09.07.2016 – AAA: APPARENZA, APPARECCHI TELEFONICI E ACIDITÀ.

Uno dei mali del nostro tempo risiede nel fermare il nostro giudizio all’apparenza. Ancora peggio, quando qualcuno è convinto che ciò che pensa sia l’assoluta realtà, senza beneficio del dubbio e senza basi concrete sulle quali formare il proprio giudizio.

Questo ho pensato, durante quella che doveva essere una innocua spedizione fine solo a comprare il cellulare nuovo.

Ma andiamo con ordine.

All’epoca, lavoravo anche di sabato e questo fatto, oltre a rendermi perennemente stanca e stressata, riduceva al minimo il tempo che potevo dedicare a me stessa.

Sabato nove luglio 2016 avevo deciso che avrei sfruttato la pausa pranzo per le mie commissioni, tra le quali, quella di cui sopra.

Inoltre, dopo un mese di silente preoccupazione, mi ero decisa a fare un controllo che l’avrebbe placata o concretizzata.

Se esiste un termine contrario di “ipocondriaco”, io lo incarno alla perfezione. Se si palesa un minimo problema di salute lo liquido con un «Come è arrivato, così se ne andrà» e non me ne occupo più.

(e il bello è che rompo le scatole a tutto il resto del mondo con la prevenzione, ma – vabbè – questa è un’altra storia…)

Quindi, potete immaginare quale fosse il mio stato d’animo e i miei pensieri visto che, alla fine, avevo preso  in seria considerazione la possibilità che avessi un problema serio.

Trascorsi oltre trenta giorni in cui non solo non passava, ma peggiorava pure, avevo finalmente prenotato un esame diagnostico che avrebbe potuto cambiare il corso della mia vita.

Potete capire quel che mi passava per la testa.

Ero andata sola, senza dire nulla a nessuno, e avevo deciso che – qualunque fosse stato il risultato – poi sarei andata a comperarmi il telefono nuovo. Perché me lo meritavo.

E così ho fatto.

Non sono una fanatica della tecnologia, ma ci tengo a comperare prodotti di qualità, perciò avevo già dato un’occhiata online e avevo le idee abbastanza chiare sui modelli da prendere in considerazione e, sicuramente, la marca.

Sono andata dritta verso l’espositore degli smartphone per vederli da vicino.

Un nanosecondo e mi si è affiancata una sorridente venditrice “monomarca”, brandizzata dalla testa ai piedi, che voleva decantarmi le meraviglie dei loro telefoni.

Sebbene non promuovesse la compagnia che avevo scelto, l’ho lasciata parlare.

Pure loro stanno qui per lavorare, la ascolterò. Non mi costa nulla.

Ha iniziato enunciando i pixel delle fotocamere, come se fossero la discriminante fondamentale.

Quindi, mi ha scansionata dalla testa ai piedi, per poi apostrofarmi con un:

«Tanto tu che ci dovrai fare col cellulare? Lo userai giusto per Whatsapp, Facebook e per farti le foto…»

D’istinto, ho alzato il sopracciglio sinistro e mi sono passata la lingua sulle labbra, come una fiera che si prepara a pregustare il proprio pasto.

Alle 14.45 di sabato 9 luglio 2016 ho avuto la conferma che la gente si basa sull’apparenza, che se hai un aspetto curato sei per forza una sciacquetta e che gentilezza e cordialità vengono spesso scambiate per stupidità, con il tacito permesso di poter dire tutto.

La fiera iena che è in me ha disteso la schiena, portato i capelli dietro le orecchie e continuato a mordersi le labbra.

Quella che stava per fungere da pasto ha aperto la fotocamera e ci ha inquadrate, per mostrarmi l’alta definizione e la possibilità di modifica delle pic. L’ho fermata con la mano e mi stupisco molto di come non l’abbia colpita al volto.

«Ehm… Mi dispiace tanto deluderti, ma non passo la vita a farmi le foto e non mi interessa farlo. Perciò, se la tua illustrazione concerne esclusivamente quanto questo telefono sia performante dal punto di vista fotografico, non mi conquisterai mai. L’unico motivo per cui ti ho lasciata parlare, è perché ho visto – da sola dalla scheda tecnica – che questo smartphone ha 2 Gb di RAM, 16 di memoria interna e memoria espandibile,  ed era quello che mi interessava. Tu non ne hai fatto minima menzione, ma – sai – io sì, perché noi ochette usiamo gli occhi mascarati non solo per specchiarci, ma anche per guardare ciò che ci preme.

In merito al fatto che la gente col telefono ci lavori, ti dirò che io di lavori ne faccio due e, per diletto, mi piace scrivere. Quindi, questo vuol dire che, non solo uso quasi tutte le app che un apparecchio possiede e che forse – benché sia il tuo di lavoro – tu non hai nemmeno mai visto, ma anche che ho a che fare, quotidianamente, con una quantità di persone, mail, problemi, cazzi e mazzi, che non puoi proprio immaginare! In più, quando mi avanza tempo, mi piace divertirmi e quindi, sì, uso pure WhatsApp e Facebook e aggiungici altre centinaia di persone e gruppi e situazioni e cazzi e mazzi per diletto. Ti ho lasciata parlare perché ho sempre rispetto di chi lavora, ma tu non sembri averne per chi potrebbe regalarti una percentuale. Forse ti risulto un pochino esagerata e inacidita, ma se ti raccontassi quel che ho passato nell’ultimo mese, forse ti metteresti a piangere insieme a me, ammesso che la tua tracotante supponenza possa concedertelo. Comunque questa marca non l’avrei mai comprata, perché fa schifo. E tu di certo non aiuti a incrementare le vendite. Buon lavoro» .

Forse dovrei rallegrarmi che il mio aspetto non tradisca mai i miei profondi turbamenti interiori.

Sogno un mondo in cui tutti sappiano guardare oltre le apparenze e le maschere.

In cui si riesca a cogliere l’intima essenza delle persone, le paure, il carattere, le intenzioni, al netto delle difese.

Ma, forse, è meglio di no. Non avremmo più la possibilità di nasconderci.

Di scegliere a chi destinare la parte più intima di noi, quel posticino riservato a pochi, con le mura rivestite di empatia.

Forse è meglio così. Ci aiuta a riconoscere i superficiali. A distinguere quelli veramente interessati.

Comunque state tranquilli tutti, so a cosa state pensando e so che siete preoccupati.

Non dovete. Non siate in apprensione.

I selfie col nuovo telefono vengono benissimo.

Allego prova fotografica . 😉

 

FROM RED SEA WITH LOVE

Qualcuno diceva che “Nessun uomo è un’isola”, qualcun altro che è molto dura affrontare un viaggio in barca, poiché non se ne può scappare, e la convivenza potrebbe diventare insopportabile.

Ho cercato di esperire la veridicità di entrambe queste affermazioni…

La mia spiccata necessità di fuga e il mio onnipresente senso di costrizione sono stati sottoposti a dura prova, per la mancanza di vie di evasione.

Per poi scoprire che, volendo, si riesce a scappare anche in uno spazio delimitato… Ma ne avevo ancora voglia?

Perché io, al contrario, mi sono sempre considerata un’isola: sola, solitaria, scissa dal resto, strana, selvaggia, silenziosa e, per molti versi, inesplorata.

Non sarei dovuta neanche essere lì…

Ho una fobia per i progetti a lungo termine che mi aveva portato – come sempre – a non avere un piano ben definito su dove trascorrere i giorni di ferie.

Non riesco a prenotare a gennaio una vacanza da fare ad agosto. Non ce la faccio proprio, e non l’avevo fatto.

Quando mi sono finalmente decisa, non c’era posto, non era possibile. Ovviamente.

«Se qualcuno rinuncia, ti chiamo»

Sì, come no. E quando capita? A me, poi? Figuriamoci!

Invece quella chiamata è arrivata e, con essa, la mia crociera neanche lontanamente preventivata. Qualcuno aveva rinunciato.

…BB, c’è posto per te!

Quindi è vero che il destino, l’Universo o quel che volete, muovono le fila della nostra vita per riuscire a collocarci esattamente dove dovremmo essere, in un dato momento.

In un grandioso intreccio di esistenze dove, qualunque cosa ci accada, può avere ripercussioni dirette e indirette nelle vite altrui, che ne siamo consapevoli o no.

Che ne siamo coscienti o no.

Che lo vogliamo o no.

Come era successo a me.

Qualcuno non poteva partire e, perciò, io guadagnavo il mio posto.

E allora…

Metti una Barbie sul Mar Rosso.

Metti una lussuosa barca di 40 metri.

Metti una crociera alla scoperta dei fondali e della popolazione marina di tre isole incastonate nel meraviglioso Red Sea: Brothers, Daedalus ed Elphinstone.

Metti 20 Sub insieme.

Totalmente scollegati dal mondo, reale e virtuale. Lontani dalla terraferma e dalla comunicazione telefonica.

Isolati.

Esattamente come mi sentivo io in quei giorni: priva di legami, priva di fantasmi, di pensieri su personaggi impossibili. Libera, pulita, serena, come non mi capitava da tempo, forse mai.

E lontana…

In questo scenario si era stagliato un pensiero fisso verso un maschio sapiens. Prima appena percettibile, poi sempre più invadente.

“Signori, c’è una piccolissima attività cardiaca, questo cuore ancora funziona!”.

Nei giorni precedenti, c’era stata un leggero aumento del mio battito cardiaco, quel tanto che bastava per tranquillizzarmi sul funzionamento del mio cuoricino affaticato. Quel lieve pensiero che mi occupava la mente, tanto da insinuarsi nella regolarità del mio ritmo circadiano.

Quel pizzico di euforia che mi faceva canticchiare durante la giornata su “Quello che potremmo fare io e te non l’ho mai detto a nessuno, però ne sono sicuro…” e farmi ritrovare a sorridere senza un motivo apparente.

Evento comune e insignificante per chiunque altro, entusiasmante per me.

Mi piace. Cavolo, questo mi piace.

Tutti i giudici (amici comuni, gente super partes, persone fermate a caso, per strada) chiamati a rapporto per deliberare sull’intricata questione, avevano sentenziato che, sì, anche lui manifestava interesse.

Quindi questo mi assolveva dall’auto-accusa di essere una fantasiosa ottimista e regista dei miei film mentali a sfondo romantico.

Eppure…

Il tizio in questione aveva notizie della mia esistenza già da parecchio. Ma sembrava non aver mai manifestato l’intenzione di approfondirla, né allora, né ora. E non importava che quello stesso destino ci avesse posto vicino più e più volte, che ci mangiassimo con gli occhi e stuzzicassimo non poco.

Lui ci dà le carte, ma poi ce le giochiamo noi, e io mi sono stancata dei solitari.

In tutti i sensi.

“… No, aspettate. Si è fermato tutto di nuovo. Questo cuore non batte più”.

Mi piace sognare, ma vorrei vivere quel che desidero. E l’incertezza è uno stato che evito accuratamente. Quindi se ho di fronte un qualcosa di indefinito, lo definisco io, nel modo che più mi fa stare meglio.

Anche le isole hanno bisogno di compagnia, ma concreta, reale, vera e non illusoria.

Il tutto era avvenuto senza drammi, senza ferite all’ego, senza lacrime versate, spirato così come si era generato.

Come… come un’abitudine.

Ora sembrava tutto così lontano…

Forse è stato l’isolamento terreno e psicologico, o forse il fatto che avessi davvero bisogno di una vacanza, dopo un anno estremamente duro, sotto molti aspetti. Un anno fatto di un ostracismo autoimposto, e poi difeso, preservato.

Una  settimana ha spazzato via questo e tutto il brutto dell’ultimo periodo.

Mi sembrano episodi accaduti secoli fa, quando è passato appena un mese.

Piccoli problemi di salute, risolti, che mi hanno lasciato solo i chili persi, per via di quelli. E poi “A Settembre ci penseremo…” Sì, settembre è lontano…

E l’ultima – in ordine di tempo – fregatura da parte di chi consideravo amico che aveva speso per me delle parole tanto orribili, da tenermi sveglia la notte a pensarvi. Un AMICO.

Mi ero detta che non importava, che ormai alla merda e alle fregature ero abituata, realizzando – un secondo dopo averlo pensato – che non va bene, non va bene per niente abituarsi a questo.

Non va bene neanche sentirsi dire:

«Tanto dovevi fare da sola, no? Come sempre. Senza farti aiutare…»

Senza essere capace di rispondere che, sì, è vero. Faccio da sola come sempre. Perché, anche se non mi piace, sono avvezza a prendermi cura di me stessa. A non appoggiarmi a nessuno, a non chiedere. Che poi tanto mi deludono e abbandonano tutti, visto? Allora meglio non rischiare. Non mi piace farlo, ma ho dovuto imparare, capite?

Ma tutto questo non va bene.

Mi sono sentita dire concetti che non credevo nemmeno di essere arrivata a pensare, dissertazioni elogiative dello status di eremita sociale, formulare un entusiasta panegirico della solitudine con una convinzione che non ritenevo di provare.

