TU, IO & TINDER

Questa roba non fa per me.

Sebbene la mia permanenza sia durata tre giorni e abbia praticato molto poco, mi ha aperto un mondo nuovo che almeno ora posso disdegnare con maggiore cognizione.

Questa roba non fa per me.

L’ho già detto?

Non fa per me.

Ho perso il conto della gente che mi aveva invitato a iscrivermi su Tinder, Badoo, Lovoo & affini, che ne decanta meraviglie, soprattutto un amico che nel mondo virtuale ha conosciuto la propria moglie mi aveva spinta a provare, a mettermi in gioco, a dire “Chissà…”.

Così, in una serata fredda e noiosa, nonostante la mia riluttanza mi sono detta: be’, che male c’è?

Se non mi piace, mi cancello. Voglio provare, sono curiosa.

E così ho fatto.

Innanzitutto Tinder ti chiede se tu voglia registrarti col numero di telefono o collegarti dal profilo Facebook. Certo, come no. La mia spedizione in incognito non contemplava questa opzione, quindi ho rispolverato un numero di servizio adattissimo a tal uopo.

Ti fa caricare quante foto vuoi e scrivere qualche info su di te, opzionale.

Io ho scelto la bellissima foto che vedete, corredata da due righe che mi inquadravano abbastanza bene.

(mancava solo che mettessi un cartello con su scritto “Do solo un’occhiata. Solo quella, non do altro”).

Poi ti fa attivare la geolocalizzazione per scovare gente vicina a te, o in un range di chilometri variabile, che puoi decidere tu.

Anche la fascia di età delle persone da visualizzare, puoi sceglierla tu.

Così come se vagliare uomini o donne.

Infine, parte il gioco e sulla schermata iniziano ad apparire profili di gente che corrisponde a quanto cerchi.

Se chi vedi ti piace, metti un cuore, altrimenti scarti.

Se il tizio ti cuora a sua volta, c’è un “Match” e potete scrivervi.

Oppure, scorri a sinistra per scartare, a destra per approvare (o è il contrario, ancora devo capirlo).

Questa funzione è terribile, perché se il tipo ha più foto, tu le scorri ma poi decidi di tornare indietro per visualizzarle di nuovo, ti parte il like novanta volte su cento.

Credo di aver visionato così tante “offerte” solo su Amazon. Con una voracità da curiosa/maniaca/bulimica di conoscenza quale sono. Tanto che, a un certo punto, anziché la ricerca dell’anima gemella, sembrava più un tentativo di un nuovo record nel gioco “Vediamo quanti riesco a farne fuori in sessanta secondi”.

I parametri usati coincidevano abbastanza con quelli che uso nella vita vera, che forse in maniera un po’ troppo frettolosa mi fanno scartare papabili pretendenti.

Uno su tutti: le sopracciglia ad ali di gabbiano.

Ogni anno, milioni di ormoni femminili vengono uccisi dalle sopracciglia maschili ad ali di gabbiano.

Ferma anche tu questa mattanza!

Denuncia i portatori e le estetiste che gliele fanno.

Ragazzi, non so dirvelo in maniera più aulica e raffinata, quindi ve la beccate come mi viene:

«NON VE SE PO’ GUARDA’!! Meglio il pelo, credetemi, che uno più spinzettato di noi!
Quando vi vedo così perfettamente depilati, mi viene sempre l’istinto di chiedervi il numero… della vostra estetista!!

Ad interagire con un gabbianuto non riesco proprio, è più forte di me.

Quindi, via gli spinzettati. Stragrande maggioranza, peraltro.

Molto, molto in voga anche gli “Espositori della mercanzia”, ovvero coloro i quali mostrano esclusivamente foto di pancia, addominali e pacco.

Quanto sta il culatello ‘sta settimana? Una cosa così.

Anche no, grazie.

Da escludere anche i portatori esclusivi di occhiali da sole.

No, tesoro. Io ti devo vedere gli occhi, lo specchio dell’anima, quelli che mi punti addosso.

Vabbè che siamo tutti più fighi con gli occhiali da sole, ma gli occhi sono fondamentali.

Se non riesco a scorgerteli, Ciaone.

Eliminabili anche tutti i fanatici del selfie in bagno, tazza in vista, o con aria lasciva sdraiati sul letto. Non so se più in posa da after sex o da after toilette.

Così come i “filtrati”. Gente, sul serio, un conto è migliorare un pochino una foto. Ben altro piallare e illuminare qualsiasi superficie epidermica tanto da sembrare manichini, o incerati, o fondotintati o manichini incerati fondotintati.

Se nelle donne posso quasi arrivare a capirlo (ho detto quasi, perché certe fanciulle che vedo nella foto, poi per strada non le riconosco e viceversa) negli uomini lo trovo raccapricciante.

Decisamente più invitanti le foto nei quali “l’offerente” mostrava un bel sorrisone, semplicità, rilassatezza, sopracciglia folte e non-posa da macho.

Finalmente! Gli uomini sani li fabbricano ancora!

Solo dopo aver scorso un bel po’ di profili, mi sono accorta non solo che alcuni avevano più foto, ma anche che c’era una sezione “info” nella quale leggere quanto avessero scritto e l’eventuale collegamento al profilo Instagram.

Un altro mondo.

(sbirciato sempre cercando invano di non buttare “like” a caso).

Innanzitutto ho imparato che su Tinder i centimetri sono molto importanti.

Parecchi, infatti, riportavano la propria altezza. Deve essere una delle domande più gettonate.

Possibilità di segnalare qualsiasi profilo. Tenetelo a mente.

Infiniti disclaimer degli uomini sul non volere una donna in cerca di follower, o pompata, filtrata, plasticata (cito testuale), bensì alla ricerca di una donna diversa, sostanziosa, di qualità.

Davvero?

Ammetto di aver riso. Ché sulla carta si dichiarano tutti santi e in cerca della donna “seria”, poi nella realtà basta che sia ancora calda. Ché le donne rifatte/filtrate/posticce sono biasimate ma continuano ad essere quelle che hanno più successo. Ché io sono una donna che – apparentemente – ricercano tutti, ma sempre single resto.

Come me lo spiegate?

O gli stronzi li incontro solo io?

A questi proclamatori della sapiosessualità, due domandine indagatorie avrei voluto fargliele. Per sapere, capire o farmi raccontare Tinder dal punto di vista maschile.

Questo l’ho trovato snervante. L’incapacità di non poter assolutamente comunicare, senza un match.

Mi correggo, si può. Se paghi.

Come si può scoprire chi ti ha cuorato, se paghi.

Come puoi annullare un’azione e tornare indietro, se paghi.

Come puoi essere tra i profili “sponsorizzati”, se paghi.

Capito?

Dalle info dei vari profili, ho scoperto molte altre cose.

Spesso vengono scritte in diverse lingue, perché?

Semplicissimo.

Per cuccare le straniere in visita in Italia che vogliono verificare la decantata efficienza del maschio italico.

E i nostri patriotticissimi uomini pensate si tirino indietro? Giammai!

Specifiche offerte fatte a turiste per caSSo, comprensive perfino di servizio di guida per la città.

Vale anche il contrario: se ti trovi in qualsiasi parte del mondo e cerchi compagnia, Tinder e la sua geolocalizzazione ti possono aiutare!

Ho trovato spesso anche l’acronimo “Only Ons” che ho dovuto googlare per capire cosa significasse.

Sta per “One night stand”.

Io sono antica e la chiamo ancora “Una-botta-e-via”.

E mentre ero lì che fagocitavo profili a non finire, chiedendomi se fosse il caso di iniziare a cuorare qualcuno, perché – domanda fondamentale – ma se poi matchiamo, a questo che gli dico?

Tinder mi informa che avevo ricevuto un paio di conferme.

(ma chi li ha cercati questi?? Mah!)

Mi scrive il primo.

Decido di essere brillante e socievole e non la solita stronza asociale.

Gli rispondo con simpatia.

«Perché hai questa foto?»

«Sono qui per curiosità da due giorni, non mi andava di mettere una mia foto»

Tre messaggi dopo:

«Perché la foto di questo cartone animato?» (CARTONE ANIMATOOO!!)

«Ehm… te l’ho già scritto»

Ma cazzo, almeno la presenza mentale di memorizzare due messaggi di numero, DUE, no, eh???

Decido che posso archiviare la brillantezza, la cortesia e – su tutte – questa scialba conversazione.

Tinder 0 – BB 1.

Ho beccato diversa gente che conosco. E ho considerato che forse conosco davvero troppa gente, anche rammaricandomene.

Finché non ho pizzicato LUI: un caso umano di vecchia conoscenza.

Mentre ero intenta a fare lo screenshot da inviare all’amica comune per percularlo,  mi parte il like!

Mannaggia il karma.

E subito il solerte Tinder mi informa che “It’s a Match!”

Quindi lui mi aveva già cuorata. Come, sospetto, qualsiasi altra vaginomunita presente nella chat.

È importante che vi faccia il riassunto delle puntate precedenti: mi aveva aggiunta tempo fa su Facebook. Una mia cara amica in comune.

Avevo accettato l’amicizia perché – viste le mie doti fisiognomiche seconde solo alla capacità di una nonna che prima di chiamarti col nome giusto elenca tutto l’albero genealogico – non ero certa di NON conoscerlo.

(e questo la dice lunga pure su quanto, eventualmente, mi avesse colpita).

Lui si era limitato a scrivermi un «Sei bellissima» ed era finita lì.

Mai una domanda, uno scambio, un parlare curioso e civile, nulla.

Appurato che, di fatto, non lo conoscevo, me l’ero tenuto tra le amicizie ad esclusivo scopo antropologico, ovvero per le perle con le quali riusciva a rallegrare le mie giornate.

Mi faceva incazzare – oh sì – con tutti quei discorsi superficiali sull’apparenza delle donne, dimostrando la sua incessante attività di incontri virtuali, su quanto lui fosse BELLO e non avrebbe mai avuto problemi col gentil sesso.

Bello, opinabile, ma a quanto pare ancora single e in perenne ricerca.

Perché nella vita, ricordate, l’importante è crederci.

Dimostrando in ogni occasione, quanto possedesse una profondità pari a quella di una pozzanghera.

Mi scrive.

Gli rispondo che ho fatto un casino coi like, che ci conosciamo già, che siamo amici su Facebbok e cerco di tagliare il più corto possibile.

«Non ho più Facebook, non ho capito chi sei»

Te pareva.

(era un po’ che non mi apparivano le sue perle, ora che ci penso…)

Aveva trasferito tutta la sua attività su Instagram – palesando ancor di più il suo immenso interesse per la sostanza – social più immediato, più completo se interessa solo l’involucro di una persona. Perfetto per lui.

Mi scrive il numero.

«Mandami una foto, giuro che dopo la cancello!»

AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH.

Sì, certo aspettali.

Foto e numero.

Continuo a chiedermi perché la gente abbia voglia di elargire a chicchessia il proprio numero di telefono.

Sarà uno di quelli che trascriverò in un bagno dell’Autogrill.

«Aspetta, ti aggiungo su Instagram!»

Ecco qua.

Mi ha costretta a riaprire il social delle foto, dopo mesi che non lo facevo. Perché ce l’ho, sì, ma non lo so usare e non mi interessa farlo.

Ne ho approfittato per accettare qualche richiesta.

Nel frattempo, lui ha cominciato a likeare tutte le mie foto. Tutte e TRE.

Ho chiuso tutti i social e staccato la connessione.

Per me era davvero troppo.

Mi sono rituffata nel mondo reale.

Quello contingente, senza filtri, fatto di tatto e odori.

Ho continuato a pensare al Favoloso Mondo di Tinder, al perché io non lo trovassi così favoloso, agli sbagli che potevo aver commesso, però stupendomi di quanti – QUANTI! – uomini si trovassero ad un massimo di cinquanta chilometri da me.

