INTENZIONALMENTE INFELICI

Entrando alla festa, il mio ingresso era stato accolto da Rino Gaetano e una delle mie canzoni preferite.

Il caso, che non è mai a “caso”, aveva voluto così.

Ero contenta, anche se da un po’ di tempo ascoltarla mi faceva pensare a Lui.

Mi rammentava quando l’avevamo cantata insieme, felici, spensierati, in uno di quei momenti perfetti.

«…dammi la mano e torna vicino…»

Ora – invece – rimandava ai ricordi successivi, poco piacevoli, da botta allo stomaco, che mal si addicevano a una serata di bagordi sulla spiaggia.

Che cazzo, però.

Una ci mette tutta la vita a scegliersi le proprie canzoni, la colonna sonora della propria esistenza,  e poi a causa di un ricordo te le mandano di traverso. Arriva un tizio qualsiasi che te le guasta, te le “rovina”, che ti fa storcere il naso quando le ascolti, che ti demolisce l’umore in un attimo.

Non va bene.

Quando l’ho permesso?

Avevo cercato di distogliere la mente dal pensiero di lui, col fiero intento di divertirmi.

Eppure si riaffacciava.

Lui non c’era, ma era lì.

Concentrati su altro, cavolo!
Guardati intorno: sei a un “White Party”. Ci sono centinaia di uomini in camicia bianca, C-A-M-I-C-I-A B-I-A-N-C-A, e tu pensi all’ultimo al quale dovresti pensare!

Credi che lui si stia consumando per te?

Che ci posso fare?

Sono una che pensa, che rimugina, che si fissa.

Sono così.

Mi sono tornate in mente tutte le serate che ero riuscita a rovinarmi da sola con le mie mani o, meglio, coi miei pensieri, a tutte le volte che, con la testa altrove, non mi ero goduta il presente, il posto, la musica e diverse persone.

Che stupida.

Ho sentito un pianoforte, familiare.

Einaudi.

Il MIO Ludovico suonato a una festa sulla spiaggia. Curioso.

Le mie canzoni, il mio stabilimento, la mia estate, la mia festa, perché devo guastarmi tutto questo?

Non poteva essere una serata qualsiasi, passata col muso a rimuginare.

Infatti, la ricorderò come la sera che ho fatto pace col mio ex.

Il mio ex liquore.

Ho bevuto nuovamente il Gin, dopo quindici anni che non lo toccavo.

Se dovessi associare un sapore a tutte le serate passate in discoteca in gioventù, vi accosterei senz’altro quello acre e profumato del Gin Lemon.

Era il mio cocktail preferito, finché una volta mi fece male e non lo toccai più.

Non ho mai riprovato a berlo, mi sono limitata a schivarlo con attenzione, senza concedergli appelli.

Era diventata anche una delle mie battute preferite: «Posso ingurgitare tutto, tranne il Gin!»

Un’etichetta, un paletto, un limite. Uno dei tanti che ci affibbiamo.

Sono così. Punto. Questo lo faccio, quello no. È sempre stato così, perché dovrei cambiare?

Poi se qualcosa mi ha fatto già male una volta, la eviterò sempre.

Ecco il punto.

Invece quella sera, complice il caos e la fretta, ho deciso che avrei potuto dargli un’altra possibilità.

Che magari sarei stata male di nuovo, ma poi sarei sopravvissuta. Come sempre, come tutti.

Invece, non solo non mi ha fatto male, ma mi sono accorta di quanto, nella mia vita, fosse mancato per tre lustri il Gin, a causa dei limiti che ci auto imponiamo. Della paura di farci male di nuovo. Dei ricordi dolorosi passati che condizionano le nostre scelte nel presente. Degli scudi che ergiamo per difesa e di quanto siamo bravi nel farlo.

Potrei tenere dei corsi sul tema: “Manuale di tutela personale – Vol. I, II e III”.

Come è molto più facile passare una serata in disparte, a rimuginare, nel proprio orticello sicuro, piuttosto che buttarsi nella mischia, mettersi in gioco, parlare, scherzare e – orrore, orrore – flirtare e socializzare. Scoprire uno sconosciuto.

La settimana precedente mi era successo qualcosa di simile con lo smalto. Porto il french semplice da sempre, mi conoscono tutti così. Mi sono sempre detta che gli altri colori non mi donassero che non mi piacessero addosso a me e alle mie manone. Così, d’improvviso, ho deciso di osare un rosa pallido e devo dire che mi piace parecchio.

Sono piccolezze, magari. Ma rappresentano un’uscita dagli schemi, dal conosciuto, dai paletti del “Sono fatta così, non posso cambiare”.

Non lo posso fare;

Mi dà fastidio;

Non è da me;

Non ci riesco;

Non lo faccio;

Mi fa male;

Mi fa male pensare;

Mi fa male ascoltare;

Quante di queste frasi pronunciamo?

Quanto è più sicuro nasconderci dietro a esse?

Come se volessimo rimanere attaccati al nostro dolore, alla nostra convinzione, per sicurezza.

Perché non abbiamo il coraggio di (ri)scoprire qualcosa di nuovo.

Esattamente come stavo permettendo a un uomo di rovinarmi la serata e una delle mie canzoni preferite, solo perché avevo scelto di farlo.

