FROM RED SEA WITH LOVE

Qualcuno diceva che “Nessun uomo è un’isola”, qualcun altro che è molto dura affrontare un viaggio in barca, poiché non se ne può scappare, e la convivenza potrebbe diventare insopportabile.

Ho cercato di esperire la veridicità di entrambe queste affermazioni…

La mia spiccata necessità di fuga e il mio onnipresente senso di costrizione sono stati sottoposti a dura prova, per la mancanza di vie di evasione.

Per poi scoprire che, volendo, si riesce a scappare anche in uno spazio delimitato… Ma ne avevo ancora voglia?

Perché io, al contrario, mi sono sempre considerata un’isola: sola, solitaria, scissa dal resto, strana, selvaggia, silenziosa e, per molti versi, inesplorata.

Non sarei dovuta neanche essere lì…

Ho una fobia per i progetti a lungo termine che mi aveva portato – come sempre – a non avere un piano ben definito su dove trascorrere i giorni di ferie.

Non riesco a prenotare a gennaio una vacanza da fare ad agosto. Non ce la faccio proprio, e non l’avevo fatto.

Quando mi sono finalmente decisa, non c’era posto, non era possibile. Ovviamente.

«Se qualcuno rinuncia, ti chiamo»

Sì, come no. E quando capita? A me, poi? Figuriamoci!

Invece quella chiamata è arrivata e, con essa, la mia crociera neanche lontanamente preventivata. Qualcuno aveva rinunciato.

…BB, c’è posto per te!

Quindi è vero che il destino, l’Universo o quel che volete, muovono le fila della nostra vita per riuscire a collocarci esattamente dove dovremmo essere, in un dato momento.

In un grandioso intreccio di esistenze dove, qualunque cosa ci accada, può avere ripercussioni dirette e indirette nelle vite altrui, che ne siamo consapevoli o no.

Che ne siamo coscienti o no.

Che lo vogliamo o no.

Come era successo a me.

Qualcuno non poteva partire e, perciò, io guadagnavo il mio posto.

E allora…

Metti una Barbie sul Mar Rosso.

Metti una lussuosa barca di 40 metri.

Metti una crociera alla scoperta dei fondali e della popolazione marina di tre isole incastonate nel meraviglioso Red Sea: Brothers, Daedalus ed Elphinstone.

Metti 20 Sub insieme.

Totalmente scollegati dal mondo, reale e virtuale. Lontani dalla terraferma e dalla comunicazione telefonica.

Isolati.

Esattamente come mi sentivo io in quei giorni: priva di legami, priva di fantasmi, di pensieri su personaggi impossibili. Libera, pulita, serena, come non mi capitava da tempo, forse mai.

E lontana…

In questo scenario si era stagliato un pensiero fisso verso un maschio sapiens. Prima appena percettibile, poi sempre più invadente.

“Signori, c’è una piccolissima attività cardiaca, questo cuore ancora funziona!”.

Nei giorni precedenti, c’era stata un leggero aumento del mio battito cardiaco, quel tanto che bastava per tranquillizzarmi sul funzionamento del mio cuoricino affaticato. Quel lieve pensiero che mi occupava la mente, tanto da insinuarsi nella regolarità del mio ritmo circadiano.

Quel pizzico di euforia che mi faceva canticchiare durante la giornata su “Quello che potremmo fare io e te non l’ho mai detto a nessuno, però ne sono sicuro…” e farmi ritrovare a sorridere senza un motivo apparente.

Evento comune e insignificante per chiunque altro, entusiasmante per me.

Mi piace. Cavolo, questo mi piace.

Tutti i giudici (amici comuni, gente super partes, persone fermate a caso, per strada) chiamati a rapporto per deliberare sull’intricata questione, avevano sentenziato che, sì, anche lui manifestava interesse.

Quindi questo mi assolveva dall’auto-accusa di essere una fantasiosa ottimista e regista dei miei film mentali a sfondo romantico.

Eppure…

Il tizio in questione aveva notizie della mia esistenza già da parecchio. Ma sembrava non aver mai manifestato l’intenzione di approfondirla, né allora, né ora. E non importava che quello stesso destino ci avesse posto vicino più e più volte, che ci mangiassimo con gli occhi e stuzzicassimo non poco.

Lui ci dà le carte, ma poi ce le giochiamo noi, e io mi sono stancata dei solitari.

In tutti i sensi.

“… No, aspettate. Si è fermato tutto di nuovo. Questo cuore non batte più”.

Mi piace sognare, ma vorrei vivere quel che desidero. E l’incertezza è uno stato che evito accuratamente. Quindi se ho di fronte un qualcosa di indefinito, lo definisco io, nel modo che più mi fa stare meglio.

Anche le isole hanno bisogno di compagnia, ma concreta, reale, vera e non illusoria.

Il tutto era avvenuto senza drammi, senza ferite all’ego, senza lacrime versate, spirato così come si era generato.

Come… come un’abitudine.

Ora sembrava tutto così lontano…

Forse è stato l’isolamento terreno e psicologico, o forse il fatto che avessi davvero bisogno di una vacanza, dopo un anno estremamente duro, sotto molti aspetti. Un anno fatto di un ostracismo autoimposto, e poi difeso, preservato.

Una  settimana ha spazzato via questo e tutto il brutto dell’ultimo periodo.

Mi sembrano episodi accaduti secoli fa, quando è passato appena un mese.

Piccoli problemi di salute, risolti, che mi hanno lasciato solo i chili persi, per via di quelli. E poi “A Settembre ci penseremo…” Sì, settembre è lontano…

E l’ultima – in ordine di tempo – fregatura da parte di chi consideravo amico che aveva speso per me delle parole tanto orribili, da tenermi sveglia la notte a pensarvi. Un AMICO.

Mi ero detta che non importava, che ormai alla merda e alle fregature ero abituata, realizzando – un secondo dopo averlo pensato – che non va bene, non va bene per niente abituarsi a questo.

Non va bene neanche sentirsi dire:

«Tanto dovevi fare da sola, no? Come sempre. Senza farti aiutare…»

Senza essere capace di rispondere che, sì, è vero. Faccio da sola come sempre. Perché, anche se non mi piace, sono avvezza a prendermi cura di me stessa. A non appoggiarmi a nessuno, a non chiedere. Che poi tanto mi deludono e abbandonano tutti, visto? Allora meglio non rischiare. Non mi piace farlo, ma ho dovuto imparare, capite?

Ma tutto questo non va bene.

Mi sono sentita dire concetti che non credevo nemmeno di essere arrivata a pensare, dissertazioni elogiative dello status di eremita sociale, formulare un entusiasta panegirico della solitudine con una convinzione che non ritenevo di provare.

Davvero mi sto beando in questa esistenza solitaria, convincendomi che sia preferibile, più sicura, più felice, senza possibilità di incorrere in delusioni?

Davvero ho messo di scherzare sul concetto e sono diventata un’individualista convinta? Io??

Ma QUANDO è successo?

Quando ho lasciato vincere la paura, a discapito della mia socialità?

La PAURA, origine e motivazione di ogni azione umana. Pensateci, è così…

Sono dovuta andare su tre isole, per capire che non va bene considerami un’isola, in una moltitudine di umanità conosciuta o da scovare.

Non andava bene per niente.

Vorrei abituarmi ad altro, DEVO e pretendo di abituarmi ad altro.

Siamo tutti isole che si barcamenano tra la salvaguardia della propria individualità, il perseguimento del proprio benessere, e l’esigenza di condividere la vita con altri esseri viventi, altre isole, altre autonome entità.

Ci destreggiamo tra il desiderio e la paura di oltrepassare la salvifica zona di comfort che abbiamo delimitato coi nostri bei paletti, in perenne contrasto tra “Quel che temo che accada” e “Quel che vorrei accadesse”.

Scegliendo quasi sempre la strada più sicura dell’inerzia.

Che fatica, gente.

Interagire, capire, sopportare, supportare, giustificarsi, aiutarsi, amarsi.

Ne vale la pena?

La vale davvero.

Per cui, mi ero ritrovata a osservare le stelle prima totalmente in solitudine, poi in compagnia, infine in gruppo.

E ne sono stata felice.

A cantare e ballare in massa, e ridere, ridere, ridere…

Benedicendo quel destino, per avermi fatto essere lì, in quel momento.

Un’isola tra le isole, ma non più isolata.

