FROM RED SEA WITH LOVE

Qualcuno diceva che “Nessun uomo è un’isola”, qualcun altro che è molto dura affrontare un viaggio in barca, poiché non se ne può scappare, e la convivenza potrebbe diventare insopportabile.

Ho cercato di esperire la veridicità di entrambe queste affermazioni…

La mia spiccata necessità di fuga e il mio onnipresente senso di costrizione sono stati sottoposti a dura prova, per la mancanza di vie di evasione.

Per poi scoprire che, volendo, si riesce a scappare anche in uno spazio delimitato… Ma ne avevo ancora voglia?

Perché io, al contrario, mi sono sempre considerata un’isola: sola, solitaria, scissa dal resto, strana, selvaggia, silenziosa e, per molti versi, inesplorata.

Non sarei dovuta neanche essere lì…

Ho una fobia per i progetti a lungo termine che mi aveva portato – come sempre – a non avere un piano ben definito su dove trascorrere i giorni di ferie.

Non riesco a prenotare a gennaio una vacanza da fare ad agosto. Non ce la faccio proprio, e non l’avevo fatto.

Quando mi sono finalmente decisa, non c’era posto, non era possibile. Ovviamente.

«Se qualcuno rinuncia, ti chiamo»

Sì, come no. E quando capita? A me, poi? Figuriamoci!

Invece quella chiamata è arrivata e, con essa, la mia crociera neanche lontanamente preventivata. Qualcuno aveva rinunciato.

…BB, c’è posto per te!

Quindi è vero che il destino, l’Universo o quel che volete, muovono le fila della nostra vita per riuscire a collocarci esattamente dove dovremmo essere, in un dato momento.

In un grandioso intreccio di esistenze dove, qualunque cosa ci accada, può avere ripercussioni dirette e indirette nelle vite altrui, che ne siamo consapevoli o no.

Che ne siamo coscienti o no.

Che lo vogliamo o no.

Come era successo a me.

Qualcuno non poteva partire e, perciò, io guadagnavo il mio posto.

E allora…

Metti una Barbie sul Mar Rosso.

Metti una lussuosa barca di 40 metri.

Metti una crociera alla scoperta dei fondali e della popolazione marina di tre isole incastonate nel meraviglioso Red Sea: Brothers, Daedalus ed Elphinstone.

Metti 20 Sub insieme.

Totalmente scollegati dal mondo, reale e virtuale. Lontani dalla terraferma e dalla comunicazione telefonica.

Isolati.

Esattamente come mi sentivo io in quei giorni: priva di legami, priva di fantasmi, di pensieri su personaggi impossibili. Libera, pulita, serena, come non mi capitava da tempo, forse mai.

E lontana…

In questo scenario si era stagliato un pensiero fisso verso un maschio sapiens. Prima appena percettibile, poi sempre più invadente.

“Signori, c’è una piccolissima attività cardiaca, questo cuore ancora funziona!”.

Nei giorni precedenti, c’era stata un leggero aumento del mio battito cardiaco, quel tanto che bastava per tranquillizzarmi sul funzionamento del mio cuoricino affaticato. Quel lieve pensiero che mi occupava la mente, tanto da insinuarsi nella regolarità del mio ritmo circadiano.

Quel pizzico di euforia che mi faceva canticchiare durante la giornata su “Quello che potremmo fare io e te non l’ho mai detto a nessuno, però ne sono sicuro…” e farmi ritrovare a sorridere senza un motivo apparente.

Evento comune e insignificante per chiunque altro, entusiasmante per me.

Mi piace. Cavolo, questo mi piace.

Tutti i giudici (amici comuni, gente super partes, persone fermate a caso, per strada) chiamati a rapporto per deliberare sull’intricata questione, avevano sentenziato che, sì, anche lui manifestava interesse.

Quindi questo mi assolveva dall’auto-accusa di essere una fantasiosa ottimista e regista dei miei film mentali a sfondo romantico.

Eppure…

Il tizio in questione aveva notizie della mia esistenza già da parecchio. Ma sembrava non aver mai manifestato l’intenzione di approfondirla, né allora, né ora. E non importava che quello stesso destino ci avesse posto vicino più e più volte, che ci mangiassimo con gli occhi e stuzzicassimo non poco.

Lui ci dà le carte, ma poi ce le giochiamo noi, e io mi sono stancata dei solitari.

In tutti i sensi.

“… No, aspettate. Si è fermato tutto di nuovo. Questo cuore non batte più”.

Mi piace sognare, ma vorrei vivere quel che desidero. E l’incertezza è uno stato che evito accuratamente. Quindi se ho di fronte un qualcosa di indefinito, lo definisco io, nel modo che più mi fa stare meglio.

Anche le isole hanno bisogno di compagnia, ma concreta, reale, vera e non illusoria.

Il tutto era avvenuto senza drammi, senza ferite all’ego, senza lacrime versate, spirato così come si era generato.

Come… come un’abitudine.

Ora sembrava tutto così lontano…

Forse è stato l’isolamento terreno e psicologico, o forse il fatto che avessi davvero bisogno di una vacanza, dopo un anno estremamente duro, sotto molti aspetti. Un anno fatto di un ostracismo autoimposto, e poi difeso, preservato.

Una  settimana ha spazzato via questo e tutto il brutto dell’ultimo periodo.

Mi sembrano episodi accaduti secoli fa, quando è passato appena un mese.

Piccoli problemi di salute, risolti, che mi hanno lasciato solo i chili persi, per via di quelli. E poi “A Settembre ci penseremo…” Sì, settembre è lontano…

E l’ultima – in ordine di tempo – fregatura da parte di chi consideravo amico che aveva speso per me delle parole tanto orribili, da tenermi sveglia la notte a pensarvi. Un AMICO.

Mi ero detta che non importava, che ormai alla merda e alle fregature ero abituata, realizzando – un secondo dopo averlo pensato – che non va bene, non va bene per niente abituarsi a questo.

Non va bene neanche sentirsi dire:

«Tanto dovevi fare da sola, no? Come sempre. Senza farti aiutare…»

Senza essere capace di rispondere che, sì, è vero. Faccio da sola come sempre. Perché, anche se non mi piace, sono avvezza a prendermi cura di me stessa. A non appoggiarmi a nessuno, a non chiedere. Che poi tanto mi deludono e abbandonano tutti, visto? Allora meglio non rischiare. Non mi piace farlo, ma ho dovuto imparare, capite?

Ma tutto questo non va bene.

Mi sono sentita dire concetti che non credevo nemmeno di essere arrivata a pensare, dissertazioni elogiative dello status di eremita sociale, formulare un entusiasta panegirico della solitudine con una convinzione che non ritenevo di provare.

Davvero mi sto beando in questa esistenza solitaria, convincendomi che sia preferibile, più sicura, più felice, senza possibilità di incorrere in delusioni?

Davvero ho messo di scherzare sul concetto e sono diventata un’individualista convinta? Io??

Ma QUANDO è successo?

Quando ho lasciato vincere la paura, a discapito della mia socialità?

La PAURA, origine e motivazione di ogni azione umana. Pensateci, è così…

Sono dovuta andare su tre isole, per capire che non va bene considerami un’isola, in una moltitudine di umanità conosciuta o da scovare.

Non andava bene per niente.

Vorrei abituarmi ad altro, DEVO e pretendo di abituarmi ad altro.

Siamo tutti isole che si barcamenano tra la salvaguardia della propria individualità, il perseguimento del proprio benessere, e l’esigenza di condividere la vita con altri esseri viventi, altre isole, altre autonome entità.

Ci destreggiamo tra il desiderio e la paura di oltrepassare la salvifica zona di comfort che abbiamo delimitato coi nostri bei paletti, in perenne contrasto tra “Quel che temo che accada” e “Quel che vorrei accadesse”.

Scegliendo quasi sempre la strada più sicura dell’inerzia.

Che fatica, gente.

Interagire, capire, sopportare, supportare, giustificarsi, aiutarsi, amarsi.

Ne vale la pena?

La vale davvero.

Per cui, mi ero ritrovata a osservare le stelle prima totalmente in solitudine, poi in compagnia, infine in gruppo.

E ne sono stata felice.

A cantare e ballare in massa, e ridere, ridere, ridere…

Benedicendo quel destino, per avermi fatto essere lì, in quel momento.

Un’isola tra le isole, ma non più isolata.

A sentirmi dare un affettuoso bacio sulla guancia e al mio «Perché?» sentirmi rispondere: «Così!»

Grata e appagata da quell’affetto gratuito, o forse meritato.

Quei gesti di gentilezza riscoperta che mi sono stati riservati, mi rimandavano a un’altra frase a me cara:

“Mi hanno piantato dentro così tanti coltelli che quando mi regalano un fiore,

all’inizio non capisco neanche cos’è. Ci vuole tempo”.

Tempo ce ne vuole sul serio, perché un’isola impari – innanzitutto – a considerarsi almeno un arcipelago. Una parte di un qualcosa. Ci vuole tempo.

Mentre qualcuno continuava a ripetermi che non ne avevamo abbastanza. Invece io penso che tempo ce ne sia, ma lo impieghiamo molto male, e del significato vero di Carpe Diem ce ne ricordiamo solo quando c’è da sciorinare locuzioni latine per fare i fighi.

Non andava bene che io mi fossi disabituata alla gentilezza, ma è ottimo che sappia ancora riconoscerla quando c’è e apprezzarla ancora di più, poiché inusuale.

Ma tutte queste sono cose che non si possono dire, che è difficile ammettere, che è meglio che gli altri ci considerino isole, strane, solitarie, che bastano a se stesse. Fa mooolto più figo.

Fa parte delle maschere che indossiamo.

Oltre quelle per aiutarci a vedere sott’acqua che – come vi ho già detto – ingrandiscono gli oggetti e non ci permettono una visione reale di quello in cui siamo immersi, ci sono quelle che indossiamo per evitare che gli altri vedano come realmente siamo.

Calziamo mute per preservarci dal freddo, computer per salvaguardare la nostra salute, e quando ci spogliamo di questi, manteniamo su le nostre maschere per proteggere il nostro Io più profondo e corazze invisibili ma palpabili. Un rivestimento a guisa di una muta.

Come c’è chi preferisce restare nelle acque basse, più sicure e superficiali, così, c’è chi ama scendere in profondità, inabissarsi sempre più giù, al limite delle proprie capacità.

Accade esattamente lo stesso con le conoscenze: c’è chi si ferma all’involucro e decreta, e chi – invece – riesce a scoprire quel che si cela dietro l’apparenza, dietro le maschere.

Una delle maschere più famose di tutti – per antonomasia – è quella di Pulcinella. Pulcinella che scherza sempre, ma scherzando dice la verità. 

Un po’ perché è più semplice, un po’ perché è l’alibi vigliacco che possiamo usare quando si mette male. La scusa del “Guarda che scherzavo, hai frainteso”.

E io lo faccio Pulcinella e ne vedo pure tanti. Mediocri attori dell’ilarità, protezione buffa di una sostanza ben più seria.