Davvero mi sto beando in questa esistenza solitaria, convincendomi che sia preferibile, più sicura, più felice, senza possibilità di incorrere in delusioni?

Davvero ho messo di scherzare sul concetto e sono diventata un’individualista convinta? Io??

Ma QUANDO è successo?

Quando ho lasciato vincere la paura, a discapito della mia socialità?

La PAURA, origine e motivazione di ogni azione umana. Pensateci, è così…

Sono dovuta andare su tre isole, per capire che non va bene considerami un’isola, in una moltitudine di umanità conosciuta o da scovare.

Non andava bene per niente.

Vorrei abituarmi ad altro, DEVO e pretendo di abituarmi ad altro.

Siamo tutti isole che si barcamenano tra la salvaguardia della propria individualità, il perseguimento del proprio benessere, e l’esigenza di condividere la vita con altri esseri viventi, altre isole, altre autonome entità.

Ci destreggiamo tra il desiderio e la paura di oltrepassare la salvifica zona di comfort che abbiamo delimitato coi nostri bei paletti, in perenne contrasto tra “Quel che temo che accada” e “Quel che vorrei accadesse”.

Scegliendo quasi sempre la strada più sicura dell’inerzia.

Che fatica, gente.

Interagire, capire, sopportare, supportare, giustificarsi, aiutarsi, amarsi.

Ne vale la pena?

La vale davvero.

Per cui, mi ero ritrovata a osservare le stelle prima totalmente in solitudine, poi in compagnia, infine in gruppo.

E ne sono stata felice.

A cantare e ballare in massa, e ridere, ridere, ridere…

Benedicendo quel destino, per avermi fatto essere lì, in quel momento.

Un’isola tra le isole, ma non più isolata.

A sentirmi dare un affettuoso bacio sulla guancia e al mio «Perché?» sentirmi rispondere: «Così!»

Grata e appagata da quell’affetto gratuito, o forse meritato.

Quei gesti di gentilezza riscoperta che mi sono stati riservati, mi rimandavano a un’altra frase a me cara:

“Mi hanno piantato dentro così tanti coltelli che quando mi regalano un fiore,

all’inizio non capisco neanche cos’è. Ci vuole tempo”.

Tempo ce ne vuole sul serio, perché un’isola impari – innanzitutto – a considerarsi almeno un arcipelago. Una parte di un qualcosa. Ci vuole tempo.

Mentre qualcuno continuava a ripetermi che non ne avevamo abbastanza. Invece io penso che tempo ce ne sia, ma lo impieghiamo molto male, e del significato vero di Carpe Diem ce ne ricordiamo solo quando c’è da sciorinare locuzioni latine per fare i fighi.

Non andava bene che io mi fossi disabituata alla gentilezza, ma è ottimo che sappia ancora riconoscerla quando c’è e apprezzarla ancora di più, poiché inusuale.

Ma tutte queste sono cose che non si possono dire, che è difficile ammettere, che è meglio che gli altri ci considerino isole, strane, solitarie, che bastano a se stesse. Fa mooolto più figo.

Fa parte delle maschere che indossiamo.

Oltre quelle per aiutarci a vedere sott’acqua che – come vi ho già detto – ingrandiscono gli oggetti e non ci permettono una visione reale di quello in cui siamo immersi, ci sono quelle che indossiamo per evitare che gli altri vedano come realmente siamo.

Calziamo mute per preservarci dal freddo, computer per salvaguardare la nostra salute, e quando ci spogliamo di questi, manteniamo su le nostre maschere per proteggere il nostro Io più profondo e corazze invisibili ma palpabili. Un rivestimento a guisa di una muta.

Come c’è chi preferisce restare nelle acque basse, più sicure e superficiali, così, c’è chi ama scendere in profondità, inabissarsi sempre più giù, al limite delle proprie capacità.

Accade esattamente lo stesso con le conoscenze: c’è chi si ferma all’involucro e decreta, e chi – invece – riesce a scoprire quel che si cela dietro l’apparenza, dietro le maschere.

Una delle maschere più famose di tutti – per antonomasia – è quella di Pulcinella. Pulcinella che scherza sempre, ma scherzando dice la verità. 

Un po’ perché è più semplice, un po’ perché è l’alibi vigliacco che possiamo usare quando si mette male. La scusa del “Guarda che scherzavo, hai frainteso”.

E io lo faccio Pulcinella e ne vedo pure tanti. Mediocri attori dell’ilarità, protezione buffa di una sostanza ben più seria.

Oppure, si può apprendere ad esempio che – spesso – l’arroganza è la copertura della profonda insicurezza, che si può manifestare con la spavalderia, con il cercare di mettere in cattiva luce gli altri, per risultare migliori.

La paura, ve l’ho detto, è il motore di ogni azione.

Io la mia insicurezza la proteggo attraverso silenzi e discrezione, che mi porta a balbettare se parlo di fronte a una platea nutrita. Dove, per essere imbarazzante, mi basta che sia composta da circa tre persone.

Ma questo può essere percepito come una che “Non prende mai posizione” cito testualmente.

Ho sorriso.

Tu non sai chi sono io.

Ho sorriso di nuovo.

Perché poi c’è pure il perenne sorriso-spot, accompagnato dal “Va tutto bene!” che basta agli sguardi effimeri, per credere che sia davvero così. Ma sotto, chissà cosa cela…

Penso a chi, anni fa, mi aveva detto che con il mio sorriso (reale o sforzato che fosse) avevo il mondo ai miei piedi e io quel sorriso in giro per il mondo ce l’ho portato, non potendo fare a meno di notare, ogni volta, come la Me Vacanziera venisse più apprezzata della Me Quotidiana.

«Perché, quando viaggi, sei più rilassata» mi aveva detto una volta qualcuno.

Non credo c’entri questo.

Credo, piuttosto, che c’entrino gli squali

La memoria collettiva comune, formatasi coi film, ci ha sempre fatto pensare che gli squali siano creature pericolose, benché non avessimo mai avuto modo di verificarlo personalmente.

È un po’ come quando qualcuno ci parla di tizio/a che non conosciamo, e di quanto sia stronzo/a.

Il nostro giudizio è vergine di esperienza diretta, influenzabile. Con noi non lo è stato, ma automaticamente ai nostri occhi diventa stronzo per osmosi.

Poi, magari, ti ritrovi personalmente a parlarci con tizio/a e tutta questa stronzaggine non la percepisci, capendo quanto sia importante formarsi una propria opinione su fatti e persone e non “per sentito dire”, di quanto sia indispensabile ragionare con la propria testa e il proprio cuore, sempre e in ogni situazione.

In quanto agli squali, sono loro quelli con più timore: ne mandano uno in avanscoperta a controllare la situazione, se è tranquilla, il branco lo segue e si fanno la passeggiatina.

Io ho immaginato la scena più o meno così:

«Tutto a posto rega’. Ci sono i soliti quattro sub che si sono alzati alle cinque per venirci a vedere. Dài, famoli contenti e facciamogli ‘sta passerella!»

E così hanno fatto. Più volte. Si sono lasciati scrutare da noi che li abbiamo osservati con timore reverenziale e ossequioso di cotanta maestosità.

Forse se non avessero fatto film sanguinolenti che li vedevano protagonisti, ci saremmo tutti avvicinati di più, e avremmo raccontato di quanto siano coccolosi i re del mare.

Coi pesci pagliaccio avviene il contrario. Perché i pesci pagliaccio sono tanto piccoli e teneri d’aspetto, quanto bulli dentro. Si sentono grandi, forti e arroganti a dispetto della loro esigua mole.

Da grande voglio diventare un pesce pagliaccio e sentirmi coraggiosa e prepotente sempre, alla faccia di tutto e tutti.

Forse se non avessimo una memoria interna che registra e ci ricorda del dolore, vivremmo con più leggerezza.

Come quando nessuno ti conosce.

Perché magari in giro per il mondo, nessuno sa chi sono: non ci sono pregiudizi, non ho un passato, un presente ingombrante, una testa molto pensante ben nota ai più e che può incutere soggezione, come mi viene spesso detto.

Magari risiede in questo la differenza.

O magari, basta solo incontrare chi con uno sguardo e una chiacchierata riesce a capirti. Riesce a vederti dentro.

Capita.

Perché c’è speranza, Signori.

C’è sempre speranza.

Mentre tu sei lì a chiederti dove e se sbagli, a cercare di capire cosa tu trasmetta o no e se ti corrisponda, se il percepito sia abbastanza simile alla tua intima essenza, o ci siano degli errori di comunicazioni da correggere.

Mentre vorresti solo spiegare chi sei e fare domande, qualcuno in un attimo ti coglie appieno. Con due parole.

Qualcun altro, in un inglese sgangherato mi dice che io ero “kindly” e “respect”.

E poi c’è stato anche chi, non conoscendo nemmeno il mio nome, ha cercato il profilo Facebook di un mio amico, ha passato pazientemente in rassegna tutte le foto profilo dei sui contatti per scovarmi. E infine c’è riuscito.

Non so bene perché io abbia meritato una tale dedizione, ma mi ha ricordato l’ovvietà del “Chi vuole davvero trovarti, fa di tutto”. TUTTO.

Quindi, come potevo ancora incaponirmi col maschio sapiens che possedeva pure il mio numero di telefono, ma che non utilizzava? Non potevo proprio!

Le isole, effettivamente, sanno bastare a se stesse. Perciò si scelgono la compagnia.

Mentre scrivevo la bozza di questo articolo il mio telefono ha scelto dal lettore “Someone like you” come l’anno scorso, quando l’avevo cantata con due amiche ed era stato decisamente più divertente.

Stavolta, me l’ero cavata anche da sola, ma loro mi erano mancate.

Dormendo con un donnone ungherese che parlava solo francese e che aveva fatto della nudità il suo pigiama. Sicché quando di notte rientravo o mi giravo, mi ritrovavo in faccia il suo nobile deretano desnudo.  Che culo! (appunto)

Ma me la sono cavata, me la cavo sempre.

Ora sto cercando di imparare a cavarmela non più da sola, non bastando a me stessa.

Disabituandomi alle aspettative negative, ai paletti, al salvifico egoriferitismo nel quale ci rifugiamo.

Magari imparo davvero.

Quel che ho appreso è che non c’è bisogno di spiegarsi, non serve presentarsi. La volontà è un motore ben più potente della paura e più efficace, più immediato, con meno sforzi.

C’è speranza Signori.

C’è sempre speranza.

Dietro le maschere, dietro i pagliacci, i pregiudizi, la paura, dietro i “sentito dire”, dietro i difetti o i gusti differenti, c’è ancora chi intravede qualcosa in noi che valga la pena di scoprire.

Ci vuole tempo, ci vuole pazienza, ma accade.

Certe isole vanno scoperte. Il mondo che conosciamo sarebbe diverso se qualcuno non avesse avuto l’ardire e il coraggio di oltrepassare i confini della Terra conosciuta, per vedere cosa celassero.

Ci vuole coraggio per interagire, capire, sopportare, supportare, giustificarsi, aiutarsi, amarsi, conoscersi.

Ma ne vale la pena.

Perché, sapete, le isole hanno creato piattaforme per far atterrare gli aerei; levigato la costa per far attraccare le navi; smussato la spiaggia per accogliere i bagnanti. Messo in funzione il faro per farsi trovare. Abbassato le mura di protezione che le cingono per la piena interezza per far entrare qualcuno. Installato un telefono per farsi rintracciare.

Quindi, volendo, le isole sono raggiungibili: con il telefono, con la barca, con l’aereo, perfino a nuoto. Volendo.

VOLENDO.

 

 “Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, la Terra ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te”.

John Donne

 

Ai miei compagni di questo viaggio,

alle picchiate a cinquanta metri,

le canzoni cantate, le tante risate e i balletti.

Grazie 😉

 

 

NdBB: Stavolta, non solo non ho portato con me nemmeno un paio di scarpe col tacco (neanche uno per compagnia!!) ma sono stata anche scalza per una settimana intera. Le cose cambiano, le persone pure.

 

 

“Vieni a giocare con me”, le propose il piccolo principe, sono così triste…”

“Non posso giocare con te”, disse la volpe, “non sono addomestica”.

“Ah! scusa”, fece il piccolo principe.

Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:

“Che cosa vuol dire <addomesticare>?”

[…]

“È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire <creare dei legami>…”

“Creare dei legami?”

“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”.

[…]

E quando l’ora della partenza fu vicina:

“Ah!” disse la volpe, “… piangerò”.

“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”

“È vero”, disse la volpe.

“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.

“È certo”, disse la volpe.

“Ma allora che ci guadagni?”

“Ci guadagno”, disse la volpe.

[…]

“Addio”, disse.

“Addio”, disse la volpe.

“Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.

“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.

“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.

“È il tempo che ho perduto per la mia rosa…” sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.

“Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare.

Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”

“Io sono responsabile della mia rosa…” ripeté il piccolo principe per ricordarselo.

