non importa se scopiazzate da canzoni, citando fonti errate, senza preoccuparsi di verificarle, non importa, l’importante è apparire! Poi, seriamente, ma chi lo legge quello che scrivi?? Le tette so’ tette! Aho!
Che, hai visto, la gente impazzisce solo a vedere un lembo di pelle, quindi immagina che successone!!

Epperò poi sei troia, ennò, sei ammirata, eddachi, da quattro smanettoni affamati?! Eccchettefrega, purché se ne parli! Ah, ok…
Devo pure iniziare ad accettare le richieste di amicizia, TUTTE, perché, si sa, più contatti hai, più like ricevi, più la vita migliora.
Poi devo decidermi a imparare ad usare Instagram, visto che ce l’ho da ben quattro anni e ancora non ci ho capito una beata. Così avrò un pubblico ancora più ampio.
Quindi, da oggi in poi, aspettatevi da parte mia, sette/otto selfini al giorno, così. Tanto per cominciare. Aspettatevi che le esca, e che faccia le foto in bagno e in ascensore, che fa tanto glamour. Aspettatevi pose compitissime nel letto, lasciando sottintendere quel che ho appena fatto. Aspettatevi un bel po’ di coscia scoperta e posizioni da zocc… ehm… provocanti! Sì, ammiccanti e vogliose!
Da parte vostra, ovviamente, mi aspetto una generosa risposta a base di polliciate di apprezzamento che mi istighi a continuare e che nutra la mia insicurezza cronica. Grazie.
È deciso.
Da oggi in poi, farò così.
…Va be’, dai, forse comincio domani… 😉

(PS: ce l’avevo sulla punta delle dita da qualche giorno, ho evitato, ma non riesco a trattenermi: dopo aver visto fare fotografie ad un funerale, ho definitivamente perso stima e speranze nell’umano essere. Riprendetevi. Ma riprendetevi sul serio. La privacy, la bellezza dell’intimità e, magari, pure un po’ di buon senso…)

L’AVVELENATA

«Cara, carissima BB,

 come ti ho accennato ho letto e riletto l’articolo di ieri. Stampato, sottolineato. Preso tempo per risponderti, per trovare il tempo giusto per farlo. Non ho mai letto “alla leggera” i tuoi articoli, quindi non volevo certo iniziare ora. Né intendo farlo mai.

Allora…. Che dire. Prima di tutto: hai trovato il modo di capovolgere al meglio una delle situazioni più misere che il cv di una donna possa contenere: ne hai scritto, hai tirato fuori quel sasso che nella scarpa (tacco 12, soprattutto…) proprio non si può tenere, se si vuole continuare a camminare e andare verso qualcosa. E farlo sorridendo.

Ho provato le stesse sensazioni di quando lessi alcune pagine del tuo libro. Un misto di ammirazione per il coraggio che hai di metterti in gioco davanti un foglio bianco, di soddisfazione nel leggere un testo così intensamente ricercato (nel senso dell’uso delle parole) in cui ogni vocabolo è frutto di una scelta attenta e consapevole. Tu arrivi decisa a chi legge. Ogni parola è quella. Cercata, voluta. E ciò nel complesso si capisce… eccome se si capisce. Infine, un po’ di rabbia nel leggere che proprio a te capitino queste cose e che pur se molto diverse da quelle che può vivere un uomo, lasciano poi di base la stessa eredità psico-emozionale. 

Il pezzo è più che un articolo e, a chi legge, risulta una vera e propria pagina di diario. Essendo la tua non una rubrica nel senso tradizionale o convenzionale del termine, bensì uno spazio “tuo” (nel senso di “proprio”) il pezzo ci sta molto bene. Se Barbie Bastarda è in forma e ha voglia di prendere in giro il mondo che lo faccia. Se Barbie Bastarda è triste e ha il coraggio di scriverlo è giusto che lo faccia! (soprattutto se questo la fa stare meglio!). Inoltre credo che il pezzo sia molto “emozionale”, molto femminile e che il suo pubblico lo troverebbe proprio. Credo che il metro per pubblicare un articolo in realtà debba essere sempre uno e uno soltanto: se ciò che hai scritto ti ha fatto stare meglio, allora va pubblicato. Perché molto probabilmente farà star bene anche gli altri. E questo a te, credimi, riesce benissimo.