Allora perché non li incontro nel reale?

Perché magari anche loro se ne stanno a casa, con un telefono in mano.

La mattina seguente, mi ero imposta di approfondire la questione e applicarmi di più.

Apro l’app e mi informa che “Ops qualcosa è andato storto!” provo a registrarmi di nuovo e idem.

Realizzo di essere stata bannata, probabilmente a seguito di una segnalazione del profilo.

Evidentemente la foto della Barbie non è piaciuta. Peccato.

Tutto va come deve andare.

Io sono antica.

Un uomo lo devo vedere, annusare, toccare, devo sentirne la voce, devo godermi i suoi occhi addosso a me, mirarne il sorriso.

Sta roba non fa per me.

Adesso lo sa pure Tinder.

 

SE TI VUOLE, TI VUOLE! (E VICEVERSA…)

Anche quest’oggi sono a (ri)spiegarvi(mi) con esempi pratici le ovvietà del secolo: un uomo è in grado di usare un telefono e una donna non se la tira, se ha interesse.

È bello sperare, bellissimo, ma per la nostra salute mentale è opportuno e vitale rammentare sempre che non siamo un popolo di masochisti, ma aspiriamo tutti alla felicità.

E ingannare se stessi con false illusioni, non aiuta il perseguimento di questa.

Se ci troviamo di fronte soggetti ambigui, poco consistenti, a intermittenza, apparentemente disinteressati o – addirittura – qualcuno che ci stampa in faccia un bel “No!”, la risposta è una sola: NO. Appunto.

Non ci vogliono.

Lo dobbiamo accettare e non insistere.

Per il nostro e altrui bene.

Ma, visto che dell’altrui ce ne frega poco, per il nostro amor proprio, per la nostra serenità, dobbiamo voltare pagina, cambiare l’oggetto dei nostri desideri, ricordarci che supplicare non ha niente a che fare né con la felicità, né con il benessere, né – tantomeno – con l’Amore.

Io, da anni, adotto la tattica degli Ultimatum mentali:

quando mi trovo al cospetto di un uomo indecifrabile, poco sicuro, poi sì, che a volte mi cerca, poi sparisce, poi ricompare, poi ci vediamo, poi no, poi è affettuoso, poi distante, forse gli interesso, forse no, forse mi vede solo come un’amica, forse no, mo ci penso, poi boh, poi mi guarda, poi no, per uscire da questo loop deleterio, mi do una scadenza.

Se non succede nulla di concreto entro tale data, basta. Non ci DEVO pensare più.

Poco importa che mi piaccia da morire, che avessi già scelto i nomi dei nostri tre figli, che quando ci guardiamo negli occhi si ferma il tempo.

Basta.

Ormai li osservo e sulla loro faccia vedo la scritta “Da consumarsi preferibilmente entro il…”

…scaduto.

Devo dire che funziona.

Mi evita di perdere tempo e senno dietro a delle incertezze e in balìa di quel messaggio o di quello sguardo.

Uomini e donne siamo maestri in questo, a volte vogliamo vedere solo indizi a favore del nostro sogno, ignorando le immense travi che ostruiscono lo stesso.

Consigli di amici, rifiuti, niente. Non ci crediamo.

Se ci mettiamo in testa che “Quello/a fa per noi” non ci interessa verificare se la persona in questione sia d’accordo col nostro piano romantico.

Fino al momento in cui ci arriva una mazzata così poderosa da risvegliarci dal sogno e proiettarci in un incubo.

Avrei potuto evitarlo?

Sì, avresti. Se avessi notato l’evidenza.

Siamo esseri semplici e semplicemente cerchiamo di stare bene.

Perché continuare ad attaccarci a qualcosa di effimero, o che ci fa star male?

Perché aspettare davanti a un telefono o a sperare in un invito che non arriva?

A conferma di tutto ciò, mi tornano in mente tutti i gesti concreti e inequivocabili compiuti da uomini che – viceversa –  mi volevano davvero, a livelli diversi.

Come quello conosciuto a una festa in spiaggia, al quale – per testarlo –  dissi:

«Mi chiamo BB (solo il nome), vediamo se mi trovi» e il giorno successivo, mi arrivò la sua richiesta di amicizia.

Aveva scartabellato diversi profili e incrociati con gente che sapeva che conoscevo. Ed era riuscito a trovarmi con pochissime informazioni.

L’altro che non sapeva neanche il nome e si era messo a guardare tutte le foto caricate da un mio amico.

Quel corriere che carpì numero e generalità dal collo che mi aveva consegnato. E, subito dopo, mi scrisse.

Quell’altro che, non conoscendo il mio indirizzo di casa, mi fece consegnare i fiori dove lavoravo, recuperando il recapito sempre dal mondo virtuale.

Quel maître di un albergo in cui alloggiavo che, appreso della mia vegetarianità, cambiò il menu di tutti i commensali per inserire la parmigiana che avrei mangiato anche io.

Quelli che si piazzano dietro di me in palestra per conoscere il mio nome dalla scheda elettronica, per poi aggiungermi su Facebook e quindi approcciarmi. Al riparo dalla platea della sala.

Quello che si è andato a rubare il mio numero tra le schede dell’hotel nel quale alloggiavo.
Tutti quelli che adottano quell’astutissima mossa di “Mi fai una foto?”
«Certo, dammi il telefono»
«Dai, falle col tuo, poi me le mandi»
Cosicché, per inviargliele, gli devo elargire il mio numero. Contatto riuscito.

Capito?
Non sono stupidi, non sono pigri, non è che non ci arrivano.

Sono certa che ognuno di voi può riportare quintali di esempi di questo genere.

Esempi che dovremmo stamparci a mente o sul muro e usarli come legenda per distinguere chi ci vuole da chi no.

Anche se sono pretendenti sgraditi, io ringrazio questi tipi perché – quando inizio a giustificare, incaponirmi, sperare, illudermi e sfornare un bel po’ di “però” – mi rammentano l’ovvietà che “Se un uomo ti vuole, farà di tutto per averti”.

Senza “Se” e senza “Ma”.

Chiaro e semplice.

Contrapposti a questi, ci sono quelli che possiedono generalità complete, indirizzi e numeri di telefono e non gli interessa usarli.

…notate differenze?

Appunto.

Parimenti, però, dovete ricordare che pure noi donne siamo semplici: non diciamo “no” per tattica o per tirarcela. Lo diciamo quando non ve la daremmo nemmeno se non fosse la nostra.
Se ci prova uno che ci piace, non siamo flagellatrici della nostra felicità, anzi, saremmo ben liete di concedere numero e… tutto il resto.

Soprattutto, apprezzatela una donna che ha l’onestà di declinare, di non sfruttare un sentimento, di non alimentare false speranze, di non bearsi dell’autocompiacimento dato da qualcuno che ci adora, di non sprecare il proprio e il vostro tempo.

Essere rifiutati è brutto, ma pure dover rifiutare non è piacevole.

È pure peggio, secondo me. Perché devi dire a qualcuno che ti sta semplicemente mostrando interesse e affetto – quindi tutti sentimenti più che positivi –  che non vuoi assecondarli. Badando di non ferire i suoi sentimenti perché, voglio dire, che bisogno c’è?

Difficilmente rifiuto qualcuno in maniera sgarbata. Tranne quando il pretendente non mi lascia scelta.

Perché una cosa me la dovete spiegare: se chiedete a una per dieci volte di uscire, e questa per dieci volte vi dà il due di picche, ma non vi viene il vaghissimo sospetto che forse – ma dico FORSE, eh – non vi dirà mai di sì??

Se uno mi propone di vederci una sera e io realmente quella sera non posso, ma ci tengo a uscire con lui, gli proporrò subito un’altra serata. POTETE ESSERNE CERTI.

È semplice, no?

Viceversa, perché ostinarsi?
Che senso ha?

Perché continuare a farsi chiudere la porta in faccia?

Perché mettere l’altro/a nell’imbarazzo di trovare scuse, quando è evidente che respingerà  l’invito?

Provandoci a oltranza e nonostante i “No”, spesso si supera quel labile confine tra il corteggiamento sottile – magari pure gradevole e a beneficio dell’autostima – e quell’insistenza fastidiosa e immotivata che ti spinge non solo a rifiutare le avances, ma a farlo pure in malo modo. Sennò non capisce.

Uomini, donne, gay, pansessuali, perché?

Perché umiliare se stessi a oltranza?

Notate i segnali, capite i messaggi, recepite pure i silenzi.

A volte non rispondere è segno di grandissima educazione.

Spesso sottintende un ben più greve:

«Mi hai rotto il cazzo!»

Come quello che mi scrive, con una cadenza commovente, al quale ho smesso di rispondere perché lo ritengo più garbato di dirgli: «Ammazza che palle!»

Nonostante se lo meriti, visto che continua a inviarmi messaggi spinti, credendo che così possa infondere in me una qualche voglia.

Senza considerare il postulato principale di tutto il discorso: lui non mi interessa.

Parlare di “certi” argomenti, fomenta se si interloquisce con un soggetto di per sé (e per me) già arrapante.

E la sua insistenza condita con porcherie varie mi spegne qualsivoglia barlume di desiderio e di pietas.

Uomini, donne, gay, pansessuali, perché?

Insistere, non solo vi farà mortificare voi stessi, ma vi allontanerà ancor di più l’oggetto dei vostri desideri, perché vi vedrà come uno scocciatore/trice.

Come quello succitato con il quale ci eravamo scambiati i numeri per inviarci delle foto.

Io non l’avevo usato, perché non volevo attaccare bottone, dare un pretesto, iniziare uno botta e risposta, quindi ho fatto la vaga.

Visto che già non aveva voluto percepire i miei dinieghi come respinte – sulla base di cosa lo ignoro – ma aveva asserito che i miei “No” fossero colpa delle circostanze che non ci permettevano di starcene un pochino per conto nostro, da soli, in intimità, (???) senza neanche lontanamente considerare l’ipotesi più ovvia: ovvero che se fossimo stati io e lui su un’isola deserta, avrei preferito lasciarmi affogare.

Una mattina mi invia il video del Buongiornissimo.
(I-L V-I-D-E-O-O-O!! Sono seccanti naturali. Io ve lo dico, poi fate voi)
Ho colto l’occasione al volo.
“Ah, buongiorno a te! Mi hai ricordato che devo ancora inviarti le foto. Te le mando subito”
Pausa.
“…così almeno le posso cancellare. Insieme al numero”.

Rega’, la vita è semplice: se un uomo ti vuole, fa di tutto per averti. Se una donna non ti vuole, fa di tutto per evitarti.

E viceversa.

Teniamolo a mente e vivremo più sereni.

Amen.

 

PS: mi piace dire tutto e il contrario di tutto: a volte, “la verità è che gli piaci troppo”.

Ma ve ne parlerò a breve… 😉

09.07.2016 – AAA: APPARENZA, APPARECCHI TELEFONICI E ACIDITÀ.

Uno dei mali del nostro tempo risiede nel fermare il nostro giudizio all’apparenza. Ancora peggio, quando qualcuno è convinto che ciò che pensa sia l’assoluta realtà, senza beneficio del dubbio e senza basi concrete sulle quali formare il proprio giudizio.

Questo ho pensato, durante quella che doveva essere una innocua spedizione fine solo a comprare il cellulare nuovo.

Ma andiamo con ordine.

All’epoca, lavoravo anche di sabato e questo fatto, oltre a rendermi perennemente stanca e stressata, riduceva al minimo il tempo che potevo dedicare a me stessa.

Sabato nove luglio 2016 avevo deciso che avrei sfruttato la pausa pranzo per le mie commissioni, tra le quali, quella di cui sopra.

