TU, IO & TINDER

Questa roba non fa per me.

Sebbene la mia permanenza sia durata tre giorni e abbia praticato molto poco, mi ha aperto un mondo nuovo che almeno ora posso disdegnare con maggiore cognizione.

Questa roba non fa per me.

L’ho già detto?

Non fa per me.

Ho perso il conto della gente che mi aveva invitato a iscrivermi su Tinder, Badoo, Lovoo & affini, che ne decanta meraviglie, soprattutto un amico che nel mondo virtuale ha conosciuto la propria moglie mi aveva spinta a provare, a mettermi in gioco, a dire “Chissà…”.

Così, in una serata fredda e noiosa, nonostante la mia riluttanza mi sono detta: be’, che male c’è?

Se non mi piace, mi cancello. Voglio provare, sono curiosa.

E così ho fatto.

Innanzitutto Tinder ti chiede se tu voglia registrarti col numero di telefono o collegarti dal profilo Facebook. Certo, come no. La mia spedizione in incognito non contemplava questa opzione, quindi ho rispolverato un numero di servizio adattissimo a tal uopo.

Ti fa caricare quante foto vuoi e scrivere qualche info su di te, opzionale.

Io ho scelto la bellissima foto che vedete, corredata da due righe che mi inquadravano abbastanza bene.

(mancava solo che mettessi un cartello con su scritto “Do solo un’occhiata. Solo quella, non do altro”).

Poi ti fa attivare la geolocalizzazione per scovare gente vicina a te, o in un range di chilometri variabile, che puoi decidere tu.

Anche la fascia di età delle persone da visualizzare, puoi sceglierla tu.

Così come se vagliare uomini o donne.

Infine, parte il gioco e sulla schermata iniziano ad apparire profili di gente che corrisponde a quanto cerchi.

Se chi vedi ti piace, metti un cuore, altrimenti scarti.

Se il tizio ti cuora a sua volta, c’è un “Match” e potete scrivervi.

Oppure, scorri a sinistra per scartare, a destra per approvare (o è il contrario, ancora devo capirlo).

Questa funzione è terribile, perché se il tipo ha più foto, tu le scorri ma poi decidi di tornare indietro per visualizzarle di nuovo, ti parte il like novanta volte su cento.

Credo di aver visionato così tante “offerte” solo su Amazon. Con una voracità da curiosa/maniaca/bulimica di conoscenza quale sono. Tanto che, a un certo punto, anziché la ricerca dell’anima gemella, sembrava più un tentativo di un nuovo record nel gioco “Vediamo quanti riesco a farne fuori in sessanta secondi”.

I parametri usati coincidevano abbastanza con quelli che uso nella vita vera, che forse in maniera un po’ troppo frettolosa mi fanno scartare papabili pretendenti.

Uno su tutti: le sopracciglia ad ali di gabbiano.

Ogni anno, milioni di ormoni femminili vengono uccisi dalle sopracciglia maschili ad ali di gabbiano.

Ferma anche tu questa mattanza!

Denuncia i portatori e le estetiste che gliele fanno.

Ragazzi, non so dirvelo in maniera più aulica e raffinata, quindi ve la beccate come mi viene:

«NON VE SE PO’ GUARDA’!! Meglio il pelo, credetemi, che uno più spinzettato di noi!
Quando vi vedo così perfettamente depilati, mi viene sempre l’istinto di chiedervi il numero… della vostra estetista!!

Ad interagire con un gabbianuto non riesco proprio, è più forte di me.

Quindi, via gli spinzettati. Stragrande maggioranza, peraltro.

Molto, molto in voga anche gli “Espositori della mercanzia”, ovvero coloro i quali mostrano esclusivamente foto di pancia, addominali e pacco.

Quanto sta il culatello ‘sta settimana? Una cosa così.

Anche no, grazie.

Da escludere anche i portatori esclusivi di occhiali da sole.

No, tesoro. Io ti devo vedere gli occhi, lo specchio dell’anima, quelli che mi punti addosso.

Vabbè che siamo tutti più fighi con gli occhiali da sole, ma gli occhi sono fondamentali.

Se non riesco a scorgerteli, Ciaone.

Eliminabili anche tutti i fanatici del selfie in bagno, tazza in vista, o con aria lasciva sdraiati sul letto. Non so se più in posa da after sex o da after toilette.

Così come i “filtrati”. Gente, sul serio, un conto è migliorare un pochino una foto. Ben altro piallare e illuminare qualsiasi superficie epidermica tanto da sembrare manichini, o incerati, o fondotintati o manichini incerati fondotintati.

Se nelle donne posso quasi arrivare a capirlo (ho detto quasi, perché certe fanciulle che vedo nella foto, poi per strada non le riconosco e viceversa) negli uomini lo trovo raccapricciante.

Decisamente più invitanti le foto nei quali “l’offerente” mostrava un bel sorrisone, semplicità, rilassatezza, sopracciglia folte e non-posa da macho.

Finalmente! Gli uomini sani li fabbricano ancora!

Solo dopo aver scorso un bel po’ di profili, mi sono accorta non solo che alcuni avevano più foto, ma anche che c’era una sezione “info” nella quale leggere quanto avessero scritto e l’eventuale collegamento al profilo Instagram.

Un altro mondo.

(sbirciato sempre cercando invano di non buttare “like” a caso).

Innanzitutto ho imparato che su Tinder i centimetri sono molto importanti.

Parecchi, infatti, riportavano la propria altezza. Deve essere una delle domande più gettonate.

Possibilità di segnalare qualsiasi profilo. Tenetelo a mente.

Infiniti disclaimer degli uomini sul non volere una donna in cerca di follower, o pompata, filtrata, plasticata (cito testuale), bensì alla ricerca di una donna diversa, sostanziosa, di qualità.

Davvero?

Ammetto di aver riso. Ché sulla carta si dichiarano tutti santi e in cerca della donna “seria”, poi nella realtà basta che sia ancora calda. Ché le donne rifatte/filtrate/posticce sono biasimate ma continuano ad essere quelle che hanno più successo. Ché io sono una donna che – apparentemente – ricercano tutti, ma sempre single resto.

Come me lo spiegate?

O gli stronzi li incontro solo io?

A questi proclamatori della sapiosessualità, due domandine indagatorie avrei voluto fargliele. Per sapere, capire o farmi raccontare Tinder dal punto di vista maschile.

Questo l’ho trovato snervante. L’incapacità di non poter assolutamente comunicare, senza un match.

Mi correggo, si può. Se paghi.

Come si può scoprire chi ti ha cuorato, se paghi.

Come puoi annullare un’azione e tornare indietro, se paghi.

Come puoi essere tra i profili “sponsorizzati”, se paghi.

Capito?

Dalle info dei vari profili, ho scoperto molte altre cose.

Spesso vengono scritte in diverse lingue, perché?

Semplicissimo.

Per cuccare le straniere in visita in Italia che vogliono verificare la decantata efficienza del maschio italico.

E i nostri patriotticissimi uomini pensate si tirino indietro? Giammai!

Specifiche offerte fatte a turiste per caSSo, comprensive perfino di servizio di guida per la città.

Vale anche il contrario: se ti trovi in qualsiasi parte del mondo e cerchi compagnia, Tinder e la sua geolocalizzazione ti possono aiutare!

Ho trovato spesso anche l’acronimo “Only Ons” che ho dovuto googlare per capire cosa significasse.

Sta per “One night stand”.

Io sono antica e la chiamo ancora “Una-botta-e-via”.

E mentre ero lì che fagocitavo profili a non finire, chiedendomi se fosse il caso di iniziare a cuorare qualcuno, perché – domanda fondamentale – ma se poi matchiamo, a questo che gli dico?

Tinder mi informa che avevo ricevuto un paio di conferme.

(ma chi li ha cercati questi?? Mah!)

Mi scrive il primo.

Decido di essere brillante e socievole e non la solita stronza asociale.

Gli rispondo con simpatia.

«Perché hai questa foto?»

«Sono qui per curiosità da due giorni, non mi andava di mettere una mia foto»

Tre messaggi dopo:

«Perché la foto di questo cartone animato?» (CARTONE ANIMATOOO!!)

«Ehm… te l’ho già scritto»

Ma cazzo, almeno la presenza mentale di memorizzare due messaggi di numero, DUE, no, eh???

Decido che posso archiviare la brillantezza, la cortesia e – su tutte – questa scialba conversazione.

Tinder 0 – BB 1.

Ho beccato diversa gente che conosco. E ho considerato che forse conosco davvero troppa gente, anche rammaricandomene.

Finché non ho pizzicato LUI: un caso umano di vecchia conoscenza.

Mentre ero intenta a fare lo screenshot da inviare all’amica comune per percularlo,  mi parte il like!

Mannaggia il karma.

E subito il solerte Tinder mi informa che “It’s a Match!”

Quindi lui mi aveva già cuorata. Come, sospetto, qualsiasi altra vaginomunita presente nella chat.