 “Non permetterò più a nessuno di farmi sentire sbagliata. Non permettete a nessuno di farvi sentire sbagliati”. I.Santacroce. Ieri, status Facebook».

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Non sono le quattro del mattino, non c’è né angoscia né un po’ di vino, sono sobria, libera, sveglia e lucidamente incazzata. Barbie Bastarda è triste, ha il coraggio di ammetterlo e di scriverne ed è giusto che lo faccia, come hai detto tu. In questi ultimi mesi ho letto e riletto questa mail, l’ho analizzata, consumata e, mentre lo facevo, sempre le solite domande nella testa: «Ma perché?» E, soprattutto: «Ma come si fa?»

Ti ricordi quante volte lo abbiamo detto? «Ma come si fa?» Di fronte alle meschinità gratuite, a comportamenti vigliacchi e perfidi, ce lo chiedevamo sempre: «Ma come si fa ad essere così? A comportarsi così?» Era sempre la nostra domanda. Non ci arrivi, sai. Se non sei geneticamente bastardo, infame e stronzo, non ci arrivi a capire certe azioni “umane”, è questo il problema. Devi incassare, accettare e basta. Ti torturi, certo, ti torturerai sempre. «Ho fatto qualcosa di sbagliato? Capita sempre così! Che cos’ho che non va?» Ma, alla fine, capirai che non sei stato tu a generare certe condotte schifose.  Quelli come noi – scusa – quelli come ME, con queste torture ci convivono da sempre. Tu lo sai bene. Conosci gran parte degli episodi indegni che ho dovuto subire, molti dei loschi personaggi che hanno attraversato la mia vita e tutte le risate dissacranti che mi facevo mentre ti raccontavo le mie disavventure. Lì sì c’era un po’ di vino, innumerevoli calici che accompagnavano le nostre confidenze. Barbie Bastarda nasce da qui: dalla vita vera, dall’ironia usata per esorcizzare la dura realtà, dalla perenne sensazione di essere“vasi di coccio tra vasi di ferro” e dalla voglia di non mollare mai, comunque e nonostante tutto.

Alla fine concludevamo sempre le nostre torture con un’amara consolazione: «Per fortuna noi non siamo così!» Già. Per fortuna noi siamo brave persone. Limpide, vere, oneste e trasparenti. Scusa, SONO.

«… un po’ di rabbia nel leggere che proprio a te capitino queste cose». Non sai le risate bagnate che mi sono fatta leggendo questa tua frase, alla luce dei fatti recenti. Ho riso davvero fino alle lacrime…

È impensabile per tutti quello che hai fatto, lo sai? È inconcepibile per tutti che tu l’abbia fatto soprattutto a ME e per me. Se dovessi descrivere come mi sento, potrei solo dire che mi vergogno per te. E non riesco ancora a credere che sia successo davvero, che tu viva la tua vita senza problemi, che non abbia la necessità di sentirci, né di dare spiegazioni, coltivando solo indifferenza nei nostri confronti. Ma chi sei? Chi eri? Chi era quello che conoscevo?

Chiudo e sigillo porte, sono brava in questo, lo sai. Non ho più voluto parlare di te e mi irrita quando qualcuno ti nomina.

Sai che adoro i soprannomi, quindi ora, se devo menzionarti, per me sei solo il “TDC”, il “PDM”, a volte “quella cara persona”, o semplicemente “Lo Stronzo”. Non voglio sentire neanche più il tuo nome.

Questo non è uno dei “momenti TILT di BB” che ben conosci. Li ho avuti, certo, ma non ho agito. Avrei voluto venire sotto casa tua e dare sfogo a tutta la mia rabbia. Sarebbe stato davvero un’azione perfettamente nel mio stile e, forse, conoscendomi, sei anche rimasto stupito che non l’abbia fatto. Credimi, lo sono anch’io.

