TI MERITI IL MARE

«La qualità delle tue relazioni riflette quello che credi di meritare».

Questa frase qui, in diverse salse e rivisitazioni, l’ho sentita non so quante volte.

Ogni volta ho pensato frettolosamente che non fosse proprio così e sono andata oltre.

Nell’ultimo periodo mi è stata riproposta, in maniera diretta e non, e mi ci sono soffermata di più.

Ho cominciato a ragionarci davvero, a cercare di capire se e quando ne abbia avuto conferma di veridicità.

Potremmo scomodare la LoA, la psicologia e la sua “profezia che si auto avvera”,  ma è tutto molto più semplice:

«La qualità delle tue relazioni riflette quello che credi di meritare».

Se credi di meritare molto, quello avrai.

Se abbassi l’asticella delle pretese, ti accontenti, ti fai bastare la miseria, quello avrai.

Se ritieni di non essere degno di ciò che vorresti, desideri e ti auspichi, quello otterrai.

Se banchetti con le briciole, anziché ambire a un pasto migliore o preferire il digiuno in assenza di esso, le briciole saranno quel che penserai di meritare. Nulla di più.

Se ti racconti che nessuno mai potrebbe interessarsi a te, nessuno ti farà compagnia.

Se ti barrichi nel castello della tua solitudine, sarai il solo guardiano di te stesso.

Se ritieni accettabile essere una seconda scelta, una riserva, una tantum lo sarai.

Se ti fai bastare un rapporto superficiale, piuttosto che niente, delle limitazioni che contrastano con quel che vuoi davvero, delle etichette quali “solo sesso”, “solo quando non ho di meglio”, “solo quando va a me”, quello sarai.

Ho pensato a tutte le infinite volte in cui mi sono accusata (ed ero pure convinta) di aver sbagliato io ad agire o a comportarmi in una certa maniera.

Quanto mi sia incaponita, abbia giustificato, abbia lasciato correre, pienamente cosciente che NON era quello che volevo.

Quanto mi sia raccontata che le mie esigenze non fossero importanti, fossero dettagli, che il poco fosse comunque meglio di niente.

No, meglio niente!
Piuttosto che qualcosa che tradisca le nostre speranze.

A quanto spesso avessi forzato le cose nel sentire o nel vedere qualcuno, quasi “costringendolo”, quasi supplicandolo, non considerando che ME LO MERITO, eccome, uno non veda l’ora di vedermi, sentirmi, amarmi.

A un certo punto, abbiamo ritenuto che fosse “normale”attendere accanto a un telefono.

Accontentarsi dei ritagli di tempo, orari ben precisi, scampoli di momenti.

Rinunciare ad ambire a un rapporto pulito, semplice, paritario.

Abbiamo addirittura deciso che l’Amore, l’affetto, i sentimenti, fossero un qualcosa di cui dovessimo quasi vergognarci, un impedimento che rovina tutto, emozioni da non rivelare mai che poi – oh – scappa, non mi vuole più, si spaventa.

Non meritiamo TUTTI di essere amati?

Perché rinunciarci?

A tutto questo, a tutto quello che non ci fa stare bene, in pace, felice, occorre dire NO.

Rifiutare tutto quel che sia al di sotto delle nostre aspettative, di come intendiamo i rapporti, di quello che vogliamo ricevere.

Magari coscientemente nessuno si aspetta di essere maltrattato o tradito, che debba essere così una relazione.

Non meritavo le sparizioni.

Non meritavo di essere la seconda scelta o quella di riserva.

Non meritavo di essere lasciata per telefono, senza troppi complimenti.

Tutta questa gente qui, non meritava le mie lacrime, né le mie attenzioni, le cure, l’affetto, l’ostinazione.

Troppe volte abbiamo dato una possibilità a chi offriva miseria, perché – in fondo – era meglio di niente.

Permesso pedissequamente palesi mancanze di rispetto per paura di parlare, o di creare problemi, o porre realmente fine a un rapporto che non dà la reciprocità che dovrebbe.

È doloroso, oh sì, lo è.