E se tutti paletti, i limiti che ci poniamo o i pensieri consolidati che continuiamo a perpetrare, sebbene li riconosciamo come dannosi, non contribuiscano a renderci INTENZIONALMENTE INFELICI?

Se fosse vero?

Se la nostra infelicità dipendesse solo da noi e da pensieri e azioni che scegliamo deliberatamente di compiere, seppur consci di quanto siano dannosi?

O se, al contrario, preferiamo restare immobili, fermi nelle nostre convinzioni, come vigliacchi impauriti?

Se ci ostinassimo a complicarci la vita e focalizzarci su quello che non dovremmo?

Come quando vogliamo a tutti i costi conoscere una verità che sappiamo, per certo, che ci farà del male, o – viceversa – quando fingiamo di ignorare una realtà, mentendo solo a noi stessi.

Sembra facile… Ma se lo fosse davvero?

Se la nostra infelicità fosse una condizione nella quale ci piace crogiolarci?

Se la smettessimo di dare potere a pensieri o persone deleteri?

E se iniziassimo a scardinare tutte le nostre credenze negative, le barriere, i pensieri limitanti, le convinzioni consolidate, per scoprire un mondo nuovo, diverso, che non possiamo neanche lontanamente immaginare?

Che poi, diciamocelo, io mi sono anche parecchio frantumata le ovaie di stare a pensare a gente che non mi pensa o che non me lo dice.

Di ripensare al passato, di rivivere ricordi brutti, di restare ancorata e stazionaria per la paura di agire, di evolvere, di crescere, perfino.

Di continuare a dare importanza a gente davvero poco importante.

Di autoimpormi dei limiti che sono stati creati e alimentati solo da me.

Quindi, perché farlo?

Ho compiuto ben due azioni che mai nella vita avrei pensato di riuscire a fare.

Potrei continuare questa scia di stravolgimenti, compiendo quella che tutti mi stanno suggerendo di fare, ma che continuo a ripetere di non poter riuscire a mettere in pratica: invitare a cena un uomo.

Potrei farlo.

Potremmo cenare insieme, io e te.

E poi brinderemo col Gin, ascoltando Rino , magari con uno smalto rosso.

(vabbè, adesso non esageriamo…)

VIENI GIÙ…

Sono seduta sul bordo del pozzo oscuro.

Conosco questo posto, sono già stata qui.

Guardo avanti. Le mani poggiate sull’imboccatura della voragine e le gambe penzolanti che giocherellano picchiettando il muretto.

Sono già stata qui.

Blocco le gambe.

Mi fermo.

Guardo dietro, oltre le mie spalle e osservo il nero dell’abisso.

Ciao, ti ricordi di me?

Sono già stata qui.

Perché non torni quaggiù?

Sono stata qui per mesi, nel buio. Quando niente era più importante.

Ora, che faccio?

È un periodaccio.

Annunciato così, senza preamboli.

Mi sono ripetuta che c’entrasse la fine dell’estate. La mia anima leonina e solare la patisce sempre. Ma, no. Non è solo questo.

Si sono accumulati pensieri, preoccupazioni, tutte quelle paranoie (che tanto paranoie non sono) che mi lasciano sveglia di notte a discettare sul senso della vita, l’utilità di certe esperienze, la presenza o assenza di certe persone, la validità di certi rapporti…

Sono stanca.

Esamino i vari aspetti della mia vita:

Qui? Qui schifo.

Qui? Qui merda.

Qui? Qui lascia perdere!

Sì, sicuramente a ben guardare SONO molto FORTUNATA. Ok.

Lo so, ne sono consapevole e quando voglio essere ottimista lo penso e ne prendo coscienza.

Però…

Ecco, ultimamente ci sono dei “però” importanti.

Sono stanca.

Non è da me fare piagnistei.

«Lo sai, non mi lamento mai, però…»

«…però a un certo punto, basta!» ha finito per me la frase, il mio interlocutore.

«Esattamente, basta. A volte è semplicemente troppo»

Sono arrivata al “troppo” al punto di rottura, seduta sul ciglio del baratro che ben conosco.

Mi annoia sentire lamentele, davvero. Del tipo che la gente mi parla, fingo di ricevere una telefonata e mi allontano.

Mi vergogno un po’ di certi sentimenti (neanche tanto) ma, certe volte, quando qualcuno mi rovescia addosso la propria immondizia mentale, vorrei dargli una testata sui denti. Far tacere l’incessante lamentela a oltranza.

C’è gente che credo lo faccia di professione. “Trova ogni giorno nuovi motivi per lamentarti!” gioca anche tu!

Ecco perché detesto lamentarmi, non vorrei mai essere così.

Ma sono stanca.

Ha già cominciato.

È così che inizia, piano piano. Dapprima col prendersi meno cura di sé, piccolezze – forse – ma fondamentali.

Vabbé, i capelli li lavo domani…

Lo smalto può resistere un’altra settimana…

Poi continua alternando la bulimia famelica all’inappetenza. L’accidia più completa all’iperattività.

Cercando di riempire tempo, spazio, pensieri, per non vedere la voragine che si fa sempre più strada e ingoia ogni cosa.

Poi ti suggerisce di non interagire con nessuno, facendoti sentire inadeguata e fuori posto, ovunque.

