SCENE DA UN COLLOQUIO DI LAVORO

Non mi capitava da anni di fare un colloquio di lavoro, un concorso, una selezione. Di essere dalla parte dei “giudicati”, di sperare di essere scelta tra tanti candidati. Fatta eccezione per il piano sentimentale, ovvio.

Mi ero già stupita che non ci fosse un limite di età nel bando; di aver superato senza difficoltà la preselezione in inglese; di essere convocata nemmeno una settimana dopo per il test scritto e colloquio vero e proprio.

Possibile sia così facile?

Mi volevano.

Poi è arrivato il fatidico giorno, quello che ho ribattezzato il “MiSonoAmmazzataDalleRisateDay”.

Sveglia alle 6 e 30. Doccia, trucco, piastra, calze, gonna, tacchi, camicetta, giacca-che-mi-strizza-le-tette, pronta!

Mi sono avviata in una non meglio specificata zona nei pressi di Tor Bella Monaca, fior fiore della Capitale.

Ritengo da sempre che chi non ha mai guidato a Roma, non sa fino in fondo cosa voglia dire guidare: la precedenza è di chi se la prende; ti sorpassano a sinistra, destra e – a volte – anche sotto e sopra; si può parcheggiare OVUNQUE, tranne che sulle strisce pedonali. A quelle teniamo parecchio. Il clacson è abusato e pure il “Mortacci Tua!” è un segnalatore acustico molto in voga.

Questo vuol dire che siamo tutti sempre abbastanza attenti, e – soprattutto – che ci concediamo quasi tutto, visto che lo facciamo pure noi. Non ci stupiamo, insomma.

Fa’ un po’ come cazzo te pare! È la prima norma del nostro codice della strada.

Quindi, in una strada a due corsie, vedendo un bus fermo sulla destra per la salita e discesa dei passeggeri, è normale che si sorpassi. Anzi, è obbligatorio!

Questo dovevo fare, notando che avevo un Mezzo SUV che sopraggiungeva nella corsia di sinistra che sarei andata a occupare.

Il mezzo SUV è quello “Vorrei, ma non posso” non è un SUV cazzuto vero, che non ti puoi permettere, ma quello che riesci a rimediare volendo a tutti i costi una macchina imponente.

È come una mansarda che vuoi spacciare per attico.

Quando vedo i SUV, penso sempre a quella leggenda metropolitana compensatoria che vuole che maggiore sia la dimensione della macchina, minore sia la grandezza… Vabbè, avete capito. E quindi un po’ mi fanno pena, porelli.

Il bus accostato impegnava mezza carreggiata, neanche tutta.

Stimando che quello dietro fosse abbastanza distante e andasse a una velocità moderata tanto da non creargli problemi, ho messo la freccia e sono passata. Superato l’autobus, sono rientrata. Avrò sbordato una cinquantina di centimetri, tempo della manovra pari a un paio di secondi.

Avevo già da tempo terminato lo spostamento, quando il guidatore del mezzo SUV ha iniziato a suonarmi e a lampeggiare.

Manco gli avessi tagliato la strada a centotrenta all’ora, manco – viceversa – mi fossi piazzata dinnanzi a lui a quaranta, costringendolo a inchiodare, manco gli avessi esplicitato quale mestiere esercitassero le sue parenti prossime, di sesso femminile.

Reazione lievemente esagerata.

Mi sono svegliata alle 6 e 30. Doccia, trucco, piastra, calze, gonna, tacchi, camicetta, giacca-che-mi-strizza-le-tette e tu mi provochi? No, dai.

Sicché ho reputato opportuno iniziare a gesticolare dallo specchietto, dapprima chiedendogli esattamente quale pene, nello specifico, desiderasse e poi gli ho indicato precisamente dove recarsi.

Perché Torbella è così. Ti entra subito dentro, ti adegui.

Un classico: mi si è affiancato, inveendomi contro.

Come spesso faccio, ho replicato tirandogli baci. Li spiazzo sempre.

Rettifico: non siamo poi così tolleranti. Ma giuro che non me lo meritavo.

Peripezie stradali incluse, arrivo nel luogo del colloquio, notando già una discreta folla ad attendere sebbene fossi mezzora in anticipo.

