SEI FELICE?

Mi ha fatto un bel po’ di domande: il lavoro, la famiglia, il fidanzato, una panoramica completa, niente escluso.

Però sentivo che ne teneva una in serbo che gli premeva più delle altre, che ci teneva proprio a pormi, della quale voleva conoscere assolutamente la risposta.

Ma ignoravo di cosa si trattasse.

Non capivo quale altro argomento spinoso potesse tirare fuori.

E l’ho invitato, con gli occhi, a farmela, anche se un po’ la temevo.

Infine ha preso coraggio e ha bisbigliato:

«Sei felice?»

Boom.

LA DOMANDA.

Se me l’avesse posta qualche mese fa, non avrei esitato un attimo a rispondere:

«No, sto di merda. Va tutto male, non riesco a riprendermi…»

Ma adesso, no.

Non lo so come riesca la nostra mente a formulare così tanti pensieri in una manciata di secondi. A passare in rassegna innumerevoli immagini, istanti, frasi, ricordi.

Questi ultimi mesi li ho percorsi col pensiero e poi sono andata ancora più indietro.

La felicità.

In un suo famoso monologo, Benigni ne parla così:

«Cercatela, tutti i giorni, continuamente. Chiunque mi ascolta ora si metta in cerca della felicità. Ora, in questo momento stesso, perché è lì. Ce l’avete. Ce l’abbiamo. Perché l’hanno data a tutti noi. Ce l’hanno data in dono quando eravamo piccoli. Ce l’hanno data in regalo, in dote. […] E anche se lei si dimentica di noi, non ci dobbiamo mai dimenticare di lei…»

Condivisibile, a volte difficile da mettere in pratica.

Totò, invece, affermava che:

«Forse vi sono momentini minuscolini di felicità, e sono quelli durante i quali si dimenticano le cose brutte. La felicità, signorina mia, è fatta di attimi di dimenticanza»

Come la mia Prof di filosofia che diceva che, appunto, la felicità è fatta di momenti. E bisogna notarli quei momenti e custodirli e gioirne.

Ho rammentato  tutti i libri che ho letto, le meditazioni; la LoA; il potere della mente; la connessione psicofisica; il Karma; l’atteggiamento; la profezia che si autoavvera; il pensiero positivo; la legge di Murphy; la gratitudine; l’Aura; i concetti di “Luce” e “Amore” e – perché no – pure i “Vaffa” liberatori, tutte queste nozioni e pratiche con le quali ho saturato il mio già straripante cervello, che però mi aiutano, quando non sembra riuscirci nulla. Che mi hanno fatto pure guadagnare l’epiteto di “Strega”.

Tutta questa roba qui che, tutta insieme, ha contribuito a farmi creare il mio concetto di felicità.

La felicità è un modo di pensare, di agire, di atteggiarsi, di plasmarsi, di forgiare le proprie giornate, di reagire alla vita, agli imprevisti, agli intoppi, di guardare al mondo e agli altri.

L’ho verificato empiricamente.

Se la mattina ti alzi male, le cose andranno peggio. E viceversa.

Sperare non costa nulla, sorridere, nemmeno. Potremmo sempre e comunque incappare nelle delusioni, ma non dovremmo permettere loro di cambiarci, di abbrutirci, di demoralizzarci, come spesso – purtroppo – accade. Non dovremmo concentrarci sul brutto, ma perseguire il bello, la gioia.

Abbandonare quei pensieri che ci fanno stare male, che ci creano una botta allo stomaco e sofferenza, quei ricordi che ci mortificano l’anima, in favore di altri più salutari.

Quando mi accade, penso a tutte le risate che mi hanno e ho fatto fare, il loro potere è sorprendente.

Alla fine, la felicità è una scelta, niente di più.

L’ho guardato negli occhi e ho affermato con convinzione:

«Sì. Sono felice»

Lui ha annuito.

«Davvero?»

«Certo. Non ci credi?»

«Ci credo»

Ne potrei elencare milioni di motivi per i quali dovrei essere infelice, ma preferisco pensare a quelli che mi fanno sentire fortunata.

Dal sentire una canzone a mangiare qualcosa che mi piace. Le telefonate, i bei posti. E le tante persone che arricchiscono la mia vita. Posso elencare anche milioni di motivi grazie ai quali sono felice e solo di questi mi interessa.

Lo so, non è semplice. Sono tutte affermazioni che conosciamo molto bene “in teoria” ma, a volte, in pratica…

Lo so, ma ci provo.

Anzi, scelgo di essere felice.

E tu, lo sei?