No, non mi va di uscire…

Meglio chiudere tutto e mettersi al riparo.

Affrettarsi a rispondere degli insulsi “Tutto ok!” se qualcuno ti chiede come stai.

Non parlare, non spiegare, non far entrare, sparire.

Meglio questo stato di apatica atarassia, del dolore.

Meno persone vedi, meno possibilità c’è che tu venga ferito.

Non che ci sia la fila alla mia porta, chiaro.

Chi c’era quando? Nessuno…

E quando? Nessuno.

Ah…

Forse dovrei lasciarmi andare solo un po’, sprofondare appena, cadere quel tanto che basta.

Vieni, dài, vieni giù.

Potrei riposarmi un pochino, ne ho bisogno.

Scendi, vieni qui. Niente più sveglie, niente più doveri, niente più è importante.

Niente, non voglio sentire più niente.

Mi siedo a cavalcioni sul muretto, una gamba fuori e l’altra dentro. Verso il nero profondo.

Poi le posiziono entrambe all’interno. Picchiettando coi talloni la bocca e osservando giù, nel fondo, l’oscurità.

Fai un saltino e scendi, vieni qui.

Sono già stata qui.

Perché non torni quaggiù?

Sono stata qui per mesi, nel buio. Quando niente era più importante.

Sono tanto stanca.

Scendi, vieni qui. Niente più è importante.

Ora, che faccio?

Vieni, dài, vieni giù.

È un periodaccio…

«CHE FAI A NATALE?»

Io non lo chiedo mai: «Cosa fai a Natale?» o a Capodanno.barbie-bastarda-che-fai-a-natale-ev

Il motivo è abbastanza semplice. Delle persone vicine, conosco perfettamente i programmi, degli altri, no. E non so se voglio saperne qualcosa.

Il periodo delle feste è un periodo strano.

Da bambini, lo amiamo tutti. Non solo perché ci regala due settimane di vacanza dalla scuola, ma – soprattutto –  perché, in una notte magica, un Babbo buono ci porta dei doni. Ci svegliamo la mattina e li troviamo lì ad attenderci. Magia!

Addobbiamo le nostre case con alberi e lucine, facciamo il presepe, le strade vengono decorate e diventano tutte più belle. Ci facciamo gli auguri, le famiglie si riuniscono, si mangia tanto e ci sentiamo pervasi da tanto calore umano e fratellanza.

Il periodo delle feste è un periodo strano.

Troppo corto per chi è felice, troppo lungo per chi viene preso dalla malinconia.

Che fai a Natale?

Sì, in famiglia, sì il cenone, sì i regali, però… Però non è più come prima. Però è cambiato tutto. E, durante le feste, questi cambiamenti dolorosi, pesano di più.

C’è la tavolata e ci sono troppe sedie vuote. Alcune sono state riempite con nuovi elementi che prima non esistevano nemmeno, ma quelle vuote, be’ quelle vuote sono quelle che fissiamo di più.barbie-bastarda-che-fai-a-natale-sedia

Forse perché a Natale ci si riunisce, forse perché dovremmo essere tutti felici e spensierati, forse perché abbiamo più tempo per pensare, forse perché non siamo presi dagli stress quotidiani, ci fermiamo, e realizziamo quel che ci manca e CHI ci manca. Forse per tutti questi motivi, – a volte – sotto l’Albero, troviamo anche un bel po’ di tristezza, intrisa di spirito natalizio.

E allora non lo chiedo alle persone che conosco appena, cosa facciano a Natale o Capodanno. Perché ho paura che pensino a quelle sedie vuote, o che siano sole, o che nessuno abbia pensato a loro né per un invito, né per un regalo.

Ce ne sono tante di persone sole e credo che, durante le Feste, si sentano tali ancor di più.

A me capita sempre…

Quindi non voglio che ci pensino, perché io ho chiesto loro dei loro programmi natalizi. Non voglio che tentino di giustificarsi se non ne hanno, che si imbarazzino o intristiscano a causa mia e delle mie chiacchiere di intrattenimento.

Non vorrei mai che fossero assaliti dalla malinconia, a causa mia.

In fondo, tra detrattori delle Feste, ci si deve aiutare…

La prossima volta, quando qualcuno vi porrà le tremende domande: «Che fai a Natale? Che fai a Capodanno?» rispondete come me che, anche se non ci crede nessuno, replico sempre con uno schietto:

«…Dormo».

 

 

«Assenza, più acuta presenza…»

A. Bertolucci

 

 

Alle sedie vuote…

VI PRESENTO MARIO ROSSI: IL RAGAZZO “RASSICURANTE”

Lei è una tua amica che non vedi da un po’ e nella quale ti imbatti per caso. Lui lo conosci, ma fingi di non averlo visto perché non credi ai tuoi occhi, non è possibile che stiano insieme! Finché lei non ti dice: «Tu lo conosci Mario?». Sorriso di circostanza, stretta di mano, mentre impedisci al tuo volto di far trasparire il tuo reale pensiero. Alla fine, anche lei si è rifugiata tra le braccia del buon Mario…

Vi presento Mario Rossi: il ragazzo “rassicurante”.uomo-migliore-e1343666454838

Mario è quello bravo, l’antitesi dello stronzo, il tipo comune.

