LA LEGGENDA DE “LA DONNA CHE NON DEVE CHIEDERE MAI”

«Perché tu sembri “La donna che non deve chiedere mai”, allora forse la gente crede che tu non abbia sentimenti, che non ti tocchi nulla. Ma non è così. Non è per niente così…»
Questo mi ha detto, LUI che mi conosce così bene e che bene me ne vuole davvero, puro e disinteressato.
La sua affermazione, una risposta a un mio sfogo di un attimo prima:
«Non capisco perché sia così facile che qualcuno mi tratti di merda. Quanto ci rimango male… Perché ci rimango tanto male?»
La frase che ho pronunciato, questa candida ammissione, quasi una debolezza di cui vergognarsi, e le lacrime che l’hanno incorniciata – in effetti – non rientrano nei miei comportamenti abituali.
Sì, forse da donna che deve chiedere mai.
Però, permettetemi di dire due paroline su questo tipo di donne, che sicuramente conoscete, additate e vi affrettate a etichettare.
I sentimenti li abbiamo e, anzi, ne coltiviamo di molto profondi.
Non ci sentirete mai chiamare chicchessia “Amore”, “Tesoro” o regalare dei leggeri “Ti voglio bene”. No.
Se e quando li diciamo, sono particolarmente sentiti, veri, poiché ne facciamo un uso molto parco.
Non sfruttiamo le lacrime come “ricatto” emotivo. Ma ne versiamo in gran quantità, in solitudine.
Quindi, sì, apparentemente sembra che tutto ci scivoli addosso, che non ci colpisca nulla, che non cadiamo mai.
Non significa che non ci accorgiamo di ogni piccolezza e che non ne soffriamo: siamo solo più brave a camuffarlo. Con un dolore silente, trincerato dietro a un bel sorriso e a un rossetto troppo figo.
Io persone prive di scrupoli e sentimenti ne ho conosciute e non credo si siano mai soffermate a interrogarsi sul male reciproco che ci facciamo – volontario o meno – a chiedersi se abbiano commesso sbagli, a porsi milioni di domande per cercare di comprendere, a giustificare – fin troppo – per poi serrare la porta con sofferenza.
Mi fa sorridere di un sorriso bagnato che più di qualcuno possa pensare che questa apparente forza, sia sinonimo di insensibilità, quando è meramente questo: apparenza.
Difesa, salvaguardia, pudore dei propri sentimenti e delle proprie debolezze.
Pensateci.
Se qualche donna che non deve chiedere mai – questa insensibile, inumana e superba stronza priva di sentimenti – ha cambiato il proprio atteggiamento nei vostri confronti, iniziate a sospettare che di sentimenti, verso di voi, ne aveva dispiegati a profusione.
Ma voi – magari – siete stati troppo supponenti e negligenti per accorgervene.
Perché i sentimenti, come le presenze, noi crediamo che vadano apprezzati, coltivati e meritati.
Non si riservano a chiunque, e sprecarli ci dispiace e ci crea una muta sofferenza e delusione, nascoste dietro un algido atteggiamento.
Scusate, ma noi insensibili stronze siamo così.
Così troppo piene di cuore.

“Tanto più resistente è la corazza,

tanto più fragile è l’anima che la indossa”

Cit.

SO COSA MI FARAI…

Recentemente ho appreso che la quasi totalità dei maschi adulti addita le donne over 30 (e, di conseguenza, anche 40 e oltre…) come “rovinate”. Dalla vita, dai precedenti rapporti, da ciò che volete e, di conseguenza, preferisce evitarle.

Questo spiegherebbe pure perché gli uomini di quell’età, cerchino le ventenni.

Ora, la rovina dovrebbe estendersi senza dubbio anche ai miei cari uomini, perché pure voi, a quell’età e non solo, non è che siate tutto ‘sto divertimento.

Alcuni tornano ragazzini, ma non essendolo più, ne risultano una patetica pantomima.