 

 

«Mandami amore e luce ogni volta che pensi a me

e poi dimentica…»

Mangia, Prega, Ama

 

03.06.2017

Avrei potuto ricordare la serata del 03 Giugno 2017 come una delle più squallide della mia vita, invece preferisco pensarvi come quella volta che un tassista sconosciuto mi ha regalato un Chupa Chups, mentre stavo piangendo, per strapparmi un sorriso. 

Quella sera, la Juve disputava la finale di Champions, io ignoravo i terribili fatti di Torino e Londra mentre – nel mio piccolo mondo – era la prima volta della stagione in cui indossavo un vestito sbracciato. Calzavo scarpe nuove, borsa coordinata, i capelli sciolti sulle spalle nude, la pelle un poco ambrata, la matita fuxia sulle labbra, ed ero contenta.

Per quei pochi che ignorano da cosa derivi “Barbie Bastarda”, glielo spiego: mi viene spesso detto che sono una Bambola. Trucco e parrucco sempre impeccabili; mani e piedi coordinati e curati; perenne tacco dodici; sorriso; vestitini corti.

Nonostante questo, nonostante qualcuno si affretti a giudicarmi una sgallettata tutta apparenza e mascara, ben presto si accorge di quanto il mio aspetto cozzi col mio carattere crudo e risoluto, forse troppo forte, ma altrettanto fragile.

Non so fingere,  parlo poco e – se lo faccio – dico le cose come stanno, totalmente prive di filtri.

Non ho mai lesinato un grandioso Vaffa a chi lo meritasse. Sono una Principessa diversa che ha imparato a salvarsi da sola. Sempre e in ogni circostanza. Che preferisce la solitudine a una finta compagnia, che sa dire “NO”, subendone le conseguenze. E so essere una vera stronza, nell’accezione più ampia possibile, con chi riesce a meritarselo.

Questo a dispetto del pensiero comune che vorrebbe noi fanciulle sempre gentili, debolucce, accondiscendenti e incapaci di stare al mondo da sole senza un pene al proprio fianco e che spesso si annientano per la conquista di questo.

Col cazzo. (appunto…)

Perché, quando si oltrepassa la linea demarcata dal rispetto è doveroso girare il tacco dodici e andarsene sbattendo la porta, dimenticandosi le buone maniere.

Ed è esattamente quello che ho fatto quella sera.

Circa alle 23.30 del 03 Giugno 2017, ero in mezzo alla strada aspettando un taxi che non arrivava. Arrabbiata, delusa, ferita, ma assolutamente certa di stare facendo la cosa più giusta, seppure folle e magari pericolosa.

Non era la prima volta che compivo gesti quasi melodrammatici, in risposta a condotte squallide, ma è l’unico modo che conosco di agire, quando vengo sopraffatta dallo schifo.

Scappo via, lontano, veloce, basta.

Ho iniziato a pensare a colui che mi diceva sempre che ero troppo impulsiva, cocciuta, troppo tosta, ma troppo fragile, a cosa avrebbe pensato vedendomi lì, così.

Alla mia amica che mi aveva suggerito di non andare quella sera; all’ultima volta che ero stata esattamente da quelle parti e con CHI; a quel ragazzo con il quale parlavamo giusto il giorno prima, dello squallore di certi rapporti e di certe persone; alle tante occasioni in cui mi ero ritrovata a fuggire, per mettermi in salvo da queste.

Che nessuna favola contemplava quel che mi era appena capitato e nemmeno il comune buon senso, l’educazione, il RISPETTO che si dovrebbe a qualsiasi essere umano e soprattutto a quelli che ti sono accanto. Che magari aveva ragione chi mi stava dicendo che ero esagerata, ma il senso di disgusto che provavo dissentiva totalmente.

Che in qualche modo sarei riuscita a cavarmela e da sola, anche quella sera, e che forse avrei dimenticato presto quanto mi sentissi profondamente sopraffatta e distrutta.

Che, tra qualche tempo, sarei anche riuscita a raccontare l’accaduto ridendo – come faccio sempre – ricordando quella volta che quello mi aveva fatto, e allora – cazzomene – io ero scappata e correvo come un’invasata sui tacchi, mentre qualcuno dalle macchine ferme al semaforo mi avanzava un: «Aho a bella che te serve aiuto?» pensando che, vista dal di fuori, dovesse essere davvero una scena divertente da rimirare. Ma non da dentro…

Ho iniziato a chiedermi quante umiliazioni si debbano subire finché l’Universo Karmico non decida di ricompensarti con un premio. E, soprattutto, al misterioso motivo che mi poneva sempre dinanzi individui inqualificabili e al fottuto talento che ho nello scovarli. Se fosse colpa mia, se non dovessi crearmi più aspettative, che – sì -l’aspetto da bambolina dà un’idea di me quanto più possibile lontana dalla mia persona.