Circa un’ottantina di candidati, atmosfera abbastanza rilassata e amichevole, nonostante fossimo tutti in competizione. Ghiotta occasione per me di osservare – come sempre – l’umanità.

E, per fortuna, non ero la più vecchia.

Non sapevamo che il colloquio sarebbe stato condotto esclusivamente in inglese.

Dall’accoglienza, la registrazione, l’esibizione dei documenti, l’illustrazione del futuro lavoro e – infine – la somministrazione del test, anch’esso in inglese.

La sala conferenze era abbastanza grande, un ampio tavolo al centro, proiettore alle sue spalle, una platea composta da due blocchi di diverse file di poltrone dirimpetto.

Entrando, il blocco sulla destra era quasi tutto occupato, tranne le prime file perché nessuno ha l’ardire di mettersi nei “primi banchi”, come a scuola.

In quello di sinistra, una sola ragazza piazzata in mezzo.

«Che coraggio!» ho pensato «col cavolo che io mi sarei messa lì esposta, da sola»

E con gli occhi le ho domandato perché stesse in disparte, lei mi ha sorriso.

Mi sono scelta un posto sul corridoio delle ultime file e mi sono accomodata.

Poco dopo mi si è affiancata una ragazza chiedendomi di farla passare.

In inglese.

Una squinzietta supponente, pure per sedersi, ha scomodato la lingua albionica per sfoggiare conoscenza.

Infine mi ha ringraziato.

Pensavo scherzasse.

Ho sorriso, io.

Quanto sono ingenua.

Era proprio convinta.

L’anima di Torbella ha risposto mentalmente per me:

«Te chiamerai Addolorata Concetta Qualcosa, verrai da un paesino tipo Vermiglione sul Tevere ma abbarbicato sul Soratte, e fai così la Splendida? Anche meno, ragazza, anche meno».

Invece, verbalmente, le ho regalato il mio più convinto, quanto fintissimo:

«You are welcome!»

Un’ora di presentazione e mezzora di test dopo, eravamo tutti fuori a goderci il sole e quattro chiacchiere, in attesa di conoscere i risultati dello scritto.

Addolorata Concetta Qualcosa in disparte, che non rivolgeva parola a persona alcuna.

Io sempre occupata a studiarmi la ricca e variegata fauna antropologica che quella giornata mi offriva.

Quelle ore in qualche modo dovevo farle passare!

C’erano quelli arrivati abbondantemente in ritardo che, voglio dire, non palesavano una grossissima affidabilità e professionalità.

Quelli che si vantavano di essere riusciti a sbirciare “Google Translate” durante lo scritto (immagino sia stato utilissimo…)

Quelli corrosi dall’attesa:

«Oddioc’honansiaaa!»

«Perché?»

«Come perché??»

«Vabbè, che te “ansi” a fa??»

Mentre tutti elogiavamo il mio essere così tranquilla e continuare a sorridere.

Il primo fattore credo sia un mix tra la propria indole e un bel po’ di vissuto: no, non mi sconvolgo per queste cose, non più. Anzi, a dire il vero, non mi sconvolge e turba quasi più niente e – a volte – lo vorrei tanto…

Non so se sia una perdita o una conquista. Devo ancora deciderlo.

Sulla risata a oltranza, se solo la gente avesse accesso alla mia mente, capirebbe perché rido di continuo…

Quel giorno, hanno contribuito al mio buonumore gli outfit improbabili degli altri candidati.

Nonostante nella mail di conferma ci fosse stato ribadito il dress code abbastanza rigido – o comunque appropriato a un ambiente di lavoro formale – da adottare per quel giorno, alcuni hanno sfoggiato creazioni degne di Carnevale.

Per esempio Lui: jeans (dei quali era stato fatto specifico divieto nella predetta scrittura); scarpa da ginnastica sporca e sformata; camicia fuori dai pantaloni che sottolineava un grembo di circa sette mesi; giacca della tuta BLUETTE con le strisce bianche.

Abbiamo un vincitore.

Kavolo cuanto sei trasgry a fregartene così della regola sull’abbigliamento! Da grande vorrei essere come te!