Vedi cinquantenni irretire adolescenti, millantando esperienza e cura per la femmina, difficilmente trovabile nei loro coetanei. Oppure li vedi sbavare spasmodicamente dietro qualsiasi gonna, cercando di recuperare il tempo perso, per incrementare il numero di tacche sulla spalliera, o per pura vendetta.

Perché alcuni sono incazzati – ma incazzati davvero – con le ex alle quali –nove volte su dieci – devono pure sborsare esosi mantenimenti. Hanno in piedi liti e diatribe che manco la Guerra dei Roses e tutti gli scenari che sono, purtroppo, entrati di diritto nella quotidianità delle relazioni del nuovo millennio.

Per tutti questi motivi, l’intera categoria femminile diventa un manipolo di zoccole, approfittatrici, ingrate e bastarde.

E allora: «Io mi devo divertire, se vuoi trombiamo e basta, non ti aspettare niente da me…»

Questo lo dico, giusto per pareggiare il conto su questi commenti e appellativi misogini e parecchio stronzi (scusate, sono rovinata e inacidita, quindi dovevate prevederlo) e, soprattutto, per farvi capire che ci siamo TUTTI rovinati col passare degli anni.

Tempo fa, scrissi un articolo intitolato “Chi viene dopo paga tutto il conto…” (lo trovate QUI). Nel quale, sostanzialmente, affermavo che l’ultimo che incontriamo paga per tutte le disastrose relazioni precedenti. E spesso, proprio a causa di queste, non le intraprendiamo neppure, perché troppo feriti o impauriti.

Oggi, non credo sia totalmente vero… 

Quel che ci lascia il passato, qualche anno in più e un cospicuo numero di tutt’altro che Principi e Principesse Azzurri, è l’esperienza e un’elevata capacità di discernimento.

Le precedenti relazioni ci insegnano, impariamo. Sappiamo cosa aspettarci.

L’abbiamo esperito a suon di notti insonni e lacrime versate, ma abbiamo finalmente appreso.

Abbiamo appreso i segnali, riconosciamo i gesti e interpretiamo correttamente le omissioni.

Riconosciamo le situazioni che ci potrebbero far male e le evitiamo subito e senza pentimento.

Se agisci così, so già cosa mi farai.

Qualche sera fa, un’amica mi chiedeva che fine avesse fatto il mio ultimo stalker.

«È sparito…»

«Sparitooo?? E tu che vuoi fare?»

«Io? Io niente…»

Magari, anni addietro, mi sarei annientata per la conquista del maschio, lo avrei chiamato e messaggiato io e avrei creduto ai vari: «Non sai quanto sono impegnato, non ho proprio il tempo di chiamarti o vederti…»

Mi sarei sciolta ad ogni messaggio di redenzione – con cadenza bisettimanale, quando va bene – e avrei assecondato le sue esigenze e i suoi impegni.

Un tempo lo avrei fatto. Anzi, purtroppo l’ho fatto e anche spesso.

Avrei accettato briciole anziché Pagnotte (leggi QUI).

Adesso ho capito che, se lui sparisce e non mi tampina a dovere, significa che non è molto interessato alla mia personcina, e probabilmente c’è un cospicuo gruppo di donzelle con le quali sta facendo il medesimo lavoro.

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Lo capiamo subito, lo sappiamo. A noi donne rovinate – di certo – non manca la lungimiranza. Quindi scegliamo se continuare o meno, assolutamente consapevoli di quel che ci aspetterà.

Magari non sappiamo di preciso ciò che vogliamo, ma abbiamo piena consapevolezza di quel che, di sicuro, non vogliamo più.

E io sono giunta ad un punto della mia vita in cui, se non posso fare la differenza, non mi interessa fare “numero”.

Semplice.

Se sei impegnato e mi chiedi di uscire, ti dico di no, senza nemmeno considerarlo.

Frasi tipo: “Siamo come fratello e sorella, dormo sul divano” l’ho sentito talmente tante volte, che dovremmo iniziare a preoccuparci seriamente del dilagante fenomeno dell’incesto.

“Ti prego dammi una possibilità, la storia è finita”.