A sentirmi dare un affettuoso bacio sulla guancia e al mio «Perché?» sentirmi rispondere: «Così!»

Grata e appagata da quell’affetto gratuito, o forse meritato.

Quei gesti di gentilezza riscoperta che mi sono stati riservati, mi rimandavano a un’altra frase a me cara:

“Mi hanno piantato dentro così tanti coltelli che quando mi regalano un fiore,

all’inizio non capisco neanche cos’è. Ci vuole tempo”.

Tempo ce ne vuole sul serio, perché un’isola impari – innanzitutto – a considerarsi almeno un arcipelago. Una parte di un qualcosa. Ci vuole tempo.

Mentre qualcuno continuava a ripetermi che non ne avevamo abbastanza. Invece io penso che tempo ce ne sia, ma lo impieghiamo molto male, e del significato vero di Carpe Diem ce ne ricordiamo solo quando c’è da sciorinare locuzioni latine per fare i fighi.

Non andava bene che io mi fossi disabituata alla gentilezza, ma è ottimo che sappia ancora riconoscerla quando c’è e apprezzarla ancora di più, poiché inusuale.

Ma tutte queste sono cose che non si possono dire, che è difficile ammettere, che è meglio che gli altri ci considerino isole, strane, solitarie, che bastano a se stesse. Fa mooolto più figo.

Fa parte delle maschere che indossiamo.

Oltre quelle per aiutarci a vedere sott’acqua che – come vi ho già detto – ingrandiscono gli oggetti e non ci permettono una visione reale di quello in cui siamo immersi, ci sono quelle che indossiamo per evitare che gli altri vedano come realmente siamo.

Calziamo mute per preservarci dal freddo, computer per salvaguardare la nostra salute, e quando ci spogliamo di questi, manteniamo su le nostre maschere per proteggere il nostro Io più profondo e corazze invisibili ma palpabili. Un rivestimento a guisa di una muta.

Come c’è chi preferisce restare nelle acque basse, più sicure e superficiali, così, c’è chi ama scendere in profondità, inabissarsi sempre più giù, al limite delle proprie capacità.

Accade esattamente lo stesso con le conoscenze: c’è chi si ferma all’involucro e decreta, e chi – invece – riesce a scoprire quel che si cela dietro l’apparenza, dietro le maschere.

Una delle maschere più famose di tutti – per antonomasia – è quella di Pulcinella. Pulcinella che scherza sempre, ma scherzando dice la verità. 

Un po’ perché è più semplice, un po’ perché è l’alibi vigliacco che possiamo usare quando si mette male. La scusa del “Guarda che scherzavo, hai frainteso”.

E io lo faccio Pulcinella e ne vedo pure tanti. Mediocri attori dell’ilarità, protezione buffa di una sostanza ben più seria.

Oppure, si può apprendere ad esempio che – spesso – l’arroganza è la copertura della profonda insicurezza, che si può manifestare con la spavalderia, con il cercare di mettere in cattiva luce gli altri, per risultare migliori.

La paura, ve l’ho detto, è il motore di ogni azione.

Io la mia insicurezza la proteggo attraverso silenzi e discrezione, che mi porta a balbettare se parlo di fronte a una platea nutrita. Dove, per essere imbarazzante, mi basta che sia composta da circa tre persone.

Ma questo può essere percepito come una che “Non prende mai posizione” cito testualmente.

Ho sorriso.

Tu non sai chi sono io.

Ho sorriso di nuovo.

Perché poi c’è pure il perenne sorriso-spot, accompagnato dal “Va tutto bene!” che basta agli sguardi effimeri, per credere che sia davvero così. Ma sotto, chissà cosa cela…

Penso a chi, anni fa, mi aveva detto che con il mio sorriso (reale o sforzato che fosse) avevo il mondo ai miei piedi e io quel sorriso in giro per il mondo ce l’ho portato, non potendo fare a meno di notare, ogni volta, come la Me Vacanziera venisse più apprezzata della Me Quotidiana.

«Perché, quando viaggi, sei più rilassata» mi aveva detto una volta qualcuno.

Non credo c’entri questo.

Credo, piuttosto, che c’entrino gli squali

La memoria collettiva comune, formatasi coi film, ci ha sempre fatto pensare che gli squali siano creature pericolose, benché non avessimo mai avuto modo di verificarlo personalmente.

È un po’ come quando qualcuno ci parla di tizio/a che non conosciamo, e di quanto sia stronzo/a.

Il nostro giudizio è vergine di esperienza diretta, influenzabile. Con noi non lo è stato, ma automaticamente ai nostri occhi diventa stronzo per osmosi.

Poi, magari, ti ritrovi personalmente a parlarci con tizio/a e tutta questa stronzaggine non la percepisci, capendo quanto sia importante formarsi una propria opinione su fatti e persone e non “per sentito dire”, di quanto sia indispensabile ragionare con la propria testa e il proprio cuore, sempre e in ogni situazione.

In quanto agli squali, sono loro quelli con più timore: ne mandano uno in avanscoperta a controllare la situazione, se è tranquilla, il branco lo segue e si fanno la passeggiatina.

Io ho immaginato la scena più o meno così:

«Tutto a posto rega’. Ci sono i soliti quattro sub che si sono alzati alle cinque per venirci a vedere. Dài, famoli contenti e facciamogli ‘sta passerella!»

E così hanno fatto. Più volte. Si sono lasciati scrutare da noi che li abbiamo osservati con timore reverenziale e ossequioso di cotanta maestosità.

Forse se non avessero fatto film sanguinolenti che li vedevano protagonisti, ci saremmo tutti avvicinati di più, e avremmo raccontato di quanto siano coccolosi i re del mare.

Coi pesci pagliaccio avviene il contrario. Perché i pesci pagliaccio sono tanto piccoli e teneri d’aspetto, quanto bulli dentro. Si sentono grandi, forti e arroganti a dispetto della loro esigua mole.

Da grande voglio diventare un pesce pagliaccio e sentirmi coraggiosa e prepotente sempre, alla faccia di tutto e tutti.

Forse se non avessimo una memoria interna che registra e ci ricorda del dolore, vivremmo con più leggerezza.

Come quando nessuno ti conosce.

Perché magari in giro per il mondo, nessuno sa chi sono: non ci sono pregiudizi, non ho un passato, un presente ingombrante, una testa molto pensante ben nota ai più e che può incutere soggezione, come mi viene spesso detto.

Magari risiede in questo la differenza.

O magari, basta solo incontrare chi con uno sguardo e una chiacchierata riesce a capirti. Riesce a vederti dentro.

Capita.

Perché c’è speranza, Signori.

C’è sempre speranza.

Mentre tu sei lì a chiederti dove e se sbagli, a cercare di capire cosa tu trasmetta o no e se ti corrisponda, se il percepito sia abbastanza simile alla tua intima essenza, o ci siano degli errori di comunicazioni da correggere.

Mentre vorresti solo spiegare chi sei e fare domande, qualcuno in un attimo ti coglie appieno. Con due parole.

Qualcun altro, in un inglese sgangherato mi dice che io ero “kindly” e “respect”.

E poi c’è stato anche chi, non conoscendo nemmeno il mio nome, ha cercato il profilo Facebook di un mio amico, ha passato pazientemente in rassegna tutte le foto profilo dei sui contatti per scovarmi. E infine c’è riuscito.

Non so bene perché io abbia meritato una tale dedizione, ma mi ha ricordato l’ovvietà del “Chi vuole davvero trovarti, fa di tutto”. TUTTO.

Quindi, come potevo ancora incaponirmi col maschio sapiens che possedeva pure il mio numero di telefono, ma che non utilizzava? Non potevo proprio!

Le isole, effettivamente, sanno bastare a se stesse. Perciò si scelgono la compagnia.

Mentre scrivevo la bozza di questo articolo il mio telefono ha scelto dal lettore “Someone like you” come l’anno scorso, quando l’avevo cantata con due amiche ed era stato decisamente più divertente.

Stavolta, me l’ero cavata anche da sola, ma loro mi erano mancate.

Dormendo con un donnone ungherese che parlava solo francese e che aveva fatto della nudità il suo pigiama. Sicché quando di notte rientravo o mi giravo, mi ritrovavo in faccia il suo nobile deretano desnudo.  Che culo! (appunto)

Ma me la sono cavata, me la cavo sempre.