Se volete facciamo mezzora di manfrina sull’abito che non fa il monaco e altri modi di dire sui generis. Però, è altresì innegabile che certi luoghi di lavoro impongono un determinato abbigliamento. Altri (ed era questo il caso) prevedono anche una divisa. E, soprattutto, se è stato richiesto espressamente un dato dress code, non mi pare questa gran furbata fregarsene, visto che chi ti guarda è la stessa persona che deciderà se assumerti o meno.

La prima impressione, in questi casi, è quella che conta. Non possiamo farci granché. Un reclutatore non ha il tempo di scoprire quello che si cela dietro quelle scarpe che invocano pietà, il trucco sbavato o la camicia stropicciata. Possiamo non essere d’accordo, ma è così.

La mia Prof di Italiano ci ripeteva ossessivamente:

«L’ordine esteriore riflette l’ordine interiore!»

Quando mi vesto, penso sempre a lei e a quanto avesse ragione.

A quanto, in effetti, nei periodi di furioso caos nella mia testa e nella mia vita, io peschi roba a caso dall’armadio e l’accozzi alla bene e meglio.

Viceversa, quando sono serena, riesca e goda perfino nell’abbinare la mutanda che nessuno vede al vestito.

LO FACCIO PER ME.

Mi piace, mi fa sentire meglio e in pace.

Per questo rompo le scatole a chi inizia a trascurarsi, abbrutirsi, non tenerci più.

Non si deve fare.

Perché? Quando basta così poco per sentirsi a posto.

Quel giorno ho visto gente coi capelli unti e il mollettone.

Vestiti come ti pare, ma almeno lavati, cazzo!

Scelte sbagliate che non valorizzavano la persona, errori basilari che Enzo Miccio vi fulminerebbe all’istante, tipo la calza nera col sandalo. Questa s’è messa IL SANDALO GIOIELLO E LA CALZA NERA, DIO DEL BUONGUSTOOO!! Ti prego, se ci sei scendi e vieni a punire questa peccatrice!!

Convincendomi che se non mi fosse andata bene quel giorno, potevo sempre riciclarmi come “Consulente d’immagine”. C’è bisogno di bellezza nel mondo. #nosciatteria, lo dico sempre!

Proprio mentre stavo per iniziare a prendere sotto braccio qualcuno per riportarlo sulla retta via, ci hanno annunciato che erano arrivati i risultati.

Due erano quelli che ci avrebbero fatto il colloquio successivo: “Il figo atomico” e “Quello che faceva più paura” e che si capiva poco quando parlava. (Doveroso messaggio all’amica “Almeno un reclutatore è figo, la prossima volta devi venire”).

“Quello che faceva più paura”, test alla mano, ha invitato coloro che venivano chiamati ad accomodarsi nella sala conferenze.

Mentre vedevo sfilare uno ad uno i miei colleghi scelti, che udivano esclamare il proprio nome – Addolorata Concetta Qualcosa inclusa – esultavano e si accomodavano – mentre a noi veniva chiesto di aspettare – ho realizzato che non ero stata chiamata.

Non sono stata chiamata.

In me si è fatto strada quel senso di mestizia che ci accompagna sempre quando non veniamo scelti, quando restiamo per ultimi, a partire dai giochi a squadre da bambini, passando per i colloqui di lavoro, fino ad arrivare alle relazioni.

Non essere scelti è una merda, diciamolo.

Questo pensavo, quando ho udito la ragazza che era accanto tirare fuori un liberatorio:

«Edddaaajeee!»

«Perché, scusa?»

«Non hai capito? Hanno chiamato dentro quelli che non sono passati!»

«EH??»

«Sì, fanno vedere loro gli errori dello scritto e li congedano»

«Davvero?»

«Ce l’abbiamo fatta!!»

Mi correggo. A volte, non essere scelti è una gran fortuna.

Ah! Ed è sempre la convinzione quella che fotte la gente. (Me dispiace, Addolora’)

Ovviamente, nel colloquio successivo, come sempre nella mia vita mai in discesa, a me è capitato “Quello che faceva più paura”.

Finito il tutto, ho salutato i pochi colleghi rimasti, continuato a sorridere e trascinato i miei esausti tacchi dodici verso la macchina.