Il Piccolo Principe

Antoine de Saint-Exupéry

 

Se volete scoprire le meraviglie del Mar Rosso, vi consiglio http://cassiopeiasafari.com/

LA LEGGENDA DE “LA DONNA CHE NON DEVE CHIEDERE MAI”

«Perché tu sembri “La donna che non deve chiedere mai”, allora forse la gente crede che tu non abbia sentimenti, che non ti tocchi nulla. Ma non è così. Non è per niente così…»
Questo mi ha detto, LUI che mi conosce così bene e che bene me ne vuole davvero, puro e disinteressato.
La sua affermazione, una risposta a un mio sfogo di un attimo prima:
«Non capisco perché sia così facile che qualcuno mi tratti di merda. Quanto ci rimango male… Perché ci rimango tanto male?»
La frase che ho pronunciato, questa candida ammissione, quasi una debolezza di cui vergognarsi, e le lacrime che l’hanno incorniciata – in effetti – non rientrano nei miei comportamenti abituali.
Sì, forse da donna che deve chiedere mai.
Però, permettetemi di dire due paroline su questo tipo di donne, che sicuramente conoscete, additate e vi affrettate a etichettare.
I sentimenti li abbiamo e, anzi, ne coltiviamo di molto profondi.
Non ci sentirete mai chiamare chicchessia “Amore”, “Tesoro” o regalare dei leggeri “Ti voglio bene”. No.
Se e quando li diciamo, sono particolarmente sentiti, veri, poiché ne facciamo un uso molto parco.
Non sfruttiamo le lacrime come “ricatto” emotivo. Ma ne versiamo in gran quantità, in solitudine.
Quindi, sì, apparentemente sembra che tutto ci scivoli addosso, che non ci colpisca nulla, che non cadiamo mai.
Non significa che non ci accorgiamo di ogni piccolezza e che non ne soffriamo: siamo solo più brave a camuffarlo. Con un dolore silente, trincerato dietro a un bel sorriso e a un rossetto troppo figo.
Io persone prive di scrupoli e sentimenti ne ho conosciute e non credo si siano mai soffermate a interrogarsi sul male reciproco che ci facciamo – volontario o meno – a chiedersi se abbiano commesso sbagli, a porsi milioni di domande per cercare di comprendere, a giustificare – fin troppo – per poi serrare la porta con sofferenza.
Mi fa sorridere di un sorriso bagnato che più di qualcuno possa pensare che questa apparente forza, sia sinonimo di insensibilità, quando è meramente questo: apparenza.
Difesa, salvaguardia, pudore dei propri sentimenti e delle proprie debolezze.
Pensateci.
Se qualche donna che non deve chiedere mai – questa insensibile, inumana e superba stronza priva di sentimenti – ha cambiato il proprio atteggiamento nei vostri confronti, iniziate a sospettare che di sentimenti, verso di voi, ne aveva dispiegati a profusione.
Ma voi – magari – siete stati troppo supponenti e negligenti per accorgervene.
Perché i sentimenti, come le presenze, noi crediamo che vadano apprezzati, coltivati e meritati.
Non si riservano a chiunque, e sprecarli ci dispiace e ci crea una muta sofferenza e delusione, nascoste dietro un algido atteggiamento.
Scusate, ma noi insensibili stronze siamo così.
Così troppo piene di cuore.

“Tanto più resistente è la corazza,

tanto più fragile è l’anima che la indossa”

Cit.

#ESCILE, BB!

Stamattina ho fatto un patto con una mia amica che, sostanzialmente, sancisce il nostro impegno reciproco a postare più selfie. Ma non selfie normali, selfie porchi, ammiccanti e con parecchie nuditàbb-escile-ed

Perché – abbiamo considerato – le retrogade siamo noi, siamo troppo indietro ed eccessivamente pudiche e riservate.
D’altronde, lo sappiamo che se non passa attraverso i social, non è vero niente! E che la latenza di autostima si cura a suon di like, e più ne hai, più sei felice.
Finora ho sbagliato tutto. Non solo non ho un’autostima così elevata, che mi consenta di sentirmi sì figa da fotografarmi in tutti i luoghi, in tutti i laghi, e condividerlo col resto del mondo; c’è anche una questione meramente pratica che ha sempre bloccato le mie aspirazioni da starletta del web: ma perché, mentre mi sto divertendo, o lavorando, o nonfareuncazzando, devo preoccuparmi di documentarlo al mondo virtuale?
Ché non è vero che è meglio vivere che postare, ma si vive per postare. È giusto così!
Non c’ho capito niente. Quindi, da oggi in poi, si cambia.
Ho, finalmente, pure un cellulare nuovo che potrà aiutarmi nell’impresa, poiché possiede – di default – filtri e funzioni di modifica degli scatti. Sono una cretina a non averli usati finora, adducendo la scusa che poi nemmeno mi riconosco nelle foto. (esattamente come non riconosco la gente per strada, che sono abituata a vedere nelle foto sui social…)

Che demente! Che principiante!
Da oggi in poi, si cambia!
Via a scatti succinti, tette in mostra, con geolocalizzazione completa – mi trovo qui qui, qui… -.
Corredati da frasi altamente poetiche e non importa se scopiazzate da canzoni, citando fonti errate, senza preoccuparsi di verificarle, non importa, l’importante è apparire! Poi, seriamente, ma chi lo legge quello che scrivi?? Le tette so’ tette! Aho!
Che, hai visto, la gente impazzisce solo a vedere un lembo di pelle, quindi immagina che successone!!

Epperò poi sei troia, ennò, sei ammirata, eddachi, da quattro smanettoni affamati?! Eccchettefrega, purché se ne parli! Ah, ok…
Devo pure iniziare ad accettare le richieste di amicizia, TUTTE, perché, si sa, più contatti hai, più like ricevi, più la vita migliora.
Poi devo decidermi a imparare ad usare Instagram, visto che ce l’ho da ben quattro anni e ancora non ci ho capito una beata. Così avrò un pubblico ancora più ampio.
Quindi, da oggi in poi, aspettatevi da parte mia, sette/otto selfini al giorno, così. Tanto per cominciare. Aspettatevi che le esca, e che faccia le foto in bagno e in ascensore, che fa tanto glamour. Aspettatevi pose compitissime nel letto, lasciando sottintendere quel che ho appena fatto. Aspettatevi un bel po’ di coscia scoperta e posizioni da zocc… ehm… provocanti! Sì, ammiccanti e vogliose!
Da parte vostra, ovviamente, mi aspetto una generosa risposta a base di polliciate di apprezzamento che mi istighi a continuare e che nutra la mia insicurezza cronica. Grazie.
È deciso.
Da oggi in poi, farò così.
…Va be’, dai, forse comincio domani… 😉

(PS: ce l’avevo sulla punta delle dita da qualche giorno, ho evitato, ma non riesco a trattenermi: dopo aver visto fare fotografie ad un funerale, ho definitivamente perso stima e speranze nell’umano essere. Riprendetevi. Ma riprendetevi sul serio. La privacy, la bellezza dell’intimità e, magari, pure un po’ di buon senso…)

THE DAY AFTER: LO CHIAMAVANO “EL TIGRE”

I day after sono tutti diversi e, chiaramente, variano a seconda della serata che hai trascorso. Ci sono day after che ti regalano un gran mal di testa e senso di vomito; quelli che ti donano malumore e paranoie; quelli che ti lasciano un bel senso di appagamento e pace.

Oggi, è un day after che mi offre un gran sorriso, una bella sensazione, la consapevolezza di avere intorno gente niente male, un perizoma con un buco sul davanti (che perizoma è se non ha un’apertura sul davanti?) e svariati video che hanno come protagonista un tizio che si fa chiamare “El Tigre”.

Bella storia.

Quella che doveva essere una tranquilla uscita tra amiche, ad ascoltare musica dal vivo, ha riservato non poche sorprese.

Innanzitutto ho appreso dell’esistenza dei distributori automatici di perizomi e, niente, la mia vita è cambiata.

Pensandoci bene, sono utilissimi.Barbie Bastarda perizoma d

Se, improvvisamente, ti rendi conto di aver “svoltato” la serata, concupendo un grazioso ometto col quale spassarsela, ma ti ricordi di avere su dei mutandoni che manco Bridget Jones, per solo un euro risolvi il problema e ti trasformi in Sex Bomb.

Dopo questa (forse) ho visto tutto. Chissà se ti tramutano anche le chiappe…

Comunque per divertimento, ne abbiamo preso uno ciascuna e ho notato con immenso stupore che il distributore era quasi vuoto, segno che l’articolo va e non poco. L’inventore è davvero un genio.

La sorte me ne ha riservato uno davvero fine ed elegante, che Victoria’s Secret e Yamamay se lo sognano.

Potete mirarlo nelle foto.

Barbie Bastarda perizomaNotare la pregevole fattura orgogliosamente China, i fiorellini vedo-non vedo, la raffinata rifinitura argentea e, ovviamente, il delizioso buco sul davanti. Forse una presa d’aria in prospettiva dell’estate o, banalmente, per agevolare l’ingresso. Un pochetto fuori obiettivo, per essere pignoli.

È stato proprio mentre traccheggiavamo coi nostri signorili trofei che ci si è avvicinato nientemeno che “El Tigre”.

Poteva essere semplicemente l’ennesimo (e il terzo della sera) che attaccava bottone, il classico non-figo e non-simpatico che liquidi in un attimo, con cortesia, ma giusto per togliere dubbi che non la vedrà mai. Neanche dopo sei birre, neanche se siamo attrezzate per un’attività porchesca.

Poteva chiudersi lì, lo avremmo salutato col sorriso e proseguito la nostra bisboccia. Senza ridergli dietro e fargli video.

Ma certa gente vuole davvero strafare.

Certa gente sente la necessità di mettersi in ridicolo e farsi sfottere.

Perché quando uno ti si presenta dicendo: «Ma non mi avete riconosciuto? Non sapete con chi state parlando?»

Con tale presunzione, manco fosse Bono (né di nome, né di fatto), si ha il dovere civico di prenderlo per il culo. Semplice.

A me hanno iniziato a brillare gli occhi perché già pregustavo il divertimento che sarebbe scaturito dal protratto perculamento.

Pure tu non hai idea di chi avessi di fronte, mio caro Miciotto VIP.

E allora glielo abbiamo detto che sì, forse, mi ricordo, mi pareva, te lo stavo proprio dicendo, oh ma che culo che abbiamo, ma perché esattamente – di grazia – saresti famoso? Perché scusaci siamo rinco ma, al momento, non ci ricordiamo. Però sì, oh, hai proprio una faccia conosciuta. Uh, sul serio.

La sua popolarità pare derivi da pregevoli comparsate a programmi televisivi, presenza fissa in web radio popolarissime, video su youtube che te prego fermate, non sai le visualizzazioni, non dimenticando di millantare anche partecipazioni a film che, però – guarda caso – non sono ancora (o mai) usciti.

Lo chiamavano El Tigre.

Chi cazzo sei se non conosci El Tigre??

Giuro che la domanda che ha assillato la mia mente per tutto il day after è stata: Ma come cazzo ho fatto a non buttarmi a terra dal ridere?? Come sono riuscita a resistere?? Io?? Che rido per tutto? Figuriamoci per un tale esemplare e tali esternazioni??

Non lo so!

Forse era troppo più divertente incalzarlo, fargli domande, incoraggiare quell’attrazione che provava per una delle mie amiche (che ora, ovviamente, non mi rivolge più parola. Fuori un’altra…).

E giuro che, ogni volta che lo lasciavamo andare, tornava a cercarci. Capite perché dico che certa gente ha bisogno di soffrire?

A guastare giusto un po’ il divertimento, un commento da parte di una delle mie amiche:

«Poverino!»

Non a caso, il compatimento proveniva dalla più giovane di noi. Ancora tollerante, ancora indulgente, perché – invece – quando sei un po’ più grandicella, perdi un pochino questa umanità, in luogo di considerazioni egoistiche del tipo:

poverino de che? Poverina io che devo trovarmi davanti tutti ‘sti coglioni!

In effetti…

Ma, quando stavo sull’orlo del sentimento in colpa, la Tigre del Fleming, ha iniziato a prodursi in una danza sensuale con movimento sexy di anca-bacino-bacino-anca, dedicato alla mia amica che, devo dire, abbiamo invidiato parecchio. Ma parecchio proprio.

A quel punto, ho tirato fuori la fotocamera. Il “Povero” felino non ha avuto neanche la modestia di fare finta di non accorgersene, anzi, fomentatissimo, ha dapprima seviziato e posseduto un tavolo col suo ampio pube, per poi elargire scivolate a profusione, ballo stile “Pulp Fiction”, dito in alto da Stayn’Alive – Ah ah ah -, il tutto condito con sguardi arrapao che te prego legame(te).

Ho esaurito la scheda della memoria, ma ne è valsa la pena.

Quando pensavo che fosse abbastanza, El Tigre ha pensato bene di rincarare la dose: una volta si lasciava il numero di telefono, in seguito il contatto Facebook, ora si lascia nientemeno che l’url del video di YouTube col quale, pare, sei diventato qualcuno.

A quel punto potevo, e dovevo, andarmene a casa.

Alla fine, però, ho imparato da “El Tigre”, e da tanti prima di lui, quanto sia fondamentale nella vita crederci.