Pure i rapporti insoddisfacenti lo sono.

Le delusioni continue.

La fiducia malriposta.

È tutto molto doloroso.

Ma se continuare a sopportarlo o meno, siamo noi a deciderlo.

Siamo noi a sapere se lo “meritiamo” o no.

Forse sono esagerata, le persone sbagliano, non possono essere all’altezza delle mie aspettative…

Ecco. Le aspettative.

Se ti aspetti mediocrità, quello avrai.

Pure in ambito di amicizia, vogliamo davvero che un amico sia colui che ti dà per scontato, che si è talmente abituato alla nostra presenza, da non apprezzarla più?

Se questo è quello che accettiamo, se fondiamo la nostra conoscenza dell’affettività su rapporti disparitari viziati e non appaganti, quello avremo.

Ho sempre pensato che, perdendo una persona, fossi io quella che ci rimetteva di più.

Ultimamente, no.

Ultimamente credo sia veritiero anche il detto “Chi non ti ama, non ti merita”, ovvero non ti capisce, non ti sa apprezzare, non si rendo conto di quello che potrebbe avere.

Quindi, perché dovrei essere io ad agire?

Perché abbiamo rinunciato pure alla cavalleria, alla galanteria, al corteggiamento?

Perché pensiamo di non meritarli più, di dover per forza darsi da fare, patire, subire un rapporto e non sceglierselo deliberatamente?

Meritiamo di essere trattate da DONNE.

Qualcuno me l’ha detto:

«Sei una donna, fatti trattare da tale»

Mentre mi toglieva di mano le valigie che volevo a tutti i costi portare da sola.

Stupita, da quelle piccole attenzioni che non si ricordano nemmeno più, perché cadute nella nostra quotidiana disabitudine.

Abbiamo messo da parte i privilegi che comporta l’essere donna, in nome di una parità di sessi che sottintende una contraddizione implicita.

Ci hanno creati diversi.

SIAMO diversi.

Questa cosa qui dell’indipendenza, dell’autosufficienza del femminismo, dell’emancipazione, l’abbiamo recepita male.

Non significa di certo rinunciare ad esserlo, donne, femmine, con onori e oneri.

E non contrasta per forza con l’autonomia e l’emancipazione.

Abbiamo i nostri “ruoli”, attitudini diverse, palese inferiorità fisica.

Il barattolo riesco pure ad aprirmelo da sola, ma quanto è più bello potertelo chiedere e sapere che dall’altra parte c’è una risposta entusiasta, un qualcuno che non vede l’ora di esserti di aiuto, di fare l’uomo di casa, di prendersi cura di te. Perché meritiamo qualcuno che si prenda cura di noi e dobbiamo permetterglielo.

Allo stesso modo, io ti posso pure invitare a uscire con me, e sicuramente tu mi diresti di sì, ma perché dovrei farlo?

Perché dovrei rinunciare al mio “ruolo” di preda che ha già scelto? Che lascia a lui il piacere della conquista, l’illusione di avercela fatta, mentre invece io ti avevo già puntato da prima che tu ti accorgessi di me, e avevo giurato che saresti stato mio.

Abbiamo permesso a noi stesse di convincerci di non meritare più la cavalleria, la galanteria, il corteggiamento.

Che fossero superati, desueti, non più importanti.

Invece, io me lo merito un cazzo di invito a cena.

Un uomo che non è in grado di alzare un dito per comporre un numero, non merita di certo che io gli faccia alzare altro.

Me la merito una cazzo di telefonata.

Mi merito una grandiosa “botta”, ma anche il prima e il dopo.

Mi merito il mare. 

Le domeniche al mare, le passeggiate, il mano nella mano, i giochi, le discussioni, le coccole, i confronti, i salti mortali per riuscire a vedersi, i compromessi, le rinunce, le conquiste, la cura, l’affetto, l’Amore, mi merito TUTTO.

Merito di essere amata liberamente.

Adesso sono sola, è vero, ma non me ne dispiace.

Perché ho ben chiaro quello che finora mi è stato offerto.