Anche il mio di aspetto era da biasimare e non mi sentivo affatto in ordine esteriormente.

Figuriamoci interiormente.

E poi ho incrociato lui:

«Wowww… Ti posso offrire un caffè?»

Dopo dieci ore sui trampoli, il sonno, una mezza febbretta che non mi abbandona da più di un mese, uno sfogo cutaneo dovuto allo stress (sì, sto messa benissimo) be’, la mia autostima l’ha amato.

Quindi, non mi sono sentita di replicargli un secco: «No».

Non lo meritava.

Meritava maggiore gentilezza.

In perfetta linea con la giornata, ho sorriso e replicato un dolce:

«Le faremo sapere!»

03.06.2017

Avrei potuto ricordare la serata del 03 Giugno 2017 come una delle più squallide della mia vita, invece preferisco pensarvi come quella volta che un tassista sconosciuto mi ha regalato un Chupa Chups, mentre stavo piangendo, per strapparmi un sorriso. 

Quella sera, la Juve disputava la finale di Champions, io ignoravo i terribili fatti di Torino e Londra mentre – nel mio piccolo mondo – era la prima volta della stagione in cui indossavo un vestito sbracciato. Calzavo scarpe nuove, borsa coordinata, i capelli sciolti sulle spalle nude, la pelle un poco ambrata, la matita fuxia sulle labbra, ed ero contenta.

Per quei pochi che ignorano da cosa derivi “Barbie Bastarda”, glielo spiego: mi viene spesso detto che sono una Bambola. Trucco e parrucco sempre impeccabili; mani e piedi coordinati e curati; perenne tacco dodici; sorriso; vestitini corti.

Nonostante questo, nonostante qualcuno si affretti a giudicarmi una sgallettata tutta apparenza e mascara, ben presto si accorge di quanto il mio aspetto cozzi col mio carattere crudo e risoluto, forse troppo forte, ma altrettanto fragile.

Non so fingere,  parlo poco e – se lo faccio – dico le cose come stanno, totalmente prive di filtri.

Non ho mai lesinato un grandioso Vaffa a chi lo meritasse. Sono una Principessa diversa che ha imparato a salvarsi da sola. Sempre e in ogni circostanza. Che preferisce la solitudine a una finta compagnia, che sa dire “NO”, subendone le conseguenze. E so essere una vera stronza, nell’accezione più ampia possibile, con chi riesce a meritarselo.

Questo a dispetto del pensiero comune che vorrebbe noi fanciulle sempre gentili, debolucce, accondiscendenti e incapaci di stare al mondo da sole senza un pene al proprio fianco e che spesso si annientano per la conquista di questo.

Col cazzo. (appunto…)

Perché, quando si oltrepassa la linea demarcata dal rispetto è doveroso girare il tacco dodici e andarsene sbattendo la porta, dimenticandosi le buone maniere.

Ed è esattamente quello che ho fatto quella sera.

Circa alle 23.30 del 03 Giugno 2017, ero in mezzo alla strada aspettando un taxi che non arrivava. Arrabbiata, delusa, ferita, ma assolutamente certa di stare facendo la cosa più giusta, seppure folle e magari pericolosa.

Non era la prima volta che compivo gesti quasi melodrammatici, in risposta a condotte squallide, ma è l’unico modo che conosco di agire, quando vengo sopraffatta dallo schifo.

Scappo via, lontano, veloce, basta.

Ho iniziato a pensare a colui che mi diceva sempre che ero troppo impulsiva, cocciuta, troppo tosta, ma troppo fragile, a cosa avrebbe pensato vedendomi lì, così.

Alla mia amica che mi aveva suggerito di non andare quella sera; all’ultima volta che ero stata esattamente da quelle parti e con CHI; a quel ragazzo con il quale parlavamo giusto il giorno prima, dello squallore di certi rapporti e di certe persone; alle tante occasioni in cui mi ero ritrovata a fuggire, per mettermi in salvo da queste.

Che nessuna favola contemplava quel che mi era appena capitato e nemmeno il comune buon senso, l’educazione, il RISPETTO che si dovrebbe a qualsiasi essere umano e soprattutto a quelli che ti sono accanto. Che magari aveva ragione chi mi stava dicendo che ero esagerata, ma il senso di disgusto che provavo dissentiva totalmente.