Ora sto cercando di imparare a cavarmela non più da sola, non bastando a me stessa.

Disabituandomi alle aspettative negative, ai paletti, al salvifico egoriferitismo nel quale ci rifugiamo.

Magari imparo davvero.

Quel che ho appreso è che non c’è bisogno di spiegarsi, non serve presentarsi. La volontà è un motore ben più potente della paura e più efficace, più immediato, con meno sforzi.

C’è speranza Signori.

C’è sempre speranza.

Dietro le maschere, dietro i pagliacci, i pregiudizi, la paura, dietro i “sentito dire”, dietro i difetti o i gusti differenti, c’è ancora chi intravede qualcosa in noi che valga la pena di scoprire.

Ci vuole tempo, ci vuole pazienza, ma accade.

Certe isole vanno scoperte. Il mondo che conosciamo sarebbe diverso se qualcuno non avesse avuto l’ardire e il coraggio di oltrepassare i confini della Terra conosciuta, per vedere cosa celassero.

Ci vuole coraggio per interagire, capire, sopportare, supportare, giustificarsi, aiutarsi, amarsi, conoscersi.

Ma ne vale la pena.

Perché, sapete, le isole hanno creato piattaforme per far atterrare gli aerei; levigato la costa per far attraccare le navi; smussato la spiaggia per accogliere i bagnanti. Messo in funzione il faro per farsi trovare. Abbassato le mura di protezione che le cingono per la piena interezza per far entrare qualcuno. Installato un telefono per farsi rintracciare.

Quindi, volendo, le isole sono raggiungibili: con il telefono, con la barca, con l’aereo, perfino a nuoto. Volendo.

VOLENDO.

 

 “Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, la Terra ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te”.

John Donne

 

Ai miei compagni di questo viaggio,

alle picchiate a cinquanta metri,

le canzoni cantate, le tante risate e i balletti.

Grazie 😉

 

 

NdBB: Stavolta, non solo non ho portato con me nemmeno un paio di scarpe col tacco (neanche uno per compagnia!!) ma sono stata anche scalza per una settimana intera. Le cose cambiano, le persone pure.

 

 

“Vieni a giocare con me”, le propose il piccolo principe, sono così triste…”

“Non posso giocare con te”, disse la volpe, “non sono addomestica”.

“Ah! scusa”, fece il piccolo principe.

Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:

“Che cosa vuol dire <addomesticare>?”

[…]

“È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire <creare dei legami>…”

“Creare dei legami?”

“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”.

[…]

E quando l’ora della partenza fu vicina:

“Ah!” disse la volpe, “… piangerò”.

“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”

“È vero”, disse la volpe.

“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.

“È certo”, disse la volpe.

“Ma allora che ci guadagni?”

“Ci guadagno”, disse la volpe.

[…]

“Addio”, disse.

“Addio”, disse la volpe.

“Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.

“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.

“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.

“È il tempo che ho perduto per la mia rosa…” sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.

“Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare.

Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”

“Io sono responsabile della mia rosa…” ripeté il piccolo principe per ricordarselo.

Il Piccolo Principe

Antoine de Saint-Exupéry

 

Se volete scoprire le meraviglie del Mar Rosso, vi consiglio http://cassiopeiasafari.com/

IO TE LA VORREI PURE DARE, MA TU NON TE LA SAI MERITARE…

Ho già avuto modo di dire, che se te la voglio dare, te la do gratis ma, oggi, credo sia opportuno e doveroso fornire ulteriori dettagli che vadano a dissipare – si spera, una volta per tutte – antichi adagi che vogliono alcune donzelle restie a praticare la più bella attività della nostra vita. Le conservative, coloro che se la tirano, quelle che non la danno mai a nessuno. Come se fossero una categoria di donne ben distinte e non, invece, semplicemente donne che non si concedono a chi non ha saputo meritarsela.barbie-bastarda-te-la-do-ev2

Uomini, sappiatelo, di base siamo TUTTE pornostar, parecchio pure, ma sempre con rigorosa selezione all’ingresso, ovvio. Per questo, non è gratificante passare per quella che “non la dà”, quando magari sei una che ha una genuina passione per l’ars amatoria, ma che, un minimo, si formalizza, ci tiene, devi saper prendere.

Leggenda vuole i maschietti un po’ “Docojocojo” e noi femminucce più cerebrali. Nonostante gli ottimi intenti copulatori, un pochetto uno ci deve coinvolgere, condurre e tutto quel che contribuisce a determinare l’attizzamento.

È la donna che decide chi, questo si sa. Non che l’uomo sia privo di scelta, per carità, ma tendenzialmente entrambi i sessi ne sono consapevoli e noi donne siamo abili maestre nel cercare di far credere loro che ci abbiano conquistate. Uh che sorpresona! Sostanzialmente, entrambi i sessi si prendono reciprocamente in giro, per la salvaguardia della specie, ovvero a scòpo scópo.

Ultimamente, è successo qualcosa. Le donne si sono emancipate e hanno cominciato a prendere l’iniziativa, col risultato che, quelle che non lo fanno, vengono spesso escluse dal grande gioco della seduzione e tacciate come quelle che “Se la tirano”.

La maggior parte degli uomini, si lamenta di questa inversione dei ruoli, anche se – ovviamente – ne approfitta. E, vista questa generosa profferta di patata, è ancora più facile, per loro, individuare e distinguere, secondo questi parametri, quelle che “Non la danno”.

Oltre questo, concorrono al tenersela stretta, universali deterrenti – tipo per gli uomini, le ballerine, un petto piallato o la scarsa igiene (inibitorio universale) – che ti fanno passare del tutto l’appetito, che sia per una sera o più.

Incontri LUI, quello che ti piace, ti prende, ti accende e risveglia. E tu, c’avresti pure voglia, ché sei umana, ché hai le tue esigenze, che l’ultimo uccello che hai visto è Titti, o, semplicemente, perché uno ti attizza e, sì, te lo vorresti proprio fare con tutti i sentimenti poco nobili, ma tanto animaleschi, perché, sì, sei fatta di carne caliente e, ari-sì, fare le cosacce con chi ti sollazza l’ormone ti aggrada parecchio.

Ora, nonostante tutti questi bei porchi propositi, sovente il maschio oggetto di peccaminoso desiderio, attua dei comportamenti che, vi assicuro e garantisco, farebbero seccare pure il Nilo in piena…

Potrei parlarvi del tizio che conoscevo da molto tempo, che apprezzavo come essere umano e mi divertiva, ma che non avevo mai preso in considerazione perché ero, in diversi periodi, presa da altri membri… del genere maschile.

Finché lui non ha palesato il suo debole per me, dapprima in maniera molto dolce e garbata, in seguito, ha iniziato a descrivermi quotidianamente tutto quel che avrebbe voluto farmi, ogni tanto corredandolo di foto.

Ammetto che un pochino (tanto) mi aveva stuzzicato, che un pensierino – prima romantico, poi sconcio – ce l’ho fatto pure, che avevo deciso che potevo essere indulgente con me stessa e concedermi un filarino, un interesse o un puro fuck-boy, che una sana botta me la meritavo parecchio, che, se mi avesse chiesto di uscire, sarei stata consapevolissima dell’andazzo della serata e, alla fine, mi stava pure bene. Che ero grande abbastanza per divertirmi una serata, o due, o cento, ma senza aspettarmi nulla il giorno dopo, ovvero a esclusivo scòpo scópo. Anche se…

Sapete lui che ha fatto?barbie-bastarda-te-la-do-1

Nulla.

Oltre alle parole, nessuna azione.

Ora, io di chiamarlo per dirgli: «Quindi? Ti andrebbe di copulare?» c’avevo un po’ di vergogna, non mi piaceva e quindi ho fatto l’unica cosa saggia da fare: ho cancellato il numero.

“Magari mi chiama lui e vediamo”.

Non l’ho mai più sentito.

Quindi, nonostante avessi una gran voglia di dargliela, non solo non sono stata soddisfatta, ma, probabilmente, ora lui si starà lamentando di quanto io sia impenetrabile.

Potrei raccontarvi dello stalker che mi ha tampinato per più di un mese e io avevo provato, giuro, a farlo desistere. (perché, oltre alla pelle, c’ho anche la patonza lungimirante…) Ho tirato fuori la vecchia storia del fidanzato immaginario, ma lui ha insistito comunque.

Quindi mi sono detta che, magari, potevo anche concedergli una possibilità, un indolore aperitivo dopo il lavoro.