Inoltre, dopo un mese di silente preoccupazione, mi ero decisa a fare un controllo che l’avrebbe placata o concretizzata.

Se esiste un termine contrario di “ipocondriaco”, io lo incarno alla perfezione. Se si palesa un minimo problema di salute lo liquido con un «Come è arrivato, così se ne andrà» e non me ne occupo più.

(e il bello è che rompo le scatole a tutto il resto del mondo con la prevenzione, ma – vabbè – questa è un’altra storia…)

Quindi, potete immaginare quale fosse il mio stato d’animo e i miei pensieri visto che, alla fine, avevo preso  in seria considerazione la possibilità che avessi un problema serio.

Trascorsi oltre trenta giorni in cui non solo non passava, ma peggiorava pure, avevo finalmente prenotato un esame diagnostico che avrebbe potuto cambiare il corso della mia vita.

Potete capire quel che mi passava per la testa.

Ero andata sola, senza dire nulla a nessuno, e avevo deciso che – qualunque fosse stato il risultato – poi sarei andata a comperarmi il telefono nuovo. Perché me lo meritavo.

E così ho fatto.

Non sono una fanatica della tecnologia, ma ci tengo a comperare prodotti di qualità, perciò avevo già dato un’occhiata online e avevo le idee abbastanza chiare sui modelli da prendere in considerazione e, sicuramente, la marca.

Sono andata dritta verso l’espositore degli smartphone per vederli da vicino.

Un nanosecondo e mi si è affiancata una sorridente venditrice “monomarca”, brandizzata dalla testa ai piedi, che voleva decantarmi le meraviglie dei loro telefoni.

Sebbene non promuovesse la compagnia che avevo scelto, l’ho lasciata parlare.

Pure loro stanno qui per lavorare, la ascolterò. Non mi costa nulla.

Ha iniziato enunciando i pixel delle fotocamere, come se fossero la discriminante fondamentale.

Quindi, mi ha scansionata dalla testa ai piedi, per poi apostrofarmi con un:

«Tanto tu che ci dovrai fare col cellulare? Lo userai giusto per Whatsapp, Facebook e per farti le foto…»

D’istinto, ho alzato il sopracciglio sinistro e mi sono passata la lingua sulle labbra, come una fiera che si prepara a pregustare il proprio pasto.

Alle 14.45 di sabato 9 luglio 2016 ho avuto la conferma che la gente si basa sull’apparenza, che se hai un aspetto curato sei per forza una sciacquetta e che gentilezza e cordialità vengono spesso scambiate per stupidità, con il tacito permesso di poter dire tutto.

La fiera iena che è in me ha disteso la schiena, portato i capelli dietro le orecchie e continuato a mordersi le labbra.

Quella che stava per fungere da pasto ha aperto la fotocamera e ci ha inquadrate, per mostrarmi l’alta definizione e la possibilità di modifica delle pic. L’ho fermata con la mano e mi stupisco molto di come non l’abbia colpita al volto.

«Ehm… Mi dispiace tanto deluderti, ma non passo la vita a farmi le foto e non mi interessa farlo. Perciò, se la tua illustrazione concerne esclusivamente quanto questo telefono sia performante dal punto di vista fotografico, non mi conquisterai mai. L’unico motivo per cui ti ho lasciata parlare, è perché ho visto – da sola dalla scheda tecnica – che questo smartphone ha 2 Gb di RAM, 16 di memoria interna e memoria espandibile,  ed era quello che mi interessava. Tu non ne hai fatto minima menzione, ma – sai – io sì, perché noi ochette usiamo gli occhi mascarati non solo per specchiarci, ma anche per guardare ciò che ci preme.

In merito al fatto che la gente col telefono ci lavori, ti dirò che io di lavori ne faccio due e, per diletto, mi piace scrivere. Quindi, questo vuol dire che, non solo uso quasi tutte le app che un apparecchio possiede e che forse – benché sia il tuo di lavoro – tu non hai nemmeno mai visto, ma anche che ho a che fare, quotidianamente, con una quantità di persone, mail, problemi, cazzi e mazzi, che non puoi proprio immaginare! In più, quando mi avanza tempo, mi piace divertirmi e quindi, sì, uso pure WhatsApp e Facebook e aggiungici altre centinaia di persone e gruppi e situazioni e cazzi e mazzi per diletto. Ti ho lasciata parlare perché ho sempre rispetto di chi lavora, ma tu non sembri averne per chi potrebbe regalarti una percentuale. Forse ti risulto un pochino esagerata e inacidita, ma se ti raccontassi quel che ho passato nell’ultimo mese, forse ti metteresti a piangere insieme a me, ammesso che la tua tracotante supponenza possa concedertelo. Comunque questa marca non l’avrei mai comprata, perché fa schifo. E tu di certo non aiuti a incrementare le vendite. Buon lavoro» .

Forse dovrei rallegrarmi che il mio aspetto non tradisca mai i miei profondi turbamenti interiori.

Sogno un mondo in cui tutti sappiano guardare oltre le apparenze e le maschere.

In cui si riesca a cogliere l’intima essenza delle persone, le paure, il carattere, le intenzioni, al netto delle difese.

Ma, forse, è meglio di no. Non avremmo più la possibilità di nasconderci.

Di scegliere a chi destinare la parte più intima di noi, quel posticino riservato a pochi, con le mura rivestite di empatia.

Forse è meglio così. Ci aiuta a riconoscere i superficiali. A distinguere quelli veramente interessati.

Comunque state tranquilli tutti, so a cosa state pensando e so che siete preoccupati.

Non dovete. Non siate in apprensione.

I selfie col nuovo telefono vengono benissimo.

Allego prova fotografica . 😉

 

I PROFESSIONISTI DELLA CAZZATA & IL FATTORE “PRESA PER IL CULO”

Molti anni or sono, quando ero una ragazza semplice e ingenua, mi imbattei nel mio primo esemplare di Professionista. “Professionista della cazzata”, per la precisione. (PDC, d’ora in poi).

Per quante ne aveva inventate – che mi ci volle molto tempo per decifrare e smaltire – lo soprannominai “Il Genio del Male”. Genio perché – per mentire – occorre davvero una gran mente e una gran memoria; Male perché tutti i comportamenti lesivi della mia persona che attuò, furono del tutto gratuiti.

Mi aprì un mondo che, fino ad allora, ignoravo. Mi insegnò a dubitare, a non credere a tutto quello che mi veniva detto, ad ascoltare le parole, ma – sopra ogni altra cosa – a verificare che a queste seguissero fatti concreti. A osservare le azioni e attenzioni che mi venissero rivolte e mancanza di esse.

E scoprì un nervo nella mia pelle che – tuttora – se toccato, mi irrita come poche altre cose al mondo: tira fuori il mio lato peggiore e tutta la mia ienaggine e bestialità, mi fa tagliare ponti, strade e gallerie con chiunque lo stuzzichi.

Ovvero tutte quelle sensazioni che certe azioni e frasi mi provocano, e che si possono sintetizzare nel “Fattore presa per il culo”(FPPIC).

Ho già spiegato che esistono innumerevoli componenti dell’Esercito degli SS: Scopa & Scappa.

La differenza fondamentale tra i membri dell’SS e i PDC risiede senz’altro nel protrarsi nel Lungo Periodo del FPPIC. Infatti, mentre i primi fuggono all’alba del primo amplesso, i secondi risultano parecchio più subdoli, perché perpetrano il comportamento ingannevole finché più gli aggrada o – più verosimile – finché non vengono smascherati.

Un PDC è per sempre, non ti lascerà mai! E chi glielo fa fare? Spesso ha la botte piena e sette/otto mogli ubriache.

Infatti, pregevoli esempi di uomini dabbene, fieri PDC sono, ad esempio, quelli che conducono due o più vite parallele con compagne ignari.

Ma vi immaginate che fatica?

Recentemente, una mia cara amica ha conosciuto l’uomo perfetto.

Lui ha fatto tutte le mosse giuste, le promesse giuste, le parole giuste, al momento giusto.

Si è presentato come un novello Terence da compatire perché – benché lui e la sua compagna vivessero come fratello e sorella già da tanto – non se la sentiva di lasciarla. Ma lo stava facendo, eh! Mancava poco…

A dire il vero, si erano poi – di fatto – già lasciati, però lei non aveva un posto dove andare e lui, Gran Cuore, non se la sentiva di sfrattarla e consegnarla a un destino da Piccola Fiammiferaia ai bordi delle strade. Porella, che devo fa’?? Solo chi ha un quore, capirà!1!

[Già vista, già sentita. Vi omologate anche le cazzate??]

A parte questo piccolo inconveniente, lui non si scordava mai di ripeterle e dimostrarle quanto fosse importante, quanto si sentisse felice – ora – insieme a lei, e di quanto volesse continuare a renderla felice nei secoli dei secoli, amen. Quanto fosse l’unica donna per lui. Allora dammi il tuo amore e non chiedermi niente e te lo do, sì!

L’uomo perfetto palesava anche un’avversione verso i social network, che lo portava ad essere sprovvisto di account, mentre l’ultimo accesso avveniva sempre e solo con lei. Bravo ragazzo!

Bastava aspettare. Per l’uomo perfetto si aspetta, eccome.

Giuro, sistemo tutto e poi saremo tu ed io. Solo noi due…

Peccato che…

L’account lo avesse eccome (fake chiaramente) e, appena terminato di whatsappare con lei, iniziasse a messengerare con almeno un’altra. Mentre quella “ufficiale”, la quasi-sfrattata, non si sa se fosse consapevole del tutto o meno.

Il colpo di scena vero e proprio, è avvenuto quando la mia amica ha avuto il (dis)piacere di conoscere, per caso (che non è mai a “caso”), una delle altre concubine del PDC-Terence-Poligamo-GranFiglDiPutt.

Immaginate la conversazione:

«Sai, io sto con Gino!»

«Madddaaaiii!! Pure iooo!! Che figataaa!!»

Ecco.

Da lì, hanno iniziato una meticolosa ricostruzione tramite incrocio di date, dati, dettagli, messaggi e telefonate che solo due donne e la CIA possono riuscire a compiere. Ma sulla CIA non sono così sicura.

Ne è uscito che questo Gran Signore, questo Professionista della presa per il culo plurima e continuata, questo moderno Enrico VIII con le mogli tutte vive e tutte con la testa – sebbene infarcita di monnezza – oltre la già citata genialata del mezzo di comunicazione disgiunto, inviava loro gli stessi messaggi, dedicava le stesse canzoni, riciclava le stesse frasette e poesie copia-incolla e gli stessi messaggi vocali, per evitare di sbagliarsi.

[È capitato anche a me. Ragazzi, io ve lo dico: quando inoltrate un messaggio vocale, si vede, è diverso. Così, giusto per farvi capire che forse non siete così tanto furbi come credete.]

Cos’è il genio?

Insomma una sceneggiatura così intricata e contorta che Beautiful scansate proprio.

Quando me l’ha raccontato, credo di essere rimasta a bocca aperta per almeno un paio d’ore. Successivamente, l’unica frase che sono riuscita a proferire in loop è stata: «Nooo… Che schifo! Ma davvero??»

Sì, queste “persone” esistono DAVVERO.

In genere succede così: ci si conosce, ci si frequenta, la cosa può andare o meno, fa parte del gioco. A volte sta bene a entrambi mantenere un profilo “basso”, poco impegno, scialla e easy, come si dice tra i ciovani. Ci sta. È accettabile.

Quello che è inaccettabile, quel che ci tramuta in Cerberi sanguinari assetati di vendetta è, appunto, il FPPIC: promettere, pompare la storia, millantare sentimenti, sciorinare paroloni.

Ingannare, per il solo gusto di farlo.

Allo stesso modo, può capitare che l’interesse scemi, capita, non serve negarlo, è palpabile, è palese.