Che in qualche modo sarei riuscita a cavarmela e da sola, anche quella sera, e che forse avrei dimenticato presto quanto mi sentissi profondamente sopraffatta e distrutta.

Che, tra qualche tempo, sarei anche riuscita a raccontare l’accaduto ridendo – come faccio sempre – ricordando quella volta che quello mi aveva fatto, e allora – cazzomene – io ero scappata e correvo come un’invasata sui tacchi, mentre qualcuno dalle macchine ferme al semaforo mi avanzava un: «Aho a bella che te serve aiuto?» pensando che, vista dal di fuori, dovesse essere davvero una scena divertente da rimirare. Ma non da dentro…

Ho iniziato a chiedermi quante umiliazioni si debbano subire finché l’Universo Karmico non decida di ricompensarti con un premio. E, soprattutto, al misterioso motivo che mi poneva sempre dinanzi individui inqualificabili e al fottuto talento che ho nello scovarli. Se fosse colpa mia, se non dovessi crearmi più aspettative, che – sì -l’aspetto da bambolina dà un’idea di me quanto più possibile lontana dalla mia persona.

Che ho sbagliato tutto, ancora, un’altra volta, di nuovo, come sempre…

Circa alle 23.30 del 03 Giugno 2017, In mezzo alla strada, mentre aspettavo il taxi della salvezza che non arrivava – d’improvviso – mi è caduta la maschera e ho iniziato a piangere. Di lacrime troppo spesso contenute che però, prima o poi, devono uscire e sfogare. Di delusioni che si erano riproposte una a una, in un loop di fallimenti sentimentali che sarebbe potuto risultare persino comico, se non fosse stato così dannatamente doloroso. Lacrime ingrossate da speranze svanite, sogni infranti, volti da dimenticare.

Dai soliti, tanti, troppi pensieri che si accalcavano nella mia mente, mentre un copioso e moccioloso pianto rovinava la perfetta riga del mio perfetto eyeliner e io mi sentivo così ridicola e vulnerabile a piangere in mezzo alla strada, sui miei sandali nuovi, aspettando un taxi che non arrivava.

E sola.

Mai sentita più sola di così…

In quel momento è arrivato. Il mio taxi bianco, in luogo del cavallo, che mi avrebbe salvato. Il secondo che mi era stato destinato quella sera, visto che il primo – a quanto pare – non mi aveva trovato. Perché la vita ci pone davanti sempre e solo le persone di cui abbiamo bisogno per imparare, per insegnare o per essere salvati.

Sono entrata pronunciando un debole: «Buonasera» mentre tiravo su col naso. Solo poco dopo, dopo aver parlato della destinazione (che non riuscivo neanche a spiegare) il tassista ha avanzato un discreto: «Tutto bene?»

Sì, adesso sì. Adesso mi sento al sicuro, ce l’ho fatta. Adesso va bene.

Ho risposto un frettoloso:

«Tutto bene» Scoppiando subito a ridere, per quanto le mie parole fossero evidentemente in contrasto col mio aspetto pietoso.

Lui ha iniziato a parlarmi, timidamente, con discrezione, per distrarmi.

Abbiamo conversato del lavoro notturno, delle persone che si incontrano, dei problemi, finché – non ricordo nemmeno a proposito di che – ha tirato fuori un concetto a me molto caro:

«Può essere buio quanto vuoi, ma tanto la Luce – prima o poi – vince. La luce è come l’acqua, si fa sempre strada…»

Vero. Lo penso anch’io. Lo penso da sempre.

Mi parlava per calmarmi, visto che si era accorto che, appena smetteva, io ricominciavo quel pianto soffocato e disperato.

«Ti ho aperto pure il tettino, così puoi guardare le stelle»

Ho fatto cadere indietro la testa e ho ammirato: il cielo della mia Roma era splendido attraverso il vetro.

«Wow allora è proprio una carrozza

«Occhio, che è quasi Mezzanotte…»

«La scarpetta però col cavolo che me la perdo! Mi piacciono troppo queste!»

«La vuoi una gomma?»