Oppure, si può apprendere ad esempio che – spesso – l’arroganza è la copertura della profonda insicurezza, che si può manifestare con la spavalderia, con il cercare di mettere in cattiva luce gli altri, per risultare migliori.

La paura, ve l’ho detto, è il motore di ogni azione.

Io la mia insicurezza la proteggo attraverso silenzi e discrezione, che mi porta a balbettare se parlo di fronte a una platea nutrita. Dove, per essere imbarazzante, mi basta che sia composta da circa tre persone.

Ma questo può essere percepito come una che “Non prende mai posizione” cito testualmente.

Ho sorriso.

Tu non sai chi sono io.

Ho sorriso di nuovo.

Perché poi c’è pure il perenne sorriso-spot, accompagnato dal “Va tutto bene!” che basta agli sguardi effimeri, per credere che sia davvero così. Ma sotto, chissà cosa cela…

Penso a chi, anni fa, mi aveva detto che con il mio sorriso (reale o sforzato che fosse) avevo il mondo ai miei piedi e io quel sorriso in giro per il mondo ce l’ho portato, non potendo fare a meno di notare, ogni volta, come la Me Vacanziera venisse più apprezzata della Me Quotidiana.

«Perché, quando viaggi, sei più rilassata» mi aveva detto una volta qualcuno.

Non credo c’entri questo.

Credo, piuttosto, che c’entrino gli squali

La memoria collettiva comune, formatasi coi film, ci ha sempre fatto pensare che gli squali siano creature pericolose, benché non avessimo mai avuto modo di verificarlo personalmente.

È un po’ come quando qualcuno ci parla di tizio/a che non conosciamo, e di quanto sia stronzo/a.

Il nostro giudizio è vergine di esperienza diretta, influenzabile. Con noi non lo è stato, ma automaticamente ai nostri occhi diventa stronzo per osmosi.

Poi, magari, ti ritrovi personalmente a parlarci con tizio/a e tutta questa stronzaggine non la percepisci, capendo quanto sia importante formarsi una propria opinione su fatti e persone e non “per sentito dire”, di quanto sia indispensabile ragionare con la propria testa e il proprio cuore, sempre e in ogni situazione.

In quanto agli squali, sono loro quelli con più timore: ne mandano uno in avanscoperta a controllare la situazione, se è tranquilla, il branco lo segue e si fanno la passeggiatina.

Io ho immaginato la scena più o meno così:

«Tutto a posto rega’. Ci sono i soliti quattro sub che si sono alzati alle cinque per venirci a vedere. Dài, famoli contenti e facciamogli ‘sta passerella!»

E così hanno fatto. Più volte. Si sono lasciati scrutare da noi che li abbiamo osservati con timore reverenziale e ossequioso di cotanta maestosità.

Forse se non avessero fatto film sanguinolenti che li vedevano protagonisti, ci saremmo tutti avvicinati di più, e avremmo raccontato di quanto siano coccolosi i re del mare.

Coi pesci pagliaccio avviene il contrario. Perché i pesci pagliaccio sono tanto piccoli e teneri d’aspetto, quanto bulli dentro. Si sentono grandi, forti e arroganti a dispetto della loro esigua mole.

Da grande voglio diventare un pesce pagliaccio e sentirmi coraggiosa e prepotente sempre, alla faccia di tutto e tutti.

Forse se non avessimo una memoria interna che registra e ci ricorda del dolore, vivremmo con più leggerezza.

Come quando nessuno ti conosce.

Perché magari in giro per il mondo, nessuno sa chi sono: non ci sono pregiudizi, non ho un passato, un presente ingombrante, una testa molto pensante ben nota ai più e che può incutere soggezione, come mi viene spesso detto.

Magari risiede in questo la differenza.

O magari, basta solo incontrare chi con uno sguardo e una chiacchierata riesce a capirti. Riesce a vederti dentro.

Capita.

Perché c’è speranza, Signori.

C’è sempre speranza.

Mentre tu sei lì a chiederti dove e se sbagli, a cercare di capire cosa tu trasmetta o no e se ti corrisponda, se il percepito sia abbastanza simile alla tua intima essenza, o ci siano degli errori di comunicazioni da correggere.

Mentre vorresti solo spiegare chi sei e fare domande, qualcuno in un attimo ti coglie appieno. Con due parole.

Qualcun altro, in un inglese sgangherato mi dice che io ero “kindly” e “respect”.

E poi c’è stato anche chi, non conoscendo nemmeno il mio nome, ha cercato il profilo Facebook di un mio amico, ha passato pazientemente in rassegna tutte le foto profilo dei sui contatti per scovarmi. E infine c’è riuscito.

Non so bene perché io abbia meritato una tale dedizione, ma mi ha ricordato l’ovvietà del “Chi vuole davvero trovarti, fa di tutto”. TUTTO.

Quindi, come potevo ancora incaponirmi col maschio sapiens che possedeva pure il mio numero di telefono, ma che non utilizzava? Non potevo proprio!

Le isole, effettivamente, sanno bastare a se stesse. Perciò si scelgono la compagnia.

Mentre scrivevo la bozza di questo articolo il mio telefono ha scelto dal lettore “Someone like you” come l’anno scorso, quando l’avevo cantata con due amiche ed era stato decisamente più divertente.

Stavolta, me l’ero cavata anche da sola, ma loro mi erano mancate.

Dormendo con un donnone ungherese che parlava solo francese e che aveva fatto della nudità il suo pigiama. Sicché quando di notte rientravo o mi giravo, mi ritrovavo in faccia il suo nobile deretano desnudo.  Che culo! (appunto)

Ma me la sono cavata, me la cavo sempre.

Ora sto cercando di imparare a cavarmela non più da sola, non bastando a me stessa.

Disabituandomi alle aspettative negative, ai paletti, al salvifico egoriferitismo nel quale ci rifugiamo.

Magari imparo davvero.

Quel che ho appreso è che non c’è bisogno di spiegarsi, non serve presentarsi. La volontà è un motore ben più potente della paura e più efficace, più immediato, con meno sforzi.

C’è speranza Signori.

C’è sempre speranza.

Dietro le maschere, dietro i pagliacci, i pregiudizi, la paura, dietro i “sentito dire”, dietro i difetti o i gusti differenti, c’è ancora chi intravede qualcosa in noi che valga la pena di scoprire.

Ci vuole tempo, ci vuole pazienza, ma accade.

Certe isole vanno scoperte. Il mondo che conosciamo sarebbe diverso se qualcuno non avesse avuto l’ardire e il coraggio di oltrepassare i confini della Terra conosciuta, per vedere cosa celassero.

Ci vuole coraggio per interagire, capire, sopportare, supportare, giustificarsi, aiutarsi, amarsi, conoscersi.

Ma ne vale la pena.

Perché, sapete, le isole hanno creato piattaforme per far atterrare gli aerei; levigato la costa per far attraccare le navi; smussato la spiaggia per accogliere i bagnanti. Messo in funzione il faro per farsi trovare. Abbassato le mura di protezione che le cingono per la piena interezza per far entrare qualcuno. Installato un telefono per farsi rintracciare.

Quindi, volendo, le isole sono raggiungibili: con il telefono, con la barca, con l’aereo, perfino a nuoto. Volendo.

VOLENDO.

 

 “Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, la Terra ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te”.

John Donne

 

Ai miei compagni di questo viaggio,

alle picchiate a cinquanta metri,

le canzoni cantate, le tante risate e i balletti.

Grazie 😉

 

 

NdBB: Stavolta, non solo non ho portato con me nemmeno un paio di scarpe col tacco (neanche uno per compagnia!!) ma sono stata anche scalza per una settimana intera. Le cose cambiano, le persone pure.

 

 

“Vieni a giocare con me”, le propose il piccolo principe, sono così triste…”

“Non posso giocare con te”, disse la volpe, “non sono addomestica”.

“Ah! scusa”, fece il piccolo principe.

Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:

“Che cosa vuol dire <addomesticare>?”

[…]

“È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire <creare dei legami>…”

“Creare dei legami?”

“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”.

[…]

E quando l’ora della partenza fu vicina:

“Ah!” disse la volpe, “… piangerò”.

“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”

“È vero”, disse la volpe.

“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.

“È certo”, disse la volpe.

“Ma allora che ci guadagni?”

“Ci guadagno”, disse la volpe.

[…]

“Addio”, disse.

“Addio”, disse la volpe.

“Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.

“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.

“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.

“È il tempo che ho perduto per la mia rosa…” sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.

“Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare.

Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”

“Io sono responsabile della mia rosa…” ripeté il piccolo principe per ricordarselo.

Il Piccolo Principe

Antoine de Saint-Exupéry

 

Se volete scoprire le meraviglie del Mar Rosso, vi consiglio http://cassiopeiasafari.com/

THE DAY AFTER: LO CHIAMAVANO “EL TIGRE”

I day after sono tutti diversi e, chiaramente, variano a seconda della serata che hai trascorso. Ci sono day after che ti regalano un gran mal di testa e senso di vomito; quelli che ti donano malumore e paranoie; quelli che ti lasciano un bel senso di appagamento e pace.

Oggi, è un day after che mi offre un gran sorriso, una bella sensazione, la consapevolezza di avere intorno gente niente male, un perizoma con un buco sul davanti (che perizoma è se non ha un’apertura sul davanti?) e svariati video che hanno come protagonista un tizio che si fa chiamare “El Tigre”.

Bella storia.

Quella che doveva essere una tranquilla uscita tra amiche, ad ascoltare musica dal vivo, ha riservato non poche sorprese.

Innanzitutto ho appreso dell’esistenza dei distributori automatici di perizomi e, niente, la mia vita è cambiata.

Pensandoci bene, sono utilissimi.Barbie Bastarda perizoma d

Se, improvvisamente, ti rendi conto di aver “svoltato” la serata, concupendo un grazioso ometto col quale spassarsela, ma ti ricordi di avere su dei mutandoni che manco Bridget Jones, per solo un euro risolvi il problema e ti trasformi in Sex Bomb.

Dopo questa (forse) ho visto tutto. Chissà se ti tramutano anche le chiappe…

Comunque per divertimento, ne abbiamo preso uno ciascuna e ho notato con immenso stupore che il distributore era quasi vuoto, segno che l’articolo va e non poco. L’inventore è davvero un genio.

La sorte me ne ha riservato uno davvero fine ed elegante, che Victoria’s Secret e Yamamay se lo sognano.

Potete mirarlo nelle foto.

Barbie Bastarda perizomaNotare la pregevole fattura orgogliosamente China, i fiorellini vedo-non vedo, la raffinata rifinitura argentea e, ovviamente, il delizioso buco sul davanti. Forse una presa d’aria in prospettiva dell’estate o, banalmente, per agevolare l’ingresso. Un pochetto fuori obiettivo, per essere pignoli.

È stato proprio mentre traccheggiavamo coi nostri signorili trofei che ci si è avvicinato nientemeno che “El Tigre”.

Poteva essere semplicemente l’ennesimo (e il terzo della sera) che attaccava bottone, il classico non-figo e non-simpatico che liquidi in un attimo, con cortesia, ma giusto per togliere dubbi che non la vedrà mai. Neanche dopo sei birre, neanche se siamo attrezzate per un’attività porchesca.