Mario non è uno da emozioni forti, non ti sbatte al muro, non ti fa sobbalzare lo stomaco, Ma Mario è lì, sempre.

Mario ti dà sempre ragione, ti accarezza e non discute. Ti porta a fare la spesa senza brontolare, anzi, si offre di andare lui. Ti chiama e sai sempre dov’è; ultimo accesso solo con te; se ti dice che va a calcetto, ci va davvero.

Ha una station wagon, poiché è lungimirante e ha in programma di procreare, casa di proprietà, perché è oculato, ottimi rapporti coi genitori.

Mario è quello che aspetta in panchina, bravo, costante, ma non un bomber. Bello, ma non bellissimo, intelligente ma non brillante, simpatico, ma con quel velo di tristezza a guastare le battute. Mario si tramuterà in zerbino, non appena acquisito lo status di marito.

Mario è quello che ti sta dietro, mentre tu vorresti altro, quello che magari ci esci per un caffè, ma – niente – non scatta!

È gradevole, ci passi pure qualche serata, magari giorni, magari lo baci, gli dai qualche carezza “tanto per non sentire l’amarezza”, ma non è proprio quel che vorresti. Perfetto sulla carta, lontano dal cuore.

Ok, sento già i brusii tra la folla, onde evitare che qualcuno traduca e liquidi il tutto con un: «Ecco, lo vedi che allora è vero che cercano gli Stronzi?» occorre che mi spieghi meglio.

Ci sono due piatti sul menu: il vostro preferito e un altro che vi piace. Ovviamente, ordinate il vostro preferito, ma – disdetta, disdetta  – non è disponibile. Ripiegate sull’altro, che comunque vi aggrada, ma il primo di più. Lo finite pure, perché non è così male, ma avreste voluto altro. L’altro è da perdere la testa, da indigestione, da volerne ancora, e ancora. Questo è buono e giusto, ma non ottimo. Piuttosto che digiunare, vi siete accontentati del meno peggio.

Mario è il Tavernello. L’altro è l’Amarone. Mario non è uno che ti fa impazzire, ma c’è. Ti piace, sì, ma niente di che. Semplicemente ti piace poco, o non abbastanza. Ti stuzzica, ma non così tanto. Ti è affine, ma non totalmente. Chiaro?

(Ripetiamo insieme: non sto dicendo che ci piacciono gli Stronzi, non sto dicendo che ci piacciono gli Stronzi!!)

Mario ha una sorella che è uguale a lui, Maria. Maria ed io, non siamo neanche lontane parenti…

Maria Rossi è la ragazza “rassicurante”, brava, bella, placida e tranquilla. Non ha opinioni, non discute, sorride beata. Chiama il suo uomo «Amo’» ed è una potenziale creatrice del profilo di coppia.

Maria non ha storici amici propri, sembra che abbia iniziato a vivere, non appena ha conosciuto il suo lui.

Maria è ligia, astemia e sempre politically correct, non c’è mai il rischio che ti possa far fare figuracce. Non offende nessuno, è accomodante e accondiscendente, non fa battutacce.

Confidando sempre nella superiore mente femminea, spero che Maria sia una che finge di essere tale, per impalmare il maschio. Ma, purtroppo, toppo quasi sempre. Maria è così!

Mario, Maria ed io, non abbiamo mai avuto molto in comune.

Mario è il “tiepido” [ne ho già parlato QUI], io sono un fuoco che dal fuoco deve essere alimentato. Mi piace ridere, scherzare, discutere e apprezzo perfino lo scontro.

Ho un’auto sportiva a tre porte (che, quindi, non potrebbe coesistere con un seggiolino, non ditelo alla Lorenzin) che curo come una figlia.

Due terzi del mio appartamento sono occupati da vestiti, scarpe, borse, libri, cd e dvd. Quando qualcuno mi ha paventato l’idea di convivere, la mia prima preoccupazione è stata chiedermi che fine avrebbero fatto.

Ex presenzialista della movida romana, ora ritirata a vita asociale, poiché i Radical Chic e i Marpioni da Aperitivo che la popolano, mi hanno annoiato.

Il camionista nascosto in me, non è manco tanto nascosto.

Ti mando affanculo ogni volta che lo ritengo opportuno; so cucinare, ma mi prodigo solo se strettamente necessario.

Preferisco la compagnia maschile perché le donne, nel lungo periodo, sono estenuanti e questo causa non pochi problemi:

«Ti giuro che è solo un amico…»

«Eh, ma lui ti si farebbe, però!»

«Eh,ma io no!»

«Eh, ma che ne sai?»

«Se ragioniamo a “Ma che ne sai?” non ne usciamo!»

Ho tolto la visibilità dell’ultimo accesso a WhattsApp, per evitare drammi e – quindi – questo significa pure che non mi interessa minimamente monitorare il tuo.

Tendenzialmente ho una mia opinione su tutto, ma non è detto che voglia condividerla.

Mario ed io? Un disastro annunciato…

Tutti noi, abbiamo trascorso un pezzo della nostra vita con Mario o Maria Rossi. Tutti noi, abbiamo visto amici e amiche con un buon Mario e un’ottima Maria, certi, se li sono pure sposati.

Tutti noi, abbiamo sentito dei: «Sei matta? Io con quello/a?! Ma dai! Ci passo un po’ di tempo, ma niente di che…» con quel tempo che si tramutava in anni, perché “qualcosa di meglio non arrivava”, allora sai che c’è? Mi tengo Mario/a.