Perché continuare a oltranza la PPIC?

Per vigliaccheria?

Per non arrecare dispiacere?

E quindi mi state dicendo che arreca meno dispiacere prendere per il culo qualcuno che con voi è sincero?

Mentre i pochi uomini decenti che sono rimasti sono lì a chiedersi perché siamo così prevenute, noi abbiamo dovuto ascoltare gente che paventava trasferimenti e convivenze, gente che – dopo una settimana – voleva presentarci alla madre, gente che “Ci sei solo tu” e lo diceva a una decina, gente che “Ti giuro”…

Noi donne lo sappiamo, il nostro famoso sesto senso è sempre attivo, non servirebbe ingannare, se iniziamo a sentire puzza di bruciato, il nostro uccello è già bello che arrostito.

Tutto questo, fa parte di quella che chiamiamo “Esperienza” che ci educa, ci fa capire e che fa sviluppare in noi un senso critico che ci permette di individuare da subito “Cosa ci farà” l’uomo che abbiamo di fronte.

In teoria.

In pratica è tutt’altra faccenda.

Nonostante la nostra destrezza e l’imperativo di diffidare sempre in attesa di smentita, nonostante l’addestramento atto ad evitare le pallottole e pugnalate dei PDC, spesso, ci caschiamo ancora.

Ci crediamo, ci vogliamo credere.

Ma senza questo bisogno di promettere mari e monti e colline e praterie, dove corrono dolcissime le mie malinconie.

No, non c’è proprio questa necessità.

Il mondo sarebbe un posto migliore se tutti dicessimo la verità.

Invece, ogni giorno ne sento di nuove. Ogni giorno ne capitano di diverse e disgustose, a me, a chi mi è accanto, o di terza e quarta mano, all’amica della cugina, della sorella, della parente…

Se aprissi un contest chiedendo di raccontare episodi simili di degrado umano, sono sicura che sarebbe difficile assegnare il premio del peggiore.

Dopo il “Genio del Male”, ho avuto la fortuna di conoscere innumerevoli PDC.

All’ultimo, in ordine di tempo, esasperata dal protrarsi della PPIC, ho fatto una cosa che non avevo mai fatto nella mia vita: l’ho bloccato. Dal mio profilo personale, dalla pagina, dalle chiamate.

Per poi ricontattarlo, circa un mese dopo, perché dispiaciuta di quella situazione. (non infierite, per favore).

Mi ero detta che, se avesse voluto davvero contattarmi, avrebbe potuto farlo in altra maniera, nonostante i blocchi. In effetti, oggigiorno, esiste un’ampissima offerta comunicativa, che non ci permette mai di sparire del tutto. Aveva a disposizione i vecchi sms, le mail (LE), il blog, perfino l’indirizzo.

Chi lo vuole davvero, sa come trovarti.

C-H-I  L-O  V-U-O-L-E  D-A-V-V-E-R-O.

E invece Puff!

Sparito lui e il suo immenso interesse, così decantato.

Quando gliel’ho chiesto, ha provato a giustificarsi:

«Ma io ti ho chiamato diverse volte! »

«Davvero?»

«Sì, però tu mi avevi bloccato!»

«Il telefono me lo segna se hai provato a chiamarmi, anche se sei bloccato, e di chiamate tue non ce n’è nessuna…»

«…ma ti ho chiamato con l’anonimo

«Ah, ecco. Certo! Però di chiamate perse sconosciute, non mi pare di averne…»

«Eh perché una volta era occupato e altre volte non ti prendeva!»

«Ma guarda caso! »

«Sì, giuro!»

«Davvero?»

«Ma certo!»

«Allora perché non mi mandi lo screeshot delle chiamate che mi avresti fatto? »

«Eh perché… Perché tre settimane fa ho dovuto formattare il telefono e si è cancellato tutto!»

«Ma ari-guarda caso, eh!»

Non me la sono sentita nemmeno di continuare. Non mi andava neanche di ribattere che, secondo una consecutio temporum semplicissima, quelle presunte chiamate sarebbero dovuto risultare in un periodo di tempo inferiore alle famigerate tre settimane. Quindi quelle chiamate sarebbero state presenti, se solo fossero esistite…

Non mi andava di sentire altre cazzate.

Non mi va più di sentire sempre cazzate. Sono stanca.

Se esistesse un cazzatometro, il mio starebbe straripando.

Non c’era bisogno di umiliare ulteriormente me stessa e la mia intelligenza, chiedendo spiegazioni che poi, fondamentalmente, non mi interessava neanche avere. Perché non avrebbero cambiato la bassissima considerazione che ora ho di questo “uomo”. Non lo avrebbero mai riabilitato ai miei occhi e – soprattutto – non avrei più creduto a una sua sola parola e agli spergiuri di un Professionista della cazzata doc.

Non avevo voglia neanche di ascoltare le accuse di risposta sul mio “eccessivo pensare male”.

Sarebbe stato molto più semplice raccontare la verità, quella che ho richiesto più volte, quella che non necessita di una memoria e di una capacità di improvvisazione formidabili.

Ora, io di conversazioni di questo genere ve ne potrei riportare a iosa. Di frasi che sono costretta a udire per tentare miseramente di camuffare una montagna di cazzate, ci potrei scrivere un altro libro.

Se avessi assecondato l’istinto omicida che mi pervade ogni qualvolta le odo, ora vi scriverei dalla mia cella in quel di Rebibbia. E magari sarei mooolto più serena. (che poi, se a giudicarmi fosse stata una donna, mi avrebbe assolto sicuramente!)

Ammetto di aver sviluppato un’idiosincrasia violenta verso i bugiardi, che mi ha resa intollerante alla menzogna, tanto da allontanare chiunque manifesti i sintomi, anche solo una volta.

Perché chi mente, probabilmente lo farà sempre e la bugia non può coesistere con un rapporto civile, a qualsiasi livello.

Allo stesso modo, detesto profondamente chi non fa quello che dice.

Chi si scorda di me. Chi sparisce.

Quando poi questi si ricordano di scrivere (perché tanto tornano TUTTI) inizio io a scordarmi di rispondere.

Nessun condono, non più.

Non mi interessa se, fino al minuto prima ci siamo promessi mari e monti, chi si scorda di me, può continuare a farlo.

Chi si scorda di te, non tiene a te. Così semplice e così doloroso.

Tutto quel che ha detto, tutto quello che probabilmente non ha fatto, determina il fattore presa per il culo di un professionista.

Dopo, resta da smaltire la delusione che ogni maledetta volta ci fa smontare quel bel ritrattino che avevamo costruito di costui. Quel sorriso che ci ballava sulla faccia da ebete a ogni messaggio e a ogni chiamata. E che ora, solo a pensarlo, ha lasciato il posto a un senso di nausea e disgusto, e un’altra bella fila di mattoni su quel muro che interponiamo tra noi e gli altri.

Peccato.

Quando da sole – di notte – ripercorriamo tutte le tappe della storia, le frasi, i gesti, i discorsi, le discussioni, le risate e tutto l’avvicendarsi di emozioni che l’hanno accompagnata, quel che ne rimane, è solo la domanda che sempre, sempre, mi pongo e alla quale non riesco mai a dare una risposta:

«Ma perché? Ma che bisogno c’è di tutto questo?»

Questa la giro a voi, perché proprio non lo so…

Per il finale, ho lasciato uno che – per me – si è guadagnato il primo posto sul podio, nel famoso contest.

Quello che mi ha fatto capire fino a dove si può spingere un Professionista.

Quello che ha superato un limite che non credevo valicabile.

Quello che mi viene in mente, ogni qualvolta qualcuno mi accusa di essere troppo diffidente e pessimista.

Quello che, forse, mi ha tolto definitivamente la fiducia verso un altro essere umano.

No, scusate.

Ho sbagliato, mi sono espressa male.

Mi rimane difficile definire “essere umano” uno che, per giustificare le proprie nefandezze, si è addirittura inventato una patologia invalidante per il figlio (smascherata con una banalissima sessione di stalking virtuale incrociato, neanche tanto complessa…).

Preferisco non dedicargli più parole.

Solo una considerazione: forse sono troppo pervasa dalla superstizione, o dal mero buonsenso, ma – miei cari Professionisti – non mi capacito e non so davvero con quale cazzo di coraggio, voi riusciate a giurare su parenti, su voi stessi, le vostre minuscole palle, senza avere paura che – prima o poi – paghiate le conseguenze delle vostre spregevoli azioni e spergiuri. Oltre a chiedermi come riusciate a specchiarvi senza sputarvi, ovvio.

Non so davvero come possiate pensare di essere immuni alla legge del Contrappasso e al glorioso Karma.

Al vecchio adagio che ci ricorda che “Si raccoglie ciò che si semina”. Sempre.

Quando seminate montagne di cazzate, mortificazioni, prese per il culo e umiliazioni, dovete essere consapevoli che ve ne arriveranno tutti i frutti.

E noi saremo lì, a ridere della vostra poraccitudine.

Perché, come ho già detto, la nostra delusione svanisce. Invece se sei una merda, no quello non cambierà MAI.

 

“Puoi dire quello che vuoi,

ma sei quello che fai…”

Cit.

 

 

NDBB: Comportamento assolutamente girabile alla sfera femminile: esistono svariate Professioniste e lo sappiamo bene. Ma – al solito – io, in quanto possidente di ovaie, parlo dal mio squisito punto di vista.

 

PS: Mi ha detto un Professionista di aggiungere nell’articolo che, nonostante io l’abbia descritto come uno stronzo, lui mi vuole bene. Ok, l’ho scritto. Ma, per completezza, devo aggiungere anche la mia risposta: “Per fortuna mi vuoi bene, pensa se mi volevi male!” 😉

DILLO CON UN ADESIVO! (MA ANCHE NO…)

Io sono una che adora le emoticon, lo ammetto. Su Whatsapp faccio addirittura dei rebus sfruttando le icone e sono pure parecchio brava e creativa.

Però…

Però.

Ormai ci siamo talmente abituati a loro, da esserci scordati delle parole. Quelle vere, quelle che leggi e rileggi, quelle che ti ricordi, quelle alle quali ripensi. Ora, al massimo, puoi dire: «Mi ha mandato un cuore grande che batte!» Che poesia e soprattutto che culo! Tu magari hai scritto un poema e la risposta è:

Taaanto caaarino, taaanto dolce, ma poi?

Anche il Messenger di Facebook è il non plus ultra degli adesivi, li installi, li togli, ce se sono per tuuutti i gusti.

Io ve lo dico, ma ogni volta che rispondete con un pupazzo, ormoni femminili si suicidano.

Io sono una donna e sono pure parecchio paranoica, ma tendenzialmente non credo di essere molto diversa dal resto del mondo, perciò quando uno/a mi risponde con uno smiley, un pupazzo o col semplice pollice – messo addirittura di default dal signor Facebook per facilitare la liquidazione di una risposta e imparanoiarci ulteriormente – la scena che vivo è più o meno questa:

-Ha risposto con un adesivo:

  1. Non sa che rispondere, ma risponde per cortesia e allora mette una faccina;
  2. Non gli va, ma vedi sopra;
  3. Non gliene frega niente di quello che ho detto, ma vedi sopra;
  4. Chi cazzo sei?
  5. Che cazzo vuoi?
  6. Tutte le precedenti;
  7. La conversazione finisce qui.

Ecco, l’ultima ipotesi è quella che prevale. Se uno/a non si prende neanche il disturbo di scrivere tre parole, capisco che non è interessato/a alla conversazione e quindi la stoppo.

Ok, capita che uno legga di corsa, mentre guida, mentre il telefono è scarico e trovi nei pupazzetti un modo veloce per rispondere, ma generalmente si rimanda una risposta più corposa ad un secondo momento:

«Scusa ho risposto al volo, ma…»

SE CI SI TIENE.