Poteva chiudersi lì, lo avremmo salutato col sorriso e proseguito la nostra bisboccia. Senza ridergli dietro e fargli video.

Ma certa gente vuole davvero strafare.

Certa gente sente la necessità di mettersi in ridicolo e farsi sfottere.

Perché quando uno ti si presenta dicendo: «Ma non mi avete riconosciuto? Non sapete con chi state parlando?»

Con tale presunzione, manco fosse Bono (né di nome, né di fatto), si ha il dovere civico di prenderlo per il culo. Semplice.

A me hanno iniziato a brillare gli occhi perché già pregustavo il divertimento che sarebbe scaturito dal protratto perculamento.

Pure tu non hai idea di chi avessi di fronte, mio caro Miciotto VIP.

E allora glielo abbiamo detto che sì, forse, mi ricordo, mi pareva, te lo stavo proprio dicendo, oh ma che culo che abbiamo, ma perché esattamente – di grazia – saresti famoso? Perché scusaci siamo rinco ma, al momento, non ci ricordiamo. Però sì, oh, hai proprio una faccia conosciuta. Uh, sul serio.

La sua popolarità pare derivi da pregevoli comparsate a programmi televisivi, presenza fissa in web radio popolarissime, video su youtube che te prego fermate, non sai le visualizzazioni, non dimenticando di millantare anche partecipazioni a film che, però – guarda caso – non sono ancora (o mai) usciti.

Lo chiamavano El Tigre.

Chi cazzo sei se non conosci El Tigre??

Giuro che la domanda che ha assillato la mia mente per tutto il day after è stata: Ma come cazzo ho fatto a non buttarmi a terra dal ridere?? Come sono riuscita a resistere?? Io?? Che rido per tutto? Figuriamoci per un tale esemplare e tali esternazioni??

Non lo so!

Forse era troppo più divertente incalzarlo, fargli domande, incoraggiare quell’attrazione che provava per una delle mie amiche (che ora, ovviamente, non mi rivolge più parola. Fuori un’altra…).

E giuro che, ogni volta che lo lasciavamo andare, tornava a cercarci. Capite perché dico che certa gente ha bisogno di soffrire?

A guastare giusto un po’ il divertimento, un commento da parte di una delle mie amiche:

«Poverino!»

Non a caso, il compatimento proveniva dalla più giovane di noi. Ancora tollerante, ancora indulgente, perché – invece – quando sei un po’ più grandicella, perdi un pochino questa umanità, in luogo di considerazioni egoistiche del tipo:

poverino de che? Poverina io che devo trovarmi davanti tutti ‘sti coglioni!

In effetti…

Ma, quando stavo sull’orlo del sentimento in colpa, la Tigre del Fleming, ha iniziato a prodursi in una danza sensuale con movimento sexy di anca-bacino-bacino-anca, dedicato alla mia amica che, devo dire, abbiamo invidiato parecchio. Ma parecchio proprio.

A quel punto, ho tirato fuori la fotocamera. Il “Povero” felino non ha avuto neanche la modestia di fare finta di non accorgersene, anzi, fomentatissimo, ha dapprima seviziato e posseduto un tavolo col suo ampio pube, per poi elargire scivolate a profusione, ballo stile “Pulp Fiction”, dito in alto da Stayn’Alive – Ah ah ah -, il tutto condito con sguardi arrapao che te prego legame(te).

Ho esaurito la scheda della memoria, ma ne è valsa la pena.

Quando pensavo che fosse abbastanza, El Tigre ha pensato bene di rincarare la dose: una volta si lasciava il numero di telefono, in seguito il contatto Facebook, ora si lascia nientemeno che l’url del video di YouTube col quale, pare, sei diventato qualcuno.

A quel punto potevo, e dovevo, andarmene a casa.

Alla fine, però, ho imparato da “El Tigre”, e da tanti prima di lui, quanto sia fondamentale nella vita crederci.

Perché, in effetti, se tu per primo non credi in te stesso, come potrebbero farlo gli altri? C’è chi in questo esagera e chi, invece, ha tutto da imparare.

Perciò credo che, da oggi in poi, cercherò anche io di trasformarmi nella Donna Tigre. Col mio bel costumino perizoma forato, taglia anoressia, tanto che il buco diventerà una “O” talmente grande che sembrerà un’espressione di stupore della patonza.

SuperBB, la nostra eroina, mai si fermerà, lotterà con furore, combatterà i mali della società e, se proprio non ci riesce, si limiterà a riderci su.

Come nel succitato caso del famosissimo El Tigre.

“Misteriosa la sua identità, è un segreto che nessuno sa, chi nasconde quella maschera Tigre. Tiger Man”.

Che come citazione, ci stava tutta.

 

PS: la seconda domanda che mi sono posta per tutto il giorno è stata: ma perché ‘sta gente sempre davanti a me???

 

CIRCONDATI DI PERSONE MIGLIORI DI TE…

«BB, circondati sempre di persone migliori di te…» confesso che, quando mi è stato rivolto questo consiglio, non ci ho badato più di tanto. L’ho trattato come uno dei tanti suggerimenti che ci vengono regalati da chicchessia, gratuitamente, ogni giorno, perché chiunque si sente in diritto/dovere di aiutarti a vivere la tua vita. «Circondati di persone migliori di te…» mi sono state anche argomentate le ragioni, molto, molto bene. Però, niente. Questa frase mi è apparentemente scivolata addosso. O non ero pronta a recepirla.

Perché dopo è successo qualcosa: quelle parole hanno iniziato a lavorarmi dentro, risuonavano nella mia testa come un mantra e mi sono sovvenuti anche i motivi per i quali avrei dovuto farlo:

«Le persone sono degli specchi, se frequenti qualcuno per un determinato lasso di tempo, inizierai ad agire e ad essere come lui. È inevitabile, naturale, per questo devi sempre circondarti di persone migliori di te».375368_10151050321035584_443060970583_22115426_857456637_n

Detta in questo modo, non sembrerebbe per niente semplice. Innanzitutto bisogna fare un grosso dispetto al nostro ego per riconoscere che ci sono individui che ci superano in qualcosa: intelletto, cultura, dialettica, simpatia, umanità, qualsiasi ambito. QUALCUNO È SUPERIORE A NOI. Cavolo.

Tendiamo a sceglierci situazioni nelle quali possiamo primeggiare, per compiacere la nostra autostima e ignorare le nostre lacune. È troppo facile così e di sicuro non è la strada per crescere, imparare ed eccellere davvero.

«Circondati di persone migliori di te.  Assorbi più che puoi, evolvi, rifuggi tutto ciò che ti abbrutisca. Diffida dai boriosi saccenti: non sapranno insegnarti nulla, perché troppo presi dall’essere fintamente onniscienti. Coloro che trasudano tracotanza difficilmente diffondono sostanza. Gli insegnanti migliori che incontrerai nel tuo cammino, saranno quelli inconsapevoli di esserlo, chi, naturalmente, con il proprio comportamento, carattere e le proprie azioni, dimostra di possedere qualità morali e spirituali superiori. Vuoi anelare al cambiamento, progredire, elevarti? Circondati sempre di persone migliori di te…»

Poi ho pensato a come avessi condotto, fino a quel momento, la mia vita e, incredibilmente, mi sono accorta di aver sempre messo in pratica quelle parole. Il parametro che utilizzo è: «Cosa porta questo individuo nella mia esistenza?»

Non so se vi capita lo stesso, ma certe persone mi fanno sentire bene. Basta la loro presenza, una parola, un sorriso, mi riempiono, mettono di buon umore e non so spiegarne il motivo. Hanno un’influenza positiva sulla mia realtà. Anche se le vedo poco, ci parlo ancora meno o frequento di rado, mi fanno stare BENE.

Viceversa, provo un fastidio fisico di fronte a certi individui e – anche qui – non so spiegarvelo, ma è come se venissi contaminata dalla bassezza interiore. Rifuggo istantaneamente questa gente.

Forse è vero che le anime si riconoscono prima che lo faccia la razionalità, o che certe ci compaiano davanti proprio quando ne abbiamo bisogno, ma accade. Accade ogni giorno, però bisogna saperle prima riconoscere e poi seguire.

«Cosa APporta questo individuo nella mia esistenza?»

Diffido – senza concedere il beneficio del dubbio – di chi sorride poco, di chi non sa ridere di sé, di chi si prende sempre troppo sul serio, di chi non gioisce degli altrui successi, di chi non conosce l’umiltà e l’uso di tre espressioni fondamentali: «Grazie», «Scusa»  e «Non lo so».

Allo stesso modo, evito chi si trattiene, a qualsiasi livello, sia nell’esternare affetto o semplicemente umanità. Chi è parco di parole per disinteresse, non per pudore d’animo. E, al contrario, chi riempie la bocca di vocaboli vuoti, ma poco il cuore di azioni. Chi compete sempre, chi cerca di ostacolare il miglioramento altrui, chi, potendo, non aiuta, chi s’accompagna solo ad alterigia, superbia ed ipocrisia, chi non è disposto a condividere, idee, esperienza, per paura del giudizio o di perdere la propria supremazia.

Chi tratta il tuo tempo e la tua mente come un postribolo atto solo a raccogliere lamentele, critiche, malumori e frustrazioni. E che, al contrario, si dimentica di te quando va tutto bene.

Chi non fa e giudica chi invece ha il coraggio di fare, chi denigra costantemente il lavoro altrui, chi non è prodigo di complimenti ed altruismo, malcelando un’invidia profonda dettata dal desiderio di predominare.

1Parimenti, allontano il finto buonismo – dannoso più della cattiveria sincera – di chi finge di essere amico di tutti, di accettare ogni cosa, non punta i piedi, non si ribella e non manifesta apertamente disagio.

Viceversa evito chi si lagna continuamente di tutto e tutti, chi ha bisogno di sminuire gli altri ed elogiare sempre se stesso. Le persone piccole che non fanno altro che raccontarti quanto siano grandi, in un incessante «Ioioioioio» decantatore di prodezze che, spesso, vedono solo loro…

Riconosco e bandisco la pericolosa cattiveria degli infelici, che – sebbene mi provochi una certa compassione – danneggia qualsiasi cosa e persona le capiti davanti e, purtroppo, se ne compiace. Chi vive nel mors tua vita mea, non provando mai empatia o solidarietà.

Sii sempre affamato di miglioramento e non cedere alle grettezze dell’anima e di soggetti tali che possano contaminarti…

Guardati intorno, scegli con cura gli insegnanti, impara più che puoi, e se senti che persone, ambienti o situazioni non contribuiscono più alla tua crescita, bensì la limitano, la ostacolano o ti creano sofferenza, abbi sempre il coraggio di allontanarli.

È vero che “i rami secchi cadono da soli”, ma, ogni tanto, una bella potatina non guasta…

Forse rimaniamo delusi dalle persone quando ci accorgiamo di averle sopravvalutate, di non avere nulla da imparare da loro e che non sono superiori come credevamo, ma al contempo non hanno né l’umiltà né la predisposizione ad imparare da noi. Forse le avevamo investite di un´identità che non è la loro, idealizzate ed è per questo che poi ci deludono.