Penso che in ognuno di noi – e Barbie Bastarda lo rappresenta in pieno – alberghino due anime ben distinte: una più istintiva, passionale, governata dai sentimenti e dalle pulsioni. L’altra più fredda, distaccata, che applica il raziocinio per tenere a bada il cuore e, molto spesso, sopravvivere. La maggior parte delle volte io faccio vincere la seconda e il motivo è semplicissimo: mi chiedo «Perché? Tanto è inutile…» Ci dovrebbe far sentire meglio urlare, sbraitare contro chi ci fa del male, vendicarci, ma non sempre è così. E serve a molto poco. Perché urlare contro una persona che dimostra, con i fatti, di non tenere a te? A cosa servirebbe farlo? È semplice: chi ti vuole davvero bene, non compie ai tuoi danni azioni meschine, né ti lascia appeso ad aspettare. È semplice. E, quando questo succede, io ormai, semplicemente, prendo atto. E prendo le distanze. Chiudo e sigillo porte, sono brava in questo, lo sai e faccio sempre quello che dico: non ti cercherò mai più. Non è per arroganza, né per superbia, presunzione ed orgoglio, ma c’è una la linea sottile tra orgoglio e Amor proprio e se il primo è deleterio, il secondo è necessario.

Non ho avuto problemi di orgoglio a cercarti, invano, ripetutamente. Non li ho mai, se ci tengo. E, più ci tengo, più ti cerco. Viviamo nell’era dell’ipercomunicazione: abbiamo smartphone, svariate mail, Facebook, Whatsapp, chiunque può ricercarti, se lo vuole. SE LO VUOLE. Alcune volte mi mancano certe persone, allora scrivo loro, anche con una scusa banale. Ma poi aspetto… Se non ricevo mai un «Come stai?» Vuol dire che io non manco a loro, che loro non sentono la necessità di avere mie notizie. È semplice.  Sposo la vecchia filosofia secondo la quale non bisogna mai supplicare le persone di accoglierti e tenerti nella loro vita. Me lo dicevi anche tu, quando cercavi invano di instillarmi un briciolo di autostima e Amor proprio. «BB tu sei fantastica, chiunque dovrebbe ritenersi fortunatissimo di averti nella sua vita». Lo sai? Ora lo penso anch’io…

In teoria, questo discorso fila liscio e perfetto, nella pratica è stata dura, durissima e lo è ancora. Mi sono preoccupata, tanto. Ti ho giustificato finché ho potuto, perché non riuscivo ad accettare che tutte quelle azioni provenissero da te.

E, sopra ogni altra cosa, non accetto il tuo maledetto silenzio e che tu non senta il desiderio di parlare con me. Forse è il mio amor proprio ferito, perché credo debba nascerti spontaneamente la voglia di sentirmi.

La mia bimba interiore perennemente insicura, crede che, in tutti questi anni, non ti abbia lasciato niente, visto che in un attimo hai fatto a meno di noi due come se nulla fosse. Questo pensiero mi devasta. Come si fa, se vuoi bene a una persona? Come si fa? È questo che mi ferisce di più: ormai non credo che il tuo affetto per me fosse sincero. Non posso proprio più crederlo tale. E fa male, tanto.

Ogni volta che vedo quella maledetta schermata – che hai avuto anche cura di reimpostare, il che dimostra che sei vivo, vegeto e coscientemente meschino – provo un dolore indescrivibile.

Dalla tua ultima “bassezza” – ultima di una lunga serie – non ho più scritto. Come ben sai, non mi va di scrivere nei momenti down: «No, evitiamo, che poi divento troppo “Barbie triste” e non mi piace!!». Ero troppo amareggiata per farlo. Ho pensato lungamente ai miei infiniti articoli in “bozza” che non avrebbero mai visto la luce della pubblicazione. A uno in particolare, lungo VENTICINQUE pagine, che mi aveva assorbito ogni energia e pensiero e fatta ancor più innamorare della meraviglia della scrittura. Il mio articolo perfetto, ricercato, curato, nutrito e adorato, che non ho più voluto aprire, tanta era la mia amarezza. Più di ogni altra cosa, era questo che non riuscivo a sopportare. Tutti i miei lavori, i nostri lavori, andati persi. La mia passione distrutta dalla tristezza, i “cattivi” che, ancora una volta vincono e restano impuniti. Non potevo sopportarlo.  Allora mi sono rialzata e ho costruito una nuova strada, “Per ogni fine c’è un nuovo inizio…” come dice il nostro amato Principe.