C’era sempre, mentre le altre non c’erano…»

«Sai, ormai ho un’età, mi voglio sistemare…»  e molteplici varianti.

Ripercorro con la mente i miei Mario, gli altrui, e le Maria.

Mi chiedo se, alla fine, non aspiriamo tutti a un Angelo/a Nero, ché tutti vorremmo l’Amarone, ma il Tavernello è di più facile fruizione.

Che, a volte, ci accontentiamo di ciò che otteniamo facilmente, pensando di non poter ambire a qualcosa di migliore. O ripiegando, quando non arriva.

Mi chiedo se sia giusto così, o se – invece – è giusto il sentimento di soffocamento che provo, al solo pensiero.

Mi chiedo, come sarebbe stata la mia vita se fossi diventata ben presto la Signora Rossi, o lo fossi stata per nascita:

la ghiaia nel vialetto; quattro figli e il cane; il sesso settimanale il sabato sera; il pranzo dalla suocera alla domenica. Il corso di ceramica; le uscite solo a coppia. Le amiche, chi? I panni da stirare, il Mario che si addormenta davanti la tv, che guarda più di me. Questo essere affezionati, ma non innamorati, ma poter sempre contare su una presenza, almeno quella, anche se molto lontana da ciò che sognavamo.

Mi chiedo se, effettivamente, sia vero il detto: “Meglio soli, che mal accompagnati” o se sia preferibile qualsiasi compagnia alla solitudine…

E fino a quando sia giusto sperare e credere che, qualcosa di meglio, arriverà.

Pensateci.

Ora scusatemi, scorrendo la rubrica del mio telefono, mi sono casualmente imbattuta su Mario. Devo fare una telefonata urgente…

 

 

PS: Egregi Mario Rossi e Maria Rossi, perdonatemi. Purtroppo la consuetudine vi vuole usati come esempi di italiana tipicità, perciò non mi sono potuta esimere dal farlo anche io.

LA SINDROME DI TERENCE

Non so voi, ma io la frase: «Non la posso lasciare perché lei è troppo debole, insicura, ecc…» l’ho sentita fin troppe volte, direttamente e indirettamente.

Il primo sentore di questa circostanza, lo ebbi sin dalla tenerissima età, guardando Candy Candy. Per una serie incredibile di eventi, questa sfigata piagnucolosa (e manco bella, dai!) era riuscita a conquistare Terence, altresì detto IL FIGONE.

E, mentre eravamo tutte lì a singhiozzare che allora è vero, il Lieto Fine arriva, se patisci sufficientemente, l’universo ti ricompensa e, come Cenerentola prima e Candy poi, pure se sei una patetica sfigata, alla fine un figo te lo accaparri sicuro. Eddaje! Capimmo che, invece, manco per niente…

Perché Terence la amava, sì, ma non poteva stare con lei, perché Susanna – la donnuccia-uccia-uccia-deboluccia – per salvarlo ci aveva rimesso le gambe e allora “Ti amo ma non posso, DEVO stare con lei”. Per riconoscenza mista a senso di colpa, intrisa di dovere, ottenendo, così, la relazione di “circostanza”, in cui sono entrambi infelici, ma stanno comunque insieme.  Allora Candy scappa per le scale e lui la rincorre e le si avvinghia da dietro e piangono tutti e due e però, niente, non se po’ fa!Barbie Bastarda Candy ev2

Bel quadretto.

E già lì, già da ragazzine, abbiamo capito che ‘sta cosa dell’Amore celava un sacco di fregature e che se poco, poco eri una in gamba (appunto) eri fottuta!

Anni dopo, proprio a ME, toccò fare la Candy Candy della situazione. Quando le mie orecchiucce delicate dovettero sentire le testuali parole:

«Sì, tu sei tu, non c’è paragone, ma io proprio non posso. DEVO rimanere con lei. Lei da sola non ce la farebbe mai…»

Da lì in poi, attraverso incontri o racconti, di donne ritrovatesi novelle Candy, e uomini filantropi, ho imparato che il mondo è pieno di Susanne che gna fanno, minacciano suicidi, e sono davvero troppo, troppo fragili, povere! [e lo sapete che ne penso delle Gatte Morte, vero? Se non lo sapete, leggete QUI]

E il mondo è altresì generoso di Uomini affetti dalla “Sindrome di Terence”, ovvero quella patologia che li spinge a vivere una vita di merda, di supplizi, sacrificati in nome dell’inerzia e del senso di colpa, a fianco di una donna che non amano.

Che poi le donne lo sanno pure di non essere amate e – giuro, giuro, giuro! – viviamo come fratello e sorella e non ci tocchiamo mai, mai, mai e – quelle poche volte che succede – è ginnastica, è timbrare il cartellino, ammazza che schifo.

Però, oh, DEVO!

Ovviamente te lo chiedi: cosa sei, un crocerossino? Chi te lo fa fare di immolare la tua vita e la tua felicità per qualcun altro?

Certe volte, ahimè, le fanciulle attuano dei ricatti morali e materiali davvero difficili da ignorare. Sono sicura che, se ci pensate, vi vengono in mente svariati esempi. Certe volte è davvero difficoltoso per uomini perbene e con un briciolo di cuore, mollarle.