Non prendertela, a volte alcuni individui non sono semplicemente in grado di recepire o impartire insegnamenti, magari hanno incrociato la nostra vita quando non era tempo o magari – quando e se sarà il momento – li ritroverai sul tuo cammino come allievi pronti a ricevere o maestri vogliosi di insegnare. Ma non mancheranno anime superiori dalle quali apprendere e attingere, mai. Basta saperle riconoscere ed avere l’umiltà e il coraggio di seguirle.

Da qualche essere ho appreso il dono dell’ironia dissacrante e demonizzante e – sopra ogni altra cosa – quello dell’autoironia che ha ucciso per sempre la suscettibilità che mi causava sofferenza.

C’è chi mi ha insegnato ad essere gentile con chiunque, per quanto possibile, e fintanto che la gentilezza non venga scambiata per stupidità, arrivando al mero sfruttamento.

Soprattutto ringrazio quanti mi hanno mostrato come sia indispensabile coltivare un sano egoismo, spesso additato e denigrato. Sbagliate: l’amor di sé DEVE essere alla base della nostra esistenza e DOBBIAMO coltivarlo, nutrirlo e difenderlo in tutti i modi che conosciamo.

Potrei fare una lista molto, molto lunga di meteore che sono passate nella mia vita, ma delle quali ricordo ogni singola parola . Ne potrei fare una eguale di quelle transitate e poi allontanate che mi hanno lasciato solo disillusione.

Grazie ad ognuno di voi.images

Si dice che ogni persona ci lasci qualcosa, non credo sia sempre vero. Credo, piuttosto, nel lasciare andare chi non è in grado di lasciare né di apprendere nulla, ma anche questi ci insegnano che forse noi siamo molto meglio di quel che credevamo…

Ogni volta che qualcuno mi stringe la mano per presentarsi, sorrido, annuncio il mio nome e penso mentalmente: «Spero davvero che tu sia migliore di me…»

 

 

«Alla fine tre cose contano:

quanto hai amato, come gentilmente hai vissuto

e con quanta grazia hai lasciato andare cose non destinate a te»

Proverbio Buddhista

 

 

 

A VOI, che siete migliori di me… 😉

I PRELIMINARI DEI PRELIMINARI: FASE AVANZATA

Apro gli occhi…

Che giorno è??

È IL GIORNOOO!!!

Sorrido.

Sono felice.

Guardo l’orologio.

Giorgia alla radio canta:

«…Solo uno fra tanti ti guarderà come sei e viaggerà quando ridi nei pensieri che vivi, negli sbagli che fai. Solo uno fra tanti importerà come sei…»

Sorrido. Sono felice. Guardo l’orologio.

Dodici ore e ci vedremo. Lui ed io, finalmente. A cena lui ed io. Sono felice e non ho nemmeno vomitato.

Quando arrivano le venti??

Ok, ora vi racconto…

Dunque, vi ricordate quando vi ho parlato dei “Preliminari dei Preliminari”?? Ecco, siamo andati oltre… No, che avete capito?? Un pochino oltre, Preliminari dei Preliminari fase avanzata, insomma! Io & Lui Primo Appuntamento!!primo_appuntamento (1)

Quando arrivano le venti??

Canticchiando vado a fare la predoccia. La doccia seria la farò stasera, ma intanto mi lavo con cura e mi depilo completamente. Non che abbia premeditazione di concedermi, ma essere del tutto priva degli schifosissimi peli superflui, mi fa sentire notevolmente più figa!

Che mi metto?

Sono giorni che ci penso, da quando lo so. Da quando è stata fissata la data.

«…Ti va di cenare con me?» Semplice, no? Un milione di paranoie, di pensieri, di seghe mentali e poi lui pronuncia sei parole e si aprono le porte del paradiso! «Mi farebbe molto piacere…»

Comunque alla fine ho optato per un fantastico vestitino e rigoroso tacco dodici comodo. Ho pure una discreta scollatura. Sì, mi deve apprezzare per il cervello e bla, bla, bla, ma è opportuno anche mettere in mostra la mercanzia. Stiamo in ogni caso parlando di un uomo, non dimentichiamocelo. E facciamolo godere! Solo con gli occhi, per ora…

La giornata è trascorsa non so come. Sono andata in giro con una paresi facciale stile jolly sghignazzante e  non sono riuscita a pensare ad altro: Lui ed io, “Noi” a cena, un misto di eccitazione e terrore.  Non è vero, la paura c’è, ma è troppo più grande la gioia, questa è la verità.

Non vedo l’ora di vederlo e non vedo l’ora che arrivi domani per fare tutto il resoconto alle mie amiche, sedute al nostro solito tavolino del bar.

Mi sono lavata, truccata e vestita con cura, specchiata non so più quante volte e – alla fine – mi sto criticando pure poco, sono accettabile!

Esco finalmente di casa per dirigermi verso di LUI e la nostra serata.

«Ti passo a prendere?»

Lo apprezzo davvero tanto che si sia proposto, però non ce la faccio. Mi viene una specie di ansia se devo farmi venire a prendere a casa, non so spiegare nemmeno i motivi. È un problema, lo so, ma ci sto lavorando.

Un’ultima occhiata allo specchietto, un’ulteriore spruzzatina di profumo che ho sempre in borsa e percorro gli ultimi metri che mi separano dal luogo dell’incontro.  Ed eccolo lì, puntualissimo, ad aspettarmi. Sorrido e il mio cuore danza un rock’n roll acrobatico.

Una maschera di tranquillità all’esterno, un uragano di emozioni dentro di me…

«Ciao!»

«Ciao…»

Doppio bacino sulle guance e saliamo in macchina, è stata lavata. Per me!! L’ha lavata PER MEEE!! Trattengo una risatina nervosa di soddisfazione.

«Dove andiamo?»

Ma non l’hai letto il mio articolo più famoso?? Ma che mi frega dove mi portiii!! Andiamo dallo “Zozzone”, prendiamo la pizza al taglio, io sto con te! Che mi frega “dove”!!

«È uguale, dove ti pare…»

«Sapevo che l’avresti detto, ho prenotato in un posto carinissimo. Lo adorerai…»

Un uomo come si deve un piano ce l’ha sempre e mi piace colui che programma la serata, che sa, che agisce. Lui è così. Quindi mi ha fatto una domanda trabocchetto?? Hai capito che parac…

«Il tuo profumo è buonissimo»

Parac… delizioso!

«…Grazie…»

Dovevo metterne di più, lo sapevo! Gli piace!! È fantastico!! L’odore è fondamentale, siamo animali, dopotutto.

Che dico?? Che dico?? Che dicooo?? I silenzi imbarazzanti li odio, che dico?? Sicuro me ne esco con qualche stupidaggine, meglio che sto zitta. Sì però è fastidioso:

«Hai sentito che caldo oggi?»

Tu sei l’idiota, più idiota, più completa che abbia mai conosciuto!! Il tempo!! Parli del tempo?? Ma io dico??

Ma che potevo dire?? Mo ci mettiamo a fare alta filosofia!

«E dimmi, che ne pensi del mito platonico della caverna?»

Certo, ci manca Platone! Così mi dice «Restiamo amici» ed eccoti servito l’amore platonico! Sono un disastro, sono un disastro totale! Dopo stasera non vorrà vedermi mai più, è sicuro.

Per fortuna siamo arrivati.

Scendiamo dalla macchina, ci avviamo vicini verso l’ingresso del ristorante e, di botto, lui si ferma e io mi blocco. Che è successo?? Mi guarda da capo a piedi e, dalla bocca padrona del più bel sorriso del mondo, esce un: «Stai benissimo… Sei stupenda»

Devo decidermi a frequentare pure un corso di “Accettazione dei complimenti”, perché la mia reazione è stata:

«Stupenda?? Ma hai visto che culone che ho?? E il brufolo puntuale delle occasioni speciali?? E i capelli?? No dico, è proprio vero che quando ti devono venire meglio è sicuramente il momento in cui ti vengono peggio!! E vogliamo parlare dell’eye- liner e di quello stronzo di un mascara che proprio stasera ha deciso che voleva fare i grumi?? Guarda, lascia proprio stare!

Per fortuna la mia temporanea incapacità di articolare frasi di senso compiuto si è dimostrata utile. Con un filo di voce balbetto un:

«G…G…Grazie… » (Fammi tua, qui, nel parcheggio!)

Te lo possono dire cento volte al giorno senza sortire particolari effetti, ma quando te lo dice quello che ha aperto un varco nel tuo cuore come un grissino nel tonno, cazzo che botta! Per lui sono STUPENDA. Esagera, o non mi avrà visto bene…

Il posto è carino e accogliente, ma davvero non aveva importanza. Sul tavolo un bigliettino col suo nome e un “2”. Ha chiamato, ha prenotato, pensando a me. Poi dicono che è difficile far felice una donna, solo a pensare questo  potrei urlare di gioia. Va be’ ma io sono scema, è vero.

Guardo il menù e trasalisco: no, non è possibile!cena-romantica-1748x984

«Ma… ma… ma… è un… un… [cacchio, parla!!] È un ristorante vegetariano!»

Mi guarda tra il divertito e il compiaciuto.

«Ti sei ricordato che sono vegetariana?» Neanche pensavo di avergliene parlato, sarà uscito involontariamente in qualche discorso e lui l’ha memorizzato.

«Certo che mi ricordo, me l’hai detto…»

Voglio davvero urlare di gioia, perché questi sono i gesti che mi fanno impazzire, quando qualcuno si ricorda quello che gli dico e fa caso ai dettagli.

Ha una cartella nella sua testa chiamata “BB” e dentro ci archivia tutto ciò che mi riguarda, quello che mi piace, quello che detesto, quel che gli dico. Ce le abbiamo tutti, ma pensandolo mi sento importante. Io abito nella SUA testa. Fico, troppo fico!!

La cartella nella mia mente che riguarda lui, straripa. Poi io sono patologica, perché mi ricordo TUTTO. Quello che mi dice lui, certe volte me lo scrivo. Sì sono pazza, ma occhio a puntare il dito, siamo tutte così, sappiatelo.

Mi piace ascoltarlo, non ci posso fare niente. È la cosa principale in un uomo. No va be’, non diciamo cazzate, per prima cosa mi deve attizzare, però se quando apre bocca non mi stimola, poi mi si affloscia tutto, ecco. E invece lui mi piace da matti. Lo ascolterei per ore. È simpatico, interessante, brillante. Trovo fantastico quando sceglie una parola piuttosto che un´altra, perché penso che sono le “sue parole”. Adoro quando mi racconta qualcosa del suo passato, perché comunque mi rendo conto che c´era anche senza di me, anche prima che lo conoscessi io. Era qualcuno che non conosco ma che sto imparando a comprendere. A volte mi diverto a cercare di prevedere le sue risposte o le sue azioni, per appurare quando mi sbaglio e quando invece ho già capito come è fatto. Lo trovo entusiasmante.