Se ciò non accade, dall’altra parte si recepisce che la risposta era esattamente quel cazzo di pupazzo e che la conversazione doveva, effettivamente, finire lì. Incassare e accettare.

Ma, ricordatevi che ogni volta che inviate come risposta un adesivo, sappiate che – da qualche parte – centinaia di estrogeni vomitano dolore, e che il pollicione fa salire l’stinto omicida.

Fidatevi, in certi casi è meglio un chiaro “Vaffanculo”.

Almeno è scritto da voi…

E questo accade quando siamo noi a subire il “Trattamento faccine”. Lo odiamo, lo schifiamo, lo malediciamo.

Ora, però, dovremmo ammettere che lo usiamo anche noi. Dite di no?

Ok, comincio io.

Molto spesso, trovo negli adesivi una degna “salvata”:

  1. Quando voglio chiudere una conversazione noiosa e sterile, senza essere scortese;
  2. Quando non so davvero cosa stracacchio rispondere;
  3. Per sviare un discorso spinoso;
  4. Quando sono indaffarata, ma dall’altra parte si insiste nell’inviare messaggi;
  5. Tutte le precedenti.

Ringrazierò per tutta la vita il Signor WhatsApp, per aver inserito – tra le tante – l’omino che alza gli occhi al cielo,

del quale abuso con gran soddisfazione, e – soprattutto –  il dito medio. Che mando nero, con l’illusione che appaia più cazzuto, quindi più efficace.

Sono anch’io una pessima persona,

Lo ammetto, ma non ditelo in giro, che poi qualcuno ci rimane male.

Esattamente come me.

Ma, forse, rispondere con un adesivo è meglio che non rispondere affatto…

Però, se uno non vi risponde più, significa che non ha davvero più nulla da dirvi e il motivo dovreste conoscerlo.

PS: Ok qui lo dico e qui lo nego: certe volte, certe volte… un cuore dice più di molte parole che, spesso, non riusciamo proprio ad esternare… Certe volte. Per il resto, avete rotto le palle con ‘sti adesivi, grazie! 😉

VI PRESENTO MARIO ROSSI: IL RAGAZZO “RASSICURANTE”

Lei è una tua amica che non vedi da un po’ e nella quale ti imbatti per caso. Lui lo conosci, ma fingi di non averlo visto perché non credi ai tuoi occhi, non è possibile che stiano insieme! Finché lei non ti dice: «Tu lo conosci Mario?». Sorriso di circostanza, stretta di mano, mentre impedisci al tuo volto di far trasparire il tuo reale pensiero. Alla fine, anche lei si è rifugiata tra le braccia del buon Mario…

Vi presento Mario Rossi: il ragazzo “rassicurante”.uomo-migliore-e1343666454838

Mario è quello bravo, l’antitesi dello stronzo, il tipo comune.

Mario non è uno da emozioni forti, non ti sbatte al muro, non ti fa sobbalzare lo stomaco, Ma Mario è lì, sempre.

Mario ti dà sempre ragione, ti accarezza e non discute. Ti porta a fare la spesa senza brontolare, anzi, si offre di andare lui. Ti chiama e sai sempre dov’è; ultimo accesso solo con te; se ti dice che va a calcetto, ci va davvero.

Ha una station wagon, poiché è lungimirante e ha in programma di procreare, casa di proprietà, perché è oculato, ottimi rapporti coi genitori.

Mario è quello che aspetta in panchina, bravo, costante, ma non un bomber. Bello, ma non bellissimo, intelligente ma non brillante, simpatico, ma con quel velo di tristezza a guastare le battute. Mario si tramuterà in zerbino, non appena acquisito lo status di marito.

Mario è quello che ti sta dietro, mentre tu vorresti altro, quello che magari ci esci per un caffè, ma – niente – non scatta!

È gradevole, ci passi pure qualche serata, magari giorni, magari lo baci, gli dai qualche carezza “tanto per non sentire l’amarezza”, ma non è proprio quel che vorresti. Perfetto sulla carta, lontano dal cuore.

Ok, sento già i brusii tra la folla, onde evitare che qualcuno traduca e liquidi il tutto con un: «Ecco, lo vedi che allora è vero che cercano gli Stronzi?» occorre che mi spieghi meglio.

Ci sono due piatti sul menu: il vostro preferito e un altro che vi piace. Ovviamente, ordinate il vostro preferito, ma – disdetta, disdetta  – non è disponibile. Ripiegate sull’altro, che comunque vi aggrada, ma il primo di più. Lo finite pure, perché non è così male, ma avreste voluto altro. L’altro è da perdere la testa, da indigestione, da volerne ancora, e ancora. Questo è buono e giusto, ma non ottimo. Piuttosto che digiunare, vi siete accontentati del meno peggio.

Mario è il Tavernello. L’altro è l’Amarone. Mario non è uno che ti fa impazzire, ma c’è. Ti piace, sì, ma niente di che. Semplicemente ti piace poco, o non abbastanza. Ti stuzzica, ma non così tanto. Ti è affine, ma non totalmente. Chiaro?

(Ripetiamo insieme: non sto dicendo che ci piacciono gli Stronzi, non sto dicendo che ci piacciono gli Stronzi!!)

Mario ha una sorella che è uguale a lui, Maria. Maria ed io, non siamo neanche lontane parenti…

Maria Rossi è la ragazza “rassicurante”, brava, bella, placida e tranquilla. Non ha opinioni, non discute, sorride beata. Chiama il suo uomo «Amo’» ed è una potenziale creatrice del profilo di coppia.

Maria non ha storici amici propri, sembra che abbia iniziato a vivere, non appena ha conosciuto il suo lui.

Maria è ligia, astemia e sempre politically correct, non c’è mai il rischio che ti possa far fare figuracce. Non offende nessuno, è accomodante e accondiscendente, non fa battutacce.

Confidando sempre nella superiore mente femminea, spero che Maria sia una che finge di essere tale, per impalmare il maschio. Ma, purtroppo, toppo quasi sempre. Maria è così!

Mario, Maria ed io, non abbiamo mai avuto molto in comune.

Mario è il “tiepido” [ne ho già parlato QUI], io sono un fuoco che dal fuoco deve essere alimentato. Mi piace ridere, scherzare, discutere e apprezzo perfino lo scontro.

Ho un’auto sportiva a tre porte (che, quindi, non potrebbe coesistere con un seggiolino, non ditelo alla Lorenzin) che curo come una figlia.

Due terzi del mio appartamento sono occupati da vestiti, scarpe, borse, libri, cd e dvd. Quando qualcuno mi ha paventato l’idea di convivere, la mia prima preoccupazione è stata chiedermi che fine avrebbero fatto.

Ex presenzialista della movida romana, ora ritirata a vita asociale, poiché i Radical Chic e i Marpioni da Aperitivo che la popolano, mi hanno annoiato.

Il camionista nascosto in me, non è manco tanto nascosto.

Ti mando affanculo ogni volta che lo ritengo opportuno; so cucinare, ma mi prodigo solo se strettamente necessario.

Preferisco la compagnia maschile perché le donne, nel lungo periodo, sono estenuanti e questo causa non pochi problemi:

«Ti giuro che è solo un amico…»

«Eh, ma lui ti si farebbe, però!»

«Eh,ma io no!»

«Eh, ma che ne sai?»

«Se ragioniamo a “Ma che ne sai?” non ne usciamo!»

Ho tolto la visibilità dell’ultimo accesso a WhattsApp, per evitare drammi e – quindi – questo significa pure che non mi interessa minimamente monitorare il tuo.

Tendenzialmente ho una mia opinione su tutto, ma non è detto che voglia condividerla.

Mario ed io? Un disastro annunciato…

Tutti noi, abbiamo trascorso un pezzo della nostra vita con Mario o Maria Rossi. Tutti noi, abbiamo visto amici e amiche con un buon Mario e un’ottima Maria, certi, se li sono pure sposati.

Tutti noi, abbiamo sentito dei: «Sei matta? Io con quello/a?! Ma dai! Ci passo un po’ di tempo, ma niente di che…» con quel tempo che si tramutava in anni, perché “qualcosa di meglio non arrivava”, allora sai che c’è? Mi tengo Mario/a.

C’era sempre, mentre le altre non c’erano…»

«Sai, ormai ho un’età, mi voglio sistemare…»  e molteplici varianti.

Ripercorro con la mente i miei Mario, gli altrui, e le Maria.

Mi chiedo se, alla fine, non aspiriamo tutti a un Angelo/a Nero, ché tutti vorremmo l’Amarone, ma il Tavernello è di più facile fruizione.

Che, a volte, ci accontentiamo di ciò che otteniamo facilmente, pensando di non poter ambire a qualcosa di migliore. O ripiegando, quando non arriva.

Mi chiedo se sia giusto così, o se – invece – è giusto il sentimento di soffocamento che provo, al solo pensiero.

Mi chiedo, come sarebbe stata la mia vita se fossi diventata ben presto la Signora Rossi, o lo fossi stata per nascita:

la ghiaia nel vialetto; quattro figli e il cane; il sesso settimanale il sabato sera; il pranzo dalla suocera alla domenica. Il corso di ceramica; le uscite solo a coppia. Le amiche, chi? I panni da stirare, il Mario che si addormenta davanti la tv, che guarda più di me. Questo essere affezionati, ma non innamorati, ma poter sempre contare su una presenza, almeno quella, anche se molto lontana da ciò che sognavamo.

Mi chiedo se, effettivamente, sia vero il detto: “Meglio soli, che mal accompagnati” o se sia preferibile qualsiasi compagnia alla solitudine…

E fino a quando sia giusto sperare e credere che, qualcosa di meglio, arriverà.

Pensateci.

Ora scusatemi, scorrendo la rubrica del mio telefono, mi sono casualmente imbattuta su Mario. Devo fare una telefonata urgente…

 

 

PS: Egregi Mario Rossi e Maria Rossi, perdonatemi. Purtroppo la consuetudine vi vuole usati come esempi di italiana tipicità, perciò non mi sono potuta esimere dal farlo anche io.

#ESCILE, BB!

Stamattina ho fatto un patto con una mia amica che, sostanzialmente, sancisce il nostro impegno reciproco a postare più selfie. Ma non selfie normali, selfie porchi, ammiccanti e con parecchie nuditàbb-escile-ed

Perché – abbiamo considerato – le retrogade siamo noi, siamo troppo indietro ed eccessivamente pudiche e riservate.
D’altronde, lo sappiamo che se non passa attraverso i social, non è vero niente! E che la latenza di autostima si cura a suon di like, e più ne hai, più sei felice.
Finora ho sbagliato tutto. Non solo non ho un’autostima così elevata, che mi consenta di sentirmi sì figa da fotografarmi in tutti i luoghi, in tutti i laghi, e condividerlo col resto del mondo; c’è anche una questione meramente pratica che ha sempre bloccato le mie aspirazioni da starletta del web: ma perché, mentre mi sto divertendo, o lavorando, o nonfareuncazzando, devo preoccuparmi di documentarlo al mondo virtuale?
Ché non è vero che è meglio vivere che postare, ma si vive per postare. È giusto così!
Non c’ho capito niente. Quindi, da oggi in poi, si cambia.
Ho, finalmente, pure un cellulare nuovo che potrà aiutarmi nell’impresa, poiché possiede – di default – filtri e funzioni di modifica degli scatti. Sono una cretina a non averli usati finora, adducendo la scusa che poi nemmeno mi riconosco nelle foto. (esattamente come non riconosco la gente per strada, che sono abituata a vedere nelle foto sui social…)

Che demente! Che principiante!
Da oggi in poi, si cambia!
Via a scatti succinti, tette in mostra, con geolocalizzazione completa – mi trovo qui qui, qui… -.
Corredati da frasi altamente poetiche e non importa se scopiazzate da canzoni, citando fonti errate, senza preoccuparsi di verificarle, non importa, l’importante è apparire! Poi, seriamente, ma chi lo legge quello che scrivi?? Le tette so’ tette! Aho!
Che, hai visto, la gente impazzisce solo a vedere un lembo di pelle, quindi immagina che successone!!