E non perdo più tempo, pensieri, parole, opere e omissioni per chi non lo merita.

Non aspetto, non chiedo, non cerco di convincere, non supplico, non abbasso l’asticella.

Meglio niente, che meglio di niente.

Finalmente SO quel che merito io.

E tu, cosa pensi di meritare?

 

 

”Io sono un esperto di menefreghismo.

Il segreto è smettere di preoccuparsi per la salute delle chiappe degli altri e cominciare seriamente a pensare a quello che vuoi tu,

a quello che tu meriti e a quello che il mondo ti deve, capito?!”

Bender

 

LIBERTA’ & (IN)DIPENDENZA

In questi giorni riflettevo sul concetto di libertà: «La condizione per cui un individuo può decidere di pensare, esprimersi ed agire senza costrizioni…». (fonte: Wikipedia) Curiosamente se cerchiamo “indipendenza” ci viene fornito il significato nell’accezione meramente politica: «Situazione in cui un Paese non è sottomesso all’autorità di un altro». E dipendenza? «Alterazione del comportamento che da semplice o comune abitudine diventa una ricerca esagerata e patologica del piacere attraverso mezzi o sostanze o comportamenti che sfociano nella condizione patologica. L’individuo dipendente tende a perdere la capacità di un controllo sull’abitudine». La dipendenza è, quindi, un’alterazione che può sfociare in una patologia. Ecco perché, forse, la temiamo così tanto…37 - 137012

Dipendenza: “non posso fare a meno di”. Allora è Indipendenza: posso fare a meno di tutto/i. E la libertà? E l’autonomia? Si può essere liberi e, allo stesso tempo, dipendenti? O una cosa esclude l’altra? O, magari, possiamo liberamente scegliere di essere dipendenti, a dispetto della nostra autonomia e indipendenza, assumendocene perfino le conseguenze?

In genere tendiamo ad evitare tutto ciò che possa delimitare la nostra libertà, in primis le relazioni. Abbiamo le nostre abitudini, seguiamo i nostri ritmi e, quando instauriamo un legame, l’altra persona si frappone tra noi e loro, è inevitabile. Già riuscire ad incastrare, tra tutti i nostri impegni, gli incontri con quest’individuo è una gran fatica. Poi, se malauguratamente, il soggetto in questione lamenta di voler godere un po’ di più della nostra compagnia, accade il dramma: «I giorni dispari ho la palestra, nei pari il calcetto, il corso di cucina e ricamo, mi hai conosciuto così e devi accettarmi così». Giusto, no? Come si permette di delimitare la nostra libertà? Sono libero di fare ciò che voglio! Io non capisco proprio, un perfetto sconosciuto/a che cerca di dettare i tempi della nostra vita, è inammissibile! Ok, ora pensiamola al contrario. Se noi volessimo vedere spesso una persona e questa ci dicesse di non avere del tempo da dedicare a noi, o averne molto limitato, come ci sentiremmo? Male, sicuramente. È davvero fastidioso. Eppure noi stessi lo facciamo di continuo. Tutti lo facciamo. Non ho il tempo, ovvero non lo voglio trovare. A piccolo dosi sì, nei ritagli, ma eviterei un impegno costante. Non è fantastico sapere che qualcuno – che ci piace, sennò il problema non si porrebbe nemmeno – voglia dedicarsi a noi? E cosa c’è di più bello che passare del tempo con qualcuno di speciale? Perché lo evitiamo? Io un sospettino ce l’avrei: temiamo la dipendenza.

“Non posso fare a meno di”, equivale a dire: “non posso vivere senza”… Oh cavolo!

Mantengo una discreta dipendenza dal fumo, abbastanza strana. Se mi trovo in posti o situazioni in cui non mi è consentito fumare, mi scordo persino di avere questo vizio. Viceversa, se mi accorgo di aver quasi finito le sigarette, inizio a diventare isterica. Curioso, vero? È la mancanza che crea problemi. Il venir meno della possibilità di poter fruire di una determinata cosa.