E mi sono sempre chiesta come possa una donna sensata (posto che lo sia), adulta, e con un filo di amor proprio, accettare un compagno di facciata.

Perché tu, donna, se uno vuole o no stare con te, lo sai, lo capisci. Non raccontiamoci il contrario. Piuttosto che stare sola, preferisci una relazione di copertura?

Non pensi di meritare di essere amata, ma amata davvero, e non per convenienza o supplica?

Mi chiedo pure, se dietro questa condanna e abbraccio all’eterna infelicità, esista un tacito, reciproco accordo secondo il quale io resto la “lei” ufficiale, non starò mai da sola, ma devo chiudere un occhio sulle infinite corna che popolano la mia testa. (Non disdegnando, magari, di pareggiare i conti… )

La domanda è, allora, lecita: ma che rapporto è?

Altro fatto che mi ha sempre molto colpito, è la distinzione immediata che riescono a fare gli uomini tra quelle che “non ce la possono fare” e le “donne cazzute che je la fanno, eccome”.

Forse perché non frigniamo, forse perché non supplichiamo e non minacciamo di porre fine alla nostra vita, ma loro sono certi che, va be’, tanto a te passerà, ce la farai, tu sei TOSTA.

A noi, figurati, ‘ste cose non ci sfiorano nemmeno!

Noi siamo forti, a noi “cazzomene”, abbiamo il cuore e la vagina rivestiti di materiale impermeabile e ininfiammabile, a noi che ce frega!

Siamo fredde e insensibili stronze che tanto se la caveranno, ovvio.Barbie Bastarda Susanna

Loro no, le Susanne del mondo gna farebbero mai, scherziamo? Affrontare addirittura una rottura e la vita, completamente sole, chi ci riuscirebbe? Ah, giusto! NOI. Va be’ ma noi possiamo e dobbiamo. Scusa, abbiamo giocato, pacchetta sulla spalla e vattene affanculo. Dai su, che tanto tu non crolli.

Va detto che, ovviamente, noi conosciamo solo una versione della storia, quella del lui altruista. Sarebbe interessantissimo appurare se queste donne siano consapevoli che i loro uomini stanno loro accanto, per mera carità cristiana. Se, effettivamente, siano loro ad aver mendicato attenzioni e presenza, e non viceversa, se questa non sia tutta una favoletta per non impersonare la parte del cattivo, il traditore seriale, ma, piuttosto, quello che vorrebbe pure, ma è talmente buono e riconoscente da non sentirsela di abbandonare la lei che gli è stata vicino per anni.

Ci fanno decisamente una figura migliore, non trovate?

Infine una risposta alla domanda che, sono certa, in molti stanno formulando. I soliti, quelli che non sbagliano mai e hanno sempre quella tremenda voglia di puntare il ditino accusatore contro qualcuno:

«Perché mettersi proprio con uno sposato/fidanzato?».

Ecco.

Sicuramente a voi non sarà MAI successo, ma – nel resto del mondo – capita tutti i giorni.

Certe volte, certe cose, accadono e basta. Anche se ti eri giurata che tu no l’avresti fatto mai.

Non si programmano, né progettano, ma si verificano. E i motivi possono essere i più disparati: la solitudine; il gusto del proibito; l’illusione di riuscire a non legarsi troppo; la vigliaccheria che impedisce di non assumersi un impegno serio e da ultimo, ma più importante, succede anche – e soprattutto – perché l’infelicità spinge la gente a cercarsi altro.

Non è piacevole essere “l’altra”, la cattiva, la zoccola, non è il sogno di nessuna donna essere etichettata come tale. Ma, a volte, accade.

Infatti, nove volte su dieci, sono proprio queste “rovina famiglie” a troncare la liason, poiché stufe di un ruolo che non gli appartiene. Confermando, in effetti, loro sì, di essere così forti da preferire la solitudine a un legame fittizio e infelice.

E finché ci saranno rapporti di apparenza, vi si affiancheranno quelli clandestini.

Ma, onestamente, mi chiedo quali siano quelli davvero“sbagliati”.

 

 

PS: Comunque, se io fossi stata Candy, penso che avrei riposto al Sig. Terence:

«Ti capisco, figurati, che problema c’è? Io tanto me la cavo, sono forte! Sono orfana, amica solo di un procione, perché la mia ex migliore amica si è rivelata una grandissima stronza. Le famiglie adottive mi hanno trattata di schifo, l’amore della mia vita è morto, tu mi stai piantando, però, oh, sto in piedi! In tutti i sensi. Quindi è giusto che tu stia con lei, perché lei c’ha bisogno. Magari di due, ne fate uno sano. Prenditela a braccetto e andatevene affanculo insieme!»

 

Con Amore,

alle mie donne cazzute.

Sempre più fiera di voi.

 

 

SONO UNA VIGLIACCA…

È inevitabile che, avvicinandosi la fine dell’anno, si tenda a fare un’analisi dell’andamento degli ultimi dodici mesi. Mi sento sempre in credito nei confronti dell’Universo, ma quest’anno ho una certezza da affrontare: sono una vigliacca.filosofo-tuttacronaca

Se analizzo i miei comportamenti, pensieri, parole, opere e omissioni, la conclusione è sempre questa: sono una vigliacca.