«No, grazie…»

Pausa. Silenzio.

«Tieni, allora prendi questo»

Ed eccolo lì, il Chupa Chups, il vero protagonista della serata.

Sono scoppiata a ridere e ho ringraziato.  L’ho osservato per un po’ e l’ho risposto in borsa.

Mi sono sentita come una bimba da coccolare, viziare. Felice per tutta l’umanità che avevo percepito durante quel breve tragitto e da un gesto così semplice e apparentemente insignificante.

«Che fai, lo conservi?»

«Sì, me lo tengo. Così, ogni volta che lo guarderò, penserò al bel gesto che ho ricevuto da uno sconosciuto, una sera che piangevo»

«Certe volte una piccola cosa fa un’enorme differenza»

«Vero. Nel bene e nel male…»

Pensando a colui che, ormai lontano, avrebbe dovuto trattarmi da Principessa almeno per quella sera e invece aveva confuso la favola.

«Comunque sei molto più bella adesso di quando sei salita. Perché adesso stai sorridendo».

Ed è stato solo merito tuo Parma non-mi-ricordo-il-numero del Radio Taxi 3570 di Roma. Di cuore, GRAZIE. Per avermi salvata e per avermi trattato da Principessa, come meritavo. Come merito sempre.

Dobbiamo essere Principesse indipendenti che si mettono in salvo da sole, però a volte, è davvero bello deporre l’armatura e lasciarsi salvare, curare e consolare.

Ma non da chiunque.

 

SE TE LA VOGLIO DARE, TE LA DO GRATIS (E VICEVERSA…)

FATTI: Udine, tempi moderni. Un ragazzo di 27 anni denuncia ai Carabinieri una ragazza di 24 perché, dopo aver speso ben 200 euro al primo appuntamento, lei non si è concessa.16 - spende 200 euro denuncia perchè non gliela da

Il gentiluomo ha così commentato (cito testualmente): «È uno schifo, se Dio ti ha fatto la figa è perché devi darla, sennò ti faceva un altro braccio. Ho speso 200 euro per lei e sta scema nemmeno un pompino mi fa! Ragazze così andrebbero denunciate per falsità d’intenti, prima si fanno offrire le cose e poi nemmeno in camporella vogliono andare! Noi ragazzi dobbiamo unirci, anzi, creerò una fondazione in nostra tutela..»

…Creala, ti prego. Così magari vi riunite tu e tutti quelli che la pensano come te e riusciamo ad  identificarvi più facilmente.

Mio caro, permetti che ti dica un paio di cosine…

Considera che lei aveva dimostrato almeno una certa propensione a dartela. Avendo accettato di uscire con te, stava sinceramente considerando di dartela. Perché se una non se lo sogna proprio non ci esce con te, fidati.

Considera che, generalmente, una ragazza ne ha un pochino le scatole piene di quelli che la cercano solo per… Le chiedono il numero solo per… La riempiono di complimenti solo per… La invitano ad uscire solo per… E la maggior parte delle volte neanche le accetta tutte queste proposte!

Poi arrivi tu. Il tuo aspetto lo ignoro, ma le proponi un cinema, una cena e un dopocena. Quindi vi vedete sul presto, quindi hai REALMENTE l’intenzione di passare tutta una serata con lei per conoscerla meglio. Questo passa nella testa di lei. Già con questo partivi in vantaggio, lo sai? Se le avessi proposto vediamoci DOPO cena, già lei avrebbe storto il naso, fidati. DOPO cena è tardi, già sa di losco, uhmmm non mi piace come proposta. Ma la tua era perfetta! Accetto sì!

Perché noi donnine siamo così, siamo impastate col Lieto Fine e il Principe Azzurro, non ci possiamo fare niente, ci crediamo sempre!

E che purtroppo le favole finiscono spesso in tragedie e i principi si rivelano dei veri cretini…

Ma tu no! Tu sei un gentiluomo! Tu vuoi passare più tempo possibile con me e non mi permetti di pagare nulla, perché un gentiluomo fa così! Almeno le prime volte…

Ecco con quale spirito la poverina è uscita con te.