Perché, in effetti, se tu per primo non credi in te stesso, come potrebbero farlo gli altri? C’è chi in questo esagera e chi, invece, ha tutto da imparare.

Perciò credo che, da oggi in poi, cercherò anche io di trasformarmi nella Donna Tigre. Col mio bel costumino perizoma forato, taglia anoressia, tanto che il buco diventerà una “O” talmente grande che sembrerà un’espressione di stupore della patonza.

SuperBB, la nostra eroina, mai si fermerà, lotterà con furore, combatterà i mali della società e, se proprio non ci riesce, si limiterà a riderci su.

Come nel succitato caso del famosissimo El Tigre.

“Misteriosa la sua identità, è un segreto che nessuno sa, chi nasconde quella maschera Tigre. Tiger Man”.

Che come citazione, ci stava tutta.

 

PS: la seconda domanda che mi sono posta per tutto il giorno è stata: ma perché ‘sta gente sempre davanti a me???

 

LA PRIMA LEGGE DELLO SHOPPING

La “Prima Legge dello Shopping” enuncia che se ti piace un capo tanto, tanto, tanto, questo, non solo sarà l’unico, ma sarà anche di una taglia minuscolerrima.

Conscia di tutto ciò, quando ho trovato la giacca che cercavo, come la volevo, del colore che bramavo e scontata del 50%, ero abbastanza certa che non mi sarebbe mai entrata.

Infatti, l’etichetta annunciava con malignità: 38.

Eccchecccazzo!

Potevo sopportare di leggere un 42, ma la 38, no! La 38 non è una taglia da femmine sapiens! La 38 non è una taglia per femmine che mangiano!

Ho iniziato ad imprecare mentalmente e mi sono ripromessa di digiunare per i prossimi sei anni, per cercare di entrarci.

La solerte commessa che – evidentemente – aveva letto sulla mia faccia tutto il mio leggerissimo disappunto, mi si è affiancata come un diavolo tentatore e mi ha sussurrato sorridendo:

«Sono taglie europee…»barbie bastarda shopping

«Ah…» ho replicato io un po’ disorientata.

Era una bella notizia, perché le taglie europee non corrispondono alle nostre, ma, mediante un’equazione algebrica di primo grado della scala Cavalli, calcolando il seno delle grandezza, ovviamente, delle tette e dividendo per le calorie che hai ingerito nelle ultime ventiquattrore, ottieni la conversione nella nostra taglia.

E, mentre le Vocine nella mia testa cercavano di fare i conti per scoprire il valore di quella cifra, in termini comprensibili a noantri, confuse dal miraggio che, forse, una prima delusione stava per tramutarsi in un’immensa e mai auspicabile botta di culo, l’efficientissima commessa, dopo avermi scansionata, mi ha suggerito:

«…quindi è una 44. È proprio la tua taglia!»

«Ah… Ah! Aaahhh!!! Allora me la posso provare!! Allora mi entraaa!!» Ho iniziato a gridare.

«Certo, certo…» mi esortava lei. Con un risolino beffardo che, solo dopo, sono riuscita a decifrare.

Che gran culo! E non parlo solo del mio.

Concedendomi risate di libidine, ho iniziato ad infilare le braccia, aiutata dalla gentile fanciulla. Spalla un po’ strettina, ma va be’. È più figa stretta, poi se è troppo larga perde la forma, lo sanno tutti! (ma quante stronzate ci raccontiamo?)

Ho preso i due lembi della chiusura cercando di ricongiungerli ed eccola lì! La stranezza!

Corollario alla Prima Legge dello Shopping: i capi che ci piacciono, tendenzialmente offrono dei discreti elementi di stranezza che ce li fanno amare (e odiare) ancora di più. In questo caso, questa graziosa giacca possedeva una chiusura sbieca. Ovvio. Dritta era troppo semplice, dritta si sarebbe chiusa con eccessiva destrezza. No, no, a noi ce piace complicarci la vita.

Con mooolta fatica, sono riuscita a chiuderla e ho iniziato a maledire la pizza ingurgitata, con soddisfazione, la sera prima, la birra che la accompagnava e uno, ad uno, ogni centimetro della mia pelle imbottita, troppo abbondante.

È stretta! Mi va stretta! Porca pupazza lurida! Sono una culona! Una culona, panzona, fiancona, tettona!

La 44 è la mia taglia da decenni, ora l’ho persa di nuovo?? Ma non mi pare di essere ingrassata, anzi!! Stasera vado a correre! Da domai mi metto a frutta e liquidi! Però questa giacca la devo avere! Per forza! E poi comunque si chiude! E – come dico sempre – finché si chiude, va strabene! Se si chiude, si compra! Anche se non respiri!!

Deve essere mia. E anche lei, avrebbe fatto parte della favolosa collezione, che tutte noi possediamo, chiamata “Capi che acquistiamo sperando che un giorno ci vadano perfino larghi”. Noi donne siamo delle inguaribili ottimiste.

Ero così felice stringendo la mia bustina contenente un sogno realizzato! E fanculo se non avrei respirato e fatto la fame per indossarla, ne valeva la pena.

Appena varcata l’uscita del negozio e scorgendo la fanciulla che mi faceva “Ciao” con la manina, col medesimo ghigno godente, ho udito una delle Vocine nella mia testa:

«Certo che ti sei fatta fregare per bene… Tutti questi anni passati a fare compere non ti hanno insegnato niente?»

E lì, un barlume di lucidità ha fatto capolino nella me stessa strafatta di shopping.

«+4!! +4!! Ma come ho fatto a non ricordarmelo?? Eppure è semplice!!»

Eh sì, mie care, per ottenere la nostra taglia, da quella europea, basta aggiungere un “4”. Semplice.

Così la mia adorata giacca era, in realtà, una 42. Ed io avevo passato l’ultima mezzora ad insultare me stessa, senza motivo, anzi! Avrei dovuto elogiarmi!

Tutto per colpa di quella subdola lavoratrice sottopagata…

Tu, mia cara commessa, per il fatto di avermi raggirata così per bene ti sarai sentita mooolto soddisfatta. Sarai stata contenta di avermi fregata, chissà quanto hai riso, dopo, tacendo pur vedendo che stavo soffrendo, brutta stronza! Sarai stata entusiasta, immagino.

…Ma mai quanto me per essere entrata in una 42. Tié.

I PRELIMINARI DEI PRELIMINARI: FASE AFFOLLATA

«Come va col tipo?»

«Quale?»

«Ah giusto, con te bisogna specificare…»

Sghignazzo e trangugio il mio Campari, al nostro solito tavolo del bar, mentre i quattro occhi davanti a me, mi fissano tra il divertito e il preoccupato.

È vero, con me bisogna specificare di quale “tipo” si parli…

Circa una volta l’anno – se sono fortunata anche di più – arriva quella che io chiamo la “Fase Pallottoliere”, denominata così perché è un periodo in cui, per tenere il conto degli uomini che mi ronzano intorno, occorre un pallottoliere.Barbie Bastarda (22)

L’apice l’ho raggiunto – non lo scorderò mai – nella primavera/estate del 2013, avevo a che fare con più di una ventina di uomini contemporaneamente. Ora, devo precisare che “l’avere a che fare” non comprende necessariamente uno scambio di fluidi corporei, anzi, per niente! Significa solo che questi gentiluomini orbitano dalle mie parti mentre io cerco di capire chi e se mi interessa davvero.

È divertente perché, appunto, quando le amiche mi chiedono «Come va col tipo?» devono puntualizzare quale sia il maschio in questione.

In questo momento sono in una Fase Pallottoliere composita, in quanto – oltre ai normali casini –  si è aggiunta la ricomparsa un bel po’ di fantasmi che davvero non volevo rivedere. Definizione di “Fantasmi”: persone che hanno fatto parte, a vario titolo, tempo fa della mia vita, con le quali ho interrotto qualsiasi tipo di rapporto civile e incivile (e ci sarà un motivo… ) che proprio non ci tengo a ristabilire (e ci sarà un motivo!!).

C’è uno spettro che non mi abbandona mai, a fasi alterne, ma comunque riesce ad essere una presenza costante e fastidiosa nella mia vita. Quando esco dalla routine, quando tardo o anticipo quei cinque minuti, lo vedo! È come un’enorme congiunzione cosmica che mi dice: «Appena sgarri, ti punisco!» Però mi chiedo sempre per quale caspita di motivo quello frequenti i “miei luoghi”, decisamente fuori mano rispetto a lui. Sa che potrebbe incontrarmi, perché farlo?? Sarà un “caso”?! Comunque è un cafone! Oltre che – chiaramente – un immenso PDM (= Pezzo Di…).

Mi vergogno tanto di provare un tale (ri)sentimento, ma non posso farci niente. Credo sia una delle persone che detesto di più al mondo, solo perché non me la sento di assegnare il primato. Ma, se dovessi farlo, forse lui sarebbe sul gradino più alto del podio.

La colpa non è totalmente sua, io sono stata una cretina ad avergli dato fiducia, due volte. Ok, la prima ci poteva stare, ma la seconda no! Lui è stato bravissimo a illudermi che non era più lo stronzo che avevo conosciuto due anni prima. È stato bravo per mesi, capite? Ci sarebbe cascata chiunque, forse.

Non riesco a perdonarmi e non perdonerò mai lui. Una meschinità così gratuita non è condonabile. Quasi un accanimento e quel che ho subìto l’ultima volta, non lo auguro nemmeno alla mia peggior nemica. Probabilmente in un’altra vita gli ho fatto qualcosa di veramente grave e ora si è vendicato. In questa non voglio rivederlo mai più.

Ma continuo a imbattermi in lui, “per caso”, lui continua a fissarmi e proprio non lo sopporto.

La prima volta che ci eravamo rivisti, lui mi sorprese con un caloroso:

«Ciao!»

Io l’ho fulminato col mio sguardo da SCUSA-COME-CAZZO-TI-PERMETTI-DI-RIVOLGERMI-LA-PAROLA-BRUTTO-STRONZO?!

Da allora, si limita a guardarmi. Comunque, ogni qualvolta lo incrocio, mi manda di traverso la giornata e anche quelle successive e, sì, detesto anche questo. È un gran cafone, no? Ma perché mi fissa??

Qualche giorno fa ha raggiunto l’apice della sua cafonaggine:

l’ho visto nel negozio di fronte al mio, trastullare un passeggino, mentre la compagna (cessissima, ovviamente!) curiosava in giro.

Cafoneee!!!

Cafone per essersi presentato sul mio posto di lavoro, cafonissimo per essersi presentato sul mio posto di lavoro con donna e prole al seguito e, soprattutto, ipercafone per aver procreato, sul serio! L’ultima cosa al mondo che l’umanità necessitasse, era che lui perpetuasse i sui geni! Era troppo! Fanculo al ti-ignoro-non-ti-ho-proprio-visto, dovevo dirgli che era davvero un megasupercafone!! Per tutti i motivi di cui sopra.

Mi sono avventata verso di lui come una furia, pronta a riversargli tutto l’astio accumulato, felice di sfogare finalmente la mia ira e, quando si è voltato a guardarmi – o, meglio, a guardare una pazza furiosa con la bocca aperta dalla quale stava per uscire un «TU! TU SEI UN…» – ho visto che lui… non era lui!!!

Cazzo di miopia! Cazzo di allucinazioni! E adesso che faccio?? A quell’ignaro maschio che stava per subire tutta la mia foga e che mi guardava costernato, ho posto l’unica domanda che – forse – mi avrebbe salvata da un’immane figura di cacca:

«Scusi, sa dirmi dov’è il bagno?»

Mica mi ha risposto, ha scosso la testa guardandomi perplesso e con gli occhi sgranati. Io gli ho mostrato i canini e ho fatto finta di andare via.

Sono totalmente pazza. Un giorno ci penserò e riderò, un giorno ci penserò e riderò …

Fortunatamente, l’Universo mi ha ricompensata facendomi rincontrare uno che, alla fine, mi sta pure simpatico.

Barbie Bastarda (42)È passato qualche anno e, come quando ci eravamo conosciuti, lui mantiene un aspetto che fa ballare l’hully gully ai miei ormoni. Ma, purtroppo, ora, finisce lì.

È che non mi diverte più, non trovo più interessante quel che dice e se uno non mi stimola intellettualmente, se la mia mente non si attiva, gli estrogeni poi smettono di danzare.

L’ormone sbava, ma il neurone asciuga.

Quella sera si è guadagnato – da parte delle mie amiche – il soprannome de “Il Fissatore” perché, niente, non riusciva proprio a staccarmi gli occhi di dosso… E io? Per buona parte del tempo, neanche me ne sono accorta. In effetti, ogni volta che mi voltavo verso la sua direzione, lo trovavo a rimirarmi, gli sorridevo per cortesia, ma finiva lì. Niente danza dell’accoppiamento, niente desiderio di rivederlo da soli, niente di niente. In una parola: “Intrombabile”!