Gli ho fatto tutto il mio bel discorsetto sul perché non vado a cena con gli sconosciuti (perché mi mette ansia; perché la cena è lunga e, se non sappiamo che dirci, diventa pesante; perché riesco a stare vis-à-vis con uno, solo se mi piace parecchio, se no mi imbarazzo. Che poi mi imbarazzo lo stesso, ma sticazzi, se mi piace, sticazzi!) e lui ha di buon grado accettato.

Quel che non avevo considerato, era che il bar ha iniziato a chiudere dopo una decina di minuti che eravamo lì. E allora, ok la prudenza, ma il tipo si era fatto cinquanta chilometri per vedermi e un quarto d’ora di uscita mi pareva davvero troppo poco. Ho pensato che, dopo un simil aperitivo, potessi contravvenire alla mia regola ferrea sulle cene e mangiarci un boccone insieme e gliel’ho proposto.

Lui, il corteggiatore insistente e cortese, che non ha desistito nonostante un mese buono di rifiuti, ha risposto con un grandioso:

«Ok, allora andiamo a casa mia…»

Ecco.

Ora, ci sarebbe da redigere un trattato di antropologia maschile, atto a spiegare il perché un uomo pensi che, se una non è molto predisposta ad una cena, sarà – di contro – disponibilissima ad una chiusa. Ma credo che se fossi stata in grado di spiegare codesti arcani quesiti, la mia vita sarebbe stata ben più semplice.

Potrei raccontarvi del premuroso gentiluomo che, conoscendo la mia fobia per le cene, mi aveva invitato a pranzo. Io l’avevo così apprezzato, (ingenuotta!) da rispondere con un “Sì e cuoricino”. Subito spezzato, quando lui – gentiluomo – aveva aggiunto che, però, se mi fossi presentata nuda, non avremmo per niente pranzato. E allora io, nel dubbio, non mi sono presentata affatto.

Potrei pure raccontarvi di quella mia amica che, dopo essere uscita con uno due caste volte, si era premunita andando dall’estetista, perché – alla terza – gliela voleva proprio dare e gliela voleva dare disboscata.

Invece lui è sparito, insieme ai peli superflui. Mentre lei e l’ex incolta-patonza sono ancora lì a chiedersi perché.

Potrei dirvi di quello che mi aveva chiesto di vederci e che io volevo davvero incontrare, ma ero impossibilitata a raggiungere. Lui non è che mi ha detto: «Dai, allora vengo io da te!» mi ha risposto: «Ok». Due lettere sue, duecentomila parolacce mie. Facendomi capire che, quindi, tutto ‘sto gran desiderio di passare del tempo con me, non lo aveva. Facendolo, così, passare del tutto anche a me.

Dobbiamo comunque ringraziare questi individui per l’onestà. Per palesare il loro interesse esclusivamente al sodo e non al morbido del nostro cervello, né del nostro cuore, ma continuiamo ad arrogarci il nostro diritto di dire “No”.

Uomini così, fanno intendere che, se la nostra beneamata patonza fosse scomponibile, sarebbero ben felici di prendersi esclusivamente lei e lasciare il resto del pacchetto e, a noi, questa considerazione esclusiva in qualità di portatrici di patata, una fra tante, una vale l’altra, un pochetto ci disturba.

Quando uno ti fa capire il suo esclusivo interesse, sparisce, non investe neanche tre serate per averla, non si fa manco qualche chilometro per stare con noi, ci smonta e non ci monterà mai di sicuro.

barbie-bastarda-te-la-do-2Occasioni ne abbiamo tutti, maschi e femmine. Se stasera volessimo trovare compagnia, la troveremmo in un attimo. In quanto donne, ancora di più. Ma non è solo questo che vogliamo. Perché c’è Docojo, e Docojo. Mi pare chiaro.

Ammettiamolo, il sesso è stupendo. Ma il sesso consapevole lo è ancora di più.

Per consapevole intendo frutto di una condivisione, di un’intesa, di una complicità maturate in giorni o poche ore, il pensiero che te lo vorresti fare, ma non perché hai voglia e basta, ma perché vuoi LUI. L’accoppiamento fine a se stesso  con chiunque sarà pure piacevole, ma è imparagonabile a quando ti sale il desiderio, che lo senti, tanto che vorresti prenderlo e sbatterlo al muro e magari lo fai, se lui non ti fa seccare.

E crediamoci un pochino che, forse, non è solo una-botta-e-via. E godiamo – dapprima – di parole, sorrisi, sguardi complici e desiderio, che a spogliarci facciamo sempre in tempo.

La ginnastica la facciamo già in palestra e, per il resto, ci sono i vibratori. Se abbiamo pensato di darvela è perché in voi abbiamo visto quel quid in più che ci ha ispirato, che vogliamo “viverci” e del quale vorremmo non poter più fare a meno.

In questi periodi di “Amori Just-eat”, di amplessi consumati nel bagno di una discoteca, di gente che non si ricorda manco come ti chiami – ma forse, solo come chiavi – una persona disposta a conoscerci e a spendere il proprio tempo per noi, sarebbe da santificare e tenersela stretta.

Tenersela stretta la persona, non il resto. Perché – ripeto, grido e urlo – a noi la ginnastica da camera piace quanto e più di voi. Possediamo SOLO NOI l’unico organo del corpo umano preposto al mero piacere, che non usarlo, ci fa una rabbia!! Quindi ricordate che la daremmo ben volentieri, se soltanto riusciste a meritarvela di più. Riprendetevi la vostra virilità, corteggiateci, investite e dateci e diamoci il nostro bene più prezioso: il tempo. E nel dubbio, fatelo un invito, che magari non aspettiamo altro.

Meritiamoci le attenzioni, le gentilezze, l’intesa, la passione e ciò che ci fa distinguere da “tutti gli altri”.

Ricominciamo a farlo sul serio.

E vissero per sempre, o per qualche giorno, copulanti e contenti.

 

 

PS: per dovere di cronaca, devo aggiungere che il corteggiatore-che-ti-invita-a-casa, si è fatto vivo di nuovo, ad ulteriore conferma del sempiterno “Tornano tutti”. Stavolta l’aperitivo l’ho rifiutato, senza concedergli margini di condono. E lui ha subito fatto presente che aveva speso trenta euro di benzina, solo per vedermi.

E, niente, quando uno nasce “Signore”….

IN VIAGGIO, CON UNA MENTE CHE VIAGGIA: DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO

Dice: parti così non ci pensi, stacchi, ti svaghi e ti rilassi, sarà! A me sembra che i pesanti pensieri , le paranoie e le Vocine nella mia testa mi abbiano seguita, ma magari mi sbaglio… (No! Non sbagli!)

E infatti…Barbie Bastarda (3)

Quando decidete di prendere una vacanza, dovreste ricordare al vostro cervello di spegnersi, altrimenti vi troverete nella mia stessa situazione, dall’altra parte del mondo, ma – a quanto pare – con la medesima capoccia frullante…

Sono andata a fare immersioni a Sipadan, Malesia: undicimila chilometri, tre aerei, un pulmino, una barca e sei ore di fuso, da casa.

Da curiosa, bulimica di conoscenza e studiosa, innamorata – e, a volte, schifata – del genere umano, non potevo non affrontare anche questo viaggio col mio consueto spirito di osservazione e nuove riflessioni sempre pronte.

D’altronde è il mio modo di vivere e la vita stessa è un viaggio, di lunghezza variabile, di bellezza variabile, che affrontiamo come meglio possiamo, con compagni che si scelgono e, altri, che ci ritroviamo.

A spasso per il creato, impari sempre qualcosa da te stesso e dai tuoi colleghi d’avventura e apprendi molto dalle nuove realtà che scopri.

Asia, territorio a me sconosciuto, ma che – da sempre – mi rimanda ad atmosfere suggestive e quel fascino dell’Oriente che subisco proprio. Ad accoglierci, uno stupendo resort di palafitte. Certo, decisamente non rispondente a quella genuinità e originalità che stavo ricercando, ma, confinante col nostro villaggio, si snodava il villaggio autentico, autoctono. L’ho osservato anche da lontano, pochi metri di ponticello e due mondi agli antipodi: Barbie Bastarda (1)da un lato il lusso, il divertimento e i comfort. Dall’altro la povertà vera, quella che ti fa sanguinare il cuore, quella fatta di vestiti laceri e odori nauseabondi, quella che ti fa sentire fortunato e che ti tira fuori tutte le considerazioni grondanti retorica che – però – proprio poiché considerate tali, sono più che veritiere.