Epperò poi sei troia, ennò, sei ammirata, eddachi, da quattro smanettoni affamati?! Eccchettefrega, purché se ne parli! Ah, ok…
Devo pure iniziare ad accettare le richieste di amicizia, TUTTE, perché, si sa, più contatti hai, più like ricevi, più la vita migliora.
Poi devo decidermi a imparare ad usare Instagram, visto che ce l’ho da ben quattro anni e ancora non ci ho capito una beata. Così avrò un pubblico ancora più ampio.
Quindi, da oggi in poi, aspettatevi da parte mia, sette/otto selfini al giorno, così. Tanto per cominciare. Aspettatevi che le esca, e che faccia le foto in bagno e in ascensore, che fa tanto glamour. Aspettatevi pose compitissime nel letto, lasciando sottintendere quel che ho appena fatto. Aspettatevi un bel po’ di coscia scoperta e posizioni da zocc… ehm… provocanti! Sì, ammiccanti e vogliose!
Da parte vostra, ovviamente, mi aspetto una generosa risposta a base di polliciate di apprezzamento che mi istighi a continuare e che nutra la mia insicurezza cronica. Grazie.
È deciso.
Da oggi in poi, farò così.
…Va be’, dai, forse comincio domani… 😉

(PS: ce l’avevo sulla punta delle dita da qualche giorno, ho evitato, ma non riesco a trattenermi: dopo aver visto fare fotografie ad un funerale, ho definitivamente perso stima e speranze nell’umano essere. Riprendetevi. Ma riprendetevi sul serio. La privacy, la bellezza dell’intimità e, magari, pure un po’ di buon senso…)

THE DAY AFTER: LO CHIAMAVANO “EL TIGRE”

I day after sono tutti diversi e, chiaramente, variano a seconda della serata che hai trascorso. Ci sono day after che ti regalano un gran mal di testa e senso di vomito; quelli che ti donano malumore e paranoie; quelli che ti lasciano un bel senso di appagamento e pace.

Oggi, è un day after che mi offre un gran sorriso, una bella sensazione, la consapevolezza di avere intorno gente niente male, un perizoma con un buco sul davanti (che perizoma è se non ha un’apertura sul davanti?) e svariati video che hanno come protagonista un tizio che si fa chiamare “El Tigre”.

Bella storia.

Quella che doveva essere una tranquilla uscita tra amiche, ad ascoltare musica dal vivo, ha riservato non poche sorprese.

Innanzitutto ho appreso dell’esistenza dei distributori automatici di perizomi e, niente, la mia vita è cambiata.

Pensandoci bene, sono utilissimi.Barbie Bastarda perizoma d

Se, improvvisamente, ti rendi conto di aver “svoltato” la serata, concupendo un grazioso ometto col quale spassarsela, ma ti ricordi di avere su dei mutandoni che manco Bridget Jones, per solo un euro risolvi il problema e ti trasformi in Sex Bomb.

Dopo questa (forse) ho visto tutto. Chissà se ti tramutano anche le chiappe…

Comunque per divertimento, ne abbiamo preso uno ciascuna e ho notato con immenso stupore che il distributore era quasi vuoto, segno che l’articolo va e non poco. L’inventore è davvero un genio.

La sorte me ne ha riservato uno davvero fine ed elegante, che Victoria’s Secret e Yamamay se lo sognano.

Potete mirarlo nelle foto.

Barbie Bastarda perizomaNotare la pregevole fattura orgogliosamente China, i fiorellini vedo-non vedo, la raffinata rifinitura argentea e, ovviamente, il delizioso buco sul davanti. Forse una presa d’aria in prospettiva dell’estate o, banalmente, per agevolare l’ingresso. Un pochetto fuori obiettivo, per essere pignoli.

È stato proprio mentre traccheggiavamo coi nostri signorili trofei che ci si è avvicinato nientemeno che “El Tigre”.

Poteva essere semplicemente l’ennesimo (e il terzo della sera) che attaccava bottone, il classico non-figo e non-simpatico che liquidi in un attimo, con cortesia, ma giusto per togliere dubbi che non la vedrà mai. Neanche dopo sei birre, neanche se siamo attrezzate per un’attività porchesca.

Poteva chiudersi lì, lo avremmo salutato col sorriso e proseguito la nostra bisboccia. Senza ridergli dietro e fargli video.

Ma certa gente vuole davvero strafare.

Certa gente sente la necessità di mettersi in ridicolo e farsi sfottere.

Perché quando uno ti si presenta dicendo: «Ma non mi avete riconosciuto? Non sapete con chi state parlando?»

Con tale presunzione, manco fosse Bono (né di nome, né di fatto), si ha il dovere civico di prenderlo per il culo. Semplice.

A me hanno iniziato a brillare gli occhi perché già pregustavo il divertimento che sarebbe scaturito dal protratto perculamento.

Pure tu non hai idea di chi avessi di fronte, mio caro Miciotto VIP.

E allora glielo abbiamo detto che sì, forse, mi ricordo, mi pareva, te lo stavo proprio dicendo, oh ma che culo che abbiamo, ma perché esattamente – di grazia – saresti famoso? Perché scusaci siamo rinco ma, al momento, non ci ricordiamo. Però sì, oh, hai proprio una faccia conosciuta. Uh, sul serio.

La sua popolarità pare derivi da pregevoli comparsate a programmi televisivi, presenza fissa in web radio popolarissime, video su youtube che te prego fermate, non sai le visualizzazioni, non dimenticando di millantare anche partecipazioni a film che, però – guarda caso – non sono ancora (o mai) usciti.

Lo chiamavano El Tigre.

Chi cazzo sei se non conosci El Tigre??

Giuro che la domanda che ha assillato la mia mente per tutto il day after è stata: Ma come cazzo ho fatto a non buttarmi a terra dal ridere?? Come sono riuscita a resistere?? Io?? Che rido per tutto? Figuriamoci per un tale esemplare e tali esternazioni??

Non lo so!

Forse era troppo più divertente incalzarlo, fargli domande, incoraggiare quell’attrazione che provava per una delle mie amiche (che ora, ovviamente, non mi rivolge più parola. Fuori un’altra…).

E giuro che, ogni volta che lo lasciavamo andare, tornava a cercarci. Capite perché dico che certa gente ha bisogno di soffrire?

A guastare giusto un po’ il divertimento, un commento da parte di una delle mie amiche:

«Poverino!»

Non a caso, il compatimento proveniva dalla più giovane di noi. Ancora tollerante, ancora indulgente, perché – invece – quando sei un po’ più grandicella, perdi un pochino questa umanità, in luogo di considerazioni egoistiche del tipo:

poverino de che? Poverina io che devo trovarmi davanti tutti ‘sti coglioni!

In effetti…

Ma, quando stavo sull’orlo del sentimento in colpa, la Tigre del Fleming, ha iniziato a prodursi in una danza sensuale con movimento sexy di anca-bacino-bacino-anca, dedicato alla mia amica che, devo dire, abbiamo invidiato parecchio. Ma parecchio proprio.

A quel punto, ho tirato fuori la fotocamera. Il “Povero” felino non ha avuto neanche la modestia di fare finta di non accorgersene, anzi, fomentatissimo, ha dapprima seviziato e posseduto un tavolo col suo ampio pube, per poi elargire scivolate a profusione, ballo stile “Pulp Fiction”, dito in alto da Stayn’Alive – Ah ah ah -, il tutto condito con sguardi arrapao che te prego legame(te).

Ho esaurito la scheda della memoria, ma ne è valsa la pena.

Quando pensavo che fosse abbastanza, El Tigre ha pensato bene di rincarare la dose: una volta si lasciava il numero di telefono, in seguito il contatto Facebook, ora si lascia nientemeno che l’url del video di YouTube col quale, pare, sei diventato qualcuno.

A quel punto potevo, e dovevo, andarmene a casa.

Alla fine, però, ho imparato da “El Tigre”, e da tanti prima di lui, quanto sia fondamentale nella vita crederci.

Perché, in effetti, se tu per primo non credi in te stesso, come potrebbero farlo gli altri? C’è chi in questo esagera e chi, invece, ha tutto da imparare.

Perciò credo che, da oggi in poi, cercherò anche io di trasformarmi nella Donna Tigre. Col mio bel costumino perizoma forato, taglia anoressia, tanto che il buco diventerà una “O” talmente grande che sembrerà un’espressione di stupore della patonza.

SuperBB, la nostra eroina, mai si fermerà, lotterà con furore, combatterà i mali della società e, se proprio non ci riesce, si limiterà a riderci su.

Come nel succitato caso del famosissimo El Tigre.

“Misteriosa la sua identità, è un segreto che nessuno sa, chi nasconde quella maschera Tigre. Tiger Man”.

Che come citazione, ci stava tutta.

 

PS: la seconda domanda che mi sono posta per tutto il giorno è stata: ma perché ‘sta gente sempre davanti a me???

 

IN VIAGGIO, CON UNA MENTE CHE VIAGGIA: DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO

Dice: parti così non ci pensi, stacchi, ti svaghi e ti rilassi, sarà! A me sembra che i pesanti pensieri , le paranoie e le Vocine nella mia testa mi abbiano seguita, ma magari mi sbaglio… (No! Non sbagli!)

E infatti…Barbie Bastarda (3)

Quando decidete di prendere una vacanza, dovreste ricordare al vostro cervello di spegnersi, altrimenti vi troverete nella mia stessa situazione, dall’altra parte del mondo, ma – a quanto pare – con la medesima capoccia frullante…

Sono andata a fare immersioni a Sipadan, Malesia: undicimila chilometri, tre aerei, un pulmino, una barca e sei ore di fuso, da casa.

Da curiosa, bulimica di conoscenza e studiosa, innamorata – e, a volte, schifata – del genere umano, non potevo non affrontare anche questo viaggio col mio consueto spirito di osservazione e nuove riflessioni sempre pronte.

D’altronde è il mio modo di vivere e la vita stessa è un viaggio, di lunghezza variabile, di bellezza variabile, che affrontiamo come meglio possiamo, con compagni che si scelgono e, altri, che ci ritroviamo.

A spasso per il creato, impari sempre qualcosa da te stesso e dai tuoi colleghi d’avventura e apprendi molto dalle nuove realtà che scopri.

Asia, territorio a me sconosciuto, ma che – da sempre – mi rimanda ad atmosfere suggestive e quel fascino dell’Oriente che subisco proprio. Ad accoglierci, uno stupendo resort di palafitte. Certo, decisamente non rispondente a quella genuinità e originalità che stavo ricercando, ma, confinante col nostro villaggio, si snodava il villaggio autentico, autoctono. L’ho osservato anche da lontano, pochi metri di ponticello e due mondi agli antipodi: Barbie Bastarda (1)da un lato il lusso, il divertimento e i comfort. Dall’altro la povertà vera, quella che ti fa sanguinare il cuore, quella fatta di vestiti laceri e odori nauseabondi, quella che ti fa sentire fortunato e che ti tira fuori tutte le considerazioni grondanti retorica che – però – proprio poiché considerate tali, sono più che veritiere.

Perché, quando ti lavi i denti la mattina con l’acqua salata e quando vedi raccoglitori per quella piovana, al fine di recuperarne il più possibile, davvero capisci di essere un re. Per circa cinque minuti, perché – poi – ti scordi e riprendi a lamentarti delle cazzate.