È importante che vi faccia il riassunto delle puntate precedenti: mi aveva aggiunta tempo fa su Facebook. Una mia cara amica in comune.

Avevo accettato l’amicizia perché – viste le mie doti fisiognomiche seconde solo alla capacità di una nonna che prima di chiamarti col nome giusto elenca tutto l’albero genealogico – non ero certa di NON conoscerlo.

(e questo la dice lunga pure su quanto, eventualmente, mi avesse colpita).

Lui si era limitato a scrivermi un «Sei bellissima» ed era finita lì.

Mai una domanda, uno scambio, un parlare curioso e civile, nulla.

Appurato che, di fatto, non lo conoscevo, me l’ero tenuto tra le amicizie ad esclusivo scopo antropologico, ovvero per le perle con le quali riusciva a rallegrare le mie giornate.

Mi faceva incazzare – oh sì – con tutti quei discorsi superficiali sull’apparenza delle donne, dimostrando la sua incessante attività di incontri virtuali, su quanto lui fosse BELLO e non avrebbe mai avuto problemi col gentil sesso.

Bello, opinabile, ma a quanto pare ancora single e in perenne ricerca.

Perché nella vita, ricordate, l’importante è crederci.

Dimostrando in ogni occasione, quanto possedesse una profondità pari a quella di una pozzanghera.

Mi scrive.

Gli rispondo che ho fatto un casino coi like, che ci conosciamo già, che siamo amici su Facebbok e cerco di tagliare il più corto possibile.

«Non ho più Facebook, non ho capito chi sei»

Te pareva.

(era un po’ che non mi apparivano le sue perle, ora che ci penso…)

Aveva trasferito tutta la sua attività su Instagram – palesando ancor di più il suo immenso interesse per la sostanza – social più immediato, più completo se interessa solo l’involucro di una persona. Perfetto per lui.

Mi scrive il numero.

«Mandami una foto, giuro che dopo la cancello!»

AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH.

Sì, certo aspettali.

Foto e numero.

Continuo a chiedermi perché la gente abbia voglia di elargire a chicchessia il proprio numero di telefono.

Sarà uno di quelli che trascriverò in un bagno dell’Autogrill.

«Aspetta, ti aggiungo su Instagram!»

Ecco qua.

Mi ha costretta a riaprire il social delle foto, dopo mesi che non lo facevo. Perché ce l’ho, sì, ma non lo so usare e non mi interessa farlo.

Ne ho approfittato per accettare qualche richiesta.

Nel frattempo, lui ha cominciato a likeare tutte le mie foto. Tutte e TRE.

Ho chiuso tutti i social e staccato la connessione.

Per me era davvero troppo.

Mi sono rituffata nel mondo reale.

Quello contingente, senza filtri, fatto di tatto e odori.

Ho continuato a pensare al Favoloso Mondo di Tinder, al perché io non lo trovassi così favoloso, agli sbagli che potevo aver commesso, però stupendomi di quanti – QUANTI! – uomini si trovassero ad un massimo di cinquanta chilometri da me.

Allora perché non li incontro nel reale?

Perché magari anche loro se ne stanno a casa, con un telefono in mano.

La mattina seguente, mi ero imposta di approfondire la questione e applicarmi di più.

Apro l’app e mi informa che “Ops qualcosa è andato storto!” provo a registrarmi di nuovo e idem.

Realizzo di essere stata bannata, probabilmente a seguito di una segnalazione del profilo.

Evidentemente la foto della Barbie non è piaciuta. Peccato.

Tutto va come deve andare.

Io sono antica.

Un uomo lo devo vedere, annusare, toccare, devo sentirne la voce, devo godermi i suoi occhi addosso a me, mirarne il sorriso.

Sta roba non fa per me.

Adesso lo sa pure Tinder.

 

7 LIBRI IN 7 GIORNI

Durante le ferie, cerco di smaltire maggiormente l’enorme quantità di libri che ho acquistato, ma che non ho mai letto.

Quelli che mi scelgo con cura e altri che mi ritrovo nella libreria, chiedendomi come, quando e perché ci siano finiti.

Visto che nulla capita per caso – e gli innumerevoli libri sulla quantistica che ho letto lo dimostrano – questi testi, a diversi livelli, mi hanno fatto riflettere.

I libri che ci segnano sono quelli ai quali ci ritroviamo a pensare spesso, alla storia, ad alcune frasi, alle sensazioni che ci hanno fatto provare, per questo vorrei parlarvene.

Non vedevo l’ora di avere del tempo per gustarmi “Il maestro delle ombre”, di Donato Carrisi. Ultimo libro della “Trilogia di Marcus e Sandra” iniziato con “Il tribunale delle anime” poi seguito da “Il cacciatore del buio”.

Consiglio caldamente di leggerli nell’ordine di pubblicazione, per avere una panoramica sulla storia più puntuale e di maggiore comprensione.

Da romana, detesto Carrisi, perché mi ha spiattellato tutta la mia ignoranza a proposito di luoghi, meandri e angoli di Roma da lui così meravigliosamente descritti.

Viceversa, si riesce perfettamente ad assaporare dai suoi scritti quelli che si conoscono già, così bene compenetrati nella sua storia, tanto da diventarne parte integrante.

Immaginare la distruzione della mia Roma – attuata in questo libro – è una delle cose più dolorose che potessi mai leggere.

La bellezza della Capitale contrasta con tutta la violenza, i peccati, le perversioni, il male che viene sviscerato in questa trilogia.

Carrisi ci allena ad avere buona memoria, a far caso ai dettagli, alle “anomalie”, come le chiama lui. A guardare in faccia il male e la violenza, che possono provenire anche da chi non sospetteremmo mai.

Ci svela parte dei segreti che si celano in quel piccolo Stato autonomo che detiene il potere spirituale, e molto altro.

Ci fa interrogare su quanti effettivamente ne sappiamo e quanti saranno tramandati solo a pochi eletti, nei secoli dei secoli, Amen.

Soprattutto, dopo aver aspettato per ben tre libri che Marcus e Sandra finalmente copulassero… Niente, non ve lo dico per non spoilerare.

«Era vero: la vita aveva bisogno di distruzione per andare avanti. […] L’esistenza è una catena di eventi e se non si impara ad accettare quelli dolorosi, non si ottiene alcuna felicità come ricompensa. […]

C’è un luogo in cui il mondo della luce incontra quello delle tenebre. È lì che avviene ogni cosa: nella terra delle ombre, dove tutto è rarefatto, confuso, incerto. Noi siamo guardiani posti a difesa di quel confine. Ma ogni tanto qualcosa riesce a passare… »

 

Di tutt’altro registro “Stronze si nasce” di Felicia Kingsley. La Kingsley è divenuta famosa col suo precedente romanzo, che io non ho letto perché non leggo mai i libri che “hanno letto tutti” o che “vanno di moda”.

Romanzo “leggero”, ma da non sottovalutare.

La stronzaggine è stata abbastanza trattata in letteratura moderna [io stessa l’ho inserita perfino nel titolo del mio libro].

Esistono svariati manuali che insegnano a diventare una perfetta stronza, nell’accezione più ampia del termine.

Del mio amatissimo Giulio Cesare Giacobbe, ricordo “Come diventare bella, ricca e stronza” e “Il fascino discreto degli stronzi”.

Scrittura fluente  e vivace, arricchita nell’incipit di ogni capitolo da citazioni tratte da canzoni o serie tv (adoro le citazioni, non ci posso fare niente!)

Se nella vita vi siete sentiti spesso soccombere di fronte a qualche Stronzo, se avete subìto da questi angherie e ingiustizie varie, se vi siete interrogati se, davvero, Stronzi si nasce o lo si può diventare, questo è il libro che fa per voi.

Una stronza la conosciamo tutti: è quella che attira costantemente l’attenzione; che calpesta chiunque intralci il proprio cammino; che “usa” abilmente le persone come proprie pedine riuscendo perfino a far credere loro di essere una buona amica; è quella priva di scrupoli, etica, regole morali.

È quella che, poi, ti frega pure il ragazzo.

Nel libro, la Stronza dapprima fa credere alla protagonista che le attenzioni che riserva al suo amato, sono solo atte a preservarlo da altrui interessi, poi – come da copione – glielo ruba.

Capitò anche a me.

Serata col mio tipo e una mia amica, molto impegnata a elargirgli battutine e complimenti e pacche sulla spalla e carezze e “trescamento vario”, repertorio completo.

Appena lui si allontanò, alla mia richiesta di spiegazioni, lei rispose candidamente:  «Te lo sto scaldando…» (le donne sono delle creature eccezionali).

Al che io dissi: «Ciccia, mica è un diesel! Basta che te ne vai e ci accendiamo subito, fidati».

Non so se Stronze ci si possa diventare, magari – col tempo – si impara a reagire e a trattare gli stronzi come tali, però consiglio sempre di agire secondo coscienza e come “vorremmo essere trattati noi”.