Sì, sono pazza. (di lui…)

Sorrido.

Macché sorrido? Sono un’ebete. Non ho smesso di sorridere da quando l’ho visto, sono raggiante. Ecco c’avrò la faccia da scema!! Ma lui se ne sarà accorto?? Contegno, contegno, devo darmi un contegno. Calma, calma, calma!!

Sono come i bambini, quando vedo qualcosa che mi piace tanto non riesco a smettere di guardarla e di sorridere. Se sto bene, sorrido. Sembro stupida, ma in realtà lo sono. Completamente rincretinita da lui, dalla sua presenza. Potrei chiedere di più? No, non credo.

Oddio mi ha preso la mano! Muoio. Felice ma muoio. Adoro, adoro, adoro quando mi prendono la mano. Perché l’ha tolta?? Avrò fatto una smorfia e penserà che non mi piace, ma perché lo pensa?? Che faccio, glielo dico? No, ma ti pare?? Non glielo posso dire!! «Puoi rimetterla la mano, mi piace da matti. Prendimela, anzi te la posso regalare, in fondo con la sinistra non ci faccio granché!» No, ma che gli dico?? Non posso dire niente! Gliela prendo io?? No, mi vergogno troppo…

«Mi piacciono da morire le tue fossette…»

«…G…G…G…Gra…zie»

Oggi è un gran giorno perché ho imparato a dire «Grazie» e sembra che sia l’unica parola sensata che riesca a pronunciare. Scema, scema, scema!

«Signori, gradite del vino?»

Sì! Sì! Sì! Tanto, tantissimo!!!

Ti prego, ti prego, fa che non pronunci quelle tre parole che detesto, ti prego!

«Certo che lo gradiamo, vero?» e si rivolge a me. Che domanda retorica!

«Sì, il vino va benissimo»

Grazie, grazie, grazie! Per due motivi… Se avesse detto «Io sono astemio» sarei stata costretta a rispondere «Io e te non abbiamo niente da dirci» ad alzarmi e andarmene. E sarebbe stato un peccato, perché mi piace. Ammazza quanto mi piace… Poi non voglio ubriacarmi, ma un pochino di alcol mi aiuterà a stemperare la mia tensione e a non essere solo la cretina inebetita che riesce solo a dire «Grazie» e a parlare del tempo. Forse. Perché se continua a guardarmi e sorridermi perdo l’uso della parola per sempre, è sicuro. 

Forse ha aiutato il vino, o forse dopo un po’ la mia ansia tende a scemare, o forse è merito suo che riesce sempre a mettermi a mio agio, ma mi sto finalmente godendo la serata. Tanto, troppo.

Siamo riusciti anche a mangiare! Non sono una di quelle che, quando esce con uno, ordina un’insalata. Se si va a mangiare, si deve mangiare! Per fortuna lui la pensa allo stesso modo. E, se è vero che un sano appetito a tavola fa presagire un sano appetito anche altrove, allora noi stiamo messi bene. Parecchio bene.

Senza che ce ne accorgiamo, siamo rimasti gli unici clienti del locale. Com’è quell’ovvietà? Il tempo vola, quando stai bene…  Prima di andare bisogna superare uno dei momenti cruciali delle uscite.

primo-appuntamento-595x400Gli uomini non si rendono conto di quanto sia imbarazzante per una donna il momento del conto. Non per tutte, ovviamente, certe lo fanno quasi di professione, perché il galateo impone che sia lui a pagare, però – porelli – certe volte mi dispiace pure. Ma una non sa mai se deve fare la vaga o chiedere di smezzarlo, perché certi uomini si risentono di brutto solo a sentirtelo dire. Invece, se lui accetta di dividere, in fondo sei tu che ci rimani male, diciamocelo! Ci cade l’illusione del cavaliere generoso, quindi è un momento terribile.

Una volta una mia amica mi ha detto:

«Un galantuomo si alza, con la scusa di andare in bagno e – senza che tu te ne accorga – paga il conto e torna al tavolo. Perché è così che si fa»

Io le avevo raccontato della mia terribile esperienza della sera precedente, quando ero uscita a cena con uno, incautamente, perché lo conoscevo poco e un’intera cena è difficile da gestire se ti trovi male. Non solo avevo passato una pessima serata, ma il peggio lo toccai quando lui si mise a fare il Revisore del conto.

All’inizio pensavo volesse scherzare, giuro, invece no. Con una mano teneva la ricevuta, con l’indice dell’altra passava in rassegna ciascuna battuta chiedendomi se effettivamente corrispondesse alle ordinazioni e se ogni piatto costasse davvero otto euro anziché sette e cinquanta come ricordava e così via.

Io, a fatica, ho tenuto botta fino ai contorni, poi – quando ha chiamato il cameriere per chiedere spiegazioni sulla presenza dei due euro per il pane – ho tirato fuori la mia carta di credito e, senza proferire parola l’ho porta al cameriere, sconcertato quanto me, per togliere entrambi dall’imbarazzo.

Il galantuomo ha bofonchiato qualcosa, ma avevo già smesso di ascoltarlo. Non avrei voluto dirgli nemmeno nulla, però mi aveva infastidito troppo. Occorreva specificare che il mio non era un atto di spocchia, ma un’evidente azione di risposta:

«Tanto per chiarire: non è che avevo bisogno di te per mangiare, stasera. Se volevi fare il galante, non mi pare così carino mettersi a spulciare e commentare il conto per farmelo pesare. Comunque tranquillo ti faccio risparmiare sui soldi della benzina che avresti speso per riaccompagnarmi, perché mi pago pure il taxi».

Perché è così che si fa. Coi cafoni.

Lui ha fatto tutto come si doveva e io ho fatto finta di non accorgermene. Seduta da sola, attendendo il suo ritorno, inizia a salirmi l’ansia del “dopocena”: e ora? Che succederà?? Ci baceremo? Ci avvinghieremo? Sono ancora capace a baciare con amore? Una volta ero brava… e se poi? Sembra incredibile ma era l’unica cosa alla quale non avevo pensato.

Ecco la stranezza: io che amo definirmi una ninfomane, un’adolescente con gli ormoni impazziti, un uomo che pensa solo a quello, quando mi piace davvero uno, “a quello” non ci penso mai. Vi pare normale?

Sapete la scena che principalmente mi balena in testa qual è? Lui ed io sdraiati sul divano a guardare la tv… Io completamente sopra di lui con la testa e una mano poggiate sul suo petto. Si può essere più patetiche? No, non credo…

Però, in effetti, se mi concentro, riesco a pensare anche… ehm… altro… Taaanto altro… Fa caldo, caldissimo… cambiamo pensieri che è meglio!!

Eccolo di nuovo.

Mi sembra sia andata bene. Abbiamo riso moltissimo, ma anche affrontato argomenti tosti. Alla fine la mia lingua ha fatto il suo dovere. Non pensate male!! Poi sono io la ninfomane…

Forse ho parlato troppo, forse troppo poco, non lo so. Domani mi rimprovererò per almeno un milione di motivi e sentirò l’esigenza di scusarmi per la mia ridicolaggine, è sicuro. Domani, ci penso domani.

Mi prende di nuovo la mano, stavolta svengo per forza.

«Ti va se facciamo qualcosa domenica? Abbiamo tutto il giorno, sarebbe bello passarlo insieme…»

Ok, devo smaltire tutte queste informazioni.

È andata bene, altrimenti non mi avrebbe chiesto di rivederci. Noi-domenica-NOI-insieme. Odio la domenica, perché uno la domenica pensa troppo semplicemente perché ha più tempo per pensare. Non si è presi dagli stress quotidiani, tranne il cervello che fa il superlavoro. Se non soffrissi di insonnia cronica, le dormirei tutte le domeniche.

«…magari andiamo al mare»

Ti prego, sposami!

Io ci starei sempre al mare! A volte ci vado da sola, anche d’inverno, rimango lì a fissarlo, ad ascoltarlo e mi fa stare bene.

«…Sarebbe bellissimo…»

LUI-Io-NOI-Mare-Domenica… Potrebbero iniziare a piacermi le Domeniche…

Mi guarda, mi sorride e…….

«Ehyyy… Yuuuuuuhhh… Ci seiii??? Terra chiama BB!!»

Che c’è??

Ma…hqdefault

Nooo…

Ah ecco.

Ero partita.

Nooo…

Perfetto.

Torno in me.

Non sono a un tavolo del ristorante, ma al solito tavolino del bar, i soliti quattro occhi davanti a me, il solito Campari diluito col ghiaccio. Perfetto. Ho iniziato ad avere anche le allucinazioni.

«A che pensavi tutta presa?? Anzi, a CHI??»

Le amiche sanno sempre quello che ti passa per la testa, anche quando ti incanti.

Prima reazione: faccio finta di non aver capito e parlo di altro.

«Insomma, che facciamo stasera?»

«Che fai, cambi discorso come al solito??»

È terribile avere gente che ti conosce così bene, checccazzo.

«Tanto lo sappiamo a CHI pensavi!»

«No, adesso dice che non le interessa più»

«Quello è pazzo di lei, lo sanno tutti, ma lei è la solita capocciona!!»

«Va be’ però pure luiii!!! Daiii!! Non è chiarooo!!

No, ma fate, fate! Parlate pure come se io non ci fossi, eh? E poi la mancanza di chiarezza, per me, è già palese chiarezza. Pensate sia una frase contorta? Rifletteteci e vi accorgerete di no…

Loro discutono sulla di lui ambiguità e sulla mia capoccionaggine, mentre io controllo i disegnini che ho fatto – senza accorgermene – sul tavolo, col mio calice. Mi ritrovo spesso a giocherellare con bicchieri e cannucce, Freud si fregherebbe le mani.

Cosa è successo? Quello che succede spesso, un sentimento o cresce o svanisce, il mio l’ho fatto morire. Se non lo si alimenta, è inevitabile che finisca. Mi sono resa conto che questa persona riusciva a cambiarmi l’umore e iniziava a sconvolgere il mio labile equilibrio. Ero governata dalle emozioni. Terribile. Quindi non sapevo più come comportarmi, se assecondarle o tornare in me e mi era venuta meno la naturalezza, perché in questi casi mutiamo i nostri atteggiamenti, è inevitabile. Siamo combattuti tra il cuore e la ragione. Siamo sciocchi? Tantissimo.

Mi sentivo una bambolina in balìa del batticuore, non più padrona delle mie azioni, priva di quella già poca scioltezza che possiedo e non riuscivo a gestirmi. Non tolleravo di essere destabilizzata da un’incertezza, da un sentimento che, forse, provavo solo io. Se qualcuno entra nella mia vita non voglio porgli delle barriere, ma devo essere certa che lo desideri davvero e lui questa sicurezza non me l’ha data.

Allora ho fatto quello che mi riesce meglio: ho fatto un passo indietro. Se questo fosse oggetto di guinness dei primati, lo vincerei  sicuramente. «Signori un bell’applauso a BB che anche stavolta si è tirata indietro e abbiamo raggiunto quota un milione di volteee!!!» Yeeeaaahhh!!! Bravaaa!!!