Perché, quando ti lavi i denti la mattina con l’acqua salata e quando vedi raccoglitori per quella piovana, al fine di recuperarne il più possibile, davvero capisci di essere un re. Per circa cinque minuti, perché – poi – ti scordi e riprendi a lamentarti delle cazzate.

Un luogo fatto di bimbi nudi, sorridenti, che cercavano attenzioni e qualche “regalo”, perennemente immersi nell’acqua sotto le dimore, cercando stelle marine e pesci da mangiare e da vendere.

Barbie Bastarda (5)Qualcuno ha fatto chiedere a uno di loro quanti anni avesse, la risposta è stata:

«Non lo sa, qui non si “usa”…» Mi ha molto colpito.

Ho pensato ad ogni festa organizzata, ogni anno, per celebrare il fatto che stessi invecchiando, a tutti i festeggiamenti in mio onore e a quanto rimanessi male se qualcuno dimenticava il mio compleanno. Chissà se questi bimbi soffrano del fatto che nessuno prepari loro torta e candeline.

Ma forse dipende tutto da come sei abituato, dalle priorità che si hanno nella propria vita, dalla realtà che ti circonda e, se non hai termini di paragone, e se non sai che esistono mondi diversi, non ne puoi soffrire e, magari, vivi bene lo stesso.

Le malesi sono molto belle e, appunto, è difficile dar loro un’età, sembrano tutte ragazzine. Quelle di credo musulmano indossavano dei veli ad adornar loro la testa, molto graziosi, ricamati e colorati. Mi ha fatto effetto vederne anche addosso ai manichini nei negozi degli aeroporti, ma, per loro, è ovviamente assoluta consuetudine.

La “severità” che io percepivo da quell’imposizione, ai miei occhi, contrastava coi loro sorrisi naturali e beati, quell’incarnato nocciola e quegli occhi scuri e brillanti. Non ho potuto fare a meno di chiedermi se dietro al rigore della tradizione e quella serenità apparente, si nascondessero le nostre stesse seghe mentali fatte di «Ti ha scritto, che ha detto, fanculo stavolta non me ne frega più niente sul serio». O se siano soltanto squisita prerogativa di noi frivole donne occidentali. Chissà. Mi sono pentita di non averne “intervistata” nessuna, come mi era venuto in mente. Peccato.

Magari avrei avuto conferma del vecchio adagio secondo il quale: “Tutto il mondo è paese” perché ho imparato che uomini e donne, alla fine, parlano sempre di uomini e donne! In ogni parte del creato!

Così tra quello che ho visto, quello che mi è stato detto, quello che ho rubato con occhi e orecchie, e fatto mio, ho arricchito ancor di più il mio, già straripante, bagaglio antropologico.

Ho imparato (ma lo sapevo già…) che le perle finiscono sempre coi porci e i pirloni con le porche, meglio conosciute come gatte morte/stronze/& affini; che gli uomini continuano a distinguere le donne in “sportive” e “pretenziose” e tutto ciò che può fare e sopportare un maschio, in nome della cara e vecchia faiga. O, in una visione più romantica, se DAVVERO ti vuole. Tanto per fare un mero esempio, centinaia di chilometri, perché lei: «Quanto era bella. Quanto…».

Ho pensato che, raramente, qualcuno avesse affrontato lunghi viaggi per vedere me, ma che – una volta – stavo per farlo io, totalmente rincitrullita dall’ormone e dal batticuore. A fermarmi erano state le Vocine e qualche amica che, gentilmente, mi avevano sussurrato:

«Ma dove cazzo vai?».

In effetti, dove cazzo andavo? Però lui è così speciale. Pure tu, Tesoro. Sappi che la distanza è la stessa per entrambi. Ah, vero.

E mi sono ricordata di tutti quelli che, durante il percorso della mia vita, mi hanno detto: «Sei una Stella, non te lo scordare mai…». Ma noi donne, si sa, tendiamo sempre a dimenticarcene e a farci spegnere od offuscare la nostra splendida luce.

Allora ho osservato le Stelle marine. Loro mica si muovono, stanno lì immobili e si lasciano ammirare. Hai mai visto una stella marina rincorrere uno scorfano?

Quindi, anche dall’altra parte del mondo, mi sono prese innumerevoli paturnie su “Se pochi lo ha fatto, evidentemente io non sono abbastanza bella”. Che ve lo dico a fare?

Altrettante, e che mi hanno fatto annuire per un paio di giorni, mi sono nate udendo la sicura affermazione maschile che “se un uomo tiene a te”, scusate… “SE UN UOMO TIENE A TE”, non solo fa di tutto, ma ci tiene a gridarlo al mondo intero. Dall’altra parte e da questa parte.

Lo so che questa frase rappresenta l’ovvietà del secolo, ma – si sa –  quando certe frasi le sentiamo pronunciare dagli altri ci sembrano sempre più sagge e brillanti, mi si accende un allarme mentale e tutte le Vocine in coro mi gridano:

«CHIAROOOOOOO??»

Ma, quando sei immerso in qualcosa, è proprio il caso di dirlo, ti rendi poco conto del resto del mondo, sia bagnato che asciutto. Quando sei immerso, ti focalizzi unicamente su quello che riesci a vedere attraverso la maschera. Sapete che ingrandisce gli oggetti? Quindi ci offre una visione leggermente distorta della realtà. Di conseguenza, quando sei immerso, non riesci a vedere nitidamente. Mi ricorda un articolo di qualche tempo fa sulla Miopia femminile, ma – ho imparato – che anche i maschietti vengono accecati dalla faig… ehm… dall’amore.

Ho trovato una stupenda analogia tra la subacquea e le mie amate meditazioni: sono entrambi dei mondi ovattati e quasi totalmente privi di suoni, in cui – per lo più – odi solo il tuo respiro, di una cadenza rassicurante e rilassante.

Le profondità maggiori le raggiungi gradualmente, le discese sono come quelle nel profondo dell’anima. Se hai paura, non riesci a inabissarti completamente, a lasciarti trasportare, a scoprire dove puoi arrivare. Durante tutto questo, sì, sei concentrato su quello che stai facendo e ammirando, ma la mente viaggia. O, magari, capita solamente a me. Probabile.

Perciò, anche nel mondo sommerso, non ho potuto fare a meno di meravigliarmi del comportamento dei suoi abitanti.

Durante una notturna, ci siamo imbattuti in una tartaruga che dormiva beata, adagiata su una struttura di legno, aBarbie Bastarda subacquea (2)circa quattro metri di altezza dal suolo. Poco dopo, poco distante, ne è sopraggiunta un’altra, ha provato a coricarsi sul relitto di una barchetta a remi, ma era talmente grande che questo non riusciva a contenerla. Allora si è tolta. Ha puntato la collega beata, le ha dato una sonora beccata per svegliarla e spostarla e si è fregata il suo posto. La prima ha iniziato a risalire, senza protestare e – probabilmente – è andata a cercarsi un nuovo giaciglio.

Ho imparato, così, che la prepotenza vince anche sott’acqua.

Ma ho imparato, anche, che gli esseri più spaventosi di tutti i mari, gli squali, incutono davvero timore quando li incontri, però – se ti avvicini senza paura – sono loro a scappare e che spesso questo accade anche con i predatori che incontriamo fuori dall’acqua.

Sul dorso di tartarughe e squali, vivono dei simpatici pescetti che si chiamano remore. Questi si cercano un “protettore” grosso, alle spalle di cui vivere, navi, squali, tartarughe, qualsiasi essere imponente. Nella vita terrena li chiamiamo “parassiti” e non voglio dire papponi che pare brutto. O forse significa che, per sopravvivere, abbiamo tutti bisogno di qualcuno che ci sia accanto e che ci aiuti, per difenderci, proteggerci, per pulirci e per vivere. E magari anche gli essere più grossi, che pensiamo siano autosufficienti, sono più felici di avere compagnia.

E poi c’è stato l’incontro col Pesce Pagliaccio-bullo.