A beneficio del Karma. (che quello è stronzo e puntuale davvero)

Vi spoilero che c’è un Lietissimo Fine, abbastanza scontato, ma che ben si coniuga col genere letterario nel quale questo libro si può inserire. E a noi femminucce l’Happy Ending piace.

«Tu sei una donna costosa, Allegra. Costi tanto in energie, in impegno, in attenzioni, in sentimenti. Hai idea quanto costi, ogni volta, guardare i tuoi occhi e non voler vederli mai piangere? Costi tanto quando sorridi, perché un uomo si strapperebbe il cuore se il tuo sorriso si spegnesse anche per un secondo. Tu costi l’anima di chiunque sia disposto a dartela e a non riaverla indietro. Meriti un uomo che invece di pregare Dio chiama il tuo nome, e si sente salvo da tutti i suoi peccati. Tu meriti un uomo che ti ama. Ti amo tanto da stare male».

 

“Mi dicevano che ero troppo sensibile” Federica Bosco.

Ho iniziato ad amare Federica Bosco col suo libro d’esordio “Mi piaci da morire”, poi divenuto il primo di una trilogia. Scrittura entusiasmante, ironia impeccabile, alternanza perfetta di copiose risate a lacrimoni. Col tempo ha affiancato a tali scritti diversi manuali sempre concernenti “come fare a” – problema amoroso.

Ultimamente ha subìto una svolta personale che ben si evince dal libro in oggetto.

Una guida, quasi un diario attraverso il quale l’autrice – esponendo episodi della sua vita e affiancandoli a puntuali studi compiuti sull’argomento (su tutti quelli di Elain Aron psicoterapeuta americana prima a studiare il tratto) – illustra e insegna come si può riconoscere e convivere con l’ipersensibilità. Sfruttandola come la nostra dote speciale.

«Essere una persona altamente sensibile significa cogliere mille sfumature in ogni dettaglio, sentirsi sommersi dalla stimolazione del mondo esterno ma anche da quello interno, sentirsi fuori posto, nel luogo sbagliato e mai giusto, sentire tutto con intensità, sia le cose positive che quelle negative, e nel contempo faticare per farlo comprendere agli altri».
Per chi si sente il famoso “vaso di coccio tra vasi di ferro”;

per chi si sente perennemente fuori posto;

per chi passa gran parte del proprio tempo a rimuginare e riflettere;

per chi sente spesso la necessità di strasene per conto proprio;

per chi si sente un po’ “Strega”;

per chi non ha ancora capito di appartenere alle fila degli ipersensibili e speciali, consiglio questa lettura.

«L’emisfero destro è quello dell’emotività, delle arti; quello sinistro è quello della pragmaticità, del calcolo, del mondo insomma. Come a dire, gli artisti (a destra) e gli imprenditori (a sinistra). A seconda di dove hai l’intelligenza sarai più o meno in balia delle tue emozioni. L’ipersensibile sente tutto prima dal cuore che dal cervello, ciò che sta fuori arriva come uno tsunami di emozioni, qualunque cosa prende un’enorme importanza, non riesce a farsi scivolare addosso nulla. Quindi nell’arco della giornata sono milioni le emozioni che giungono addosso e tutte hanno la stessa importanza. Immaginati lo stress. […]

Ho sempre saputo di essere troppo sensibile. Fin da quando ero piccola mi accorgevo di non percepire le cose come gli altri bambini, ma di sentirle in maniera molto più profonda, intensa, lacerante, da qualche parte fra il cuore e la pancia. Però non riuscivo a esprimerle in nessun modo…»

 

 “Splendi più che puoi” Sara Rattaro

La Rattaro è balzata agli onori e oneri dell’editoria vincendo il Premio Bancarella nel 2015.

Il titolo è un omaggio a Pasolini e contrasta parecchio col contenuto. Perché il libro parla di violenza domestica ed è una storia purtroppo vera.

L’inizio di ogni nuovo capitolo è preceduto da riferimenti storici sulle svolte della nostra giurisprudenza in merito alla disciplina del diritto di famiglia e la violenza domestica . Da mezza-giurista ho apprezzato particolarmente, e risulta molto, molto, molto, avvilente come alcune “conquiste” delle donne siano avvenute con tanto colpevole ritardo e/o leggerezza.

«Solo nel 1981 non avrebbe trovato più spazio nel nostro ordinamento l’istituzione del “matrimonio riparatore”, che prevedeva l’estinzione del reato di violenza carnale nel caso in cui lo stupratore di una minorenne accondiscendesse a sposarla salvando l’onore della famiglia».

Mi piacerebbe dirvi che è un libro semplice, scorrevole e godibile. Non lo è affatto. Leggerlo mi ha fatto male, mi ha accompagnato un pugno allo stomaco per tutto il tempo.

Ho ricordato episodi simili accaduti a me, ad alcune mie amiche, alla consuetudine con la quale, ormai, ne udiamo notizie ogni giorno e che si concretizza nel neologismo “femminicidio” a conferma di un fenomeno talmente diffuso, da meritare un nome proprio.

Ho riconosciuto degli atteggiamenti e dei campanelli d’allarme che abbiamo il dovere di ascoltare sempre.

Mi ha costretta, ancora di più, a guardarmi intorno, a controllare se vi siano segnali evidenti di quello che tutte temiamo.

A impegnarmi per prevenire che accada a me, a te, a chi ho accanto, a tutti.

A chiedermi come sia possibile che quelli che dovrebbero prendersi cura di noi, possano arrivare a manipolarci e soggiogarci.

«L’amore non chiede il permesso. Arriva all’improvviso. Travolge ogni cosa al suo passaggio e trascina in un sogno. Così è stato per Emma, quando per la prima volta ha incontrato Marco che da subito ha capito come prendersi cura di lei. Tutto con lui è perfetto. Ma arriva sempre il momento del risveglio. Perché Marco la ricopre di attenzioni sempre più insistenti. Marco ha continui sbalzi d’umore. Troppi. Marco non riesce a trattenere la sua gelosia. Che diventa ossessione. Emma all’inizio asseconda le sue richieste credendo siano solo gesti amorevoli. Eppure non è mai abbastanza. Ogni occasione è buona per allontanare da lei i suoi amici, i suoi genitori, tutto il suo mondo. Emma scopre che quello che si chiama amore a volte non lo è. Può vestire maschere diverse. Può far male, ferire, umiliare. Può far sentire l’altra persona debole e indifesa. Emma non riconosce più l’uomo accanto a lei. Non sa più chi sia. E non sa come riprendere in mano la propria vita. Come nascondere a sé stessa e agli altri quei segni blu sulla sua pelle che nessuna carezza può più risanare. Fino a quando nasce sua figlia, e il sorriso della piccola Martina che cresce le dà il coraggio di cambiare il suo destino. Di dire basta. Di affrontare la verità. Una verità difficile da accettare, da cui si può solo fuggire. Ma il cuore, anche se è spezzato, ferito, tormentato, sa sempre come tornare a volare. Come tornare a risplendere. Più forte che può».

Nota lieta, scema e sdramatizzante: uno dei personaggi porta il mio nome. Visto che non mi capita mai, sono stata parecchio contenta.

“Novecento” Alessandro Baricco.

Sebbene conosca il film a memoria e lo ami sempre di più ogni volta che lo vedo – mea culpa – non avevo mai letto il libro.

Sono rimasta perplessa dalla lunghezza: appena novanta pagine, e ho pensato che la sceneggiatura della trasposizione cinematografica fosse stata arricchita un bel po’, dato che il film dura quasi tre ore.

No. Baricco espone tutto e bene in “poche” righe.

Il libro si presenta come un copione teatrale che sarebbe davvero entusiasmante vedere in scena!

La storia la conoscete, e se non la conoscete vi invito a colmare questa immensa lacuna, e posso descriverla con una sola parola: emozionante.

Si ama lui, la sua singolare storia, la scrittura così coinvolgente ed elegante di Baricco, i suoi ragionamenti  illuminanti e meravigliosi.

A partire dalla sublime e raffinatissima metafora dei quadri che cadono. FRAN!

«Anche solo le strade, ce n’era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una. A scegliere una donna, una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire.
Tutto quel mondo, quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce. E quanto ce n’è.
Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A viverla…
»

T.D. Lemon ha ragione, come facciamo a scegliere e a essere sicuri delle nostre scelte? Come facciamo a limitare la nostra vita, quando c’è un’infinita pletora di possibilità che ci si offrono? Come facciamo ad avere il coraggio di decidere, sapendo di poter sbagliare?

Vi chiederete questo. Vi chiederete se sia ragionevolmente possibile farlo.

Vi risponderete che la vita è fatta di scelte, noi siamo le nostre scelte. Ed è preferibile scegliere e fallire, che rimanere a guardare.

«Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli suon buoni tutti, sapeva leggere la gente. I segni che la gente si porta addosso: posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia… Tutta scritta, addosso. Lui leggeva, e con cura infinita, catalogava, sistemava, ordinava…»

“Storie di ordinaria follia” Charles Bukowski.

Ho inframmezzato le letture di questi testi, con il ripasso dei quarantadue racconti che compongono il libro di Zio Hank.