Ho ritirato le carinerie che riservo solo a poche, pochissime persone, le ho incartate insieme ai miei pensieri su di lui e li ho messi sotto a chiave. Caso chiuso. Cuore anche. E da “Solo uno fra tanti” è diventato “Come tutti gli altri”. Esattamente quel che sono io per lui.

Probabilmente non se ne è nemmeno accorto! Questo è quello che mi ferisce di più. La mia presenza dopotutto non era fondamentale. E allora sono felice di averlo fatto, evidentemente era la cosa giusta. Pensavo di partecipare a uno scambio di complicità, invece ho capito che stavo giocando da sola. Non ha fatto nulla per tenermi, è questa la verità.

Se fossi una femminuccia come tutte le altre, dovrei piangerne. Prossimamente sui vostri schermi “La ragazza che giocava da sola”: una sfigata che passa dall’essere totalmente disincantata al vivere d’illusioni create da lei, non perdetevelo! Come faccio a singhiozzare se penso a una cosa del genere?? Rido, rido di cuore. Uhm… devo lavorare sulla colonna sonora…

Ovviamente se non mi vedono piangere pensano che non me ne freghi poi tanto. Già, è normale.

Incredibile, loro ancora parlano:

«Sì, ma se lei fosse meno de coccio…»

«Sì, ma se lui invece l’avesse presa…»

Se… Se… Se… I discorsi ipotetici non mi sono mai piaciuti, lo sanno tutti.

Infine, si rivolgono di nuovo a me:

«Insomma tu che pensi??»

So che sto per pronunciare quella frase che io stessa temevo di enunciare perché perfettamente conscia di cosa significhi. Quella frase che sottintende una serie di ragionamenti e tante, tantissime cose che non si possono più dire a voce alta, né a qualcuno, né tantomeno a me stessa.  Caso chiuso. Cuore anche.

Senza nemmeno alzare lo sguardo sentenzio un:

«Non ne voglio più parlare. E intendo Mai Più…»

«…Ehm… quindi che facciamo stasera?»

Visto? Ora sono loro a cambiare la rotta dei discorsi.

È stupendo avere gente che ti conosce così bene.

Sono consapevoli che, quando emetto quelle parole, faccio sul serio. Non si gioca più, per me è un “Basta” tatuato. E di Tizo-Caio non ne sentiranno  più parlare.

«Brava, brava, sei proprio brava. Non vedevi l’ora di trovare una scusa per non pensarci più. Ritirataaaaaaa!! Brava, ti faccio un applauso!»

Ecco, ci mancava solo il rimprovero da parte della Vocina nella testa!

Senti che accuse ridicole poi, diciamocelo. Vigliacca io?? Puà… non sa proprio che inventarsi.

Poi mi sono davvero rotta di addossarmi sempre tutte le colpe! Che palle! E lui allora?? Basta. Caso chiuso. Cuore anche.

Inevitabilmente penso a quando mi avevano detto:

«Sai, è per questo che ci si prova ancora… »

«Per cosa?»

«Per l’espressione che hai fatto quando hai sentito il suono del telefono, per il sorriso che fai se vedi che è lui e per la gioia nei tuoi occhi quando vi vedete… E non ti vedevamo così da tanto… per questo ne vale ancora la pena…»

«… non ti vedevamo così da tanto… »sex-and-the-city_470x305

Già, neanche io mi vedevo così da tanto. Peccato…

Eravamo così carini a quel tavolo del ristorante, eravamo così carini in generale… 

Squilla il telefono.

Ho paura…

Stavolta non vi lascio con la suspense: è LUI…

Sorrido.

(ma tanto non me ne frega più niente…)

«We know that we fear to win

And so we end before we begin.

If you go your way and I go mine?

Are we so helpless against the tide?»

U2

A TE, senza che tu lo sappia mai… 😉

PS: Questi articoli stanno diventando una sorta di libro a puntate, non programmato, né previsto. E non so bene neanche dove mi condurrà, ma spero che vogliate scoprirlo insieme a me…xx 😉

La prima parte la trovate QUI

I “Preliminari dei Preliminari”Saga Completa QUI

UN COMPLEANNO DA RICORDARE…

Ebbene sì, il tempo passa! Per voi, chiaramente, perché io ho compiuto sempre 29 anni… per l’ennesima volta!!

Ma quest’anno è diverso. Questo è stato un compleanno da ricordare! Il film lo avete visto? Dai è un cult! Una mia amica ed io ci telefoniamo ogni volta che lo danno per guardarlo, tornare adolescenti e sognare ancora.

Comunque non ho compiuto sedici anni e il più figo della scuola non mi è venuto a cercare portandomi la torta e mai accadrà. In primis perché non vado più a scuola già da un po’ e soprattutto perché – come ben sapete – la vita è tutt’altro che un film!hero_EB19840101REVIEWS401010384AR

Il mio è stato un compleanno da ricordare per altri motivi…

Non so voi, ma a Capodanno e ad ogni genetliaco mi viene naturale stilare un bilancio: dove mi trovo, quali obiettivi ho raggiunto, sono felice? Stavolta voglio esternarlo al mondo…

Faccio parte della schiera di persone “che non si lasciano stare”, quelle che chiamano sensibili, empatiche, o – semplicemente – profonde, qualcuno anche“pesanti” e devo dire che hanno ragione. Io mi sento solo una con tanti pensieri e poche parole e il già noto “vaso di coccio tra vasi di ferro”.

Da piccola – come tutti – avevo dei sogni e dei progetti ed ero davvero una bambina favolosa! Un esserino impertinente e così sicuro di sé, che guardava al mondo con aria di sfida e l’incoscienza che possono avere solo i bimbi.

Non so in che momento questa bimbetta mi abbia lasciata, ma mi manca.

Forse è successo quando ho iniziato a scontrarmi con la realtà e ho permesso che la vita mi cambiasse. Questa stronza, non solo non ci dà sempre quello che vogliamo, ma – troppo spesso – prende il sopravvento e noi riusciamo ad esserne solo spettatori disarmati. Così tutti i nostri bei progetti si fottono, lo sguardo si abbassa e la sicurezza svanisce.

Gli ultimi anni, poi, mi hanno tolto e dato tutto, condotto all’Inferno e riportato.

Ho conosciuto la disperazione pura, la depressione più totale, un abisso così nero e profondo dal quale, tuttora, non riesco a capire come abbia fatto ad uscirne indenne. Forse la bimba impertinente ha preso di nuovo il comando e ci ha salvate entrambe…

Ho smesso di prendermi cura di me stessa e delle persone che mi erano davvero vicine, perché pensavo – avevo deciso – che non ne valesse più la pena. Per questo, non riesco ancora a perdonarmi. Ma sicuramente tutto ciò mi ha trasformata e ho finalmente trovato un mio equilibrio.

Si dice che chi abbia avuto problemi seri, subìto un lutto grave, visto la morte da vicino, poi cambi, affronti la vita in maniera totalmente diversa e apprenda appieno il significato di essa.8416518286_311d46f669

Queste persone le riconosci, io ho imparato a distinguerle a chilometri di distanza. Forse è questo che è capitato a me e che doveva accadermi perché capissi molte cose.

Una delle parole chiavi che ormai uso costantemente è: “ridimensionare”. Guardare tutto nella giusta prospettiva.

Quante volte ci siamo trovati in circostanze che sembravano disastrose, poi col tempo le abbiamo superate, il dolore è svanito e ci siamo resi conto che erano solo sciocchezze. Quanto tempo perso dietro a persone immeritevoli, situazioni malsane, sofferenze gratuite. Troppo.

Gli avvenimenti molto gravi sono pochi, per fortuna. E possiamo immaginarli… Si trova un rimedio per tutto. Non vedo più i problemi come montagne insormontabili. C´è sempre una soluzione e, anzi, molto spesso le cose si sistemano da sole e molto più facilmente di quel che crediamo.

Non mi lascio sconvolgere dagli accadimenti esterni.

Non mi affanno… Né nel cercare di cambiare le situazioni, né per piacere a tutti.

Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te, sempre, ma non farti neanche mettere i piedi in testa. Le persone tendono a prevaricarsi, rispetto tutti ma, sopra ogni altra cosa – finalmente –  rispetto me stessa e mi faccio rispettare. Anche se a volte con certa gente non vale neanche la pena discutere. Non lo vedo come un segno di debolezza, tutt´altro. Il mio tempo e i miei pensieri sono preziosi, quindi cerco di non sprecarli in discussioni sterili. Sono arrogante? Forse. Più che altro penso che le persone scelgano come vederti indipendentemente da quello che tu faccia o dica. Se decidono che piaci loro, potrai fare qualsiasi cosa, ma lo penseranno sempre. E vale anche il contrario. Perciò non mi lascio sfiorare dalle opinioni altrui. Faccio i conti solo con me stessa, il resto lo lascio andare….

Non sono mai riuscita a fare i finti sorrisi e, per questo, ora non mi colpevolizzo più. Anzi sono fiera della mia onestà comportamentale e consapevole che non possono piacermi tutti, né io posso piacere loro. E lo accetto.

Non mi va più di giustificarmi, di far capire o spiegare chi sono – anche se lo sto facendo proprio adesso – la massa sceglie di fermare il proprio sguardo ad altezza tette, alcuni sul trucco sempre perfetto, altri sul tacco dodici e decidono l’etichetta da darmi. Spesso rimangono delusi che io non corrisponda per niente all’idea che si erano creati e non mi interessa più. Non fingerò mai di essere quella che non sono.

Non mi piace stare in mezzo alla folla, se c’è troppa gente, in genere è sicuro che non ci sono io. Alcuni penseranno che sia per superbia, in realtà non ho la scioltezza necessaria per fronteggiare una ressa e non amo sgomitare, in nessun ambito. E poi, lo ammetto, spero anche che qualcuno noti la mia assenza. Sono patetica? Sì, e non me ne vergogno affatto… Non più. Ci faccio sicuramente una figura migliore se pensano che sia per alterigia e non mi va più di chiarirmi sempre con un: «Guarda che io non sono per niente così…». Tutti possono dire la loro, puntarmi contro il dito o parlarmi alle spalle. Io rimango imperturbabile. E, ancora una volta, qualcuno lo prenderà come freddezza, ma come ho già ampiamente esposto, non mi tange il pensiero altrui. Non mi interessa più l’opinione di chi ha fretta di giudicare, il mio equilibrio deve essere preservato.

Non posso farmi scalfire da chi preferisce pensare che io sia un’algida stronza, piuttosto che andare oltre l’apparenza e scovare un’anima impaurita che si difende. Io so chi sono, voi pensate ciò che volete e non posso farmi ferire da questo, il mio equilibrio deve essere preservato.

Ho una cerchia di persone insostituibili che mi coltivo con tutto l’amore di cui sono capace e che ci saranno sempre. Del loro giudizio mi interessa, eccome, del loro amore anche. Mi prendo cura di loro sempre, costantemente e dimostro loro quanto siano importanti per me. A chi lo merita, il cuore, l’anima e anche di più, agli altri auguro semplicemente una “Buona Vita” lontano da me.