E l’hai fatto sul serio! La sei andata a prendere, avete chiacchierato, mangiato, bevuto, riso, entrambi intenti a dare il meglio di voi stessi (sicuramente tu di più) cercando argomenti, interessi comuni, battute brillanti, non lesinando sguardi sornioni e ammiccamenti vari. La serata perfetta. Lei avrà pensato (ma non te lo dirà mai) «È eccezionale, quanto sto bene, non posso sbagliare con lui. Non posso andarci a letto la prima sera, poi chissà che pensa di me?? Poi dovrà essere perfetto, un’occasione speciale, dovrà essere naturale…»

Perché noi donne siamo sceme così, lo sai. Una donna che porti fuori per un’intera serata lo sai che ragiona così, no? Perché sennò ci avresti provato subito appena conosciuta, o sbaglio?

Ecco.

Io mi immagino la scena in cui lei, sicuramente giustificandosi, confidando che il gentiluomo avrebbe senz’altro capito e un pochino disturbata dal fatto che tu gentiluomo ci abbia provato la prima sera (perché il gentiluomo serio la prima uscita neanche ci prova…) ti ha detto quasi piangendo:

«No, tesoro scusa ma stasera non me la sento proprio… »

E tu, che sei un vero gentiluomo, le hai risposto:

«Va bene, allora fammi un pompino!»

Ecco.

Lei non solo si è sentita delusa, umiliata, scoraggiata, frustrata, e tutti gli aggettivi in -ata che ti vengono in mente che descrivono sentimenti di tristezza e delusione, ma alla fine si è anche sentita dire:

«E adesso ti denuncio pure!» …denunciATA…

Mio caro, non dovrei dirtelo – perché a 27 anni dovresti saperlo – ma forse quelli come te sono abituati a comprare tutto e non le sanno queste cose. Comunque ogni uomo comune sa che, non dico tanto, ma se ripetevi quella sera almeno un altro paio di volte, lei te la dava eccome. Anzi, pure se la portavi a mangiare dallo “Zozzone” spendendo 5 euro, se lei te la voleva dare, te la dava.

Pure se le dicevi «Tesoro ci prendiamo della pizza a taglio, una birra e andiamo a vedere le stelle?»

Te le avrebbe fatte vedere lei le stelle, fidati.

Perché noi donne saremmo sceme ad amare queste cose, ma tu hai dimostrato di essere ancora più scemo di noi. E hai speso pure 200 euro per fare il figo, coglione!

Perché non è che te l’ha chiesto lei di spendere 200 euro. Libero arbitrio… Hai presente?

Quindi tu con questa bravata della denuncia non la vedrai mai.

Non solo. Sarai identificato per sempre come “Quel coglione che ha denunciato quella perché non gliel’ha data”

Quindi qualsiasi donna, per solidarietà o per principio, non te la darà più.

…Mi correggo. Potrai puntare a quelle cerebrolese che generalmente scrivono ai serial killer in galera «Da quando ti ho visto in tv al processo non faccio che pensare a te… Sono certa che sono state quelle donne a provocarti perché nei tuoi occhi ho visto la bontà. Mi vuoi sposare?»

È vero. Spesso sopravvaluto il genere femminile. Quindi consolati mio caro, che qualcuna che te la darà sicuro la troverai. Anzi, qualcuno per favore consoli me per questo…

Se fossi in lei ti denuncerei io per truffa, falso ideologico, e soprattutto per delusione multipla!

Comunque, per il futuro, se non vuoi correre rischi ed essere certo di portare a casa il risultato, quando avrai 200 euro e sarai infoiato, a Roma c’è la Salaria, ad Udine ci sarà qualche via equivalente pregna di “signorine da compagnia”. Perciò ti consiglio vivamente di rivolgerti a loro, stai tranquillo maschio alfa che con 200 euro non ti diranno mai di NO…!

Prima pubblicazione: 18.07.2013

Lo trovi anche QUI.

NdBB: la notizia era una bufala, ma il divertimento scaturito dalla mia risposta è stato assolutamente reale. Questo articolo è stato, per oltre un anno, al vertice della classifica degli articoli più letti e commentati del sito Notizie.it. A distanza di ANNI, continuo a ricevere messaggi di insulto o di complimenti per il suddetto. 😉