No. Finisci la storia, riprenditi e forse poi ne parliamo.

“Tu sei diversa, tu sei speciale…”

Vero. Per questo tengo a me, tanto da sfuggirti.

L’esperienza ci ha insegnato che tanto mogli e fidanzate non le lasciate mai, quindi perché dovremmo complicarci la vita e iniziare un qualcosa che può solo nuocerci?

Non ci fanno squagliare le belle parole, se non seguite dai fatti; non ci incantate, non ci fregate, perché abbiamo imparato a fregarcene noi.

Utilizziamo un rasoio di Ockham sentimentale affilato da anni di giustificazioni dell’ingiustificabile; studi accurati; sofisticate elucubrazioni mentali; illusioni svanite; dietrologia dell’sms e della parola; dinamica del comportamento.

Se qualcosa in noi si è rovinato, è il tempo. Ma non, come sostiene il pensiero comune, perché rintronate dal ticchettio dell’orologio biologico, assolutamente. Abbiamo capito che non va sprecato. E se, in passato, lo abbiamo fatto tante e tante volte, non possiamo purtroppo più recuperarlo, ma abbiamo deciso di non sperperarlo ulteriormente. Quindi non aspettiamo più: telefonate, gesti, messaggi, miracoli.

Abbiamo appurato che nulla va elemosinato né il tempo, né la compagnia, né l’amore.

Magari non sappiamo di preciso ciò che vogliamo, ma abbiamo piena consapevolezza di quel che, di sicuro, non vogliamo più.

Ma speriamo, sempre!

Forse siamo prevenute, ve lo concedo, ma sapete meglio di me che nessuna donna è inconquistabile.

Allora restituitecelo quel tempo, dedicatecelo.

Se ci tenete davvero. Se no, continuate a fare ciò che già fate e saremo noi a riprendercelo, allontanandovi.

Scusate, ma siamo acide e rovinate e dobbiamo avere cura di noi stesse.

Se è terribile e non sopportiamo la generalizzazione (ma scrivendo un articolo è doveroso farla…) è altresì inconfutabile che alcuni comportamenti siano universali e univoci.

O no?

Non siete d’accordo? Avete effettivamente degli impedimenti? Vi siete pentiti di quanto detto? Avete sul serio paura?

E vi infastidisce che vi abbiamo subito etichettati?

E allora ditecelo!

Stupiteci, fatecelo capire perché – a volte – noi non ci arriviamo proprio. Magari siamo troppo paranoiche, ma, abbiamo imparato che difficilmente sbagliamo su certe questioni.

Smentiteci, non vediamo l’ora di esserlo, credetemi.

Pensate meno di noi e agite, pure la vostra di incazzatura ci fa paura. Temiamo di pagare colpe che non abbiamo commesso noi.

Teneteci!

Quando tutte le lacrime e le batoste hanno tessuto un velo di disincanto intorno al nostro cuore, ci vuole pazienza, tanta pazienza. Quella che ha solo chi vuole veramente. Quella che noi, ormai, non vediamo più da secoli e crediamo estinta.

Perciò, spesso, anziché goderci il momento, rimaniamo in attesa del palesarsi della fregatura. Perché tanto ci sarà, per forza.

Dimostrateci che sbagliamo.

Fate seguire i fatti alle parole, alle promesse, che siano quella di chiamarci più tardi, o di vederci quel dato giorno.

Che siate uomini o donne – quando ci tenete – siate CHI fa e dice; CHI fa quel che dice; CHI è presente; CHI telefona; CHI si interessa; CHI dimostra di tenerci davvero e non che dichiara semplicemente di farlo. CHI fa la differenza tra il numero.

Altrimenti qualcosa la faremo noi.
Sfanculare, per esempio.
Se mettere sempre prima il nostro benessere, rispetto a una vacua illusione; se non tollerare di essere trattate come ragazzine, perché ragazzine lo siamo già state e desideriamo rapportarci come Donne, o Uomini adulti; se abbiamo imparato a volerci così bene, da allontanare subito chi non ce ne vuole; se rispettiamo noi stesse tanto da esigere rispetto sempre e comunque; se tutto questo fa di noi delle donne “rovinate”, o ci rende ai vostri occhi acide, io sono felice che il mondo se ne sia popolato.