Se non l’avete mai letto veramente e volete approcciarvi a lui, potete cominciare da qui.

Sesso, cavalli, alcool, sesso, Amore, sesso.

Bukowski lo amo, ma me lo devo centellinare. Perché incrementa di brutto la mia voglia di birra e di… altro.

Adoro quella sua scrittura sporca ed essenziale (magistralmente tradotta, a mio avviso).

Non mi stupisce che lo Zio Hank all’epoca sia stato bistrattato e ostracizzato. Il suo tipo di narrazione esplicita, così verosimile e senza orpelli, che ben descrive vizi e debolezze umane, mal si concilia col politically correct che tanto ce piace. Allora più di ora.

A parer mio, sarebbe stato un bene se fosse rimasto un prodotto di nicchia e non così conosciuto e fruibile, tanto da essere relegato a mera didascalia a corredo di selfie discutibili e foto di tette.

Mi dispiace, Hank!

Ma, come dice lui: «La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto».

La citazione è veramente sua [ormai tutto quel che gira su internet viene attribuito a Bukowski, la Merini e Oscar Wilde. Anche robaccia che non avrebbero mai detto. E nessuno si prende la briga di verificare la paternità delle parole.]  e la trovate in questo libro.

«Quando chiusero il locale ce ne andammo su da me. Avevo della birra e ci sedemmo a chiacchierare. Fu allora che avvertii quanto fosse gentile, percepii la bontà che era in lei. Si tradiva a sua insaputa. Poi però si ritraeva, ritornava selvatica, d’uno balzo, piena d’incongruità. Balzana. Schizoide. Una bellissima schizoide spirituale. Forse qualcuno, qualcosa, poi l’avrebbe rovinata per sempre. Io speravo che non toccasse a me».

 

“Molestie per l’estate – Le 7 volte che non ricordavo”

L’autrice è Stella Pulpo, che ho avuto modo di apprezzare personalmente lo scorso anno col suo romanzo d’esordio “Fai uno squillo quando arrivi” e da un po’ più di tempo, grazie al suo fighissimo e illuminantissimo blog “Memorie di una Vagina”.

Partendo dallo scuotimento di coscienze scatenato dal movimento #MeToo, si interroga se sia mai stata lei stessa oggetto di molestie.

«Nessuno mi ha mai molestata, com’è possibile? Dev’essere colpa della mia stazza, ho pensato. Peso quanto un uomo magro e in alcuni periodi della mia vita ho superato il peso medio di un uomo sano, alto 1.85 e sportivo. Insomma, forse non ero appetibile. Forse, non avevo l’aria (e la taglia) di una indifesa, o fragile, o molestabile. Magari, semplicemente, non ero preparata sul tema. Non ci avevo mai riflettuto abbastanza».

Scoprendo che, pensandoci bene, lo siamo state tutte.

Perché anche tu ti trovi a ricordare “Quella volta che…” è successo a te.

Anche se si tratta di episodi sepolti nei meandri della memoria, magari stigmatizzati dalla tenera età degli attori che – sicuramente – in preda ai subbugli ormonali, neanche si rendevano conto del fastidio che arrecavano.

E neanche noi ci rendevamo conto. Perché non avevamo né l’esperienza, né gli strumenti per saper riconoscere e gestire certi atteggiamenti.

“Ci serve tempo per imparare a non far succedere le cose che ci fanno schifo”.

Magari pure capitati in quell’incerto e pregno di insicurezze periodo anagrafico durante il quale non ricevere apprezzamenti significa essere una cozza e una sfigata, perciò ben vengano le generose pacche sul sedere profferte fin dalla nostra adolescenza (quando ci va bene).

A Roma, se ti senti sola e inappetibile, basta prendere la metro. Troverai sempre uno sconosciuto altruista pronto a palpeggiarti con vigore.

O confusi in quei comportamenti divenuti “normali”, quasi un costume di genere.

Quale sia il confine tra l’innocente apprezzamento ricevuto per strada, e la copiosa bava che accompagna certi sguardi “spogliatoi”, Stella lo ben identifica nel disagio che si percepisce.

Come quella volta che ero in fila per entrare in discoteca e uno dietro di me, con la scusa della ressa, me lo appoggiò per bene. Dapprima pensai davvero che fosse imputabile allo spintonamento generale, poi tentai perfino di razionalizzare quel che non riuscivo a comprendere con un: «Che gusto ci può provare, visto che io sono inerme e non partecipo?? Magari mi sbaglio…» Infine capii che, no, era un chirurgico “appizzamento”.

Chiesi a un mio amico di mettersi dietro di me e non dissi nulla.

Quello che viene ben esplicitato da Stella, è il senso di impotenza che ha accompagnato questi episodi.

In seguito, l’interrogativo se gli stessi ce li siamo auto-procurate e perché.

Fino ad arrivare all’era delle molestie digitali che si concretizza con la ricezione quotidiana di istantanee di membri esibiti come trofei.

L’autrice ci dà notizia che una certa Whitney Bell, nel 2016, ha addirittura allestito una mostra intitolata “I Didn’t Ask for This: A Lifetime of Dick Pics” incorniciando e appendendo oltre duecento foto di peni ricevute da lei e dalle sue amiche.

Ponete l’attenzione sul titolo: “Non l’ho chiesto…”

Da ultimo, il geniale e allo stesso tempo inquietante interrogativo:

e le donne possono essere moleste?

E io lo sono stata?

Siamo moleste quando raccontiamo alle amiche i dettagli intimi dei nostri partner? (quando accade il contrario, non abbiamo dubbi circa la risposta).

Siamo moleste quando stalkeriamo qualcuno in tutti i modi e in tutti i laghi, ridimensionando il tutto al nostro essere adorabili psicopatiche?

Siamo molestie quando pretendiamo che Tizio/Caio ci salti addosso in nome della maschia virilità? E chissenefrega se è lui ad avere mal di testa?

Siamo moleste noi donne?

Accanto al crescente aumento dei MdF, abbiamo il dovere di registrare un pari incremento di MdC, che magari sono sempre esistite, che magari prima si limitavano a commentare con le amiche o a scrivere sui propri diari. Oggi, invece, lo esplicano bene su Facebook o coi mezzi pocanzi citati.

Subito mi sono tornati in mente episodi nei quali ho notato che l’imbarazzo fosse tutto maschile: battute pesanti, avances fin troppo esplicite, pacche sul sedere perché “se lo fa una donna, che male c’è?” Magari il tutto concluso con una risata.

E se fosse accaduto il contrario?

A prescindere dal vostro sesso, vi invito a riflettere sulle molestie, quelle ricevute e quelle – orrore, orrore! – attuate.

Vi sorprenderete nello scoprire quando e quanto possiamo essere fastidiosi e inopportuni.

Pensateci.

Magari contribuiremo a rendere questo posto migliore.

 

[NdBB: mentre scrivo, mi giunge la notizia della presunta condanna di Asia Argento per molestie sessuali. La stessa Asia che aveva scatenato il movimento #MeToo. Non mi stupirei se segnasse l’inizio dello stesso movimento al maschile e, sarò impopolare, ma ne sarei felice].

 

Come negli album quelli fighi, fighi, nei quali inseriscono una “Bonus Track” per far felice il fruitore, io vi inserisco il #8, Bonus Book.

Stavo scartabellando la lista dei titoli disponibili su “Prime Video”, e vengo attirata da uno accompagnato dalla dicitura “Stephen King’s”  

(Il film è “A good Marriage”. Carino, niente di trascendentale. If you want, potete trovarlo su Prime Video).

Come mai non mi dice nulla? Perché non ricordo un testo del Re? IO??

Non è possibile!

Dovevo capire…

Ho scoperto che, non solo avevo quel libro, ma l’avevo anche già letto, perciò era doveroso che lo rispolverassi.  (Il racconto dal quale è tratto il film si intitola – appunto – “Un bel Matrimonio”).

Quindi ho (ri)letto “Notte Buia, Niente Stelle” del mio amato, adorato, venerato Stephen King.

Composto da quattro racconti molto crudi, parecchio violenti e spaventosi.

Graziearca’, direte voi, è Stephen King! Sì, ma c’è altro.

I libri più terrificanti che abbia mai letto del Re, sono quelli nei quali viene sviscerata la malvagità umana.

Al di là dei mostri, del soprannaturale, di fenomeni inspiegabili, tutto quel che è contingente e vicino.

Insomma in tutto ciò che capita, che potrebbe capitare e che è capitato.

Per lo stesso motivo, non mi hanno mai spaventata gli horror: perché so che sono finzione.

Ma un marito che uccide la moglie, una donna stuprata, seviziata e lasciata a morire in un canale, sono eventi che – purtroppo – rientrano nella “quotidianità”, nella “possibilità”, nei racconti che ci siamo purtroppo “abituati” ad ascoltare al tg.

Questo spaventa davvero.

Se non avete mai letto King, sappiate che molto, molto, spesso terrorizza perché narra scenari che “potrebbero accadere”.

