L’EFFETTO “SALLY”.

La solitudine è un qualcosa che fa paura.

Siamo animali sociali con un concetto di “gruppo” ben radicato in noi.

Cresciamo in famiglie, classi, comitive; frequentiamo stadi e i posti più affollati; condividiamo passioni per creare coesione e fratellanza.

La solitudine la patiamo e la evitiamo.

Poi, col tempo, impariamo a conviverci, ad amarla, a ricercarla perfino.

Ci allontaniamo da essa solo se ne vale davvero la pena, se la compagnia corrisponde esattamente a quello che cerchiamo, se è un arricchimento e non un obbligo da soddisfare, né un dovere da onorare, altrimenti evitiamo.

Non tutti, badate, alcuni la solitudine non la tollerano.

Sono quelli che vediamo sempre accompagnati, talvolta anche con soggetti improbabili o che, fino al giorno prima, non avrebbero mai guardato.

Loro lo vivono costantemente, noi soggetti solitari abbiamo delle sporadiche ricadute.

Ma alla fine, tutti, a un certo punto, subiamo quello che io ho chiamato l’effetto “Sally”.

Ovvero l’esigenza di un contatto vero, la necessità di umanità, amore, calore, condivisione. Cediamo alla terribile voglia di ricevere e donare “qualche candida carezza, data per non sentire l’amarezza”.

Ho vissuto per parecchio tempo sotto effetto “Sally”, quando pensavo che una compagnia sbagliata fosse preferibile al nulla; quando soffrivo talmente tanto il mio essere sola, da accontentarmi di quello che mi capitava; quando mi amavo davvero molto poco e ricercavo Amore in chiunque e in ogni dove.

Mi raccontavo che da questa ricerca selvaggia, queste presenze fittizie, questo donare affetto solo per riceverlo in cambio, potessi trarne solo benefici e non avessero controindicazioni.

Invece ho pagato tutto e anche caramente.

Per queste “candide carezze”, per ogni mia distrazione o debolezza mi sono punita io in primis

Pentendomi, recriminandomi, biasimandomi, accusandomi di non essere abbastanza indipendente e immune all’isolamento, di essere debole.

L’ho pagata accorgendomi che, a ogni scelta sbagliata, perdevo un pezzetto di me stessa, tonnellate di fiducia in me e negli altri e che – paradossalmente – appagare a tutti i costi quel disperato bisogno di amore mi stava trasformando in un essere non più capace di provarne.

E poi, ovviamente, l’ho pagata scontrandomi con la realtà, disilludendomi ogni volta, scoprendo come fossero realmente le persone alle quali mi accompagnavo che io avevo così tanto investito di affetto e aspettative.

Ho visto cosa ti può crollare addosso.

Ho capito che è meglio tenersi le carezze, piuttosto che regalarle per colmare un vuoto.

Tanto che ora è davvero molto difficile che le conceda, che mi conceda, che permetta a qualcuno di disturbare l’equilibrio della mia solitudine.

Eppure…

Anche adesso, anche se sono forte, anche se la solitudine è un qualcosa che spesso ricerco, a volte mi lascio sopraffare da questa esigenza di vicinanza.

Decido di essere più indulgente con me stessa.

Di non curarmi di quello che accadrà dopo, di pensare al contingente, di ricercare una soddisfazione subitanea.

Di provare, chissà, perché da qualche parte dovrà pur nascondersi questo decantato Amore, quindi bisogna tentare, anche se poi si paga.

Perché siamo animali sociali, gruppi, famiglie, classi, comitive, coppie.

E ogni tanto, o sempre, sentiamo il bisogno di ricordarcelo.

 

 

“Forse davvero ci si deve sentire alla fine un po’ male”

Vasco – Sally – 

 

 

LUNGIMIRANZA EPIDERMICA: LA PELLE NON MENTE MAI

C’era una volta un ragazzo che mi piaceva tanto, ma tanto, ma così tanto, che mi fece perdere la testa per ben due anni. Letteralmente.barbie bastarda pelle.

Un bel dì – finalmente – mi chiese di uscire. Finalmente lui ed io, finalmente il mio sogno che si avverava, finalmente la favola. Ero felice e gaudente.

Ricordo molto bene che quella mattina aprii gli occhi, pensai che giorno fosse, balzai in piedi e…

Vomitai, due volte.

Mi dissi che il rigetto era causato dalla forte emozione che quell’evento mi aveva procurato.

Sì, sì, certo. Come no…

In quel momento non sapevo che il mio corpo mi stava lanciando un segnale di pericolo, la mia “pelle” era più lungimirante di me e della mia infatuazione. Avrei dovuto prestare molta attenzione a quel che mi stava comunicando attraverso il mio stomaco. Perché – infatti – tempo dopo, ebbi modo di appurare che lui non faceva semplicemente disgusto classico, normale, del tipo noioso, molto comune. No. Lui era il non plus ultra: lui faceva letteralmente vomitare!!

Quella sera, l’appuntamento filò abbastanza liscio, fino al momento che tanto bramavo, in cui le nostre labbra si sarebbero finalmente congiunte.

E, dopo un’attesa durata ben ventiquattro mesi e un’intera serata, lui mi baciò.

Fu…

Semplicemente…

Un grandissimo….

schifo!!

Cioè: sono due anni che aspetto un bacio merdoso?? Ma com’è possibile??

Miei cari, la pelle non mente.

Sebbene fomentata dai due anni d’attesa, da tutto questo sentimento che pensavo di provare, niente. Al momento di toccarci, la pelle non voleva collaborare. Non mi piaceva proprio, anche se cercavo di raccontarmi che non era vero.