Da quando abbiamo conosciuto Nemo, i pesci pagliacci li abbiamo tutti in simpatia, così, ogni volta che mi è capitato di vederli, mi sono soffermata a giocherellarci. Vivono davvero dentro le anemoni e, dalle loro dimensioni, puoi Barbie Bastarda subacquea (1)facilmente distinguere i genitori e i cuccioletti. Con le dita sfioravo la loro casa morbida e accogliente e loro si nascondevano. Non appena mi scostavo,tiravano timidamente fuori la testa ed io ricominciavo il mio trastullo stuzzicante. Finché uno di loro, presumo il capofamiglia, scocciato da questa interferenza ripetuta, è uscito fuori e ha cominciato a fissarmi.

Nei suoi occhietti minuscoli potevo leggere distintamente un chiaro e minaccioso:

«Che devi fa?? Hai finito de rompe li coj***?»

È stato incredibile! Vedere questo esserino grosso quanto il mio pollice affrontare me, un gigante cattivo, per difendere i suoi, è stato commovente. Perché è così che si fa quando devi curarti di chi ami. Te ne fotti se hai paura, te ne fotti se sei piccolo e indifeso e se, nel confronto, sei decisamente in svantaggio. Te ne fotti e agisci, affronti i colossi e vai!

Grande, pescetto!

Ma nella vita emersa, all’asciutto, non è sempre facile riuscire a proteggere chi amiamo e non sempre chi abbiamo accanto è disposto a farsi aiutare. Il mio modo invadente ma discreto di cercare di salvaguardare i miei affetti dalla sofferenza, mi imporrebbe di intromettermi ad ogni costo, di correggere una visione alterata, di essere cruda, ma comprensiva, di aiutare anche a discapito del rapporto stesso. Perché non sempre si è pronti ad ascoltare la verità.

Perché a volte vorresti dir loro che certi atteggiamenti non vanno bene, non vanno bene per niente. Altre, che è giusto e sacrosanto pretendere di più, che sì, cazzo, fa male! Ma accontentarsi fa peggio. Tradire il nostro Amor proprio fa molto peggio, che imparando a raccogliere briciole, non ci si ricorda come sia mangiare davvero. A volte vorresti fare molto, ma occorre una gran dose di coraggio che non sempre si ha. E in fondo… io chi cazzo sono per dire agli altri come vivere, il viaggio ognuno se lo fa come meglio crede. Magari anche i cuccioli di pagliaccio si stavano divertendo con me, che rappresentavo un’evidente minaccia, e si sono scocciati che il padre abbia posto fine al divertimento. Ognuno sa cosa è meglio per sé, senza aiuti. Forse…

Ho imparato che, anche sott’acqua, si può ridere fino alle lacrime e, se nella vita asciutta, mi è capitato molteplici volte di buttarmi a terra per sganasciarmi senza contegno, era la prima volta che mi succedeva nel regno sommerso.

Un episodio imbarazzante, al quale avrei potuto reagire arrabbiandomi o risentendomi, ma da questa parte del mondo e dall’altra, all’asciutto o al bagnato, ho scelto di ridere per esorcizzare qualsiasi situazione e così ho gestito anche questa.

E, grazie a questo, posso dire con fierezza: ridere fino alle lacrime sott’acqua, fatto!Barbie Bastarda (10)

Sono riuscita a ridere anche in una circostanza tutt’altro che comica. Quasi alla fine di un immersione, per la prima volta, mi si è materializzato l’incubo di tutti i subacquei: ho finito l’aria. Quando mi sono accorta che scarseggiava, ho sperato che mi bastasse fino alla fine, perché mi imbarazzava e poi avrei dovuto chiedere aiuto e, quindi, “disturbare” qualcuno. Le mie speranze si sono vanificate quando il manometro segnava impietoso  “zero” e mancavano ancora almeno cinque minuti all’uscita. Così l’ho segnalato al mio istruttore, ma l’ho fatto, appunto, ridendo, tanto che – in un primo momento – pensava stessi scherzando. Non solo avevo messo in atto la regola basilare di non farsi prendere dal panico in nessuna situazione, ma, soprattutto, non era la prima volta che mi ritrovavo senza fiato. Quindi sono abituata. La Vocina che mi ripete in ogni circostanza nera “Te la caverai, tanto te la cavi sempre…” anche questa volta aveva ragione e ho imparato pure che, ogni tanto, non c’è proprio nulla di male nel lasciarsi aiutare.

Quindi ho imparato – ma lo sapevo già – che mentre c’è chi si crea problemi a parlare, c’è chi parla a prescindere e, spesso, solo per creare problemi. Chi fa della logorrea il proprio stile di vita, chi ha bisogno costantemente di stare al centro dell’attenzione, magari per insicurezza, ma queste stesse persone, sono quelle che si curano meno degli altri.

Ho imparato che, se sei buono e accomodante, lo sei – purtroppo – da qualsiasi parte del cosmo. E ti capiterà sempre, sempre, sempre di sentirti ferito, deluso e amareggiato da qualcuno. Perché la propria natura difficilmente si può mutare, anche con una muta addosso.

Come quella tartaruga che se n’è andata senza ribellarsi. Io non lo so se quella beccata se l’è meritata, allora sarebbero pari. Comunque mi piace pensare – e sono abbastanza sicura – che, se dovesse ripetersi di nuovo, risponda con un morso e non si sposti. Perché anche le creature apparentemente più placide, alla fine, si incazzano. Fidatevi.

I miei affetti autentici, non mi hanno abbandonata nemmeno dall’altra parte del mondo. È stato meraviglioso condividere con loro – in tempo reale – foto, esperienze e quant’altro e occorre ringraziare il signor internet per questo.

Ma, come ho già avuto modo di fare, mi sono chiesta quale fosse il confine tra utilità e ossessione. Se il nostro essere perennemente connessi al mondo virtuale, non ci faccia perdere di vista quello contingente. Talvolta si è così impegnati a controllare quel che succede nel luogo che abbiamo lasciato, da trascurare le meraviglie che abbiamo intorno.

Occhi puntati sugli smartphone e, troppo poco spesso, a contemplare la bellezza reale.

Forse ero anche rammaricata di non avere qualcuno da pensare. Non so se avete presente, qualcuno a casa che contasse i giorni che ci separavano. Forse solo qualcuno che mi sono imposta di non pensare, è vero che, quando ti allontani, riesci a vedere con più distacco i fatti. Dall’altra parte del mondo e da questa, ho smesso di rincorrere le persone ed imporre la mia presenza, che dovrebbe essere un piacere. Faccio come le stelle marine. Chi vuole sa come e dove trovarmi. Chi vuole. Non ho mai impedito a nessuno di adagiarsi accanto a me.

Probabilmente per sentire più vicino quel mondo dal quale mi ero temporaneamente congedata, ho fatto qualcosa che non avevo fatto mai: ho postato una mia foto su Barbie Bastarda (12)Instagram. Sono iscritta da oltre tre anni, ho svariati seguaci e non l’avevo mai usato. Ovviamente ai miei occhi il risultato non è stato granché, perché, nonostante gli splendidi colori verde-azzurri del mare, le palme, la spiaggia bianchissima e i filtri di Instagram, io non sembravo per niente una di quelle della pubblicità degli abbronzanti. Eccchecazzo.

Quindi, da oggi, ho un nuovo mezzo per biasimare me stessa.

Eppure non dovrei…

Ho constatato che le hostess della Malaysia Airlines sono probabilmente reclutate tra le modelle, tanto per far sentire le viaggiatrici sfrante da ore di cammino, ulteriormente uno schifo.

Al ritorno, scesa nel primo aeroporto, attendevo di riunirmi col gruppo, quando mi sono vista una fotocamera di un cellulare puntata sul viso e il suono dello scatto. A tenerla un sorridente “antaenne” dai lineamenti arabi.

L’immagine che offrivo di me stessa non era sicuramente delle migliori: pelle bruciata e screpolata dal sole, fisico risultante da una dieta a base di patatine fritte, capelli “scolpiti” da una settimana di mare e ore di sbattimenti, occhiaie, trucco sciolto e mise poco attraente, total black, composta da tuta, felpa e scarpa da ginnastica. Sì, un cesso praticamente! Perciò non sono riuscita nemmeno ad arrabbiarmi… Ho sorriso e ringraziato mentalmente, mentre pensavo:

Gentile hostess della Malaysia Airlines, a parte che, per antonomasia, incarni un desiderio erotico classico, quindi parti decisamente avvantaggiata, comunque ad essere figa con la divisa, truccata, senza sudare e coi tacchi, sono capaci tutte. Prova ad esserlo con l’outfit sopra citato, dimmi se qualcuno ti fotografa e poi ne riparliamo. Io la foto l’ho avuta, ciccia. Tiè!