Con quella sua capacità di compenetrarti nel libro che solo il Re possiede.

Non so se sia stato un “caso” che quest’anno le mie letture siano state parecchio incentrate sulle tematiche delle molestie, della violenza sulle donne e della paura.

Ma forse serviva per ricordarmi che il buio è solo assenza di Luce. La Luce è quella che dobbiamo perseguire. Sempre.

«Le storie raccolte in questo libro sono molto dure. Forse, in certi momenti, le hai trovate difficili da leggere. Ti assicuro che io stesso le ho trovate difficili da scrivere. […] Fin dal principio, ho avuto la sensazione che la migliore narrativa fosse propulsiva e aggressiva. Ti arriva dritta in faccia. A volte ti grida in faccia. […] Nei miei lettori voglio provocare una reazione emotiva, quasi viscerale. […]

Bene, credo di essere rimasto quaggiù al buio abbastanza a lungo. C’è un altro mondo al piano di sopra. Prendi la mia mano, Fedele Lettore, e sarò lieto di riportarti fuori al sole. Anch’io sono contento d andarci, perché credo che la maggior parte della gente sia fondamentalmente buona. Io so di esserlo.

È di te che non sono del tutto certo».

I CHRISTIAN GREY DE NOANTRI

***EXPLICIT CONTENT***

L’articolo contiene un linguaggio parecchio esplicito. Vi sconsiglio la lettura se siete particolarmente pudichi.

(va da sé, che se leggete poi dopo non vi è concesso lamentarvene, ovvio)

 

Nella mia vita, mi è capitato molto spesso di incontrare esemplari di “Christian Grey de noantri”: i paladini della trombata-fine-a-se-stessa; i promulgatori dello “non stiamo insieme, andiamo solo a letto insieme”; i principi del sesso occasionale o frequente, ma segreto, nessuno deve sapere, perché mica è una cosa seria, ufficiale, mica ci sei solo tu, ma che vòi? I fieri assertori del “Se vuoi, scopiamo e basta. Non aspettarti nulla da me”.

Niente cene, niente cinema, niente Ikea, solo puro e sano sesso senza controindicazioni, da assumere a seconda della necessità, prima, (durante) e dopo i pasti.

Come se fosse una pratica scissa da corpo e mente e non – anzi –  il congiungimento supremo degli stessi.

Non commettete l’errore di illudervi di poterli cambiare, di iniziare un qualcosa sperando che possa evolvere, no. Non si affezionano, non sarete voi la loro donna della vita.

Il preservativo ce l’hanno sul cuore. 

Vi dicono esattamente quello che vogliono e non; non stanno giocando al cacciatore e alla preda che scappa, stanno invece dettando le regole del gioco “Fotti & Via”.

Se cercate del Sesso libero da tutto, perfino dai sentimenti, allora i Christian fanno per voi.

E tutte – almeno una volta nella vita – coscientemente o meno, facendosi male o meno, hanno esperito i servigi del Grey’s  Game: vengo e vado.

Oppure hanno subìto, accettandolo malamente, questo intrattenimento, sperando sempre che si tramutasse in altro. Che progredisse.

Perché, crescendo, abbiamo imparato a giocare con le regole dettate dagli uomini:

Non correre troppo, che si spaventa.

Non chiedere, che scappa.

Non pretendere una cosa seria, che poi non lo vedi più.

Non fargli scenate, che sai quante ne trova?

Non rimproverarlo, non devi fargli da mamma.

Non contraddirlo, potrebbe stranirsi.

Non gli rompere, che si stufa.

Non ti accollare, ci tiene alla sua libertà.

Come se non ci potessimo assolutamente permettere di accampare pretese o manifestare i nostri desideri o disagi.

Come se gli uomini fossero degli esseri così fragili, da distruggersi alla prima apparizione di una richiesta, di un sentimento, di un’attenzione, di una parvenza di relazione.

Come se fosse obbligatorio e doveroso accettare tutte le condotte di cui sopra in nome di cosa? Di sesso segreto? Di “Nessuno deve sapere di noi”? Di uno, due, cento orgasmi?

Questi soggetti che ostentano con fierezza la propria anaffettività congenita o conquistata;

questi “scopatori seriali e incalliti” che non amano, ma trombano forte e con distacco, senza troppa confidenza;

questi collezionisti di donne come se fossero figurine dell’album “Me le sono fatte tutte”;

quelli dei “questo si può, questo proprio no”;

quelli che, un secondo prima, hanno la propria mano nelle tue mutande, ma si guardano bene dallo stringere la tua.

Questi qui, che incarnano lo squallore dei rapporti odierni, questi “Christian Grey de noantri” che si fanno scudo con la loro presunta sofferenza perché – spesso – una donna ha osato essere stronza con loro e quindi loro si vendicano con tutte le altre (Oh, poveri!)

Questi uomini “maneggiare con cura”, se no vado via.

Questi che sanno parlarti solo di quel che ti farebbero, di chi hanno scopato dove-come-quando, di quanto sono bravi, di quanto urlerai.

Quelli che ti mandano orgogliosi la foto del proprio gingillo (che poi, di certi, io non andrei così fiera comunque), dimenticando che l’erotismo vero è fatto di sottintesi. Un corpo nudo non sarà mai eccitante quanto un abbigliamento che fa intravedere, ma non svela del tutto.

Parlare di sesso con dovizia di particolari, per una donna ha lo stesso potere arrapante dell’elenco degli ingredienti della ricetta della torta della nonna.

L’eccitazione femminile è più cerebrale, meno voyeuristica, fomentata da allusioni, ammiccamenti e attesa.

Sai quante ne trova?

E, allora, trovatele per favore.

Arricchite l’album e siatene fieri.

Festeggiate la vostra anoressia di sentimenti, l’inaridimento del vostro cuore, la pochezza della vostra anima.

Curate le vostre ferite a colpi di minchia.

Continuate a vedere le donne esclusivamente come portatrici di patata da gustare, continuate a ignorare, in ognuna di loro, il pensiero, la bellezza, tutto il contorno.

Io ho iniziato un altro album, si chiama “Uomini che frequenterei”.

È abbastanza spoglio, lo ammetto, ma mi sto impegnando per riempirlo.

Perché io, invece, ti frequenterei.

Vorrei poterti chiamare, senza far scattare qualche allarme anti-relazione.

Inviarti messaggi, senza sentirmi patetica e ridicola.

Semplicemente, trascorrere del tempo con te e vedere come va.

Senza ansie, né paletti.

Ti dedicherei del mio tempo, perché mi piace quando sto con te.

Cene, cinema, Ikea, tutto quello che vogliamo.

Ti presenterei ai miei amici, perché c’è una bella differenza tra tenere il segreto ed essere riservati.

Alla riservatezza ci tengo, ma mi piacerebbe pure sbandierare la nostra felicità e condividerla con chi ci vuole bene.

E, sì, vorrei pure far impallidire Anastasia e Christian Grey.

Questo farei.

Questo vorrei fare con te.

Ti frequenterei, con annessi e connessi, gioie e scazzi, finché il “The End” non ci separi.

Perché ti apprezzo tutto e non solo per la tua appendice.

Perché dopo tutto questo trombare, scopare, accoppiarsi, mi piacerebbe incontrare qualcuno che finalmente mi fotta per bene.

Il cervello.

I PROFESSIONISTI DELLA CAZZATA & IL FATTORE “PRESA PER IL CULO”

Molti anni or sono, quando ero una ragazza semplice e ingenua, mi imbattei nel mio primo esemplare di Professionista. “Professionista della cazzata”, per la precisione. (PDC, d’ora in poi).

Per quante ne aveva inventate – che mi ci volle molto tempo per decifrare e smaltire – lo soprannominai “Il Genio del Male”. Genio perché – per mentire – occorre davvero una gran mente e una gran memoria; Male perché tutti i comportamenti lesivi della mia persona che attuò, furono del tutto gratuiti.

Mi aprì un mondo che, fino ad allora, ignoravo. Mi insegnò a dubitare, a non credere a tutto quello che mi veniva detto, ad ascoltare le parole, ma – sopra ogni altra cosa – a verificare che a queste seguissero fatti concreti. A osservare le azioni e attenzioni che mi venissero rivolte e mancanza di esse.

E scoprì un nervo nella mia pelle che – tuttora – se toccato, mi irrita come poche altre cose al mondo: tira fuori il mio lato peggiore e tutta la mia ienaggine e bestialità, mi fa tagliare ponti, strade e gallerie con chiunque lo stuzzichi.

Ovvero tutte quelle sensazioni che certe azioni e frasi mi provocano, e che si possono sintetizzare nel “Fattore presa per il culo”(FPPIC).

Ho già spiegato che esistono innumerevoli componenti dell’Esercito degli SS: Scopa & Scappa.