Ma, per ricominciare davvero, avevo bisogno di mettere un punto, per me stessa. Questo è il primo pezzo che scrivo dopo tutto lo schifo che ci hai fatto subire.

Lo sai, alla fine, ho sempre bisogno di sfogarmi, di liberarmi. La razionalità mi abbandona e poi avevi ragione: certi sassolini non riesco a tenerli nel mio tacco dodici, mi impediscono di rialzarmi e di camminare spedita.

Poi mi dà fastidio covare rancore, mi intristisce, mi abbrutisce e mi inquina. È davvero un veleno e non voglio portarlo con me. Riverso tutto il mio astio in queste parole, così mi libero. E le regalo a te. In fondo sono  state generate da te, quindi è giusto che sia tu a conservarle e custodirle. Lascio tutto scritto qui. Ora mi sono liberata e posso continuare il mio cammino. Ti sarò sempre grata per avermi dato l’opportunità di conoscere persone stupende e per aver creduto in me, anche se non fino in fondo.

Non ti odio, l’odio è un sentimento impegnativo come l’Amore e non mi sento di provarlo per nessuno.

Non ti auguro il bene perché non sono un’ascetica  santa, ma non ti auguro neanche il male. Primo perché non ne sono capace in assoluto e con nessuno e poi perché sei TU. Nonostante tutto. Ti riservo solo indifferenza. La stessa che tu hai usato con noi, con ME. E forse capirai quanto faccia male. Anche se ormai non so più chi sei e cosa sei ancora in grado di provare. E, quando tornerai – perché tu sai che da me tornano sempre tutti e tu non farai eccezione – non so quale anima troverai ad accoglierti. Sono curiosa anche io di scoprirlo.

Ho chiuso un’altra porta, ho una nuova crepa nel cuore. Mi ripeto costantemente: «Passerà, passa tutto…» e lo credo davvero. Sono acciaccata, ma la mia Luce stavolta non mi ha abbandonata.  Devo dire che, alla fine, hai fatto un buon lavoro: ormai sono conscia del mio valore e non consento al giudizio e al comportamento altrui di offuscare la mia neoconosciuta autostima. Grazie, per avermelo fatto capire.

Continuo ad essere un vaso di coccio tra vasi di ferro, continuo a torturarmi per i comportamenti altrui, a piangere per ogni sciocchezza e a riderne un secondo dopo, continuo a tenermi per me dei «Mi manchi», perché vorrei sentirli, ma sono anche quella che chiude e sigilla porte senza guardarsi indietro.

Sai? Non mi vergogno più di essere così. Sono questa: qualche pregio, innumerevoli difetti, ma mi sento PULITA. Non mi interessa più il «Ma come si fa?» Mi interessa solo che, ogni volta che mi guardo allo specchio, mi sorrido pensando: «Per fortuna io non sono così…»

Ciò che ho scritto mi ha fatto stare meglio, quindi è giusto pubblicarlo, come hai detto tu.

Con affetto andato a male e stima scaduta,

Non più Tua, non più avvelenata e rinata, Barbie Bastarda.

«…Non permetterò più a nessuno di farmi sentire sbagliata…»

  

«…parlavano di stile, di impegno e di valori,ma non appena hai smesso di essere utile per loro eran già lontani, la lingua avvicinata a un altro culo. E allora avanti un altro, almeno chiedi scusa del disturbo…»

Ligabue

 

«Ho messo campanelli alle porte
caso mai dovessi tornare mentre dormo.
Ho messo campanelli alle finestre
caso mai da lì tu dovessi entrare
– potrei non accorgermene.
Ho messo tagliole negli angoli
nel caso tu volessi tornare
ma con cattive intenzioni,
nel caso tu volessi dirmi
che non è più tempo di sogni.
Ho messo tagliole,
e campanelli su tutte le porte… »

D. D’Angelo.

 A Katya, Tony, Marianna, Marty, Manu, Lidia, Cristina, Dalila e Giovanni.

Noi sì che siamo “La grande Famiggghia”…