Se avessi baciato il famoso rospo, probabilmente mi avrebbe dato maggiori emozioni.

Non solo avevo ignorato il segnale della mattina, tentavo di giustificare anche la mancanza di coinvolgimento. Magari l’imbarazzo, magari la novità, la trepidazione, magari col tempo mi piacerà di più. È incredibile la quantità di cazzate che ci diciamo, quando ci ostiniamo a seguire ciò che crediamo di provare.

Col famoso senno di poi, mi fu tutto chiaro. E la mia intera epidermide lo aveva capito da subito, ma io – purtroppo – non avevo voluto ascoltarla.

Un’altra volta, a seguito di un incontro con la bocca di un altro gentiluomo che desideravo, ebbi un’eruzione cutanea sul viso che mi costrinse a letto per ben tre giorni e che ne durò altri sette.

Anche costui, successivamente, si rivelò un egregio rappresentante della categoria dei PDM (*Pezzi Di M…) e ancora una volta, la mia cute aveva trovato una maniera, sebbene radicale, per mettermi in guardia.

Da allora faccio molta attenzione a come reagisce il mio corpo durante e successivamente ad un contatto.

Più che gli anticorpi, ormai ho gli Anti-Stronzi.barbie bastarda pelle ev2

Una mia amica, diceva che – per capire se effettivamente uno ti piace o meno – devi per forza baciarlo.

Ho sempre pensato fosse una stupidaggine, perché io la facevo molto più semplice: se mi piace, non vedo l’ora di baciarlo; se non mi piace, o sono indecisa, evito.

Col tempo e una discreta quantità di approcci cutanei, mi sono accorta della veridicità di quelle parole.

Se si è indecisi o incerti, in qualsiasi tipo di contatto, si troverà la risposta. La pelle non inganna.

Puoi comprendere non soltanto se ti piace, ma QUANTO ti piace, o se non c’è minimamente intesa.

Ebbi modo di capirlo con un altro ragazzo che mi faceva una corte spietata da anni. A me non piaceva granché, ma in un momento di particolare coraggio, mi prese con decisione e mi sbatté al muro per baciarmi. Ammetto che lo sbattimento mi fomentò non poco e, in quel micro secondo, pensai che tanta veemenza avrebbe prodotto una notevole pomiciata e che, quindi, valesse decisamente la pena provare.

Pensiero sbagliato.

Nonostante la parvenza di eccitazione data dall’approccio da macho, ogni centimetro del mio corpicino urlava: «Ti prego, basta!»  Finché non lo feci anch’io. Con il tatto e le sensazioni non si imbroglia.

Fortunatamente, la mia cute ed io, abbiamo conosciuto anche baci e tocchi indimenticabili. Tutta la gamma di emozioni che si dovrebbero provare quando si bacia qualcuno, che ti fanno dimenticare del mondo circostante, tremare le gambe e non capire più niente.

Ci sono baci che davvero ti destano da un sonno profondo, da un torpore sentimentale e latenza di batticuore.

Fa tanto Bella Addormentata, anche se noi non vivremo mai per sempre felici e contenti.

La pelle trascende le regole ed è scevra da condizionamenti e logica.

Noi lo facciamo spesso, ma la pelle, invece, non sbaglia.

Supera le barriere interposte e arriva all’intima essenza delle persone, scoprendo affinità o incompatibilità. Ciò che percepisce e ciò che ci trasmette è assolutamente autentico, genuino e decisamente attendibile.

L’espressione “a pelle” ha una validità molto profonda. Non parlo solamente delle impressioni, parlo del vero e proprio contatto fisico, a qualsiasi livello.

Da una stretta di mano si capisce molto e, a volte, abbracci qualcuno e ti senti al sicuro, come se l‘avessi fatto sempre e, per sempre, vorresti farlo. Altre ti senti a disagio, percepisci “freddezza”, diffidenza e poco calore. La pelle non mente.

Solo semplicemente sfiorare qualcuno ci provoca dei brividi e ci sono baci, abbracci, carezze, talmente travolgenti, che la nostra epidermide ricorderà sempre, come un tatuaggio. E viceversa. Anche la repulsione verrà registrata e rimembrata.

E ricercheremo sempre ciò, e chi, ci ha procurato piacere epidermico e fuggiremo il resto.

Siamo fondamentalmente animali, anche sotto i nostri abiti griffati, le parole forbite e i capelli acconciati, il nostro retaggio bestiale non ci abbandona. Perciò, veniamo attratti o respinti dagli odori, e, soprattutto, da ciò che tocchiamo con mano.

La chimica, l’alchimia inspiegabile che si crea con alcuni individui e che, invece, latita completamente con tal altri, è incontrollabile. O c’è, o non c’è. Poco da fare.

Come ho già ampiamente esposto, mi infastidisce anche solo essere lambita da gente che non mi piace. Non ci posso fare nulla e mi ritraggo istantaneamente.barbie bastarda pelle..

La pelle non è diplomatica, non finge, non si può – e non si deve – educare, è incoercibile, irrazionale.

Se è vero che “al cuor non si comanda” è ancor più vero che la nostra epidermide non ci inganna. Mai.

Ricopre il nostro intero corpo, proprio per proteggerci. Perché non dovremmo fidarci di lei? Saremmo dei pazzi se non lo facessimo.

Non è solo questione di feeling.

Sopra ogni altra cosa, è questione di pelle.

 

«Perché sai non capita poi tanto spesso

che il cuore mi rimbalzi così forte addosso…»

M. Gazzè