La differenza fondamentale tra i membri dell’SS e i PDC risiede senz’altro nel protrarsi nel Lungo Periodo del FPPIC. Infatti, mentre i primi fuggono all’alba del primo amplesso, i secondi risultano parecchio più subdoli, perché perpetrano il comportamento ingannevole finché più gli aggrada o – più verosimile – finché non vengono smascherati.

Un PDC è per sempre, non ti lascerà mai! E chi glielo fa fare? Spesso ha la botte piena e sette/otto mogli ubriache.

Infatti, pregevoli esempi di uomini dabbene, fieri PDC sono, ad esempio, quelli che conducono due o più vite parallele con compagne ignari.

Ma vi immaginate che fatica?

Recentemente, una mia cara amica ha conosciuto l’uomo perfetto.

Lui ha fatto tutte le mosse giuste, le promesse giuste, le parole giuste, al momento giusto.

Si è presentato come un novello Terence da compatire perché – benché lui e la sua compagna vivessero come fratello e sorella già da tanto – non se la sentiva di lasciarla. Ma lo stava facendo, eh! Mancava poco…

A dire il vero, si erano poi – di fatto – già lasciati, però lei non aveva un posto dove andare e lui, Gran Cuore, non se la sentiva di sfrattarla e consegnarla a un destino da Piccola Fiammiferaia ai bordi delle strade. Porella, che devo fa’?? Solo chi ha un quore, capirà!1!

[Già vista, già sentita. Vi omologate anche le cazzate??]

A parte questo piccolo inconveniente, lui non si scordava mai di ripeterle e dimostrarle quanto fosse importante, quanto si sentisse felice – ora – insieme a lei, e di quanto volesse continuare a renderla felice nei secoli dei secoli, amen. Quanto fosse l’unica donna per lui. Allora dammi il tuo amore e non chiedermi niente e te lo do, sì!

L’uomo perfetto palesava anche un’avversione verso i social network, che lo portava ad essere sprovvisto di account, mentre l’ultimo accesso avveniva sempre e solo con lei. Bravo ragazzo!

Bastava aspettare. Per l’uomo perfetto si aspetta, eccome.

Giuro, sistemo tutto e poi saremo tu ed io. Solo noi due…

Peccato che…

L’account lo avesse eccome (fake chiaramente) e, appena terminato di whatsappare con lei, iniziasse a messengerare con almeno un’altra. Mentre quella “ufficiale”, la quasi-sfrattata, non si sa se fosse consapevole del tutto o meno.

Il colpo di scena vero e proprio, è avvenuto quando la mia amica ha avuto il (dis)piacere di conoscere, per caso (che non è mai a “caso”), una delle altre concubine del PDC-Terence-Poligamo-GranFiglDiPutt.

Immaginate la conversazione:

«Sai, io sto con Gino!»

«Madddaaaiii!! Pure iooo!! Che figataaa!!»

Ecco.

Da lì, hanno iniziato una meticolosa ricostruzione tramite incrocio di date, dati, dettagli, messaggi e telefonate che solo due donne e la CIA possono riuscire a compiere. Ma sulla CIA non sono così sicura.

Ne è uscito che questo Gran Signore, questo Professionista della presa per il culo plurima e continuata, questo moderno Enrico VIII con le mogli tutte vive e tutte con la testa – sebbene infarcita di monnezza – oltre la già citata genialata del mezzo di comunicazione disgiunto, inviava loro gli stessi messaggi, dedicava le stesse canzoni, riciclava le stesse frasette e poesie copia-incolla e gli stessi messaggi vocali, per evitare di sbagliarsi.

[È capitato anche a me. Ragazzi, io ve lo dico: quando inoltrate un messaggio vocale, si vede, è diverso. Così, giusto per farvi capire che forse non siete così tanto furbi come credete.]

Cos’è il genio?

Insomma una sceneggiatura così intricata e contorta che Beautiful scansate proprio.

Quando me l’ha raccontato, credo di essere rimasta a bocca aperta per almeno un paio d’ore. Successivamente, l’unica frase che sono riuscita a proferire in loop è stata: «Nooo… Che schifo! Ma davvero??»

Sì, queste “persone” esistono DAVVERO.

In genere succede così: ci si conosce, ci si frequenta, la cosa può andare o meno, fa parte del gioco. A volte sta bene a entrambi mantenere un profilo “basso”, poco impegno, scialla e easy, come si dice tra i ciovani. Ci sta. È accettabile.

Quello che è inaccettabile, quel che ci tramuta in Cerberi sanguinari assetati di vendetta è, appunto, il FPPIC: promettere, pompare la storia, millantare sentimenti, sciorinare paroloni.

Ingannare, per il solo gusto di farlo.

Allo stesso modo, può capitare che l’interesse scemi, capita, non serve negarlo, è palpabile, è palese.

Perché continuare a oltranza la PPIC?

Per vigliaccheria?

Per non arrecare dispiacere?

E quindi mi state dicendo che arreca meno dispiacere prendere per il culo qualcuno che con voi è sincero?

Mentre i pochi uomini decenti che sono rimasti sono lì a chiedersi perché siamo così prevenute, noi abbiamo dovuto ascoltare gente che paventava trasferimenti e convivenze, gente che – dopo una settimana – voleva presentarci alla madre, gente che “Ci sei solo tu” e lo diceva a una decina, gente che “Ti giuro”…

Noi donne lo sappiamo, il nostro famoso sesto senso è sempre attivo, non servirebbe ingannare, se iniziamo a sentire puzza di bruciato, il nostro uccello è già bello che arrostito.

Tutto questo, fa parte di quella che chiamiamo “Esperienza” che ci educa, ci fa capire e che fa sviluppare in noi un senso critico che ci permette di individuare da subito “Cosa ci farà” l’uomo che abbiamo di fronte.

In teoria.

In pratica è tutt’altra faccenda.

Nonostante la nostra destrezza e l’imperativo di diffidare sempre in attesa di smentita, nonostante l’addestramento atto ad evitare le pallottole e pugnalate dei PDC, spesso, ci caschiamo ancora.

Ci crediamo, ci vogliamo credere.

Ma senza questo bisogno di promettere mari e monti e colline e praterie, dove corrono dolcissime le mie malinconie.

No, non c’è proprio questa necessità.

Il mondo sarebbe un posto migliore se tutti dicessimo la verità.

Invece, ogni giorno ne sento di nuove. Ogni giorno ne capitano di diverse e disgustose, a me, a chi mi è accanto, o di terza e quarta mano, all’amica della cugina, della sorella, della parente…

Se aprissi un contest chiedendo di raccontare episodi simili di degrado umano, sono sicura che sarebbe difficile assegnare il premio del peggiore.

Dopo il “Genio del Male”, ho avuto la fortuna di conoscere innumerevoli PDC.

All’ultimo, in ordine di tempo, esasperata dal protrarsi della PPIC, ho fatto una cosa che non avevo mai fatto nella mia vita: l’ho bloccato. Dal mio profilo personale, dalla pagina, dalle chiamate.

Per poi ricontattarlo, circa un mese dopo, perché dispiaciuta di quella situazione. (non infierite, per favore).

Mi ero detta che, se avesse voluto davvero contattarmi, avrebbe potuto farlo in altra maniera, nonostante i blocchi. In effetti, oggigiorno, esiste un’ampissima offerta comunicativa, che non ci permette mai di sparire del tutto. Aveva a disposizione i vecchi sms, le mail (LE), il blog, perfino l’indirizzo.

Chi lo vuole davvero, sa come trovarti.

C-H-I  L-O  V-U-O-L-E  D-A-V-V-E-R-O.

E invece Puff!

Sparito lui e il suo immenso interesse, così decantato.

Quando gliel’ho chiesto, ha provato a giustificarsi:

«Ma io ti ho chiamato diverse volte! »

«Davvero?»

«Sì, però tu mi avevi bloccato!»

«Il telefono me lo segna se hai provato a chiamarmi, anche se sei bloccato, e di chiamate tue non ce n’è nessuna…»

«…ma ti ho chiamato con l’anonimo

«Ah, ecco. Certo! Però di chiamate perse sconosciute, non mi pare di averne…»

«Eh perché una volta era occupato e altre volte non ti prendeva!»

«Ma guarda caso! »

«Sì, giuro!»

«Davvero?»

«Ma certo!»

«Allora perché non mi mandi lo screeshot delle chiamate che mi avresti fatto? »

«Eh perché… Perché tre settimane fa ho dovuto formattare il telefono e si è cancellato tutto!»

«Ma ari-guarda caso, eh!»

Non me la sono sentita nemmeno di continuare. Non mi andava neanche di ribattere che, secondo una consecutio temporum semplicissima, quelle presunte chiamate sarebbero dovuto risultare in un periodo di tempo inferiore alle famigerate tre settimane. Quindi quelle chiamate sarebbero state presenti, se solo fossero esistite…

Non mi andava di sentire altre cazzate.

Non mi va più di sentire sempre cazzate. Sono stanca.

Se esistesse un cazzatometro, il mio starebbe straripando.