Che ho sbagliato tutto, ancora, un’altra volta, di nuovo, come sempre…

Circa alle 23.30 del 03 Giugno 2017, In mezzo alla strada, mentre aspettavo il taxi della salvezza che non arrivava – d’improvviso – mi è caduta la maschera e ho iniziato a piangere. Di lacrime troppo spesso contenute che però, prima o poi, devono uscire e sfogare. Di delusioni che si erano riproposte una a una, in un loop di fallimenti sentimentali che sarebbe potuto risultare persino comico, se non fosse stato così dannatamente doloroso. Lacrime ingrossate da speranze svanite, sogni infranti, volti da dimenticare.

Dai soliti, tanti, troppi pensieri che si accalcavano nella mia mente, mentre un copioso e moccioloso pianto rovinava la perfetta riga del mio perfetto eyeliner e io mi sentivo così ridicola e vulnerabile a piangere in mezzo alla strada, sui miei sandali nuovi, aspettando un taxi che non arrivava.

E sola.

Mai sentita più sola di così…

In quel momento è arrivato. Il mio taxi bianco, in luogo del cavallo, che mi avrebbe salvato. Il secondo che mi era stato destinato quella sera, visto che il primo – a quanto pare – non mi aveva trovato. Perché la vita ci pone davanti sempre e solo le persone di cui abbiamo bisogno per imparare, per insegnare o per essere salvati.

Sono entrata pronunciando un debole: «Buonasera» mentre tiravo su col naso. Solo poco dopo, dopo aver parlato della destinazione (che non riuscivo neanche a spiegare) il tassista ha avanzato un discreto: «Tutto bene?»

Sì, adesso sì. Adesso mi sento al sicuro, ce l’ho fatta. Adesso va bene.

Ho risposto un frettoloso:

«Tutto bene» Scoppiando subito a ridere, per quanto le mie parole fossero evidentemente in contrasto col mio aspetto pietoso.

Lui ha iniziato a parlarmi, timidamente, con discrezione, per distrarmi.

Abbiamo conversato del lavoro notturno, delle persone che si incontrano, dei problemi, finché – non ricordo nemmeno a proposito di che – ha tirato fuori un concetto a me molto caro:

«Può essere buio quanto vuoi, ma tanto la Luce – prima o poi – vince. La luce è come l’acqua, si fa sempre strada…»

Vero. Lo penso anch’io. Lo penso da sempre.

Mi parlava per calmarmi, visto che si era accorto che, appena smetteva, io ricominciavo quel pianto soffocato e disperato.

«Ti ho aperto pure il tettino, così puoi guardare le stelle»

Ho fatto cadere indietro la testa e ho ammirato: il cielo della mia Roma era splendido attraverso il vetro.

«Wow allora è proprio una carrozza

«Occhio, che è quasi Mezzanotte…»

«La scarpetta però col cavolo che me la perdo! Mi piacciono troppo queste!»

«La vuoi una gomma?»

«No, grazie…»

Pausa. Silenzio.

«Tieni, allora prendi questo»

Ed eccolo lì, il Chupa Chups, il vero protagonista della serata.

Sono scoppiata a ridere e ho ringraziato.  L’ho osservato per un po’ e l’ho risposto in borsa.

Mi sono sentita come una bimba da coccolare, viziare. Felice per tutta l’umanità che avevo percepito durante quel breve tragitto e da un gesto così semplice e apparentemente insignificante.

«Che fai, lo conservi?»

«Sì, me lo tengo. Così, ogni volta che lo guarderò, penserò al bel gesto che ho ricevuto da uno sconosciuto, una sera che piangevo»

«Certe volte una piccola cosa fa un’enorme differenza»

«Vero. Nel bene e nel male…»

Pensando a colui che, ormai lontano, avrebbe dovuto trattarmi da Principessa almeno per quella sera e invece aveva confuso la favola.

«Comunque sei molto più bella adesso di quando sei salita. Perché adesso stai sorridendo».

Ed è stato solo merito tuo Parma non-mi-ricordo-il-numero del Radio Taxi 3570 di Roma. Di cuore, GRAZIE. Per avermi salvata e per avermi trattato da Principessa, come meritavo. Come merito sempre.

Dobbiamo essere Principesse indipendenti che si mettono in salvo da sole, però a volte, è davvero bello deporre l’armatura e lasciarsi salvare, curare e consolare.

Ma non da chiunque.