Ce ne sono tanti che mi mancheranno per sempre. La vostra assenza, la mancanza dei vostri auguri, anche quest’anno, mi devasta.

Per un momento sono rimasta completamente da sola per scelta e circostanze varie. Probabilmente, in altri periodi della mia vita, non sarei riuscita a sopportarlo. Ora ho imparato a convivere con la mia solitudine che reputo un’alleata insostituibile e irrinunciabile dalla quale rifugiarsi e non più una nemica da rimpiazzare con chiunque. Mi cullo in lei ogni volta che ne avverto la necessità e, chi mi conosce davvero, sa e comprende questi miei momenti e che dopo ne esco rinata. Esco dal mio guscio solo se la compagnia mi aggrada, non ho più l’ansia delle uscite, né dell’onnipresenza alla mondanità e non mi fanno più paura quattro mura.

Preservo il mio ritrovato equilibrio, anche a costo di un’esistenza solitaria.

Sixteen_Candles_272Non gioco coi sentimenti degli altri e non tollero minimamente chi lo fa coi miei. Perciò rifuggo tutte le situazioni poco chiare, ambigue, disturbanti, anche se mi costa dolore, ma non posso più accanirmi, non posso inseguire, non posso aspettare. Il mio equilibrio ne uscirebbe devastato.

È che non me lo posso più permettere, capite? Non posso più piangere, rimuginare, fantasticare, di tempo ne ho sprecato già abbastanza e tutti noi sappiamo che non è infinito. Ho fatto dipendere troppo il mio umore da comportamenti e azioni altrui e ora non permetto più a nessuno di turbare la mia ritrovata pace interiore.

Sconvolgermi la vita positivamente, quello lo concedo a tutti.

Se mi trovo qui, adesso, in questo momento, con determinate persone piuttosto che altre, vuol dire che mi dovevo trovare qui. C’è sempre un motivo. Potrebbe sembrare assistere inermi alla propria vita, non viverla e lasciarsi trasportare da essa. In realtà è un adattarsi agli imprevisti pensando che non sempre quello che accade di negativo è negativo, anzi, certe volte è la nostra salvezza o è qualcosa che ci catapulta verso l’inimmaginabile.

Come dice qualcuno:“A volte il destino ha più fantasia di noi” a volte poniamo limiti alla Provvidenza e ciò che immaginiamo la delimita di molto. A volte ci convinciamo che quello che ci manca, sia il solo responsabile della nostra felicità o causa della mancanza della stessa. Ma siamo solo noi a scegliere se essere felici o meno e non possiamo davvero, davvero, immaginare cosa ci aspetti domani.

Lascio che la vita mi sorprenda…

Mi ha condotto in posti che non avrei mai immaginato, con persone sconosciute poi divenute pilastri, colonne poi sbriciolate, ma sono sopravvissuta.

Anche questo blog rappresenta un inaspettato portone aperto su una porta che mi è stata chiusa in faccia, con immenso dolore. Non so dove mi condurrà, ve lo dirò, ma – per ora – il viaggio mi sta piacendo molto e sta andando ben oltre ogni mia aspettativa. Grazie.

Mi guardo costantemente allo specchio in cerca di rughe inesistenti, mi muovo milioni di critiche ma in fondo, in fondo, molto in fondo, mi accetto così come sono. Non sarò mai una taglia quaranta, combatterò sempre contro cellulite e occhiaie e i capelli non staranno mai come dico io, ma va bene così.

Ho deciso di essere più indulgente con me stessa…un_compleanno_da_ricordare

Mantengo degli atteggiamenti da bambina e ne sono fiera. Ho imparato a ridere sempre e di tutto, a cominciare da me stessa. La mia Bimba Interiore ha finalmente smesso di urlare e ora canta, in macchina, sotto la doccia, fa scherzi ogni volta che ne ha occasione e non si prende MAI sul serio. E sono felice che la mia parte puerile, irrazionale, incontrollata, sia rimasta intatta, nonostante tutto.

Siamo il frutto delle nostre scelte: sbagliate, azzeccate, ridicole, ottime, pessime, va bene così! Tutti sbagliano. Siamo essere fallibili per fortuna! E sono i fallimenti che portano al miglioramento. E adesso ho scelto di essere felice. Ascolto il mio cuore, SEMPRE. Ci parla molto più di quel che percepiamo, basta spogliarsi del giudizio e saper ascoltare. Sbaglierò, ma almeno so che ogni gesto che compio o ometto, proviene direttamente dal mio cuore e questo mi fa stare bene.

Prima il mio compleanno doveva essere un giorno grandioso, avevo un motivo per sentirmi speciale, amata e festeggiare, in grande chiaramente. Ora tutto questo non m’interessa più… Poche persone, cose semplici, affetto autentico. Questo conta. Ho ricevuto tantissimi auguri. Il pensiero che tutte queste persone abbiano voluto trovare – perché si sceglie di trovarlo – del tempo da dedicarmi, mi ha riempita di gioia. Questo conta. E forse vuol dire, forse, che alla fine, non sono una così brutta persona…

Sono qui e sono viva.

Anche se le cose non sono andate esattamente come volevo, se quasi mai vanno come vorremmo, ho imparato ad accettarlo e oggi, nonostante tutto, nonostante tutto ciò o chi mi manca, nonostante una lista dei “nonostante” pressoché infinta, oggi, nonostante tutto, io mi sento felice e sono grata di questo.

E questa è tutta la teoria…

..La pratica è che – ve lo confesso – ogni tanto mi dispero ancora per cose stupide. Mentre scrivo queste righe, anche il mio viso è rigato e non so dirvi se siano lacrime di tristezza o commozione. Ma va bene così. Accetto anche i miei tanti limiti e i momenti di debolezza e fragilità. Vuol dire che sono ancora in grado di emozionarmi, di provare sentimenti profondi e di non vergognarmi mai di essi.

Comunque uso trucchi waterproof perché pure da commossa devo rimanere gnocca e poi così non c’è traccia, perché – si sa – le gnocche mica ce l’hanno un’anima!

Per i compleanni si augura la fortuna, la felicità, l’amore, d’ora in poi io augurerò tutto questo.

Per i vostri compleanni, vi auguro di arrivare dove sono io ora. Di trovare questa pace, felicità, serenità e consapevolezza che inseguiamo, a volte, per tutta la vita. Vi sembrerà banale, vi sembrerà poco, per me non lo è affatto.

Ve lo auguro di cuore.

…E Buon Compleanno da ricordare a me… 😉

«… E adesso dimmi com’è andata?

Com’è stato? II viaggio di una vita lì con te…

Io spero solo tutto bene, tutto come…

Progettavate voi da piccole…»

Liga

«Tutto questo tempo a chiedermi cos’è che non mi lascia in pace…

Tutti questi anni a chiedermi se vado veramente bene

così come sono

Così un giorno ho scritto..

Ho aspettato a lungo qualcosa che non c’è,

invece di guardare il sole sorgere…

 E miracolosamente non ho smesso di sognare

E miracolosamente non riesco a non sperare

E se c’è un segreto è fare tutto come

se vedessi solo il sole e non qualcosa che non c’è…»

Elisa

A chi c’è Sempre e a chi mi mancherà SEMPRE

IL CLASSIFICONE

Ultimamente nel mondo virtuale, impazza la “catena” delle classifiche: 10 libri che ti hanno cambiato la vita, film e serie preferiti, personaggi storici, canzoni, ecc…

Ne hanno sfornate davvero a centinaia. Ma, quando pensavo di averle lette tutte, me ne è venuta in mente una assolutamente degna di menzione: la classifica delle tipologie di persone più fastidiose.

Volevo farne dieci, poi la lista cresceva e quindi non le ho numerate, così non vi spaventate. Anche l’ordine è casuale, perché TUTTI meritano un primo posto ex aequo. Sul serio non saprei dire quale sia il peggiore!primo-classifica ed

Andiamo a scoprirli…

Il lamentoso, ovvero quello cha ha tutti i problemi del mondo. C’è crisi, lo sappiamo tutti. C’è crisi economica, sociale, esistenziale,  di sentimenti. Siamo tutti in crisi. Ora, lamentarti di tutto, esattamente, in cosa ti aiuta?? A parte fracassare le scatole di chi ti circonda, riesce a cambiare la situazione? Ne dubito fortemente. Ma, per questi esemplari, è una vera e propria missione: ogni volta che li vedi o li senti, ti devono fare l’elenco completo di tuuutti i loro problemi. Bada bene che per loro rappresenta un problema insopportabile anche il più banale contrattempo e, quindi, la loro lista sarà sempre più lunga. Problemi di salute, anche un semplice raffreddore, mal di testa; problemi di lavoro: troppo, troppo poco, stressante, noioso; problemi a casa: il compagno, se c’è, se non c’è, i figli, idem… Non so voi, ma io mi sono già stancata…

Quelli sempre in occhiali da sole. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un incremento dell’utilizzo di questi variegati accessori, fin qui, nulla di male. Le cose che non capisco sono giusto un paio: perché indossarli sempre, sempre, sempre?? Anche con la pioggia? Anche nei luoghi chiusi? Anche di sera?? C’è un’inflazione di cataratte, quindi devono proteggersi tutti?? Siamo circondati da VIP o spie in incognito?? (che poi, con gli occhiali di sera, non è che passate poi così tanto inosservati, eh?!) Paura di farsi guardare negli occhi? Questa la sospetto e la temo. Siamo così spaventati dal prossimo da cercare di celare il più possibile il nostro sguardo, oltre che i nostri sentimenti.

L’impiccione. Non ha bisogno di presentazioni e tutti ne conosciamo a iosa. Cosa spinga tali soggetti ad appassionarsi anema & core alle vite altrui, lo ignoro. Generalmente sono anche quelli che bramano per diffondere notizie succulenti appena apprese e che, infatti – appena li incontri – ti salutano con un «Hai saputo che…» per poi passare, manco a dirlo, al terzo grado, per estrapolarti quante più notizie possibili da riferire al prossimo. Quindi, parafrasando in termini quotidiani, la giornata di questi individui è incentrata sui cazzi degli altri. Ma una vita vostra, no?!

Il TiMettoInDifficoltà. Simile all’Impiccione, ma con una buona dose di veleno in più. Questi esemplari godono nell’arrecare imbarazzo ponendo domande dolenti o assumendo atteggiamenti fastidiosi. Esempio cretino: ti spunta un enorme brufolo sul naso ed esci di casa implorando, invano, che nessuno se ne accorga? Il TiMettoInDifficoltà – avendo cura di essere udito da due chilometri di distanza- ti accoglierà con un: «Oddiooo… ma che hai fattooo??».