Allora a cosa sarà servito rincontrarlo? Forse proprio a ricordarmi di quelle parole che mi aveva detto – anni fa – che avevo scordato e, magari, a reputarle vere, a credere un pochino di più in me stessa e nelle mie capacità. Forse…

Una delle frasi più belle della mia vita:

«Quando sorridi a qualcuno, lo hai già fregato. Con quella faccia hai il mondo ai tuoi piedi…»

«Sul serio lo pensi??»

«Perché non sai l’effetto che fai quando guardi qualcuno? Non fare la furba con me!»

La gente sopravvaluta di brutto la mia furbizia, la mia autostima e la percezione che ho di me stessa. Meglio così.

Tanto perché il destino infame vuole sempre essere in vantaggio su di me, dopo questo bel pareggio, doveva per forza riservarmi un gran colpo basso.

Grazie a Facebook e le dannatissime amicizie in comune, ho l’occasione di vedere non di rado un altro PDM con la “S” gigantesca. Ogni volta che lo intravedo cerco di ignorarlo, ma – in certi casi – la curiosità ha il sopravvento. Così mi sono ritrovata a contemplare una foto che lo ritraeva in dolce compagnia. Lui che sorrideva. Non dovrebbe essergli concesso sorridere, è un immenso bastardo e non dovrebbe ridere! Ancor di più, sono stata annientata dal commento che aveva avuto cura di lasciare, sotto quel bel quadretto:

«Sono fiero della MIA donna».

Ammetto che mi ha fatto effetto, sia la frase che il saperlo finalmente felice e libero dai demoni che lo infestavano.

Ora non dico che sono felice per lui, perché non sono né falsa, né così nobile d’animo, però… Però, però…

La verità vera è che, leggendolo, ho pensato che è proprio quel che desidero mi dica un uomo. Che sono la SUA donna, che è fiero di me e che lo proclami al mondo intero, senza pudore!

È questo quello che voglio. E quel grandissimo PDM me lo ha fatto capire. Stai a vedere che mi tocca pure ringraziarlo!

Naturalmente, nei giorni successivi, sono stata colta dalla “Sindrome della Cattiva Fidanzata” che si impossessa di te ogni qualvolta vedi un tuo ex con un’altra. Specialmente se invece tu resti zitella. Tale patologia ti fa partorire le più turpi paranoie e congetture che dimostrano in maniera inconfutabile quanto tu sia immeritevole e inadeguata. Perché se lui – lo stronzo manco-tanto-bello di cui fino al secondo prima non te ne fregava più una benemerita cippa lippa – ora è felice e accoppiato, mentre tu sei rimasta sola, è solo perché non sei abbastanza. Svariate varianti sul tema: abbastanza bella, intelligente, simpatica, alta, magra e via dicendo, arrivando ad una totale mortificazione personale che solo una donna come si deve riesce ad attuare.

Col tempo si guarisce. Io devo ancora guarire, ma fa niente. Col tempo si va avanti.

Sempre dalla medesima fonte del (a)social network, un’altra visione “casuale” di un altro Ex in vesti Carnascialesche.

Ora, se posso biasimare me stessa, non ne perdo mai occasione e, a quella vista, il commento delle Voci nella mia testa è stato: «BB, ma tu ti rendi conto che sei stata male per un Minion obeso??»

Esattamente. E pure tanto.

Devo anche sottolineare, che se lo stato di zitellaggine, ops! “Nubiliare” istighi le fanciulle a stare costantemente “in tiro” e curate, agli uomini, quello celibatario prolungato, viceversa, generi uno svaccamento smoderato. Ed era esattamente quel che era accaduto al tipo in questione, perché in effetti più che Minion, visto anche il colore, somigliava maggiormente a Homer Simpson.

E va be’, lo so, sono una stronza. Ma tanto lo sapevate già. E comunque ho detto – come al solito – la verità! (e poi lui se lo merita, ecco).

Ogni tanto mi viene in mente di organizzare una festa a sorpresa alla quale invitare tutti i miei Ex. Vorrei trovarmeli davanti e rivederli uno ad uno. Non so neanche bene perché e a quale scopo, però questa immagine mi diverte.

Io scenderei da una scalinata con un abito lungo con strascico e spacco, di una figaggine indefinibile – ovviamente – sorriderei e li saluterei con un affettuoso:

«Ciao, stronzi!»

Va be’, mica a tutti. A qualcuno «Ciao @€#¥£ğň!!!!»

Magari prima o poi lo faccio…

Ridiamo di cuore. Le mie amiche si divertono un mondo a sentire i miei racconti quasi surreali ed io, si sa, più a riferirli a loro che a viverli.Barbie Bastarda (29)

Sono talmente concentrata nel narrare le mie disavventure, al nostro solito tavolo del bar, che quasi non mi accorgo del segnale di pericolo che mi sta inviando il cervello, con la complicità della coda dell’occhio. La figura appena entrata mi ricorda qualcuno che una volta mi era molto familiare, un viso che ho accarezzato tante volte, ma, no. Non è possibile… Il mio cuore accelerato.

I dubbi me li devo togliere sempre e, con la vaghezza di cui solo le femminucce ben addestrate sono capaci, guardo di sfuggita per sincerarmi dell’identità dell’avventore appena entrato nel bar. Non ci posso credere: lui qui?? Ovviamente è l’ultimo “fantasma” che mi mancava all’appello. Dai non ci credo, è “Scherzi a parte!” Ma non lo è, nemmeno stavolta.

Universo, un giorno io e te dobbiamo fare un bel discorsetto…

«Oddio…»

«Che hai fatto??»

«Non potete neanche immaginare CHI è appena entrato…»

«Chi??»

Replicano la mia medesima mossa vaga e svelta e poi si voltano a bocca aperta verso di me:

«Che ci fa qui??»

«Beve, a quanto pare»

Proprio qui. A cinquanta chilometri da casa sua, nello stesso posto dove io l’ho portato diverse volte.

“Caso”, mi hai rotto abbastanza il caso…

«Visto?? Quando vi dico che l’Universo mi prende per il culo, mi dovete dare retta!! Che ci fa qui?? Perché mi capitano sempre queste cose?? Meno male che stavolta siete presenti, sennò non ci avreste creduto!!»

Annuiscono e mi guardano sbigottite, incapaci di replicare né di confortarmi. Nelle loro facce si legge un enorme: «Eccchecccazzo, però!»

«Mi porti un altro Campari, per favore?? Grazie!»

Devo continuare a parlare, altrimenti mi immobilizzo. So che mi ha vista, lo so. Siamo seduti rivolti l’uno verso l’altra e siamo consapevoli della nostra reciproca presenza disturbante, ma facciamo finta di niente.

Va bene così. Siamo entrambi consci che ci conosciamo,che abbiamo passato del tempo insieme, che ci siamo rivisti oggi “per caso” e che abbiamo scelto di ignorarci, per non guastarci la sacra bevuta. È perfetto.

Forse si è intuito, ma non sono una fan del “Rimaniamo amici”. Chiaramente solo verso coloro che hanno demeritato perfino il mio saluto. Magari non c’è un modo giusto per lasciare qualcuno, ma un comportamento sincero è sempre preferibile e, a posteriori, ci farà essere apprezzati per la nostra onestà.

Sparizioni, bugie, tradimenti & affini, non rientrano nei comportamenti apprezzabili.

A questo proposito mi viene in mente una risposta che diedi a uno anni fa:

«Dai… Rimaniamo amici…»

«Non credo che succederà…»

«Perché no?»

«Quando ci siamo conosciuti tu aspiravi a diventare un mio amico fraterno??»

«Be’ decisamente no!»

«Ci sentiremo, usciremo insieme, se avrò problemi ti chiamerò?»

«Be’… Magari… Non so… Poi vediamo…»

«Non succederà mai. Lo so io e lo sai tu. Quindi non mi dire “rimaniamo amici”, perché io un amico lo vedo, lo sento, ci

parlo. Che vuol dire “rimaniamo amici”? Che quando ci vediamo ci salutiamo? Ma se non ti vedo, non ti sento, non ti parlo, sai che cazzo me ne frega di salutarti quando ti vedo??»

«Lo vedi? Tu sei proprio una stronza!»

«No sono solo sincera!!! Io!!!»

E me ne andai a testa alta dalla sua vita. Adesso però ci salutiamo pure, visto che ho ragione?

Dov’ero rimasta? Quello mi ha fatto perdere il filo!! Ah sì, fantasmi e pallottoliere…

Fantasmi e presenze attuali. Uomini che a vario titolo si affacciano nella mia vita, alcuni ne diventano protagonisti, altri semplici meteore che magari, però, ricordo con affetto.

Quando sono sola e cerco di essere onesta con me stessa, provo a capire se nutro un sincero interesse per qualcuno o se, magari, è solo un apprezzamento e una sorta di “gratitudine” per le carinerie che mi riservano o, peggio, un modo per distrarmi per non vedere il vuoto che c’è.

Non è una prerogativa maschile, anche le donzelle hanno bisogno di un amico che le “intrattenga”. In maniera fin troppo semplicistica, qualcuno potrebbe chiamarlo “Trombamico”, troppo facile, appunto. C’è chi dice che le donne non sappiano scindere il sesso dall’amore, per cui –  una relazione meramente sessuale – sia impensabile; c’è chi lo smentisce categoricamente e poi ci sono le situazioni che non è possibile incasellare in una o nell’altra casistica. Io mi sento di appartenere a quest’ultima.

Che ne sa la gente di quanto ci si possa sentire soli? Che ne sanno di quanto si possa percepire una profonda solitudine anche accanto o sotto qualcuno?

È normale che ogni tanto si desideri un po’ di compagnia… Ma solo finché il dolore lenito non sia maggiore di quello procurato… Perché, sì, stai bene una sera, ma poi? E il giorno dopo? Nessuno lo sa come stai il giorno dopo. Tu sì.

Forse sono arrivata ad un’età che mi impone di ricercare altro e non il solo piacere fisico. È come quando vai per locali e discoteche per una vita, alla fine ti stufi, cerchi altro.

Ci sono, e tanti, quelli che molto delicatamente mi illustrano tutto ciò che vorrebbero farmi. Non mi eccitano né mi colpiscono. Molti pensano che sia frigida. Se per frigidità intendono che il mio corpo ormai reagisce solo ad uno stimolo intellettivo, completo e non solo alla vista, sì, lo sono eccome.

C’è chi, come “Il Dolce” mi ha ricordato come si comporta un maschietto per bene. O c’è altro? C’è chi, come “L’indeciso”, ha forse distratto il mio cuore per un po’. O c’era altro?

C’è chi mi ha detto una delle frasi più stupende e terribili che abbia mai udito:

«Se fossi mia, ti chiuderei in casa perché sarei troppo geloso…»

E chi continua riempirmi di complimenti per ammorbidire il mio cuore:

«Bellissima ragazza mora con uno splendido sorriso…»

Ma io cosa voglio? Chi è importante? Chi fa la differenza nella mia vita?

Quando resto sola e DEVO essere onesta con me stessa, mi accorgo che tutto questo, tutti questi, mi danno un effetto…tiepido. “Tiepido”. Detesto il tiepido in tutto. Sono un’istintiva, un’assolutista, passionale, selvaggia e incontrollata folle e il tiepido non mi appartiene. Rido di cuore, anche in maniera sguaiata, mangio e bevo di gusto, abbraccio con vigore, una tiepida stretta di mano, un tiepido abbraccio, un tiepido sorriso, un tiepido interesse, un tiepido bacio, no. Non fanno per me. Un tiepido sentimento mi ucciderebbe. I sentimenti, come le emozioni  – per definizione – sono scevri dalla razionalità, indi smodati, ridicoli, devastanti. La passionalità non può essere “con moderazione”. Tutto ciò che trascende la ragione, deve essere dotato di slancio, privo di controllo, senno, condizione. Il tiepido non ha nulla a che fare con tutto questo.

Ogni volta che mi sono accontentata del tiepido, mi sono sentita intrappolata e soffocata.

Perciò, ho attuato il comportamento, agli occhi di molti, più insano di tutti: preferire SEMPRE la solitudine, a tutto ciò che sia “tiepido”.

Quindi, alla fine, azzero il pallottoliere e chiudo i giochi. Game over. E resto sola – di nuovo – piuttosto che farmi bastare una tiepida presenza.

Sempre per questo motivo, posso affermare con assoluta certezza di essere follemente, incondizionatamente e totalmente innamorata di LUI. Perché il mio sentimento è privo di basi e raziocinio, fuori da ogni logica, da ogni ragionamento sensato, smodato ed estremamente ridicolo. Esattamente come mi sento quando mi trovo di fronte a LUI: ridicola.

LUI. Niente soprannomi, LUI è semplicemente LUI.

Guardo il telefono, rileggo il SUO messaggio: «Ciao, settimana prossima sono a Roma…»

La settimana è passata, ed io purtroppo non sono riuscita a perdere dieci chili come speravo. Cavolo!

LUI che vedrò domani. Sorrido e sorseggio assaporando il liquore corposo, ma pregustando il suo di sapore. Riesco anche a sentire il suo profumo e a vedere il suo splendido sorriso.

Sono così assorta, che, ancora una volta, percepisco in ritardo quello che sta accadendo. La figura che avanza verso di me. Forse non sta succedendo veramente… Sì, invece.