Ho mollato. Sono sprofondata in un abisso nero nel quale mi sono cullata per mesi perché sono una vigliacca e ho smesso di lottare. Tanti hanno preferito non vedere, altri troppo egocentrici o superficiali per farlo.

Mani tese verso di me per afferrarmi, due, forse tre, non di più. Mani che ho provato perfino a cacciare, perché sono una vigliacca, volevo crogiolarmi nelle mie debolezze e non volevo essere salvata. Mani protese a chiedere, sempre molte… Sono stanca. Davvero. Ho eliminato altre persone dalla mia vita, tante.

Molte pensano che io sia la più stronza del mondo e mi va benissimo così. Perdonatemi,  non lo ero, mi ci hanno fatto diventare e ora mi adagio in questo mio nuovo ruolo, perché sono una vigliacca e ho smesso di chiedere e dare spiegazioni. Ho imparato che chi mi vuole davvero bene mi ama anche così, degli altri non me ne frega proprio più niente. Non ho più la voglia di comprendere sempre e ascoltare chi mai lo fa. Non mi interessa sentire lamentele continue. Non è gradito chi c’è “perché o finché non trova di meglio”. Chi porta solo nevrosi perché ho già le mie e vi assicuro che bastano. Chi parla solo e di fatti ne fa pochi. Chi cambia comportamento a seconda dell’interlocutore, chi si dimentica di te se non gli servi più.

Chi vuole esserci è ben accetto. La porta è sempre aperta, sia per entrare che per uscire. Ma non si richiedono né si fanno preghiere di nessun tipo. Così è. Amen. La mia vigliaccheria si esplica, così, nell’intolleranza. Non tollero più, elimino e basta. È più facile e, ormai, scelgo la via in discesa, perché sono una vigliacca.

Resto fedele alle etichette che mi sono affibbiata, piuttosto di provare a vedere se posso diventare altro. «Sono così». Punto.  Ho posto barriere, paletti, costruito un recinto di convinzioni nel quale pascolo insieme ai miei pensieri che non confido a nessuno.

Fingo indifferenza invece di puntare i piedi e alzare la voce. Nascondo i miei sentimenti, invece di provare a esternarli. Sono una vigliacca, perché ho scelto di tacere invece di parlare.

«Certe parole, a pronunciarle, suonano male, per questo non le diciamo» non ricordo dove l’ho sentito, ma sono assolutamente d’accordo. Certe cose non si possono proprio dire. Se sei una vigliacca, poi, non le pronuncerai mai.95561 ed

Le frasi composte da tre parole sono le più difficili. Tre parole, tremila paranoie…  “Tu mi piaci, Ti voglio bene, Io Ti Amo, A me dispiace,  Tu mi manchi, Io sono felice, Tu sei speciale…” La più difficile, perché si ammette la propria debolezza, è: Io ho paura. Ho paura di tutto, ho paura di essere giudicata, additata, non compresa, di non essere perfetta, all’altezza, ho paura di essere felice, ho paura di TE… Come si fa a dire una cosa simile? A investire una persona di una tale responsabilità e, allo stesso tempo, soddisfazione? Tu sei importante. Io sono ferita. E ho talmente tanti mostri nella testa, che ho paura di mostrare a chiunque, che, ormai, ho preferito nutrire loro piuttosto che le mie speranza perché sono una vigliacca che ha paura.

“Io ti ringrazio”. Mi sono tenuta per me anche questo. Avrei dovuto e avrei voluto dirlo a un’anima gentile che è arrivata inaspettatamente nella mia vita, donandomi delle risposte a delle domande che, ovviamente, non le avevo mai posto.

Ma non ho detto niente e l’ho lasciata andare perché “sono una vigliacca” e un giorno magari mi pentirò di tutto quello che non ho detto, ma, ora, ho paura e ho deciso di coltivare lei, piuttosto che vivere.

Penso che, se fossi stata un pochino più coraggiosa, non sarei ora qui a scrivere.

Sono sprofondata in un abisso nero e mi sono detta che, ormai, era l’unico posto in cui potevo rimanere. Perché sono una vigliacca e non avevo più voglia di combattere. Sono stanca. A volte bisogna capire quando è giusto mollare. Ho mollato. La mia vigliaccheria mi ha coccolata e custodita nel buio, raccontandomi che era inevitabile e che sarei stata finalmente al sicuro. Le ho creduto. Lottare, per cosa? Sperare, ancora? Basta, sono stanca. Sono rimasta in un abisso nero, circondata da muri di certezze, spettri e incubi tutti costruiti e alimentati da me. Sono una vigliacca, ho preferito smettere di sognare e ho spento la Luce. Sono rimasta nel buio per mesi, ma non riuscivo più a tollerare l’oscurità e non avevo più la forza di anelare alla Luce.311210_savanna_-lvica_-oxota_1920x1200_(www.GdeFon.ru) ed

Penso che, se fossi stata un pochino più coraggiosa, non sarei ora qui a scrivere.

Ma sono una vigliacca. Per fortuna…

 

“Tanto più resistente è la corazza, 

tanto più fragile è l’anima che la indossa”.