Ancora una volta, ho imparato che gli altri – fortunatamente – sono molto più indulgenti con noi, di quanto noi non saremmo, probabilmente, mai. Purtroppo.

Peraltro, in quei giorni, era già capitato. Ho imparato che: «Is he your boyfriend?»  é l’internazionale primo approccio con il quale ci si assicura via libera. Pure non ricambiare sguardi e sorrisi per scoraggiare è internazionale. E questo fa di me la regina internazionale della fuga.

Comunque sono fortunata ad avere ricevuto un’istruzione, ad aver passato ore a studiare e leggere. Qualsiasi conoscenza ti torna utile nella vita. Almeno posso essere abbordata anche in inglese. Che culo!

Amo definirmi un’asociale e anche un po’ solitaria. Non è totalmente vero, ma, quello che è vero, è che amo ritagliarmi degli spazi di assoluta solitudine. Ne sento la necessità e non tutti riescono a capirlo e accettarlo.

Anche essere undici milioni di metri da casa, con un nutrito gruppo di persone, non ha eliminato questa esigenza. Così mi ritrovavo spesso per conto mio con le mie Vocine e tutte queste riflessioni. Ma non solo…

Dirimpetto al nostro resort, sorgeva una piattaforma petrolifera in disuso, che era stata tramutata in un albergo e diverse sere, si animava con musica che riuscivamo a sentire anche noi. In una di queste, mentre mi avviavo da sola, sulla passerella in legno verso la nostra palafitta numero S120,Barbie Bastarda (2)ho sentito iniziare una canzone a me molto cara. Ho sorriso. Solinga, al buio, mi sono fermata per ascoltarla e cantarla tutta. Stupenda, sporcata unicamente dal rumore del mare e dal mio tirare su con il naso.

“If I lay here, if I just lay here, would you lie with me and just forget the world?”

Anche dall’altra parte del mondo, mi sono sentita a casa. Allora non ero poi così lontana.

Forse è vero che i subbaqqui sono personaggi strani, diversi, metà esseri umani, metà pesci, che si rifugiano sott’acqua per sfuggire al mondo esterno, per non dover parlare e non dover ascoltare. Per sentire unicamente il proprio respiro e i propri pensieri. Forse è vero.

Ma ho imparato anche, che se ascolti “Someone like you” da sola, di nascosto, sicuramente sarai colpita da Adelaide piangente acuta. Se – invece –  la canti a squarciagola alle otto di mattina con due amiche, è sempre deprimente, ma decisamente più divertente.

Perché è meraviglioso quando permetti a qualcuno, che una volta era uno sconosciuto, di entrare nella tua vita e, perfino, di volerti bene. È stupendo, anche, aprire nuovamente la porta scoprire realtà nuove, persone nuove, affetti nuovi. Quando dei nomi e cognomi iniziano a diventare presenze e pensieri costanti, tanto da avvertirne la mancanza, quando non li vedi, tanto da preoccuparti per loro e di esserne contenta, perché significa che, forse, così strana non sei e, alla fine, i bagagli negativi che ci portiamo dietro vengono sempre rimpiazzati da quel che di buono resta in noi.

Ho imparato che se ti scende una lacrima mentre sei sott’acqua, non si sa come, né perché, non si sa se di gioia o di malinconia, ma sai che avviene dopo tempo che non riuscivi a versarne, può aiutarti a sentirti nuovamente viva. Ed è stupendo.

A spasso per il mondo, impari sempre qualcosa da te stesso e dai tuoi colleghi d’avventura. Apprendi molto dalle nuove realtà che scopri e… ci sono cose che, purtroppo, perdi per sempre.

Ho perso qualcosa e mi scoccia da morire perdere ciò che possiedo. Mi capita raramente perché ci sto attenta, perché sennò poi ci sto male, eppure è successo. Ho smarrito il mio amato collo di lana nero che avevo usato per contrastare l’aria condizionata in aereo. Appena arrivata, colpita dai quaranta gradi, l’ho riposto chissà dove e non l’ho più trovato. Mi sono accorta della sua assenza solo quando stavo preparandomi per il rientro, nel momento in cui potevo averne ancora bisogno.

Ora  chissà dov’è… Io lo lavavo, lo conservavo… A questo punto, non molto bene.

Ho perso anche un orecchino che ora giace adagiato in uno splendido fondale e magari la corrente lo sta portando a visitare luoghi e creature meravigliosi, beato lui. Però mi manca. Mi mancano entrambi.

Ma forse è questo quello che capita quando non ci si prende sufficientemente cura delle proprie cose. Quando ce ne scordiamo e le perdiamo di vista, quando le accantoniamo perché presi da altro e non ci servono. Non è detto che le troveremo lì ad attenderci, quando ne avremo bisogno. Se ci pensiamo bene, capita con tutto e tutti. D’ora in poi, lo ricorderò.

Ricorderò anche di non abbandonare mai più i miei tacchi, neanche al mare.

La subacquea mi ha dato l’opportunità di fare esperienze inimmaginabili, ma ha anche causato grosse ferite al mio ego da superfemmina. L’essere costantemente struccata, in costume, coi capelli gretti e le infradito, mi fa sentire tutt’altro che una sirena. E poi, ci tenevo a dire a chi critica sempre i miei tacchi, che le infradito mi hanno procurato delle ferite sanguinanti alla base di entrambi gli alluci. I miei tacchi dodici non mi hanno MAI causato cose del genere. MAI, neanche da questa parte del mondo. Che si sappia.Barbie Bastarda (9)

Mi sono allontanata di undicimila chilometri, ma – niente – a quanto pare, anche lì, anche in viaggio, la mia mente che  viaggia era la stessa.

Non ho ancora totalmente disfatto le valigie, ma – permettetemi una frase altamente poetica –  ho imparato che il mio bel bagaglio interiore non mi lascia mai e sono finalmente molto soddisfatta di tutto quello che vi è rimasto dentro. Scremato, scelto, sudato con cura e, ora, ancora più ricco.

Perché se è vero che quasi tutti amano il mare, è altresì vero che non tutti hanno la curiosità e il coraggio di scoprire le meraviglie che cela. Accade anche con noi stessi e con le altre persone.

O forse un giorno imparerò a godermi i viaggi, e il viaggio principale, senza formulare sofisticate elucubrazioni mentali, osservare qualsiasi dettaglio, memorizzare frasi e gesti e arricchire la mia conoscenza sull’umanità, i comportamenti, i rapporti e l’amore.Barbie Bastarda varano

A proposito di amore, devo confessare che purtroppo non ho incontrato il mio Sandokan. O forse sì. Per la gioia internazionale, devo dirvi che sono dovuta arrivare dall’altra parte del mondo, ma finalmente ho trovato chi mi renderà felice, il Varano. È grosso, non parla, ma ha due metri di lingua.

E scusate se è poco.

«Forse in fondo è vero che per essere capaci di  vedere cosa siamo,

dobbiamo allontanarci e poi guardarci da lontano…»

D. Silvestri

 

Se volete scoprire le meraviglie della subacquea, io vi consiglio la scuola Sea Walker Divers nella persona del sommo Boss Marco Cesaroni.

Non è per niente una marchetta e non avrò brevetti gratis per questo. Purtroppo.

Ai miei compagni di questo viaggio

e a quelli del viaggio della vita.

Grazie.

ERASE AND REWIND

«BB, azzera tutto. Lascia andare qualsiasi cosa non ti occorra più e ricomincia da capo».barbie bastarda cancellare

Il mio telefonino ha più di tre anni e mezzo e, probabilmente, era già “vecchio” quando l’ho comprato io. Ma non mi importa, non sto dietro alla tecnologia e quel che conta è che asserva  al suo scopo: telefonare, navigare e messaggiare. Non me ne frega niente se il filippino che vende le cover tarocche, mi guardi sempre con disprezzo e mi dica con stizza: «No ho niente pe’ “quello”…».

Ha entrambe le memorie sature di qualsiasi cosa e di quasi cinquanta mesi di chiamate, messaggi, foto, note vocali…

È stremato. E il mio trucco ha reso il suo display perennemente unto e opaco.