Non c’era bisogno di umiliare ulteriormente me stessa e la mia intelligenza, chiedendo spiegazioni che poi, fondamentalmente, non mi interessava neanche avere. Perché non avrebbero cambiato la bassissima considerazione che ora ho di questo “uomo”. Non lo avrebbero mai riabilitato ai miei occhi e – soprattutto – non avrei più creduto a una sua sola parola e agli spergiuri di un Professionista della cazzata doc.

Non avevo voglia neanche di ascoltare le accuse di risposta sul mio “eccessivo pensare male”.

Sarebbe stato molto più semplice raccontare la verità, quella che ho richiesto più volte, quella che non necessita di una memoria e di una capacità di improvvisazione formidabili.

Ora, io di conversazioni di questo genere ve ne potrei riportare a iosa. Di frasi che sono costretta a udire per tentare miseramente di camuffare una montagna di cazzate, ci potrei scrivere un altro libro.

Se avessi assecondato l’istinto omicida che mi pervade ogni qualvolta le odo, ora vi scriverei dalla mia cella in quel di Rebibbia. E magari sarei mooolto più serena. (che poi, se a giudicarmi fosse stata una donna, mi avrebbe assolto sicuramente!)

Ammetto di aver sviluppato un’idiosincrasia violenta verso i bugiardi, che mi ha resa intollerante alla menzogna, tanto da allontanare chiunque manifesti i sintomi, anche solo una volta.

Perché chi mente, probabilmente lo farà sempre e la bugia non può coesistere con un rapporto civile, a qualsiasi livello.

Allo stesso modo, detesto profondamente chi non fa quello che dice.

Chi si scorda di me. Chi sparisce.

Quando poi questi si ricordano di scrivere (perché tanto tornano TUTTI) inizio io a scordarmi di rispondere.

Nessun condono, non più.

Non mi interessa se, fino al minuto prima ci siamo promessi mari e monti, chi si scorda di me, può continuare a farlo.

Chi si scorda di te, non tiene a te. Così semplice e così doloroso.

Tutto quel che ha detto, tutto quello che probabilmente non ha fatto, determina il fattore presa per il culo di un professionista.

Dopo, resta da smaltire la delusione che ogni maledetta volta ci fa smontare quel bel ritrattino che avevamo costruito di costui. Quel sorriso che ci ballava sulla faccia da ebete a ogni messaggio e a ogni chiamata. E che ora, solo a pensarlo, ha lasciato il posto a un senso di nausea e disgusto, e un’altra bella fila di mattoni su quel muro che interponiamo tra noi e gli altri.

Peccato.

Quando da sole – di notte – ripercorriamo tutte le tappe della storia, le frasi, i gesti, i discorsi, le discussioni, le risate e tutto l’avvicendarsi di emozioni che l’hanno accompagnata, quel che ne rimane, è solo la domanda che sempre, sempre, mi pongo e alla quale non riesco mai a dare una risposta:

«Ma perché? Ma che bisogno c’è di tutto questo?»

Questa la giro a voi, perché proprio non lo so…

Per il finale, ho lasciato uno che – per me – si è guadagnato il primo posto sul podio, nel famoso contest.

Quello che mi ha fatto capire fino a dove si può spingere un Professionista.

Quello che ha superato un limite che non credevo valicabile.

Quello che mi viene in mente, ogni qualvolta qualcuno mi accusa di essere troppo diffidente e pessimista.

Quello che, forse, mi ha tolto definitivamente la fiducia verso un altro essere umano.

No, scusate.

Ho sbagliato, mi sono espressa male.

Mi rimane difficile definire “essere umano” uno che, per giustificare le proprie nefandezze, si è addirittura inventato una patologia invalidante per il figlio (smascherata con una banalissima sessione di stalking virtuale incrociato, neanche tanto complessa…).

Preferisco non dedicargli più parole.

Solo una considerazione: forse sono troppo pervasa dalla superstizione, o dal mero buonsenso, ma – miei cari Professionisti – non mi capacito e non so davvero con quale cazzo di coraggio, voi riusciate a giurare su parenti, su voi stessi, le vostre minuscole palle, senza avere paura che – prima o poi – paghiate le conseguenze delle vostre spregevoli azioni e spergiuri. Oltre a chiedermi come riusciate a specchiarvi senza sputarvi, ovvio.

Non so davvero come possiate pensare di essere immuni alla legge del Contrappasso e al glorioso Karma.

Al vecchio adagio che ci ricorda che “Si raccoglie ciò che si semina”. Sempre.

Quando seminate montagne di cazzate, mortificazioni, prese per il culo e umiliazioni, dovete essere consapevoli che ve ne arriveranno tutti i frutti.

E noi saremo lì, a ridere della vostra poraccitudine.

Perché, come ho già detto, la nostra delusione svanisce. Invece se sei una merda, no quello non cambierà MAI.

 

“Puoi dire quello che vuoi,

ma sei quello che fai…”

Cit.

 

 

NDBB: Comportamento assolutamente girabile alla sfera femminile: esistono svariate Professioniste e lo sappiamo bene. Ma – al solito – io, in quanto possidente di ovaie, parlo dal mio squisito punto di vista.

 

PS: Mi ha detto un Professionista di aggiungere nell’articolo che, nonostante io l’abbia descritto come uno stronzo, lui mi vuole bene. Ok, l’ho scritto. Ma, per completezza, devo aggiungere anche la mia risposta: “Per fortuna mi vuoi bene, pensa se mi volevi male!” 😉

MEMORIE DI UN GEISHO: BB INCONTRA UN GIGOLÒ

Se ti dicessero: “Dammi questa cifra e potrai comprare l’Amore”, la sborseresti?

Tutte abbiamo visto il film “The wedding date” in cui lei affitta il super figherrimo per farle da cavaliere in occasione del matrimonio della sorella. E anche per far ingelosire l’Ex, lì presente.

Da quando l’ho visto, ho iniziato a chiedermi se questa pratica fosse diffusa anche da noi.

E chissà se la nuova frontiera dei rapporti sia rappresentata da questo: un Amore a noleggio, senza implicazioni, prendendo solo il meglio. D’altronde – come recita un vecchio adagio – perché comprare tutto il maiale, solo per avere una piccola quantità di carne?

Io mi ritengo una donna media, non di quelle che schioccano le dita e hanno uomini ai loro piedi, né di quelle che forse hanno già bisogno di pagarne uno. Però ammetto di averlo pensato diverse volte che magari una sera mi andava di cenare in un certo posto con un uomo e che magari questa possibilità non c’era. O vedere un dato film, e non mi andava di farlo con un’amica.

Sarebbe bello poter dire a uno – non amico – senza implicazioni, ma mantenendo una certa componente romantica, di farmi da cavaliere.

Oggi, è possibile.

A onor del vero, la “prostituzione” è considerata – per antonomasia – il mestiere più antico del mondo.

Ma se quella femminile è fin troppo sdoganata, l’esistenza e fruizione di quella maschile rimane ben più celata.

Forse a causa di banali tabù sociali che non contemplano che anche le donne possano cercare questo tipo di “intrattenimento”, a qualsiasi livello.

Mentre i bigotti son lì a puntare il solerte ditino, la Compagnia degli Accompagnatori si arricchisce ogni giorno di più. Chiaro sintomo che la domanda c’è, eccome se c’è.

Già dal ‘700, le dame potevano contare sui fidi cicisbei, i loro cavalier serventi, sempre disposti a soddisfare qualsivoglia richiesta della donzella. Qualsiasi.

Oggi c’abbiamo i trombamici, che non ti accompagnano nemmeno a fare la spesa. Che culo, ve’?

Ma cosa cerca una donna da un gigolò?

Cosa se ne fa di un puttano?

Cerca solo qualcuno con il quale andare a cena o – orrore, orrore – va anche oltre perché preferisce la carne al dildo?

Curiosity killed tha cat. Forse, davvero, un giorno la mia curiosità atavica mi ucciderà, oggi invece mi ha condotta al cospetto di un gigolò vero. Perché tutti questi interrogativi li ho rivolti a Michele, Accompagnatore professionista da più di un lustro, sebbene non abbia neanche trent’anni.

Avendo pensato, pure io, molteplici volte di intraprendere l’antico mestiere ho cercato di documentarmi su tutti i fronti per capire bene, da dentro, come si svolga l’escort-lavoro.

Michele e io ci incontriamo in un bar del centro di Roma, davanti a un calice di rosso.

Il vantaggio di condurre interviste vis-à-vis – piuttosto che nelle asettiche risposte di un foglio Word – è che si possono scorgere anche altre risposte, oltre quelle date dalle parole. Nelle inflessioni della voce, nello sguardo, nelle pause. Per chi sa andare oltre, un incontro “dal vivo” rivela molto più delle parole.

Lo svantaggio è che, spesso, si divaghi nei discorsi e non ci si focalizzi sulle domande che avevo diligentemente preparato sul mio bel foglio bianco, da riempire di risposte.

D’impatto Michele è un ragazzo comune. Vedendolo non penseresti mai cosa si cela dietro la sua faccia pulita che non ha niente a che vedere con lo squallore che, per pregiudizio, si presuppone debba coesistere e accompagnare chi fa del sesso il proprio sostentamento.