La dipendenza in sé, non limita la nostra libertà, poiché siamo noi a scegliercela. Ma è il venir meno dell’oggetto della nostra dipendenza, che prescinde dalla nostra volontà, a crearci dei danni. Per questo cerchiamo il più possibile di essere indipendenti da tutto e da tutti, così da avere il pieno controllo della nostra vita. Troviamo un nostro equilibrio e facciamo molta attenzione a fuggire tutto ciò che possa, in qualche modo, minarlo. Non possiamo permettere a niente e nessuno di destabilizzarci. Se sconvolgi il mio equilibrio io inizierò a “dipendere” da te e non so se ce la faccio…

Ogni tanto, qualcuno prende la deliziosa abitudine di inviarmi, quotidianamente, il messaggio del buongiorno. Ammetto di adorare questa pratica. Appunto per questo, lo lascio fare per una settimana, dieci giorni massimo e poi inizio a non rispondergli più. Come se mi scocciasse o non mi facesse piacere, finché lui non si stanca e smette. Perfetto. Oppure ci sono frasi apposite che tutti, chi più chi meno, abbiamo pronunciato, almeno una volta nella vita: «Non mi stare troppo addosso, ho bisogno dei miei spazi…» Eppure dovrebbe essere la cosa più fantastica del mondo, una persona (che ci piace) che ci sta addosso, che si preoccupa per noi, che ci riempie di premure e attenzioni. Dovrebbe essere un costante stato di beatitudine. Dovrebbe…

dipendenza_affettivaQualcuno mi ha detto: «Fai bene a comportarti così, perché si sa che “In Amore vince chi fugge”». Innanzitutto penso che sia una cazzata immane, perché – semmai – in Amore vince chi si viene incontro. Nessuno ha la pazienza, né merita di rincorrere e basta. Infatti io scappo sempre, ma è pur vero che nessuno mi ha mai trattenuta… Ma tutto questo non gliel’ho detto, un po’ per non rovinare la sua convinzione e poi perché la mia immagine ne traeva un gran vantaggio. Essere quella che “fugge per tattica” è molto meglio di essere quella che “fugge per fifa”.

La motivazione per questi comportamenti insani è sempre la stessa: temiamo di crearci una dipendenza, da una consuetudine carina, da un sentimento o perfino – orrore, orrore – da una persona.

Come posso abituarmi a un qualcosa non essendomi garantito che si protrarrà per sempre?

Come posso appoggiarmi a qualcuno non avendo la certezza che domani ci sarà? Meglio fare da soli, pensare da soli, camminare da soli. “Fino a un certo punto”, oltre non si va. Oltre non ti permetto di andare. Preservo la mia libertà e la mia indipendenza. Sono libero, non ho legami, non ho dipendenze, non ho schiavitù.

Con la scusa di salvaguardare la nostra libertà ci siamo incatenati da soli.articolo1210_2

C’è un film che amo molto, del compianto Luigi Magni, “Nell’Anno del Signore” che narra una storia tutt’a
ltro che romantica e un finale, manco a dirlo, tragico. Ho avuto il piacere e il privilegio di interpretarne un riadattamento teatrale, ma, purtroppo, la trasposizione scenica non prevedeva alcune battute del finale del film. Peccato. Avrei voluto dire con coraggio, almeno per finzione:

«…Ma che me ne frega a me della libertà! Io voglio essere schiava di un uomo… Se è schiavo pure lui, che me frega…?»

 

«Ok, non ero riuscita a domare Big,

ma il vero problema era che lui non era riuscito a domare me…

Forse certe donne non sono fatte per essere domate…

Forse hanno bisogno di restare libere…

Finché non trovano qualcuno altrettanto selvaggio con cui correre…»

Sex and The City 2×18

 

PS: usando il correttore, mi sono divertita a verificare i sinonimi di “dipendenza”: relazione, connessione, legame, correlazione, attinenza, soggezione, subordinazione, sottomissione. Come sinonimo solo di quest’ultima viene indicato “Schiavitù”. Ma mi è parso curioso che il primo sinonimo di dipendenza fosse, proprio, “relazione”. 😉

Prima pubblicazione: 11.02.2015