Altro esempio cretino:

Comperare alcune cose crea sempre un po’ di imbarazzo: assorbenti, preservativi, creme per “certe” patologie o “certe” parti del corpo. Quando mi capita di dover fare questi acquisti, mi incoraggio dicendomi che sono abbastanza grande e matura da poterli affrontare senza vergognarmi. Un bel giorno, incontrai un giovin farmacista non altrettanto maturo, che accolse la mia richiesta con una risatina e una data di gomito al suo collega. Decisi che la sua poca delicatezza doveva essere punita e che lui, per la legge del contrappasso, avrebbe dovuto provare almeno un po’ del mio imbarazzo. Perciò, quando tornò coi miei prodotti, gli feci cenno di avvicinarsi, mi umettai le labbra e, con voce vogliosa, gli sussurrai all’orecchio:

«Vorrei anche una scatola di preservativi xl… Sai, ho questi problemi perché faccio troppo sesso occasionale, ma non posso proprio farne a meno…»

Lui, pur avvampando in volto tra l’imbarazzato e l’eccitato, ebbe cura di scrivermi il suo numero di cellulare sullo scontrino e io ebbi altrettanta cura di trascriverlo nel bagno di un locale gay. Il Karma applicato alle scaramucce.

Il pugnalatore folle. Ormai, ahimè, la mia è una battaglia più che persa. Continuo a vedere persone che si impegnano in una copiosa produzione di smancerie in presenza e innumerevoli pugnalate in assenza. Mi chiedo sempre: perché? Una cosa dovrebbe escludere l’altra: non pugnali chi vuoi bene e non sbaciucchi chi non ti sta tanto simpatico, giusto? No, a quanto pare, no. Mi dicono che questa pratica si chiami “diplomazia”, io sono una scema perché l’ho sempre considerata “falsità”. Va da sé l’elementare corollario: se lo fa con gli altri, lo fa anche con me, di chi ci si può fidare? Di questi tempi, a quanto pare, di nessuno.

Il pessimista cronico. Abbastanza collegato al lamentoso, il pessimista, oltre a lamentarsi, paventa continue tragedie. «Potrebbe esser peggio, potrebbe piovere» sui pessimisti piove quasi sempre. Ma come si fa a vedere sempre e solo nero? Ad auspicare sempre terribili tragedie? Poi è normale che la sfiga ti ascolta e asseconda, ci credo! L’ultimo, in ordine di tempo, che non sopportavo più, l’ho infine debellato con una semplice frase: «Ogni volta che apri bocca mi viene l’irrefrenabile voglia di toccarmi. Ma ti assicuro che non è una cosa erotica».coppa ed

La donna col SUV. Non so come e quando sia successo, immagino che un giorno una donna abbia preso in prestito la Jeep del marito, altre donne l’abbiano vista e abbiano urlato in coro: «La voglio pure iooo!!!» e da lì, il boom! Ogni donna che si rispetti, deve essere alla guida di un potente SUV. Tante considerazioni da fare. La prima è meramente fisica: essendo le donne generalmente non molto alte, alla guida danno un effetto che manco l’Uomo Talpa dei Simpson, ma, niente, hanno da guida’ il SUV! Sulla seconda tante si arrabbieranno, ma va detta: la maggior parte delle donne non sa guidare, stateci, è così! Perché, allora, mi chiedo, avventurarsi al volante di un mezzo enorme, poco pratico, con zero visuale e impossibile da parcheggiare?? (calcolando che vi è impossibile qualsiasi normalissimo parcheggio??) Mistero… Ultima cosa: le donne al volante sono prepotenti e arroganti. Date la colpa agli ormoni, allo stress, arrabbiatevi, ma è così! Inoltre il SUV concede loro un insopportabile senso di onnipotenza. Donna prepotente alla guida del SUV? Insopportabilità all’ennesima potenza…

Il consigliere non richiesto con Master in “Tuttologia”. Quanti ne conoscete? Lasciamo perdere… Sono un continuo profluvio di: «Sai dovresti fare/dire/andare/cercare…». Ma quanto sono urtanti?? Da morire…

Tu sbagli sempre qualcosa, ma loro sanno sempre, ed esattamente, quello che ci sarebbe da fare.

Più che “Vivi e lascia vivere”, il loro è un “Vivi e dì agli altri come vivere”. Stessa domanda degli impiccioni: Ma una vita vostra, no?!

Il giudice puntatore di dito. Anche questi soggetti sono molto diffusi. Oltre a prendere cura di tutti i comportamenti altrui, sono una continua fucina di sentenze, molto spesso, poco carine. Mi torna in mente la vecchia storia della pagliuzza e della trave… Come fate a giudicare sempre e comunque, e senza appello, chiunque vi capiti sotto tiro?? Come fate a non riconoscere delle attenuanti, a non provare un briciolo di empatia nei confronti di nessuno? Come fate a essere sempre pronti ad additare e, mai, a tendere la mano?

Queste persone dimenticano che siamo tutti sotto lo stesso cielo e che non si può, davvero, mai dire cosa la vita ci riservi. Mi viene in mente la vecchia storia dello sputo per aria…

Il presuntuoso. Io spero vivamente che esista un girone dell’Inferno dedicato a questi individui. ma non condannati a portare macigni, no! Troppo semplice. Spero che, come in Arancia Meccanica, vengano costretti a rivedere ogni singolo episodio di presunzione attuato durante la loro vita, commentato da qualcuno che li insulta. Perché i presuntuosi sono straconvinti di non sbagliare mai e la loro boria si sente a chilometri di distanza. Noi comuni mortali passiamo la vita a farci l’analisi di coscienza, loro, per loro stessa convinzione, ne sono assolutamente esonerati perché, giammai, possono essere in errore. Perciò nel loro vocabolario non è contemplata la parola “Scusa” ed è, altresì, assente la parola “Grazie”, perché credono che loro sia tutto dovuto. La presunzione, accompagnata dalle sorelle arroganza e superbia, è la dote che, per me, più rende insopportabile un essere umano. Scusate, avete ragione, mi correggo: noi siamo esseri umani umili, fallibili e titubanti. Voi siete semidèi scesi in terra per onorarci della vostra presenza. Vi dovremmo pure ringraziare…

La iena ridens. Questa è una categoria soltanto femminile, perché nessun uomo, per quanto malvagio, potrà mai essere neanche lontanamente paragonabile alla cattiveria di una donna iena. La cosa terribile di queste donne è che se ne vanno in giro tutto il giorno con un sorriso contratto e palesemente finto che malcela la loro ienaggine. La quale, al momento opportuno, uscirà fuori più smagliante che mai. Ne conoscete qualcuna? Evitatela!! Anzi, chiamate quella col SUV e fatele sfogare!! Magari le aiuta.

Il buffone triste. Questa invece è solo maschile, perché nessuna donna ha la pazienza di un uomo che cerca di aggradarsi la simpatia altrui. Mi fanno pure parecchia tenerezza, perché deve essere davvero dura indossare tutti i giorni la maschera del giullare per elemosinare consensi! Ma, generalmente, non fanno ridere nessuno e vengono spesso additati come: «Ariecco quel cretino…»

Io, ormai, mi limito a mostrargli i canini per pena, perché, l’ho premesso, non ho assolutamente più la pazienza di essere cortese con chi non lo merita.

I logorroici. La gente ha bisogno di parlare, ma se aggiungiamo che la gente è insofferente e, per questo, ha bisogno di parlare, ma non vuole ascoltare, saprete esattamente a che livello siamo.

Ormai le persone ti chiedono: «Come stai?» soltanto per poterti raccontare come stanno loro.

Anche qui la componente emotiva gioca un ruolo fondamentale.  Temiamo di non essere capiti, vorremmo spiegare come siamo, far sapere quello che ci piace, essere considerati simpatici e interessanti. Pensate solamente che ogni volta che qualcuno ci racconta un aneddoto di vita vissuta ci sta implicitamente dicendo: «Capisci che posso essere piacevole e sorprendente? Vedi quante cose divertenti potresti scoprire e vivere? Questo è quello che puoi aspettarti, nel bene e nel male. Ma non fermarti all’idea che ti stai facendo di me. Vai oltre, ti prego…».

La parola chiave è: insicurezza. Questa simpaticona se, a volte, può paralizzare la lingua tanto da renderci ebeti mummie, altre, per evitare di essere considerati tali, ci spinge a una superproduzione di parole.

Parla! Buttati! Racconta! Sì lo so, stai pensando a tutte le volte che ti è capitato…

Parecchio logorroici sono anche quelli che, all’interno del GRA, chiamiamo Cantanti (volevo scrivere Cazzari, ma mi sembrava un po’ forte…). Molto famigerati, non necessitano di presentazioni. Io ne invidio la memoria. Il motivo principale per cui io, infatti, non mento mai è proprio questo: non mi ricorderei quello che racconto, se inventato. Ma vi immaginate che sforzo?? Infatti non sempre ci riescono e, proprio per questo, vengono smascherati. I meno furbi si contraddicono perfino da soli! E tanti di loro non riescono a distinguere la realtà dalle frottole raccontate. Anche qui, profonda tenerezza: devono amare così poco la loro vita da doversene inventare una parallela, perfetta…

L’incazzato cronico. Potrebbe sembrarvi simile al pessimista, ma è di una sfumatura diversa. Perché, se il primo ha un’aura triste e rassegnata, il secondo è bello sveglio e bellicoso!! A questi individui invidio, invece, l’energia. Ne hanno davvero tantissima per affrontare tutto il giorno e tutti i giorni una continua guerra verso chiunque! Che cavolo ma possibile che ogni giorno troviate migliaia di motivi per arrabbiarvi?!

Ma fate pace col mondo! In fondo loro sono di più…

Paradossalmente, trovo altrettanto insopportabili i seguaci dei sorrisi finti. Credo che l´ostentazione positiva si stia diffondendo in maniera preoccupante. Quelli «Bene! Sempre Bene! Molto bene!»  che vedi più tirati di una starlette in decadenza.

Già “Ostentazione positiva” implica una contraddizione implicita. La positività dovrebbe essere insita, non – appunto – simulata. Dovrebbe essere una forma mentis, non una maschera giornaliera. Io, per esempio, sono solare, sorridente e positiva… Ma mi riservo il diritto di farmi girare le palle ogni volta che mi va!

A questo punto dell’articolo, so perfettamente cosa sta succedendo: stai ridendo di gusto e pensi che io abbia ragione. Ad ogni categoria hai esclamato: «È verooo!!! Quello è insopportabile! No, questo di più! Ah mi ricorda tanto tizio/a! Coso/a è proprio così!»

Giusto?piccoli-atenei-classifica-censis-2013-295x200 ed

Ok, ora ti dirò una cosa… Secondo una leggenda psicologico-sociale negli altri non sopportiamo i difetti che, inconsciamente, riconosciamo come nostri, ovvero i difetti altrui sono lo specchio dei nostri. Chiaro?

Perciò ci sono molte probabilità che qualcuno, leggendo questo stesso articolo, per qualche categoria abbia pensato a te o a me…

Non fa più così tanto ridere, vero?

Va be’, consoliamoci… Stiamo tutti messi male! Ma sarebbe carino, ogni tanto, prenderne coscienza…

 «Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre».

Carlo Mazzacurati

 NdBB: Se pensate che ne abbia scordato qualcuno, si accettano suggerimenti… soliti consiglieri, impiccioni e giudici!!

Prima pubblicazione: 10.12.2014