Sento un: «Ciao… Come stai?» ma non riesco a voltarmi e non voglio farlo. Sono paralizzata.

Lo ignoro. Magari funziona come con gli omini delle rose che, se non gli rispondi, poi se ne vanno.

Lui no, lui insiste.

«Come stai?» e mi sfiora il braccio. Mi volto e lo guardo, lui mi sfodera un sorriso dolce, io perdo il mio. Ciao, Fantasma!

Come sto? Ora ti interessa sapere come sto? Sono due anni che non sai come sto! Puoi solo immaginare come sono stata e ora diventi premuroso? Ma che cazzo vuoi?? Ti aspetti che ti saluti con slancio? Che ti getti le braccia al collo, in memoria dei bei tempi andati? Non riesco a rispondere e continuo a fissarlo… Lui mi incalza con un: «Ti ho vista adesso…» Bugiardo! Mi hai vista non appena sei entrato! Esattamente come è successo a me! Sei rimasto seduto con una finta paresi sul lato sinistro del corpo per evitare di incrociare il mio sguardo. Potevi pure guardarmi, sai? Non ti avrei detto nulla. Non ho più nulla da dirti. Tu ormai sei solo uno che una volta conoscevo…

Mi hai baciata e abbracciata, non so quante volte. Ho pianto per te e con te e ho visto i tuoi occhi lucidi. Hai ancora la collana che ho scordato a casa tua. Ho conservato per molto tempo la ricevuta di quella cena e mi hai detto tante di quelle bugie che non ti perdonerò mai. Poi mi hai cancellata in un attimo e neanche questo riesco a dimenticare.

Perché sei venuto qui? Non potevi continuare a ignorarmi? Perché hai voluto per forza parlarmi?

È una violenza, è egoismo. Avevi bisogno di affrontarmi, senza curarti del fatto che io non avessi il minimo interesse a farlo. È una violenza, è egoismo.

Ci fissiamo muti, ma con gli occhi parlanti, per degli interminabili istanti. Poi, finalmente, riesco a rispondere un secco e asciutto:

«Bene, sto bene. Grazie»

Sono strane le emozioni, comandano loro e tu non puoi farci davvero niente. Ti trovi “per caso” davanti a qualcuno e, in un attimo, ne provi talmente tante tutte insieme che aspetti solo che ne prevalga una per decidere come comportarti. È difficile quando ti imbatti in qualcuno a cui hai voluto bene, quello vero. Il primo istinto sarebbe quello di abbracciare questa persona, iniziare a ricordare quello che avete fatto insieme, ridere e magari dirle che le hai voluto bene con tutto il cuore e che una parte di te gliene vorrà per sempre. Ma poi… Senti un’altra emozione, soffocante, che ti ricorda che hai messo un muro, alto, invalicabile, costruito con mattoni fatti di fiducia mal riposta, svariate delusioni, lacrime, consapevolezza che forse quel bene profondo lo provavi solo tu… E in quel lunghissimo secondo capisci che non dirai null’altro che una parola di circostanza, veloce, squallida e detta senza sorriso, né sentimento. È la cosa giusta, non potevi dire altro, non meritava che dicessi altro. Lo sa molto bene perché ora ti comporti così. È giusto.
…Ma allora perché mi sento così di schifo?

Mi guarda con affetto, con una dolcezza che sa che merito, probabilmente in cerca di un cenno di assoluzione che, forse, non sono ancora pronta a concedergli.

«Mi fa piacere che stai bene…»

Annuisco. Esattamente come era accaduto con “l’Indeciso”, il galateo avrebbe imposto la contro domanda: «E tu come stai?» Ma non vedo l’ora di chiudere lì la conversazione.

Mi sorride un’ultima volta e si congeda con un: «Ciao…» non sono ben sicura di avergli risposto…

Come un’ulteriore, assurda coincidenza, sento distintamente alla radio:

«…now you’re just somebody what I used to know… »

Cerco di riprendermi.

«Che stavo dicendo?» avevo dimenticato di non essere seduta da sola. Loro mi guardano mute, incredule quasi più di me. Deve essere stata una gran scena, vista dal di fuori. Peccato che me la sono persa!

Mi assicuro di non essere più alla portata della sua vista e mi accascio sul tavolo.Barbie Bastarda (38)

«Oddio, mi manca il fiato!»

Ansimo. Il mio cuore accelerato.

«Cioè, hai visto il modo in cui ti guardava??»

«Allora non era una mia impressione…»

Loro parlano, io non riesco nemmeno a respirare…

«Comunque non si è regolato, come si è permesso di venire a salutarti?»

«Ma che dici?? Era il minimo che potesse fare! La incontra, dopo quello che le ha fatto e oltretutto non la saluta nemmeno??»

«Ha finto finora di non averla vista, poteva continuare!»

«Sarà stato anche imbarazzato! Gli ci è voluto un gran coraggio per venire qui!»

Loro continuano, io mi chiedo quale sia davvero il comportamento “giusto” e non riesco a rispondermi. Ero sconvolta per il solo fatto di averlo visto, ma ora… Non si può descrivere come mi sento.

Qualcuno mi diceva: «Il passato è bello perché è passato!» ma è difficile quando continua a riproporsi. O si ripeterà finché non imparerò qualcosa? Una lezione? Di una sono certamente consapevole: tornano TUTTI.

Poi, inevitabilmente, considero quanto sia terribilmente triste che, una persona alla quale hai voluto bene, ora ti crei un incredibile disagio. Che, piuttosto, desideri non vederla né parlarle mai più. “Mai più”. Due parole che insieme mi fanno davvero paura. A quanto, il rancore che ti porti dentro, sia nocivo e tossico e ti distrugga lentamente.

È giusto così? O si deve subito perdonare e dimenticare? Ma tu ci riesci sul serio…? E perché mi capitano tutti stronzi patentati? È colpa mia? È colpa mia. È colpa mia…

Balbetto un:

«C’è qualcosa che non va in me…»

«In teee??? Sei mattaaa??»

«Tesoro, sei solo sfortunata!»

«No… Io non… No… Non ce la faccio…»

Forse non sono così folle a preferire la solitudine. Forse siamo completamente folli se decidiamo di rivivere tutto questo.

Devo vomitare.

E domani vedrò LUI. LUI che amo e che mi fa sentire ridicola.

LUI.

No. Non ce la posso fare…

 

 

«I’ve kissed your lips and held your hand

Shared your dreams and shared your bed

I know you well, I know your smeel

I’ve been addicted to you…

Goodbye my lover, goodbye my friend…»

J. Blunt

«Restare aggrappati alla rabbia è come tenere in pugno un tizzone ardente per lanciarlo contro qualcuno.

Chi si brucia sei tu».

Buddha

 

Ai miei “fantasmi”,

io vi lascio andare, fatelo anche voi. Grazie…

I “Preliminari dei Preliminari” I Parte QUI

I “Preliminari dei Preliminari” II Parte QUI

I “Preliminari dei Preliminari” III Parte QUI

I “Preliminari dei Preliminari”Saga Completa QUI

 

CIRCONDATI DI PERSONE MIGLIORI DI TE…

«BB, circondati sempre di persone migliori di te…» confesso che, quando mi è stato rivolto questo consiglio, non ci ho badato più di tanto. L’ho trattato come uno dei tanti suggerimenti che ci vengono regalati da chicchessia, gratuitamente, ogni giorno, perché chiunque si sente in diritto/dovere di aiutarti a vivere la tua vita. «Circondati di persone migliori di te…» mi sono state anche argomentate le ragioni, molto, molto bene. Però, niente. Questa frase mi è apparentemente scivolata addosso. O non ero pronta a recepirla.

Perché dopo è successo qualcosa: quelle parole hanno iniziato a lavorarmi dentro, risuonavano nella mia testa come un mantra e mi sono sovvenuti anche i motivi per i quali avrei dovuto farlo:

«Le persone sono degli specchi, se frequenti qualcuno per un determinato lasso di tempo, inizierai ad agire e ad essere come lui. È inevitabile, naturale, per questo devi sempre circondarti di persone migliori di te».375368_10151050321035584_443060970583_22115426_857456637_n

Detta in questo modo, non sembrerebbe per niente semplice. Innanzitutto bisogna fare un grosso dispetto al nostro ego per riconoscere che ci sono individui che ci superano in qualcosa: intelletto, cultura, dialettica, simpatia, umanità, qualsiasi ambito. QUALCUNO È SUPERIORE A NOI. Cavolo.

Tendiamo a sceglierci situazioni nelle quali possiamo primeggiare, per compiacere la nostra autostima e ignorare le nostre lacune. È troppo facile così e di sicuro non è la strada per crescere, imparare ed eccellere davvero.

«Circondati di persone migliori di te.  Assorbi più che puoi, evolvi, rifuggi tutto ciò che ti abbrutisca. Diffida dai boriosi saccenti: non sapranno insegnarti nulla, perché troppo presi dall’essere fintamente onniscienti. Coloro che trasudano tracotanza difficilmente diffondono sostanza. Gli insegnanti migliori che incontrerai nel tuo cammino, saranno quelli inconsapevoli di esserlo, chi, naturalmente, con il proprio comportamento, carattere e le proprie azioni, dimostra di possedere qualità morali e spirituali superiori. Vuoi anelare al cambiamento, progredire, elevarti? Circondati sempre di persone migliori di te…»

Poi ho pensato a come avessi condotto, fino a quel momento, la mia vita e, incredibilmente, mi sono accorta di aver sempre messo in pratica quelle parole. Il parametro che utilizzo è: «Cosa porta questo individuo nella mia esistenza?»

Non so se vi capita lo stesso, ma certe persone mi fanno sentire bene. Basta la loro presenza, una parola, un sorriso, mi riempiono, mettono di buon umore e non so spiegarne il motivo. Hanno un’influenza positiva sulla mia realtà. Anche se le vedo poco, ci parlo ancora meno o frequento di rado, mi fanno stare BENE.

Viceversa, provo un fastidio fisico di fronte a certi individui e – anche qui – non so spiegarvelo, ma è come se venissi contaminata dalla bassezza interiore. Rifuggo istantaneamente questa gente.

Forse è vero che le anime si riconoscono prima che lo faccia la razionalità, o che certe ci compaiano davanti proprio quando ne abbiamo bisogno, ma accade. Accade ogni giorno, però bisogna saperle prima riconoscere e poi seguire.

«Cosa APporta questo individuo nella mia esistenza?»

Diffido – senza concedere il beneficio del dubbio – di chi sorride poco, di chi non sa ridere di sé, di chi si prende sempre troppo sul serio, di chi non gioisce degli altrui successi, di chi non conosce l’umiltà e l’uso di tre espressioni fondamentali: «Grazie», «Scusa»  e «Non lo so».

Allo stesso modo, evito chi si trattiene, a qualsiasi livello, sia nell’esternare affetto o semplicemente umanità. Chi è parco di parole per disinteresse, non per pudore d’animo. E, al contrario, chi riempie la bocca di vocaboli vuoti, ma poco il cuore di azioni. Chi compete sempre, chi cerca di ostacolare il miglioramento altrui, chi, potendo, non aiuta, chi s’accompagna solo ad alterigia, superbia ed ipocrisia, chi non è disposto a condividere, idee, esperienza, per paura del giudizio o di perdere la propria supremazia.

Chi tratta il tuo tempo e la tua mente come un postribolo atto solo a raccogliere lamentele, critiche, malumori e frustrazioni. E che, al contrario, si dimentica di te quando va tutto bene.

Chi non fa e giudica chi invece ha il coraggio di fare, chi denigra costantemente il lavoro altrui, chi non è prodigo di complimenti ed altruismo, malcelando un’invidia profonda dettata dal desiderio di predominare.

1Parimenti, allontano il finto buonismo – dannoso più della cattiveria sincera – di chi finge di essere amico di tutti, di accettare ogni cosa, non punta i piedi, non si ribella e non manifesta apertamente disagio.

Viceversa evito chi si lagna continuamente di tutto e tutti, chi ha bisogno di sminuire gli altri ed elogiare sempre se stesso. Le persone piccole che non fanno altro che raccontarti quanto siano grandi, in un incessante «Ioioioioio» decantatore di prodezze che, spesso, vedono solo loro…

Riconosco e bandisco la pericolosa cattiveria degli infelici, che – sebbene mi provochi una certa compassione – danneggia qualsiasi cosa e persona le capiti davanti e, purtroppo, se ne compiace. Chi vive nel mors tua vita mea, non provando mai empatia o solidarietà.

Sii sempre affamato di miglioramento e non cedere alle grettezze dell’anima e di soggetti tali che possano contaminarti…

Guardati intorno, scegli con cura gli insegnanti, impara più che puoi, e se senti che persone, ambienti o situazioni non contribuiscono più alla tua crescita, bensì la limitano, la ostacolano o ti creano sofferenza, abbi sempre il coraggio di allontanarli.