Non ha filtri nella fotocamera (dell’esistenza dei quali sono venuta a conoscenza da pochissimo…) il che mi spiega perché tutte le altre nelle foto vengano figherrime e io appaia sempre come la Signora Pina che va a fare la spesa, sciatta.

Le applicazioni che modificano le foto non le scarico perché, come ho detto, le memorie straripano e, cosa più importante, non le so usare.

Avrò al massimo cinque app e ne uso sempre un paio.

Poiché anticuccio, non ha la tastierina con le emoticon nuove e carucce, per cui, quando ricevo messaggi che le contengono, vedo solo quadratini e, per quanto mi riguarda, potrebbero esprimere anche insulti, tanto non me ne accorgo.

Ma il mio telefonino è, da sempre, intelligentissimo.

L’altro giorno è successo un fatto abbastanza strano e curioso: quando la mattina sono andata a prenderlo, mi sono accorta che aveva cancellato tutti i dati memorizzati fino a quel momento: niente credenziali di accesso a siti e applicazioni, nessuna stazione radio, niente ricerche effettuate in Google, SoundHound o Youtube, delle quali ricordavo dove fossi quando le avevo fatte e soprattutto con CHI.

Niente di niente, tutto andato.

Mi è dispiaciuto immensamente, ma non ho potuto farci nulla. Ho commentato col mio solito: «Pazienza!» e, da brava, ho reimpostato tutto.

Whatsapp risultava intonso, come se l’avessi appena installato.

Fortunatamente ha recuperato le vecchie conversazioni, dall’ultimo backup automatico eseguito, risalente, però, a più di un giorno prima.

Quindi le più recenti disquisizioni altamente filosofiche e i miei famosi rebus, sono andati persi per sempre.

Pazienza.

Ma oggi mi sono resa conto che ha cancellato anche tutti gli “stati”. barbie bastarda

Non so come, ha mantenuto solo l’ultimo, che avevo impostato il 9 marzo 2015 (data a me cara…): “Tutto è possibile…

Per il resto solo quelli di default. Tutti gli altri, che avevo creato nel corso degli anni e che avevo lasciato per ricordarmi di periodi particolari o come monito per non dimenticare alcuni avvenimenti, cancellati per sempre.

Il mio telefonino – che ha più di tre anni e mezzo e, ogni giorno, sembra mi supplichi: «Pietà!» – da sempre si è dimostrato intelligentissimo. Si spegne, si impalla o perde la copertura quando sto per comporre numeri che non dovrei proprio comporre, o quando ricevo telefonate e messaggi che sarebbe mooolto meglio che non ricevessi. A volte non mi invia i messaggi. Giuro, succede.

In questa occasione si è dimostrato tale ancora una volta e con un tempismo eccellente. Poiché successo in un periodo in cui sto mettendo in discussione e rivoluzionando (di nuovo) tutta la mia vita.

È come se mi avesse voluto dire: «BB, azzera tutto. Lascia andare qualsiasi cosa non ti occorra più e ricomincia da capo».

Ci vuole coraggio per mollare, ci vuole più coraggio a mollare che a perseverare.

A volte ci fa comodo permanere nei nostri stati preimpostati e conosciuti. Purtroppo, spesso, lo facciamo anche con le persone: non le lasciamo andare. Le teniamo legate a noi attraverso i ricordi, la rabbia, il pensiero, piuttosto che liberarcene e continuare la nostra vita.

È tutto più semplice, quando riceviamo una spintarella che ci aiuta:

«BB, azzera tutto…»

Ed è esattamente quello che sto facendo.

Grazie my Phone, sei veramente SMART… 😉

«Coraggio, lasciare tutto indietro e andare

partire per ricominciare…»

C. Cremonini

Erase and rewind

INTERNET, INTER NOS, TRA ME E ME…

Ora dirò una cosa terribilmente impopolare e con pretesa di snobbismo: non ho internet a casa, per scelta.

Lavorando per gran parte della giornata davanti a un pc, ho deciso che dovevo assolutamente evitare di passarci pure tutte le serate e bruciarmi quei tre, quattro neuroni sani e capaci che mi sono rimasti.

Quindi le sere che rimango in casa, preferisco passarle guardando un bel film o, più spesso, leggendo e scrivendo.

Già con l’avvento dello smartphone, avevo leggermente disatteso questo ferreo proposito pro-salvamento del neurone atrofizzato, però –diciamocelo- collegarsi dal portatile è tutta un’altra cosa!

Quindi, l’altro giorno, ho fatto di più…barbie bastarda virtuale

La TIM, bontà sua, ha deciso di regalarmi un Giga – da usare quando volevo – in occasione di San Valentino, per il solo fatto di essere sua fedele cliente. Forse perché pensano che, nel giorno dedicato all’amore, i piccioncini abbiano bisogno di maggiore connessione per postare foto di regali e cene.

Nel mio caso, evidentemente, in qualità di zitella acida e sola, per donarmi distrazione da questa giornatina cuoriciosa e darmi un contentino.

Grazie TIM, sei n’amica.

Ho pensato che avrei sfruttato questa gran occasione per provare il brivido di collegarmi da casa, dalla mia scrivania, dal letto, dal bagno, dalla doccia, come tutte le persone comuni.

Così ho fatto, sfruttando il telefono, ho collegato il portatile al world wide web.

Cosa è successo?

Da curiosa, maniaca, bulimica, quale sono, ovviamente, è accaduto quel che avevo presagito con notevole lungimiranza: ebbene sì, mi sono rincoglionita davanti al pc per ventiquattro ore.

E, inevitabilmente, ho iniziato a pormi delle domande:

in primo luogo mi chiedo se, tutte queste comodità, ci stiano effettivamente atrofizzando il cervello.

Grazie alle calcolatrici, non alleniamo più la nostra mente; il navigatore ci ha tolto il disturbo di chiedere indicazioni in giro; anche andare per negozi è superato, vista la possibilità di fare shopping on-line; e pure social e affini, ci aiutano a rinchiuderci in casa, nelle nostre solitudini, protetti da uno schermo a farci da scudo. O, piuttosto, ci danno la grandiosa opportunità di mantenere dei contatti con persone distanti e/o sconosciuti?

Ma sono comunque legami virtuali, intangibili, effimeri, è giusto attaccarcisi e coltivarli?

Dove ci sta conducendo l’iperconnessione, l’ipertecnologia la virtualità a scapito della realtà?

barbie bastarda virtuale...Ormai  anche le automobili vengono pubblicizzate non per le prestazioni e i rendimenti, ma per le opzioni di connessione che possiedono.

E quante volte vi guardate intorno e vedete gente china sui propri telefoni o tablet che ignora chi le sta accanto?

Devo dire che è comodo avere internet in casa. Ma, grazie allo smartphone, se devo per forza, per forza, cercare informazioni con urgenza, posso farlo. Dvd e cd non mi mancano, libri nemmeno. Chi devo sentire lo sento senza bisogno dei social e, se controllo le mail di giorno, non credo che accada qualche tragedia.

Continuo a pensare di poterne fare a meno, appannaggio di una sana lettura e di una vita reale e non “virtuale”.

Come tutte le cose, è l’abuso a portarle alla demonizzazione.

Come le persone che dicono di non volere la tv. Il male non è la tv in sé, il male, semmai, sono i programmi e la qualità che si sceglie di guardare.

Come chi non vuole avere dolci in casa per non cadere affatto in tentazione.

Forse la colpa è nostra che non riusciamo a controllarci e preferiamo eliminare la causa della perdizione, anziché coltivare un sano autocontrollo.

Ma è davvero così sbagliato passare tutta la serata al pc?

È davvero meglio trascorrerla leggendo?

Dipanata tra tutte queste domande, mi è venuta in mente quella peggiore, quella più tosta, quella che sarebbe meglio non pronunciare.barbie bastarda libri

Mi sono chiesta se non cambi semplicemente la barriera: un portatile in un caso, un libro nel mio, ma comunque nascosti dal resto del mondo, dietro qualcosa. E tutti così soli.

Tutti in cerca di riempire questa solitudine con qualsiasi mezzo.

Sapete, non vi so rispondere o mi è difficile dire la verità.

Tuttavia, per il futuro, consiglierei di attaccare su modem, smartphone e libri, la dicitura: “Può creare dipendenza e isolamento, usare con moderazione. (Ma può anche aiutare a distrarsi da un gran vuoto…)”