Un luogo fatto di bimbi nudi, sorridenti, che cercavano attenzioni e qualche “regalo”, perennemente immersi nell’acqua sotto le dimore, cercando stelle marine e pesci da mangiare e da vendere.

Barbie Bastarda (5)Qualcuno ha fatto chiedere a uno di loro quanti anni avesse, la risposta è stata:

«Non lo sa, qui non si “usa”…» Mi ha molto colpito.

Ho pensato ad ogni festa organizzata, ogni anno, per celebrare il fatto che stessi invecchiando, a tutti i festeggiamenti in mio onore e a quanto rimanessi male se qualcuno dimenticava il mio compleanno. Chissà se questi bimbi soffrano del fatto che nessuno prepari loro torta e candeline.

Ma forse dipende tutto da come sei abituato, dalle priorità che si hanno nella propria vita, dalla realtà che ti circonda e, se non hai termini di paragone, e se non sai che esistono mondi diversi, non ne puoi soffrire e, magari, vivi bene lo stesso.

Le malesi sono molto belle e, appunto, è difficile dar loro un’età, sembrano tutte ragazzine. Quelle di credo musulmano indossavano dei veli ad adornar loro la testa, molto graziosi, ricamati e colorati. Mi ha fatto effetto vederne anche addosso ai manichini nei negozi degli aeroporti, ma, per loro, è ovviamente assoluta consuetudine.

La “severità” che io percepivo da quell’imposizione, ai miei occhi, contrastava coi loro sorrisi naturali e beati, quell’incarnato nocciola e quegli occhi scuri e brillanti. Non ho potuto fare a meno di chiedermi se dietro al rigore della tradizione e quella serenità apparente, si nascondessero le nostre stesse seghe mentali fatte di «Ti ha scritto, che ha detto, fanculo stavolta non me ne frega più niente sul serio». O se siano soltanto squisita prerogativa di noi frivole donne occidentali. Chissà. Mi sono pentita di non averne “intervistata” nessuna, come mi era venuto in mente. Peccato.

Magari avrei avuto conferma del vecchio adagio secondo il quale: “Tutto il mondo è paese” perché ho imparato che uomini e donne, alla fine, parlano sempre di uomini e donne! In ogni parte del creato!

Così tra quello che ho visto, quello che mi è stato detto, quello che ho rubato con occhi e orecchie, e fatto mio, ho arricchito ancor di più il mio, già straripante, bagaglio antropologico.

Ho imparato (ma lo sapevo già…) che le perle finiscono sempre coi porci e i pirloni con le porche, meglio conosciute come gatte morte/stronze/& affini; che gli uomini continuano a distinguere le donne in “sportive” e “pretenziose” e tutto ciò che può fare e sopportare un maschio, in nome della cara e vecchia faiga. O, in una visione più romantica, se DAVVERO ti vuole. Tanto per fare un mero esempio, centinaia di chilometri, perché lei: «Quanto era bella. Quanto…».

Ho pensato che, raramente, qualcuno avesse affrontato lunghi viaggi per vedere me, ma che – una volta – stavo per farlo io, totalmente rincitrullita dall’ormone e dal batticuore. A fermarmi erano state le Vocine e qualche amica che, gentilmente, mi avevano sussurrato:

«Ma dove cazzo vai?».

In effetti, dove cazzo andavo? Però lui è così speciale. Pure tu, Tesoro. Sappi che la distanza è la stessa per entrambi. Ah, vero.

E mi sono ricordata di tutti quelli che, durante il percorso della mia vita, mi hanno detto: «Sei una Stella, non te lo scordare mai…». Ma noi donne, si sa, tendiamo sempre a dimenticarcene e a farci spegnere od offuscare la nostra splendida luce.

Allora ho osservato le Stelle marine. Loro mica si muovono, stanno lì immobili e si lasciano ammirare. Hai mai visto una stella marina rincorrere uno scorfano?

Quindi, anche dall’altra parte del mondo, mi sono prese innumerevoli paturnie su “Se pochi lo ha fatto, evidentemente io non sono abbastanza bella”. Che ve lo dico a fare?

Altrettante, e che mi hanno fatto annuire per un paio di giorni, mi sono nate udendo la sicura affermazione maschile che “se un uomo tiene a te”, scusate… “SE UN UOMO TIENE A TE”, non solo fa di tutto, ma ci tiene a gridarlo al mondo intero. Dall’altra parte e da questa parte.

Lo so che questa frase rappresenta l’ovvietà del secolo, ma – si sa –  quando certe frasi le sentiamo pronunciare dagli altri ci sembrano sempre più sagge e brillanti, mi si accende un allarme mentale e tutte le Vocine in coro mi gridano:

«CHIAROOOOOOO??»

Ma, quando sei immerso in qualcosa, è proprio il caso di dirlo, ti rendi poco conto del resto del mondo, sia bagnato che asciutto. Quando sei immerso, ti focalizzi unicamente su quello che riesci a vedere attraverso la maschera. Sapete che ingrandisce gli oggetti? Quindi ci offre una visione leggermente distorta della realtà. Di conseguenza, quando sei immerso, non riesci a vedere nitidamente. Mi ricorda un articolo di qualche tempo fa sulla Miopia femminile, ma – ho imparato – che anche i maschietti vengono accecati dalla faig… ehm… dall’amore.

Ho trovato una stupenda analogia tra la subacquea e le mie amate meditazioni: sono entrambi dei mondi ovattati e quasi totalmente privi di suoni, in cui – per lo più – odi solo il tuo respiro, di una cadenza rassicurante e rilassante.

Le profondità maggiori le raggiungi gradualmente, le discese sono come quelle nel profondo dell’anima. Se hai paura, non riesci a inabissarti completamente, a lasciarti trasportare, a scoprire dove puoi arrivare. Durante tutto questo, sì, sei concentrato su quello che stai facendo e ammirando, ma la mente viaggia. O, magari, capita solamente a me. Probabile.

Perciò, anche nel mondo sommerso, non ho potuto fare a meno di meravigliarmi del comportamento dei suoi abitanti.

Durante una notturna, ci siamo imbattuti in una tartaruga che dormiva beata, adagiata su una struttura di legno, aBarbie Bastarda subacquea (2)circa quattro metri di altezza dal suolo. Poco dopo, poco distante, ne è sopraggiunta un’altra, ha provato a coricarsi sul relitto di una barchetta a remi, ma era talmente grande che questo non riusciva a contenerla. Allora si è tolta. Ha puntato la collega beata, le ha dato una sonora beccata per svegliarla e spostarla e si è fregata il suo posto. La prima ha iniziato a risalire, senza protestare e – probabilmente – è andata a cercarsi un nuovo giaciglio.

Ho imparato, così, che la prepotenza vince anche sott’acqua.

Ma ho imparato, anche, che gli esseri più spaventosi di tutti i mari, gli squali, incutono davvero timore quando li incontri, però – se ti avvicini senza paura – sono loro a scappare e che spesso questo accade anche con i predatori che incontriamo fuori dall’acqua.

Sul dorso di tartarughe e squali, vivono dei simpatici pescetti che si chiamano remore. Questi si cercano un “protettore” grosso, alle spalle di cui vivere, navi, squali, tartarughe, qualsiasi essere imponente. Nella vita terrena li chiamiamo “parassiti” e non voglio dire papponi che pare brutto. O forse significa che, per sopravvivere, abbiamo tutti bisogno di qualcuno che ci sia accanto e che ci aiuti, per difenderci, proteggerci, per pulirci e per vivere. E magari anche gli essere più grossi, che pensiamo siano autosufficienti, sono più felici di avere compagnia.

E poi c’è stato l’incontro col Pesce Pagliaccio-bullo.

Da quando abbiamo conosciuto Nemo, i pesci pagliacci li abbiamo tutti in simpatia, così, ogni volta che mi è capitato di vederli, mi sono soffermata a giocherellarci. Vivono davvero dentro le anemoni e, dalle loro dimensioni, puoi Barbie Bastarda subacquea (1)facilmente distinguere i genitori e i cuccioletti. Con le dita sfioravo la loro casa morbida e accogliente e loro si nascondevano. Non appena mi scostavo,tiravano timidamente fuori la testa ed io ricominciavo il mio trastullo stuzzicante. Finché uno di loro, presumo il capofamiglia, scocciato da questa interferenza ripetuta, è uscito fuori e ha cominciato a fissarmi.

Nei suoi occhietti minuscoli potevo leggere distintamente un chiaro e minaccioso:

«Che devi fa?? Hai finito de rompe li coj***?»

È stato incredibile! Vedere questo esserino grosso quanto il mio pollice affrontare me, un gigante cattivo, per difendere i suoi, è stato commovente. Perché è così che si fa quando devi curarti di chi ami. Te ne fotti se hai paura, te ne fotti se sei piccolo e indifeso e se, nel confronto, sei decisamente in svantaggio. Te ne fotti e agisci, affronti i colossi e vai!

Grande, pescetto!

Ma nella vita emersa, all’asciutto, non è sempre facile riuscire a proteggere chi amiamo e non sempre chi abbiamo accanto è disposto a farsi aiutare. Il mio modo invadente ma discreto di cercare di salvaguardare i miei affetti dalla sofferenza, mi imporrebbe di intromettermi ad ogni costo, di correggere una visione alterata, di essere cruda, ma comprensiva, di aiutare anche a discapito del rapporto stesso. Perché non sempre si è pronti ad ascoltare la verità.

Perché a volte vorresti dir loro che certi atteggiamenti non vanno bene, non vanno bene per niente. Altre, che è giusto e sacrosanto pretendere di più, che sì, cazzo, fa male! Ma accontentarsi fa peggio. Tradire il nostro Amor proprio fa molto peggio, che imparando a raccogliere briciole, non ci si ricorda come sia mangiare davvero. A volte vorresti fare molto, ma occorre una gran dose di coraggio che non sempre si ha. E in fondo… io chi cazzo sono per dire agli altri come vivere, il viaggio ognuno se lo fa come meglio crede. Magari anche i cuccioli di pagliaccio si stavano divertendo con me, che rappresentavo un’evidente minaccia, e si sono scocciati che il padre abbia posto fine al divertimento. Ognuno sa cosa è meglio per sé, senza aiuti. Forse…

Ho imparato che, anche sott’acqua, si può ridere fino alle lacrime e, se nella vita asciutta, mi è capitato molteplici volte di buttarmi a terra per sganasciarmi senza contegno, era la prima volta che mi succedeva nel regno sommerso.

Un episodio imbarazzante, al quale avrei potuto reagire arrabbiandomi o risentendomi, ma da questa parte del mondo e dall’altra, all’asciutto o al bagnato, ho scelto di ridere per esorcizzare qualsiasi situazione e così ho gestito anche questa.

E, grazie a questo, posso dire con fierezza: ridere fino alle lacrime sott’acqua, fatto!Barbie Bastarda (10)

Sono riuscita a ridere anche in una circostanza tutt’altro che comica. Quasi alla fine di un immersione, per la prima volta, mi si è materializzato l’incubo di tutti i subacquei: ho finito l’aria. Quando mi sono accorta che scarseggiava, ho sperato che mi bastasse fino alla fine, perché mi imbarazzava e poi avrei dovuto chiedere aiuto e, quindi, “disturbare” qualcuno. Le mie speranze si sono vanificate quando il manometro segnava impietoso  “zero” e mancavano ancora almeno cinque minuti all’uscita. Così l’ho segnalato al mio istruttore, ma l’ho fatto, appunto, ridendo, tanto che – in un primo momento – pensava stessi scherzando. Non solo avevo messo in atto la regola basilare di non farsi prendere dal panico in nessuna situazione, ma, soprattutto, non era la prima volta che mi ritrovavo senza fiato. Quindi sono abituata. La Vocina che mi ripete in ogni circostanza nera “Te la caverai, tanto te la cavi sempre…” anche questa volta aveva ragione e ho imparato pure che, ogni tanto, non c’è proprio nulla di male nel lasciarsi aiutare.