È vero che “i rami secchi cadono da soli”, ma, ogni tanto, una bella potatina non guasta…

Forse rimaniamo delusi dalle persone quando ci accorgiamo di averle sopravvalutate, di non avere nulla da imparare da loro e che non sono superiori come credevamo, ma al contempo non hanno né l’umiltà né la predisposizione ad imparare da noi. Forse le avevamo investite di un´identità che non è la loro, idealizzate ed è per questo che poi ci deludono.

Non prendertela, a volte alcuni individui non sono semplicemente in grado di recepire o impartire insegnamenti, magari hanno incrociato la nostra vita quando non era tempo o magari – quando e se sarà il momento – li ritroverai sul tuo cammino come allievi pronti a ricevere o maestri vogliosi di insegnare. Ma non mancheranno anime superiori dalle quali apprendere e attingere, mai. Basta saperle riconoscere ed avere l’umiltà e il coraggio di seguirle.

Da qualche essere ho appreso il dono dell’ironia dissacrante e demonizzante e – sopra ogni altra cosa – quello dell’autoironia che ha ucciso per sempre la suscettibilità che mi causava sofferenza.

C’è chi mi ha insegnato ad essere gentile con chiunque, per quanto possibile, e fintanto che la gentilezza non venga scambiata per stupidità, arrivando al mero sfruttamento.

Soprattutto ringrazio quanti mi hanno mostrato come sia indispensabile coltivare un sano egoismo, spesso additato e denigrato. Sbagliate: l’amor di sé DEVE essere alla base della nostra esistenza e DOBBIAMO coltivarlo, nutrirlo e difenderlo in tutti i modi che conosciamo.

Potrei fare una lista molto, molto lunga di meteore che sono passate nella mia vita, ma delle quali ricordo ogni singola parola . Ne potrei fare una eguale di quelle transitate e poi allontanate che mi hanno lasciato solo disillusione.

Grazie ad ognuno di voi.images

Si dice che ogni persona ci lasci qualcosa, non credo sia sempre vero. Credo, piuttosto, nel lasciare andare chi non è in grado di lasciare né di apprendere nulla, ma anche questi ci insegnano che forse noi siamo molto meglio di quel che credevamo…

Ogni volta che qualcuno mi stringe la mano per presentarsi, sorrido, annuncio il mio nome e penso mentalmente: «Spero davvero che tu sia migliore di me…»

 

 

«Alla fine tre cose contano:

quanto hai amato, come gentilmente hai vissuto

e con quanta grazia hai lasciato andare cose non destinate a te»

Proverbio Buddhista

 

 

 

A VOI, che siete migliori di me… 😉

I PRELIMINARI DEI PRELIMINARI: FASE AVANZATA

Apro gli occhi…

Che giorno è??

È IL GIORNOOO!!!

Sorrido.

Sono felice.

Guardo l’orologio.

Giorgia alla radio canta:

«…Solo uno fra tanti ti guarderà come sei e viaggerà quando ridi nei pensieri che vivi, negli sbagli che fai. Solo uno fra tanti importerà come sei…»

Sorrido. Sono felice. Guardo l’orologio.

Dodici ore e ci vedremo. Lui ed io, finalmente. A cena lui ed io. Sono felice e non ho nemmeno vomitato.

Quando arrivano le venti??

Ok, ora vi racconto…

Dunque, vi ricordate quando vi ho parlato dei “Preliminari dei Preliminari”?? Ecco, siamo andati oltre… No, che avete capito?? Un pochino oltre, Preliminari dei Preliminari fase avanzata, insomma! Io & Lui Primo Appuntamento!!primo_appuntamento (1)

Quando arrivano le venti??

Canticchiando vado a fare la predoccia. La doccia seria la farò stasera, ma intanto mi lavo con cura e mi depilo completamente. Non che abbia premeditazione di concedermi, ma essere del tutto priva degli schifosissimi peli superflui, mi fa sentire notevolmente più figa!

Che mi metto?

Sono giorni che ci penso, da quando lo so. Da quando è stata fissata la data.

«…Ti va di cenare con me?» Semplice, no? Un milione di paranoie, di pensieri, di seghe mentali e poi lui pronuncia sei parole e si aprono le porte del paradiso! «Mi farebbe molto piacere…»

Comunque alla fine ho optato per un fantastico vestitino e rigoroso tacco dodici comodo. Ho pure una discreta scollatura. Sì, mi deve apprezzare per il cervello e bla, bla, bla, ma è opportuno anche mettere in mostra la mercanzia. Stiamo in ogni caso parlando di un uomo, non dimentichiamocelo. E facciamolo godere! Solo con gli occhi, per ora…

La giornata è trascorsa non so come. Sono andata in giro con una paresi facciale stile jolly sghignazzante e  non sono riuscita a pensare ad altro: Lui ed io, “Noi” a cena, un misto di eccitazione e terrore.  Non è vero, la paura c’è, ma è troppo più grande la gioia, questa è la verità.

Non vedo l’ora di vederlo e non vedo l’ora che arrivi domani per fare tutto il resoconto alle mie amiche, sedute al nostro solito tavolino del bar.

Mi sono lavata, truccata e vestita con cura, specchiata non so più quante volte e – alla fine – mi sto criticando pure poco, sono accettabile!

Esco finalmente di casa per dirigermi verso di LUI e la nostra serata.

«Ti passo a prendere?»

Lo apprezzo davvero tanto che si sia proposto, però non ce la faccio. Mi viene una specie di ansia se devo farmi venire a prendere a casa, non so spiegare nemmeno i motivi. È un problema, lo so, ma ci sto lavorando.

Un’ultima occhiata allo specchietto, un’ulteriore spruzzatina di profumo che ho sempre in borsa e percorro gli ultimi metri che mi separano dal luogo dell’incontro.  Ed eccolo lì, puntualissimo, ad aspettarmi. Sorrido e il mio cuore danza un rock’n roll acrobatico.

Una maschera di tranquillità all’esterno, un uragano di emozioni dentro di me…

«Ciao!»

«Ciao…»

Doppio bacino sulle guance e saliamo in macchina, è stata lavata. Per me!! L’ha lavata PER MEEE!! Trattengo una risatina nervosa di soddisfazione.

«Dove andiamo?»

Ma non l’hai letto il mio articolo più famoso?? Ma che mi frega dove mi portiii!! Andiamo dallo “Zozzone”, prendiamo la pizza al taglio, io sto con te! Che mi frega “dove”!!

«È uguale, dove ti pare…»

«Sapevo che l’avresti detto, ho prenotato in un posto carinissimo. Lo adorerai…»

Un uomo come si deve un piano ce l’ha sempre e mi piace colui che programma la serata, che sa, che agisce. Lui è così. Quindi mi ha fatto una domanda trabocchetto?? Hai capito che parac…

«Il tuo profumo è buonissimo»

Parac… delizioso!

«…Grazie…»

Dovevo metterne di più, lo sapevo! Gli piace!! È fantastico!! L’odore è fondamentale, siamo animali, dopotutto.

Che dico?? Che dico?? Che dicooo?? I silenzi imbarazzanti li odio, che dico?? Sicuro me ne esco con qualche stupidaggine, meglio che sto zitta. Sì però è fastidioso:

«Hai sentito che caldo oggi?»

Tu sei l’idiota, più idiota, più completa che abbia mai conosciuto!! Il tempo!! Parli del tempo?? Ma io dico??

Ma che potevo dire?? Mo ci mettiamo a fare alta filosofia!

«E dimmi, che ne pensi del mito platonico della caverna?»

Certo, ci manca Platone! Così mi dice «Restiamo amici» ed eccoti servito l’amore platonico! Sono un disastro, sono un disastro totale! Dopo stasera non vorrà vedermi mai più, è sicuro.

Per fortuna siamo arrivati.

Scendiamo dalla macchina, ci avviamo vicini verso l’ingresso del ristorante e, di botto, lui si ferma e io mi blocco. Che è successo?? Mi guarda da capo a piedi e, dalla bocca padrona del più bel sorriso del mondo, esce un: «Stai benissimo… Sei stupenda»

Devo decidermi a frequentare pure un corso di “Accettazione dei complimenti”, perché la mia reazione è stata:

«Stupenda?? Ma hai visto che culone che ho?? E il brufolo puntuale delle occasioni speciali?? E i capelli?? No dico, è proprio vero che quando ti devono venire meglio è sicuramente il momento in cui ti vengono peggio!! E vogliamo parlare dell’eye- liner e di quello stronzo di un mascara che proprio stasera ha deciso che voleva fare i grumi?? Guarda, lascia proprio stare!

Per fortuna la mia temporanea incapacità di articolare frasi di senso compiuto si è dimostrata utile. Con un filo di voce balbetto un:

«G…G…Grazie… » (Fammi tua, qui, nel parcheggio!)

Te lo possono dire cento volte al giorno senza sortire particolari effetti, ma quando te lo dice quello che ha aperto un varco nel tuo cuore come un grissino nel tonno, cazzo che botta! Per lui sono STUPENDA. Esagera, o non mi avrà visto bene…

Il posto è carino e accogliente, ma davvero non aveva importanza. Sul tavolo un bigliettino col suo nome e un “2”. Ha chiamato, ha prenotato, pensando a me. Poi dicono che è difficile far felice una donna, solo a pensare questo  potrei urlare di gioia. Va be’ ma io sono scema, è vero.

Guardo il menù e trasalisco: no, non è possibile!cena-romantica-1748x984

«Ma… ma… ma… è un… un… [cacchio, parla!!] È un ristorante vegetariano!»

Mi guarda tra il divertito e il compiaciuto.

«Ti sei ricordato che sono vegetariana?» Neanche pensavo di avergliene parlato, sarà uscito involontariamente in qualche discorso e lui l’ha memorizzato.

«Certo che mi ricordo, me l’hai detto…»

Voglio davvero urlare di gioia, perché questi sono i gesti che mi fanno impazzire, quando qualcuno si ricorda quello che gli dico e fa caso ai dettagli.

Ha una cartella nella sua testa chiamata “BB” e dentro ci archivia tutto ciò che mi riguarda, quello che mi piace, quello che detesto, quel che gli dico. Ce le abbiamo tutti, ma pensandolo mi sento importante. Io abito nella SUA testa. Fico, troppo fico!!

La cartella nella mia mente che riguarda lui, straripa. Poi io sono patologica, perché mi ricordo TUTTO. Quello che mi dice lui, certe volte me lo scrivo. Sì sono pazza, ma occhio a puntare il dito, siamo tutte così, sappiatelo.

Mi piace ascoltarlo, non ci posso fare niente. È la cosa principale in un uomo. No va be’, non diciamo cazzate, per prima cosa mi deve attizzare, però se quando apre bocca non mi stimola, poi mi si affloscia tutto, ecco. E invece lui mi piace da matti. Lo ascolterei per ore. È simpatico, interessante, brillante. Trovo fantastico quando sceglie una parola piuttosto che un´altra, perché penso che sono le “sue parole”. Adoro quando mi racconta qualcosa del suo passato, perché comunque mi rendo conto che c´era anche senza di me, anche prima che lo conoscessi io. Era qualcuno che non conosco ma che sto imparando a comprendere. A volte mi diverto a cercare di prevedere le sue risposte o le sue azioni, per appurare quando mi sbaglio e quando invece ho già capito come è fatto. Lo trovo entusiasmante.

Sì, sono pazza. (di lui…)

Sorrido.

Macché sorrido? Sono un’ebete. Non ho smesso di sorridere da quando l’ho visto, sono raggiante. Ecco c’avrò la faccia da scema!! Ma lui se ne sarà accorto?? Contegno, contegno, devo darmi un contegno. Calma, calma, calma!!

Sono come i bambini, quando vedo qualcosa che mi piace tanto non riesco a smettere di guardarla e di sorridere. Se sto bene, sorrido. Sembro stupida, ma in realtà lo sono. Completamente rincretinita da lui, dalla sua presenza. Potrei chiedere di più? No, non credo.

Oddio mi ha preso la mano! Muoio. Felice ma muoio. Adoro, adoro, adoro quando mi prendono la mano. Perché l’ha tolta?? Avrò fatto una smorfia e penserà che non mi piace, ma perché lo pensa?? Che faccio, glielo dico? No, ma ti pare?? Non glielo posso dire!! «Puoi rimetterla la mano, mi piace da matti. Prendimela, anzi te la posso regalare, in fondo con la sinistra non ci faccio granché!» No, ma che gli dico?? Non posso dire niente! Gliela prendo io?? No, mi vergogno troppo…

«Mi piacciono da morire le tue fossette…»

«…G…G…G…Gra…zie»

Oggi è un gran giorno perché ho imparato a dire «Grazie» e sembra che sia l’unica parola sensata che riesca a pronunciare. Scema, scema, scema!

«Signori, gradite del vino?»

Sì! Sì! Sì! Tanto, tantissimo!!!

Ti prego, ti prego, fa che non pronunci quelle tre parole che detesto, ti prego!

«Certo che lo gradiamo, vero?» e si rivolge a me. Che domanda retorica!