Perché, secondo me, una donna si rovina e si distrugge davvero quando non compie tutte queste azioni, il che significa che non si ama per niente.

E mi dispiace molto che questo arrivi dopo i 30 o oltre. Con una maturità e consapevolezza che acquisiamo col tempo e col tempo che abbiamo sprecato e che non ci verrà mai restituito.

Mi dispiace davvero.

Di essere diventata una donna cosciente, cauta, accorta, semplificatrice, egoista, intelligente, e pure acida e rovinata, di quello, no. Non mi dispiacerò MAI.

Alle mie Donne e Uomini rovinosamente belli…

DILLO CON UN ADESIVO! (MA ANCHE NO…)

Io sono una che adora le emoticon, lo ammetto. Su Whatsapp faccio addirittura dei rebus sfruttando le icone e sono pure parecchio brava e creativa.

Però…

Però.

Ormai ci siamo talmente abituati a loro, da esserci scordati delle parole. Quelle vere, quelle che leggi e rileggi, quelle che ti ricordi, quelle alle quali ripensi. Ora, al massimo, puoi dire: «Mi ha mandato un cuore grande che batte!» Che poesia e soprattutto che culo! Tu magari hai scritto un poema e la risposta è:

Taaanto caaarino, taaanto dolce, ma poi?

Anche il Messenger di Facebook è il non plus ultra degli adesivi, li installi, li togli, ce se sono per tuuutti i gusti.

Io ve lo dico, ma ogni volta che rispondete con un pupazzo, ormoni femminili si suicidano.

Io sono una donna e sono pure parecchio paranoica, ma tendenzialmente non credo di essere molto diversa dal resto del mondo, perciò quando uno/a mi risponde con uno smiley, un pupazzo o col semplice pollice – messo addirittura di default dal signor Facebook per facilitare la liquidazione di una risposta e imparanoiarci ulteriormente – la scena che vivo è più o meno questa:

-Ha risposto con un adesivo:

  1. Non sa che rispondere, ma risponde per cortesia e allora mette una faccina;
  2. Non gli va, ma vedi sopra;
  3. Non gliene frega niente di quello che ho detto, ma vedi sopra;
  4. Chi cazzo sei?
  5. Che cazzo vuoi?
  6. Tutte le precedenti;
  7. La conversazione finisce qui.

Ecco, l’ultima ipotesi è quella che prevale. Se uno/a non si prende neanche il disturbo di scrivere tre parole, capisco che non è interessato/a alla conversazione e quindi la stoppo.

Ok, capita che uno legga di corsa, mentre guida, mentre il telefono è scarico e trovi nei pupazzetti un modo veloce per rispondere, ma generalmente si rimanda una risposta più corposa ad un secondo momento:

«Scusa ho risposto al volo, ma…»

SE CI SI TIENE.

Se ciò non accade, dall’altra parte si recepisce che la risposta era esattamente quel cazzo di pupazzo e che la conversazione doveva, effettivamente, finire lì. Incassare e accettare.

Ma, ricordatevi che ogni volta che inviate come risposta un adesivo, sappiate che – da qualche parte – centinaia di estrogeni vomitano dolore, e che il pollicione fa salire l’stinto omicida.

Fidatevi, in certi casi è meglio un chiaro “Vaffanculo”.

Almeno è scritto da voi…

E questo accade quando siamo noi a subire il “Trattamento faccine”. Lo odiamo, lo schifiamo, lo malediciamo.

Ora, però, dovremmo ammettere che lo usiamo anche noi. Dite di no?

Ok, comincio io.

Molto spesso, trovo negli adesivi una degna “salvata”:

  1. Quando voglio chiudere una conversazione noiosa e sterile, senza essere scortese;
  2. Quando non so davvero cosa stracacchio rispondere;
  3. Per sviare un discorso spinoso;
  4. Quando sono indaffarata, ma dall’altra parte si insiste nell’inviare messaggi;
  5. Tutte le precedenti.