Quindi ho imparato – ma lo sapevo già – che mentre c’è chi si crea problemi a parlare, c’è chi parla a prescindere e, spesso, solo per creare problemi. Chi fa della logorrea il proprio stile di vita, chi ha bisogno costantemente di stare al centro dell’attenzione, magari per insicurezza, ma queste stesse persone, sono quelle che si curano meno degli altri.

Ho imparato che, se sei buono e accomodante, lo sei – purtroppo – da qualsiasi parte del cosmo. E ti capiterà sempre, sempre, sempre di sentirti ferito, deluso e amareggiato da qualcuno. Perché la propria natura difficilmente si può mutare, anche con una muta addosso.

Come quella tartaruga che se n’è andata senza ribellarsi. Io non lo so se quella beccata se l’è meritata, allora sarebbero pari. Comunque mi piace pensare – e sono abbastanza sicura – che, se dovesse ripetersi di nuovo, risponda con un morso e non si sposti. Perché anche le creature apparentemente più placide, alla fine, si incazzano. Fidatevi.

I miei affetti autentici, non mi hanno abbandonata nemmeno dall’altra parte del mondo. È stato meraviglioso condividere con loro – in tempo reale – foto, esperienze e quant’altro e occorre ringraziare il signor internet per questo.

Ma, come ho già avuto modo di fare, mi sono chiesta quale fosse il confine tra utilità e ossessione. Se il nostro essere perennemente connessi al mondo virtuale, non ci faccia perdere di vista quello contingente. Talvolta si è così impegnati a controllare quel che succede nel luogo che abbiamo lasciato, da trascurare le meraviglie che abbiamo intorno.

Occhi puntati sugli smartphone e, troppo poco spesso, a contemplare la bellezza reale.

Forse ero anche rammaricata di non avere qualcuno da pensare. Non so se avete presente, qualcuno a casa che contasse i giorni che ci separavano. Forse solo qualcuno che mi sono imposta di non pensare, è vero che, quando ti allontani, riesci a vedere con più distacco i fatti. Dall’altra parte del mondo e da questa, ho smesso di rincorrere le persone ed imporre la mia presenza, che dovrebbe essere un piacere. Faccio come le stelle marine. Chi vuole sa come e dove trovarmi. Chi vuole. Non ho mai impedito a nessuno di adagiarsi accanto a me.

Probabilmente per sentire più vicino quel mondo dal quale mi ero temporaneamente congedata, ho fatto qualcosa che non avevo fatto mai: ho postato una mia foto su Barbie Bastarda (12)Instagram. Sono iscritta da oltre tre anni, ho svariati seguaci e non l’avevo mai usato. Ovviamente ai miei occhi il risultato non è stato granché, perché, nonostante gli splendidi colori verde-azzurri del mare, le palme, la spiaggia bianchissima e i filtri di Instagram, io non sembravo per niente una di quelle della pubblicità degli abbronzanti. Eccchecazzo.

Quindi, da oggi, ho un nuovo mezzo per biasimare me stessa.

Eppure non dovrei…

Ho constatato che le hostess della Malaysia Airlines sono probabilmente reclutate tra le modelle, tanto per far sentire le viaggiatrici sfrante da ore di cammino, ulteriormente uno schifo.

Al ritorno, scesa nel primo aeroporto, attendevo di riunirmi col gruppo, quando mi sono vista una fotocamera di un cellulare puntata sul viso e il suono dello scatto. A tenerla un sorridente “antaenne” dai lineamenti arabi.

L’immagine che offrivo di me stessa non era sicuramente delle migliori: pelle bruciata e screpolata dal sole, fisico risultante da una dieta a base di patatine fritte, capelli “scolpiti” da una settimana di mare e ore di sbattimenti, occhiaie, trucco sciolto e mise poco attraente, total black, composta da tuta, felpa e scarpa da ginnastica. Sì, un cesso praticamente! Perciò non sono riuscita nemmeno ad arrabbiarmi… Ho sorriso e ringraziato mentalmente, mentre pensavo:

Gentile hostess della Malaysia Airlines, a parte che, per antonomasia, incarni un desiderio erotico classico, quindi parti decisamente avvantaggiata, comunque ad essere figa con la divisa, truccata, senza sudare e coi tacchi, sono capaci tutte. Prova ad esserlo con l’outfit sopra citato, dimmi se qualcuno ti fotografa e poi ne riparliamo. Io la foto l’ho avuta, ciccia. Tiè!

Ancora una volta, ho imparato che gli altri – fortunatamente – sono molto più indulgenti con noi, di quanto noi non saremmo, probabilmente, mai. Purtroppo.

Peraltro, in quei giorni, era già capitato. Ho imparato che: «Is he your boyfriend?»  é l’internazionale primo approccio con il quale ci si assicura via libera. Pure non ricambiare sguardi e sorrisi per scoraggiare è internazionale. E questo fa di me la regina internazionale della fuga.

Comunque sono fortunata ad avere ricevuto un’istruzione, ad aver passato ore a studiare e leggere. Qualsiasi conoscenza ti torna utile nella vita. Almeno posso essere abbordata anche in inglese. Che culo!

Amo definirmi un’asociale e anche un po’ solitaria. Non è totalmente vero, ma, quello che è vero, è che amo ritagliarmi degli spazi di assoluta solitudine. Ne sento la necessità e non tutti riescono a capirlo e accettarlo.

Anche essere undici milioni di metri da casa, con un nutrito gruppo di persone, non ha eliminato questa esigenza. Così mi ritrovavo spesso per conto mio con le mie Vocine e tutte queste riflessioni. Ma non solo…

Dirimpetto al nostro resort, sorgeva una piattaforma petrolifera in disuso, che era stata tramutata in un albergo e diverse sere, si animava con musica che riuscivamo a sentire anche noi. In una di queste, mentre mi avviavo da sola, sulla passerella in legno verso la nostra palafitta numero S120,Barbie Bastarda (2)ho sentito iniziare una canzone a me molto cara. Ho sorriso. Solinga, al buio, mi sono fermata per ascoltarla e cantarla tutta. Stupenda, sporcata unicamente dal rumore del mare e dal mio tirare su con il naso.

“If I lay here, if I just lay here, would you lie with me and just forget the world?”

Anche dall’altra parte del mondo, mi sono sentita a casa. Allora non ero poi così lontana.

Forse è vero che i subbaqqui sono personaggi strani, diversi, metà esseri umani, metà pesci, che si rifugiano sott’acqua per sfuggire al mondo esterno, per non dover parlare e non dover ascoltare. Per sentire unicamente il proprio respiro e i propri pensieri. Forse è vero.

Ma ho imparato anche, che se ascolti “Someone like you” da sola, di nascosto, sicuramente sarai colpita da Adelaide piangente acuta. Se – invece –  la canti a squarciagola alle otto di mattina con due amiche, è sempre deprimente, ma decisamente più divertente.

Perché è meraviglioso quando permetti a qualcuno, che una volta era uno sconosciuto, di entrare nella tua vita e, perfino, di volerti bene. È stupendo, anche, aprire nuovamente la porta scoprire realtà nuove, persone nuove, affetti nuovi. Quando dei nomi e cognomi iniziano a diventare presenze e pensieri costanti, tanto da avvertirne la mancanza, quando non li vedi, tanto da preoccuparti per loro e di esserne contenta, perché significa che, forse, così strana non sei e, alla fine, i bagagli negativi che ci portiamo dietro vengono sempre rimpiazzati da quel che di buono resta in noi.

Ho imparato che se ti scende una lacrima mentre sei sott’acqua, non si sa come, né perché, non si sa se di gioia o di malinconia, ma sai che avviene dopo tempo che non riuscivi a versarne, può aiutarti a sentirti nuovamente viva. Ed è stupendo.

A spasso per il mondo, impari sempre qualcosa da te stesso e dai tuoi colleghi d’avventura. Apprendi molto dalle nuove realtà che scopri e… ci sono cose che, purtroppo, perdi per sempre.

Ho perso qualcosa e mi scoccia da morire perdere ciò che possiedo. Mi capita raramente perché ci sto attenta, perché sennò poi ci sto male, eppure è successo. Ho smarrito il mio amato collo di lana nero che avevo usato per contrastare l’aria condizionata in aereo. Appena arrivata, colpita dai quaranta gradi, l’ho riposto chissà dove e non l’ho più trovato. Mi sono accorta della sua assenza solo quando stavo preparandomi per il rientro, nel momento in cui potevo averne ancora bisogno.

Ora  chissà dov’è… Io lo lavavo, lo conservavo… A questo punto, non molto bene.

Ho perso anche un orecchino che ora giace adagiato in uno splendido fondale e magari la corrente lo sta portando a visitare luoghi e creature meravigliosi, beato lui. Però mi manca. Mi mancano entrambi.

Ma forse è questo quello che capita quando non ci si prende sufficientemente cura delle proprie cose. Quando ce ne scordiamo e le perdiamo di vista, quando le accantoniamo perché presi da altro e non ci servono. Non è detto che le troveremo lì ad attenderci, quando ne avremo bisogno. Se ci pensiamo bene, capita con tutto e tutti. D’ora in poi, lo ricorderò.

Ricorderò anche di non abbandonare mai più i miei tacchi, neanche al mare.

La subacquea mi ha dato l’opportunità di fare esperienze inimmaginabili, ma ha anche causato grosse ferite al mio ego da superfemmina. L’essere costantemente struccata, in costume, coi capelli gretti e le infradito, mi fa sentire tutt’altro che una sirena. E poi, ci tenevo a dire a chi critica sempre i miei tacchi, che le infradito mi hanno procurato delle ferite sanguinanti alla base di entrambi gli alluci. I miei tacchi dodici non mi hanno MAI causato cose del genere. MAI, neanche da questa parte del mondo. Che si sappia.Barbie Bastarda (9)

Mi sono allontanata di undicimila chilometri, ma – niente – a quanto pare, anche lì, anche in viaggio, la mia mente che  viaggia era la stessa.

Non ho ancora totalmente disfatto le valigie, ma – permettetemi una frase altamente poetica –  ho imparato che il mio bel bagaglio interiore non mi lascia mai e sono finalmente molto soddisfatta di tutto quello che vi è rimasto dentro. Scremato, scelto, sudato con cura e, ora, ancora più ricco.

Perché se è vero che quasi tutti amano il mare, è altresì vero che non tutti hanno la curiosità e il coraggio di scoprire le meraviglie che cela. Accade anche con noi stessi e con le altre persone.

O forse un giorno imparerò a godermi i viaggi, e il viaggio principale, senza formulare sofisticate elucubrazioni mentali, osservare qualsiasi dettaglio, memorizzare frasi e gesti e arricchire la mia conoscenza sull’umanità, i comportamenti, i rapporti e l’amore.Barbie Bastarda varano

A proposito di amore, devo confessare che purtroppo non ho incontrato il mio Sandokan. O forse sì. Per la gioia internazionale, devo dirvi che sono dovuta arrivare dall’altra parte del mondo, ma finalmente ho trovato chi mi renderà felice, il Varano. È grosso, non parla, ma ha due metri di lingua.

E scusate se è poco.

«Forse in fondo è vero che per essere capaci di  vedere cosa siamo,

dobbiamo allontanarci e poi guardarci da lontano…»

D. Silvestri

 

Se volete scoprire le meraviglie della subacquea, io vi consiglio la scuola Sea Walker Divers nella persona del sommo Boss Marco Cesaroni.

Non è per niente una marchetta e non avrò brevetti gratis per questo. Purtroppo.

Ai miei compagni di questo viaggio

e a quelli del viaggio della vita.

Grazie.