«Sì, il vino va benissimo»

Grazie, grazie, grazie! Per due motivi… Se avesse detto «Io sono astemio» sarei stata costretta a rispondere «Io e te non abbiamo niente da dirci» ad alzarmi e andarmene. E sarebbe stato un peccato, perché mi piace. Ammazza quanto mi piace… Poi non voglio ubriacarmi, ma un pochino di alcol mi aiuterà a stemperare la mia tensione e a non essere solo la cretina inebetita che riesce solo a dire «Grazie» e a parlare del tempo. Forse. Perché se continua a guardarmi e sorridermi perdo l’uso della parola per sempre, è sicuro. 

Forse ha aiutato il vino, o forse dopo un po’ la mia ansia tende a scemare, o forse è merito suo che riesce sempre a mettermi a mio agio, ma mi sto finalmente godendo la serata. Tanto, troppo.

Siamo riusciti anche a mangiare! Non sono una di quelle che, quando esce con uno, ordina un’insalata. Se si va a mangiare, si deve mangiare! Per fortuna lui la pensa allo stesso modo. E, se è vero che un sano appetito a tavola fa presagire un sano appetito anche altrove, allora noi stiamo messi bene. Parecchio bene.

Senza che ce ne accorgiamo, siamo rimasti gli unici clienti del locale. Com’è quell’ovvietà? Il tempo vola, quando stai bene…  Prima di andare bisogna superare uno dei momenti cruciali delle uscite.

primo-appuntamento-595x400Gli uomini non si rendono conto di quanto sia imbarazzante per una donna il momento del conto. Non per tutte, ovviamente, certe lo fanno quasi di professione, perché il galateo impone che sia lui a pagare, però – porelli – certe volte mi dispiace pure. Ma una non sa mai se deve fare la vaga o chiedere di smezzarlo, perché certi uomini si risentono di brutto solo a sentirtelo dire. Invece, se lui accetta di dividere, in fondo sei tu che ci rimani male, diciamocelo! Ci cade l’illusione del cavaliere generoso, quindi è un momento terribile.

Una volta una mia amica mi ha detto:

«Un galantuomo si alza, con la scusa di andare in bagno e – senza che tu te ne accorga – paga il conto e torna al tavolo. Perché è così che si fa»

Io le avevo raccontato della mia terribile esperienza della sera precedente, quando ero uscita a cena con uno, incautamente, perché lo conoscevo poco e un’intera cena è difficile da gestire se ti trovi male. Non solo avevo passato una pessima serata, ma il peggio lo toccai quando lui si mise a fare il Revisore del conto.

All’inizio pensavo volesse scherzare, giuro, invece no. Con una mano teneva la ricevuta, con l’indice dell’altra passava in rassegna ciascuna battuta chiedendomi se effettivamente corrispondesse alle ordinazioni e se ogni piatto costasse davvero otto euro anziché sette e cinquanta come ricordava e così via.

Io, a fatica, ho tenuto botta fino ai contorni, poi – quando ha chiamato il cameriere per chiedere spiegazioni sulla presenza dei due euro per il pane – ho tirato fuori la mia carta di credito e, senza proferire parola l’ho porta al cameriere, sconcertato quanto me, per togliere entrambi dall’imbarazzo.

Il galantuomo ha bofonchiato qualcosa, ma avevo già smesso di ascoltarlo. Non avrei voluto dirgli nemmeno nulla, però mi aveva infastidito troppo. Occorreva specificare che il mio non era un atto di spocchia, ma un’evidente azione di risposta:

«Tanto per chiarire: non è che avevo bisogno di te per mangiare, stasera. Se volevi fare il galante, non mi pare così carino mettersi a spulciare e commentare il conto per farmelo pesare. Comunque tranquillo ti faccio risparmiare sui soldi della benzina che avresti speso per riaccompagnarmi, perché mi pago pure il taxi».

Perché è così che si fa. Coi cafoni.

Lui ha fatto tutto come si doveva e io ho fatto finta di non accorgermene. Seduta da sola, attendendo il suo ritorno, inizia a salirmi l’ansia del “dopocena”: e ora? Che succederà?? Ci baceremo? Ci avvinghieremo? Sono ancora capace a baciare con amore? Una volta ero brava… e se poi? Sembra incredibile ma era l’unica cosa alla quale non avevo pensato.

Ecco la stranezza: io che amo definirmi una ninfomane, un’adolescente con gli ormoni impazziti, un uomo che pensa solo a quello, quando mi piace davvero uno, “a quello” non ci penso mai. Vi pare normale?

Sapete la scena che principalmente mi balena in testa qual è? Lui ed io sdraiati sul divano a guardare la tv… Io completamente sopra di lui con la testa e una mano poggiate sul suo petto. Si può essere più patetiche? No, non credo…

Però, in effetti, se mi concentro, riesco a pensare anche… ehm… altro… Taaanto altro… Fa caldo, caldissimo… cambiamo pensieri che è meglio!!

Eccolo di nuovo.

Mi sembra sia andata bene. Abbiamo riso moltissimo, ma anche affrontato argomenti tosti. Alla fine la mia lingua ha fatto il suo dovere. Non pensate male!! Poi sono io la ninfomane…

Forse ho parlato troppo, forse troppo poco, non lo so. Domani mi rimprovererò per almeno un milione di motivi e sentirò l’esigenza di scusarmi per la mia ridicolaggine, è sicuro. Domani, ci penso domani.

Mi prende di nuovo la mano, stavolta svengo per forza.

«Ti va se facciamo qualcosa domenica? Abbiamo tutto il giorno, sarebbe bello passarlo insieme…»

Ok, devo smaltire tutte queste informazioni.

È andata bene, altrimenti non mi avrebbe chiesto di rivederci. Noi-domenica-NOI-insieme. Odio la domenica, perché uno la domenica pensa troppo semplicemente perché ha più tempo per pensare. Non si è presi dagli stress quotidiani, tranne il cervello che fa il superlavoro. Se non soffrissi di insonnia cronica, le dormirei tutte le domeniche.

«…magari andiamo al mare»

Ti prego, sposami!

Io ci starei sempre al mare! A volte ci vado da sola, anche d’inverno, rimango lì a fissarlo, ad ascoltarlo e mi fa stare bene.

«…Sarebbe bellissimo…»

LUI-Io-NOI-Mare-Domenica… Potrebbero iniziare a piacermi le Domeniche…

Mi guarda, mi sorride e…….

«Ehyyy… Yuuuuuuhhh… Ci seiii??? Terra chiama BB!!»

Che c’è??

Ma…hqdefault

Nooo…

Ah ecco.

Ero partita.

Nooo…

Perfetto.

Torno in me.

Non sono a un tavolo del ristorante, ma al solito tavolino del bar, i soliti quattro occhi davanti a me, il solito Campari diluito col ghiaccio. Perfetto. Ho iniziato ad avere anche le allucinazioni.

«A che pensavi tutta presa?? Anzi, a CHI??»

Le amiche sanno sempre quello che ti passa per la testa, anche quando ti incanti.

Prima reazione: faccio finta di non aver capito e parlo di altro.

«Insomma, che facciamo stasera?»

«Che fai, cambi discorso come al solito??»

È terribile avere gente che ti conosce così bene, checccazzo.

«Tanto lo sappiamo a CHI pensavi!»

«No, adesso dice che non le interessa più»

«Quello è pazzo di lei, lo sanno tutti, ma lei è la solita capocciona!!»

«Va be’ però pure luiii!!! Daiii!! Non è chiarooo!!

No, ma fate, fate! Parlate pure come se io non ci fossi, eh? E poi la mancanza di chiarezza, per me, è già palese chiarezza. Pensate sia una frase contorta? Rifletteteci e vi accorgerete di no…

Loro discutono sulla di lui ambiguità e sulla mia capoccionaggine, mentre io controllo i disegnini che ho fatto – senza accorgermene – sul tavolo, col mio calice. Mi ritrovo spesso a giocherellare con bicchieri e cannucce, Freud si fregherebbe le mani.

Cosa è successo? Quello che succede spesso, un sentimento o cresce o svanisce, il mio l’ho fatto morire. Se non lo si alimenta, è inevitabile che finisca. Mi sono resa conto che questa persona riusciva a cambiarmi l’umore e iniziava a sconvolgere il mio labile equilibrio. Ero governata dalle emozioni. Terribile. Quindi non sapevo più come comportarmi, se assecondarle o tornare in me e mi era venuta meno la naturalezza, perché in questi casi mutiamo i nostri atteggiamenti, è inevitabile. Siamo combattuti tra il cuore e la ragione. Siamo sciocchi? Tantissimo.

Mi sentivo una bambolina in balìa del batticuore, non più padrona delle mie azioni, priva di quella già poca scioltezza che possiedo e non riuscivo a gestirmi. Non tolleravo di essere destabilizzata da un’incertezza, da un sentimento che, forse, provavo solo io. Se qualcuno entra nella mia vita non voglio porgli delle barriere, ma devo essere certa che lo desideri davvero e lui questa sicurezza non me l’ha data.

Allora ho fatto quello che mi riesce meglio: ho fatto un passo indietro. Se questo fosse oggetto di guinness dei primati, lo vincerei  sicuramente. «Signori un bell’applauso a BB che anche stavolta si è tirata indietro e abbiamo raggiunto quota un milione di volteee!!!» Yeeeaaahhh!!! Bravaaa!!!

Ho ritirato le carinerie che riservo solo a poche, pochissime persone, le ho incartate insieme ai miei pensieri su di lui e li ho messi sotto a chiave. Caso chiuso. Cuore anche. E da “Solo uno fra tanti” è diventato “Come tutti gli altri”. Esattamente quel che sono io per lui.

Probabilmente non se ne è nemmeno accorto! Questo è quello che mi ferisce di più. La mia presenza dopotutto non era fondamentale. E allora sono felice di averlo fatto, evidentemente era la cosa giusta. Pensavo di partecipare a uno scambio di complicità, invece ho capito che stavo giocando da sola. Non ha fatto nulla per tenermi, è questa la verità.

Se fossi una femminuccia come tutte le altre, dovrei piangerne. Prossimamente sui vostri schermi “La ragazza che giocava da sola”: una sfigata che passa dall’essere totalmente disincantata al vivere d’illusioni create da lei, non perdetevelo! Come faccio a singhiozzare se penso a una cosa del genere?? Rido, rido di cuore. Uhm… devo lavorare sulla colonna sonora…

Ovviamente se non mi vedono piangere pensano che non me ne freghi poi tanto. Già, è normale.

Incredibile, loro ancora parlano:

«Sì, ma se lei fosse meno de coccio…»

«Sì, ma se lui invece l’avesse presa…»

Se… Se… Se… I discorsi ipotetici non mi sono mai piaciuti, lo sanno tutti.

Infine, si rivolgono di nuovo a me:

«Insomma tu che pensi??»

So che sto per pronunciare quella frase che io stessa temevo di enunciare perché perfettamente conscia di cosa significhi. Quella frase che sottintende una serie di ragionamenti e tante, tantissime cose che non si possono più dire a voce alta, né a qualcuno, né tantomeno a me stessa.  Caso chiuso. Cuore anche.

Senza nemmeno alzare lo sguardo sentenzio un:

«Non ne voglio più parlare. E intendo Mai Più…»

«…Ehm… quindi che facciamo stasera?»

Visto? Ora sono loro a cambiare la rotta dei discorsi.

È stupendo avere gente che ti conosce così bene.

Sono consapevoli che, quando emetto quelle parole, faccio sul serio. Non si gioca più, per me è un “Basta” tatuato. E di Tizo-Caio non ne sentiranno  più parlare.

«Brava, brava, sei proprio brava. Non vedevi l’ora di trovare una scusa per non pensarci più. Ritirataaaaaaa!! Brava, ti faccio un applauso!»

Ecco, ci mancava solo il rimprovero da parte della Vocina nella testa!

Senti che accuse ridicole poi, diciamocelo. Vigliacca io?? Puà… non sa proprio che inventarsi.

Poi mi sono davvero rotta di addossarmi sempre tutte le colpe! Che palle! E lui allora?? Basta. Caso chiuso. Cuore anche.

Inevitabilmente penso a quando mi avevano detto:

«Sai, è per questo che ci si prova ancora… »

«Per cosa?»

«Per l’espressione che hai fatto quando hai sentito il suono del telefono, per il sorriso che fai se vedi che è lui e per la gioia nei tuoi occhi quando vi vedete… E non ti vedevamo così da tanto… per questo ne vale ancora la pena…»

«… non ti vedevamo così da tanto… »sex-and-the-city_470x305

Già, neanche io mi vedevo così da tanto. Peccato…

Eravamo così carini a quel tavolo del ristorante, eravamo così carini in generale… 

Squilla il telefono.

Ho paura…

Stavolta non vi lascio con la suspense: è LUI…

Sorrido.

(ma tanto non me ne frega più niente…)

«We know that we fear to win

And so we end before we begin.

If you go your way and I go mine?

Are we so helpless against the tide?»

U2

A TE, senza che tu lo sappia mai… 😉

PS: Questi articoli stanno diventando una sorta di libro a puntate, non programmato, né previsto. E non so bene neanche dove mi condurrà, ma spero che vogliate scoprirlo insieme a me…xx 😉

La prima parte la trovate QUI

I “Preliminari dei Preliminari”Saga Completa QUI