Ringrazierò per tutta la vita il Signor WhatsApp, per aver inserito – tra le tante – l’omino che alza gli occhi al cielo,

del quale abuso con gran soddisfazione, e – soprattutto –  il dito medio. Che mando nero, con l’illusione che appaia più cazzuto, quindi più efficace.

Sono anch’io una pessima persona,

Lo ammetto, ma non ditelo in giro, che poi qualcuno ci rimane male.

Esattamente come me.

Ma, forse, rispondere con un adesivo è meglio che non rispondere affatto…

Però, se uno non vi risponde più, significa che non ha davvero più nulla da dirvi e il motivo dovreste conoscerlo.

PS: Ok qui lo dico e qui lo nego: certe volte, certe volte… un cuore dice più di molte parole che, spesso, non riusciamo proprio ad esternare… Certe volte. Per il resto, avete rotto le palle con ‘sti adesivi, grazie! 😉

VOLEVO ESSERE UNA FERRARI

«…mi spiego meglio, Signorina»

Continuava a scrutarmi dall’alto verso il basso, con un’espressione indecifrabile sul volto. La fronte protesa verso di me e il mento all’indietro, gli occhiali calati sul naso, un mezzo sorrisino beffardo, mentre mi guardava tronfio di quell’aria di saccente supponenza che mi dà sui nervi. Parlandomi con il tono che si usa coi bambini, quando si cerca di far capire loro delle ovvietà.  Lo detesto quel tono.

«Mi spieghi»

«Ha presente una Ferrari

«La macchina? Cer…certo!»

 «Lei, mia cara Signorina, vede, lei è una Ferrari!»

«Come??»

«Lei è una Ferrari, mia cara Signorina. Solo che non lo capisce»

«Infatti non capisco…»

«Lo so».

Di nuovo quel dannato sorrisino.

«Immagini un poveretto qualunque – signorina cara – uno che fin da piccolo sognava la Ferrari, ben conscio di non potersela permettere. Un volgare estimatore medio. Se un estimatore ha la fortuna di arrivare a una Ferrari, cosa fa? Come si comporta? Il poveretto è incredulo, sbigottito! Un irrealizzabile miraggio che, invece, si realizza!

Egli pensava che, nella sua vita, si sarebbe limitato a rimirarla solo da lontano, mai ad averla. Difficilmente sarà in grado di gestirla, capirla in pieno, apprezzarla nella sua completa interezza.

Vorrà arrivare subito alla meta, al massimo che quella macchina può offrire, per paura che – come nei bei sogni – tutto svanisca all’improvviso! Pigerà su quell’acceleratore solamente per vedere aumentare i giri, massimizzare la velocità, per giungere dove non era mai arrivato con tutte le altre macchine, senza capire cosa differenzia la Ferrari da quelle. Senza rendersi conto di quale portento ha la fortuna di avere tra le mani, senza mirarne la complicata perfezione.

E probabilmente, si dirà che – velocità a parte – non nota molte diversità.

Così si comporta un volgare estimatore.

Un appassionato, invece, saprà apprezzare qualsiasi componente di quella stupenda auto. Non si limiterà a far aumentare i giri per raggiungere i 200 all’ora il più velocemente possibile, no. Lui la ascolterà. La asseconderà. Amerà tutto di lei.

Godrà dalla prima all’ultima marcia, ogni momento dell’accelerazione, sarà morbido sulle curve, gustandone ognuna, senza pigiare a tavoletta, per evitare di farvi sbandare entrambi.

I 200 all’ora saranno solo il raggiungimento di un culmine, di un percorso che lo ha portato ad ammirare appieno tutto quel che quella stupefacente creatura ha da offrire. Un appassionato è pienamente cosciente di TUTTE le componenti che rendono quella macchina strepitosa, unica, diversa, fuori dal comune, non solo i 200 all’ora! E li amerà tutti, pezzo per pezzo, anche quelli che gli sembrano più complessi o inutili.