Edvania Paes

 

Dedicato a chi mi ha detto «Ho paura di essere felice,

perché ho smesso di credere alla felicità…»

E al coraggio di essere felici tutti i giorni…

Prima pubblicazione: 30.12.2014

Lei (oltre le apparenze…)

Lei è una come tante, ma nessuna è come lei.8 - Gustav-Klimt-1862-1918.....

Lei è una che con lo specchio è sempre una guerra.

Lei è splendida. Ma l’unica che non se ne rende conto è Lei.

Lei è una che ha una paura terribile che qualcuno entri nella sua vita, ma ancora di più che non voglia farlo.

Lei è una che si fa un milione di problemi solo per dire una parola e, dopo che l’ha fatto, su come poteva dirla meglio o diversamente o affatto. Per questo è una che parla poco, perché ha sempre il terrore di sbagliare, ma questo viene scambiato per “asocialità”.

Lei è molto timida e difficilmente riesce ad attaccare bottone. Ma questo viene scambiato per “tirarsela”.

Lei è una che ci mette il cuore, anche se si fa sempre male.

Lei è una che preferisce farsi vedere sempre sorridente, piuttosto che farsi compatire.

Lei è una che incassa i colpi pensando «Io non lo avrei mai fatto, io non mi sarei mai comportata così».

Lei è una che non si sente mai “abbastanza” perché considera gli altri sempre “troppo”.

Lei è una che non chiede mai Aiuto perché ha paura di disturbare e perché non vuole annoiare gli altri con i suoi casini… Ma questo viene visto come “altezzosità” e “chiusura”.

Lei è una che se deve mandare un messaggio sceglie ogni singola parola perché l’insicurezza le fa sempre temere di sbagliare e molto spesso le impedisce anche di mandarlo, ma questo viene visto come “indifferenza”.

Lei è una che si dispiace che molto spesso con Lei non si vada oltre l’apparenza e che non si voglia scoprire se l’etichetta messa corrisponda o meno a quella che è davvero Lei.

Lei è una che non si vergogna di dire due delle parole più temute al mondo e che forse ne abusa anche: «Scusa» e «Grazie».

Lei è una che giustifica sempre gli altri e mai se stessa.

Lei è piena…

È piena di «Però tu sei speciale» detti da persone che non l’hanno voluta vedere più.
È piena di chiamate non ricevute, sms senza risposta, consigli non richiesti, convinzioni altrui su come debba comportarsi, cosa dire… È piena di doveri. Di “Si fa” e “Non si fa”, di regole, troppo spesso non scritte da Lei. È piena di «Mi manchi»  non detti e non sentiti…  È piena di porte chiuse con gioia. È piena di bugiardi «Non importa».  È piena di paure. Ma è anche piena di entusiasmo, di abbracci dati e ricevuti, emozioni inaspettate, fragilità e forza, ripartenze…

Lei è una che va in pezzi in un momento, incolla tutti i pezzi con le sue lacrime, tira su con il naso, asciuga il mascara colato e si sorride allo specchio, perché si vuole ancora bene.

Lei è una che quando sorride illumina il mondo…

Lei è una che crede: crede nei sogni, spesso vuole credere ancora nelle favole, crede in quello che raccontano i suoi libri, i suoi film e le sue canzoni preferite, crede nelle sue amiche, crede nei suoi “pezzi di vita” che custodisce e non dimenticherà mai, fatti di volti, di sguardi, di posti, di date, di risate, di parole, di emozioni… Crede che se continua a credere forse diventerà tutto realtà, che poi credere non le costa nulla… E soprattutto e nonostante tutto continua a credere in se stessa.

Lei è una che aspetta di sentirsi dire «Mi prenderò cura di te» e intanto Lei si prende cura di tutti.

Lei è una che non finge e non mente, anche se sa che questo non a tutti piace, ma Lei è una che di questi se ne frega.

Lei è una che se ti cancella dal suo cuore lo fa per davvero, perché sa che ti ci ha tenuto anche troppo.

Lei è “buona”: buona figlia, buona amica, buona fidanzata, buona moglie, buona amante, buona madre… E si chiede se gli altri si preoccupino di essere abbastanza “buoni” per Lei.

Lei è Ogni Volta…

Ogni volta che ha voltato le spalle sperando in un «Resta». Ogni volta che è rimasta, consapevole che non era nel posto giusto. Ogni volta che ha anteposto qualcuno a Lei, sbagliando. Ogni volta che si è buttata via dimenticandosi del suo valore o pensando che c’era sempre qualcuno che valesse molto più di Lei, sbagliando. Ogni volta che si è sentita al culmine della felicità, tanto da avere paura che la favola finisse. E ogni volta che il dolore si è impadronito di Lei spegnendole gli occhi. Ogni volta che ha riso fino alle lacrime, che ha ed è stata supportata, consolata, ascoltata o è stata cattiva come solo una donna può esserlo.

Ogni volta che ha parlato, sparlato, chiesto, indagato, pianto, urlato, bevuto, cantato, ballato, creduto, sperato, Amato… È stata lei. Perché Lei è tutto questo e molto di più.

Lei è proprio come me e proprio come te.

E quelle come te e me di chi non va oltre l’apparenza se ne fregano, perché noi sappiamo di essere Stelle e nessuno può offuscare la nostra luce, non solo l’otto marzo ma tutti i giorni!

 Prima pubblicazione: 08.03.2013