Un appassionato SA bene che meraviglia ha tra le mani.

Come le ho detto, Signorina, lei è una Ferrari.

E il problema è che lei ha preteso troppe volte di essere guidata da un estimatore occasionale, piuttosto che da un vero appassionato.

Quanti sono i piloti professionisti, rispetto alla popolazione mondiale? Quanti sono? Se lo è mai chiesto, Signorina?»

«…No…»

«Pochissimi! Una bassissima percentuale! Perché non tutti possono fare i piloti, mia cara Signorina. Non tutti hanno la capacità e il coraggio per poterlo fare, non trova?»

«S… Sì…»

«Quindi, lei cosa ha fatto? Povera! Si è travestita da utilitaria, invece di aspettare un pilota. Si è resa alla portata di semplici estimatori che non avevano nulla in comune con lei. Si è abbassata i cavalli per rendersi meno eccezionale di quel che è. Ha camuffato il suo fiero e sonoro rombo, per non attirare troppo l’attenzione e per paura di disturbare. Ha moderato a velocità, per timore di rimanere sola. Ha soffocato la sua potenza, per evitare di mettere in soggezione qualcuno dinanzi al suo cospetto. Ha pianto e biasimato le sue intricate peculiarità, anziché elogiarle. Povera Signorina! Ha nascosto e maledetto la sua eccezionalità, per essere alla stregua di tutte le altre…»

Ho sentito gli occhi gonfiarsi, ma non volevo piangere di fronte a lui, né – tantomeno – ammettere quanto avesse fottutamente ragione.

«Lo fa ancora?»

«Cosa?»

«Non si sta forse trattenendo, impedendosi di piangere? Non sta fingendo di non essere colpita e commossa da quel che le ho appena detto? Non sta forse fingendo di non avere un cuore sensibile, come se questo fosse un disonore da occultare?

«No, io… No!»

«Lei ha capito, ma non vuole capire, Signorina. Forse mi sono sbagliato, lei non è affatto una Ferrari, Signorina. Se lei competesse con altre auto, probabilmente non accelererebbe al massimo per modestia. Magari, penserebbe di non meritare davvero la vittoria. Lascerebbe passare qualcun altro per renderlo felice, incurante che non lo sarebbe lei. Probabilmente agirebbe così. Quindi, mi scusi, ma non credo che lei sia una Ferrari. Perché se lo fosse, non si sognerebbe mai di essere considerata come le altre, le commerciali, le abbordabili. Se lo fosse davvero, non si vergognerebbe di piangere dinanzi a me e di mostrarsi in tutta la sua meravigliosa umanità e fragilità, perché sarebbe consapevole che anche – e soprattutto – questi comportamenti fanno grande una persona! Non se ne starebbe qui, mortificata e con la testa bassa. La alzerebbe e andrebbe fiera perfino – e soprattutto – della sua imperfezione, frutto della sua ammirevole unicità

Detto questo, si è sistemato gli occhiali e ha iniziato a guadagnare l’uscita di gran passo, senza voltarsi, né salutandomi.

Io lo guardavo incapace di replicare, cercando di assimilare tutto quel che mi aveva detto. Avrei voluto bloccarlo, ringraziarlo, chiedergli di illuminarmi ancora, ma lui se ne stava andando, mentre io riuscivo solo a piangere.

Poi, inaspettatamente, si è fermato e si è rivolto di nuovo verso di me. Di nuovo lo sguardo dall’alto verso il basso, gli occhiali calati, di nuovo il sorriso, non più beffardo, ma amorevole, quasi paterno.

«Sa Signorina? Quelle meravigliose ammaccature sulle carrozzeria, si riparano. Quei graffi, sui quali si è tanto concentrata, si tolgono facilmente. Non sono così profondi e compromettenti la bellezza, come sembrano, perché la struttura è molto forte. Il motore, il cuore, non è ancora andato. Seppur scalfita, dentro rimane sempre una meravigliosa Ferrari…»