No, nulla di tutto questo.

Il primo dato allarmante che mi rivela è che– purtroppo – l’85% delle donne vengono tradite.

Quindi, spesso per vendetta, assoldano uno stallone a pagamento per pareggiare i conti.

Oltre questa legittima motivazione, le più disparate: cene; convegni di lavoro; procurare gelosia; far desistere un pretendente inopportuno; guida turistica per Roma; incarnare il finto fidanzato da presentare in famiglia per le lesbiche; evadere dalla routine; coach sessuale.

Soffermiamoci su questo: se alcuni uomini si rivolgono alle prostitute perché con la propria compagna “certe cose” non le fanno; se – sempre questi – trovano inappropriato che la bocca che bacia i propri figli, sia la stessa che commetta atti impuri; se non riescono a vedere la propria donna oltre i confini della dicotomia Santa-Puttana, senza considerare una pletora di vie di mezzo e – su tutti – che una sana libido è alla base di ogni rapporto felice; di contro, abbiamo donne insoddisfatte e sessualmente frustrate che si affidano a un professionista per riuscire finalmente a godere.

Quindi, sostanzialmente, se in giro ci fosse un po’ meno ipocrisia, apertura e complicità, forse ci sarebbero meno tradimenti, da ambo le parti.

Questo spiega anche perché Michele lavori prettamente di giorno, ovvero quando le donne riescono a congedarsi temporaneamente dal sacro vincolo del matrimonio.

Costoro hanno un’età compresa tra i 18 e i 70 anni (complimenti, Signo’! No, non sono ironica…) di tutti i tipi: studentesse, casalinghe, libere professioniste.

Le tariffe partono dai cinquanta euro in poi, a seconda della prestazione e del tempo impiegato.

Chiaramente, in caso di trasferte, si devono aggiungere le spese di viaggio e soggiorno. Idem per le cene.

Tutto è a carico delle clienti.

Nota dolente: non porta la macchina. No, non ci siamo Miche’! Se ti pago per illudermi di avere compagnia, minimo mi devi pure scarrozzare mentre io me ne sto tranquilla sul lato passeggero a lisciarmi i capelli e a fare la faccia sognante.

Migliorare questo servizio, please.

Ma come e perché si diventa gigolò?

In questo caso, grazie al precedente lavoro, Michele ha avuto modo di appurare nello specifico come si sviluppava tale professione, onori e oneri, sponsorizzazione e presenza sui social e sul web.

Formatosi da autodidatta, ha deciso di entrare in affari, sfruttando e sicuro anche dell’interesse che le signore più agée gli manifestavano (ricordiamoci che ha iniziato poco più che ventenne. Potrei essere anche io considerata agée, rispetto a un ventenne…) appagato anche dal piacere personale che ne ricavava, semplicemente relazionandosi con loro.

Quindi perché non farne una professione vera e propria?

Un perfetto Accompagnatore deve curare la propria persona (si presume pure qualsiasi essere umano, ma va be’…) allenarsi con costanza, essere presente in ogni social, sito specifico (con dei costi notevoli), essere colto e preparato e capace di affrontare qualsiasi situazione e “pubblico”.

Perché se è vero che – statisticamente – gli uomini, cerchino nelle escort prettamente sesso, è altresì vero che – viceversa – le donne cerchino maggiormente compagnia. Nel senso più ampio possibile.

Lo Stallone da monta che faccia gridare, quello si rimedia al bar. Gratis.

A volte una donna ha bisogno solamente di una conversazione decente. È stereotipato anche questo, ma inconfutabilmente vero.

Tanto che, talvolta, si sviluppano soltanto relazioni virtuali, surrogato del reale, quel tanto che basta per tappare quel buco che si chiama solitudine.

Michele ha con sé una tracollina, dove – mi spiega – custodisce tutto il necessaire del perfetto gigolò sempre pronto: fazzoletti, preservativi, deodorante, spazzolino…

Così, se per caso arriva all’improvviso una chiavat… ehm…  CHIAMATA, può raggiungere la donzella subitamente in ogni dove.

Ovviamente gli ho posto anche la domanda del secolo, uno dei motivi principali per cui sto meditando di compiere il grande salto… sul letto:

«Ma le paghi le tasse?»

«No…»

Ecco, adesso sì che sono convinta!

In realtà, mi spiega che – anni fa – ci fu una proposta di legge che prevedeva un’iscrizione a un cd “Albo ufficiale degli Accompagnatori/trici”, con rilascio di apposito patentino che garantiva la professionalità, regolare partita iva e conseguente regime contributivo. Tutto per la modica cifra di seimila euro da versare a Papà-Stato.

Non se ne fece nulla e tutti siamo ancora in attesa di sviluppi in tal senso.

Sarebbe curioso scoprire cosa succederebbe se fosse “regolarizzata” la professione. Se cambierebbe qualcosa, se ci sarebbe un incremento o una deflazione. Se risulterebbe – così – più semplice e naturale dichiarare che lavoro si svolge nella propria vita.

Perché – udite, udite – la famiglia di Michele non sa di cosa lui si occupi.

«Per non farli preoccupare» dice lui.

Comprensibile, ma un pochino triste.

Per lo stesso motivo, non ha una ragazza, né la prevede. A questo motivo, si aggiungono anche tutti gli scenari poco simpatici che ha visto e ascoltato per lavoro e che non hanno certo contribuito a fargli formare un’immagine felice della vita di coppia. Un ultimo innamoramento – e relativa delusione – che risale addirittura ai tempi dell’asilo. O forse una delle tante scusanti che si dà. Ognuno di noi ne produce in quantità industriale, no?

Scontata, la domanda correlata:

«Ti sei mai innamorato di una tua cliente?»

«È capitato di provare un interesse…»

«E cosa hai fatto?»

«Nulla, lascio andare. Lascio passare il tempo, poi mi scordo. Poi mi passa…»

Molto più frequente, il vecchio cliché incarnato dalla cliente che si innamora del suo perfetto cavaliere.

Come è capitato a tutte noi, si è dovuta beccare il due di picche e – stavolta lei – farsela passare e dimenticare.

La mia curiosità non poteva non porgli la domanda più succulenta:

«Le richieste più strane che ti sono state avanzate?»

Sospiro, sorriso e via…

«La più classica, quella di farlo senza preservativo. In luoghi strani, tipo in Chiesa. Farlo davanti ai figli. Richieste davvero troppo sadomaso o troppo strane. Tipo una che voleva che la osservassi mentre si dilettava nella Coprofagia (a proposito di parafilie, consiglio di leggere QUI)… »

«E tu che hai fatto?»

«Non ho soddisfatto nessuna di queste richieste».

Infine non potevo non chiedermi/gli cosa succede se, ad assoldarti per il sesso, sia una che proprio non ti piace.

Per le donne è più facile, il non gradimento non è visibile. Una donna può essere semplice oggetto passivo e “subire” un amplesso da parte di chi non le piace, per denaro.

Come diceva Karen Walker:

«Oh tu lo farai. Lo farai allo stesso modo in cui qualsiasi altra donna che si rispetti lo fa! Ti sdrai, punti i tacchi verso il cielo e pensi alle borse!»

Per gli uomini è diverso:

«Semplicemente, rifiuto…»

No, il denaro non compra esattamente TUTTO…

Saluto Michele che si rende disponibile a rivederci, qualora avessi ulteriori domande da porgli. Non a pagamento.

Mi avvio verso casa.

In macchina, da sola, ripercorro con la mente tutti i discorsi che abbiamo affrontato. Domande soddisfatte e altre che mi si sono proposte.

Penso che è tardi, non ho per niente sonno e ho fame.

Decido di fermarmi in un ristorante che conosco, vicino casa. Sarei sola, mi è già capitato di cenare da sola, ma lì è diverso, mi conoscono, mi sento come in famiglia, non sarei a disagio lì, a cenare da sola.

Forse…

Ecco, vedi, è indispensabile a volte avere compagnia. Tutto questo sviscerare sulla solitudine, mi ha fatto sentire ancora più sola.

Vado a casa.

Se ti dicessero: “Dammi questa cifra e potrai comprare l’Amore”, la sborseresti?

Una volta uno mi disse: “Pagherei per una notte con te” io risposi, sorridendo:

“Per te, gratis!”

“Non hai capito quello che voglio dire…”

E invece avevo capito. Avevo capito, eccome.

Intendeva che, se data una somma, avesse potuto trascorrere una sera con me, ovvero averne la possibilità, senza gli impedimenti che – in realtà – c’erano, se, d’incanto, una qualsiasi cifra potesse rendere possibile tutto e azzerare i problemi, lui l’avrebbe pagata.

E la pagherei anche io.

Ma questo, ancora non è possibile.

Illudersi di averlo l’Amore, o farlo credere a qualcuno, o evitare di essere l’unica single all’ennesima cerimonia, di essere sola a cena, o al cinema, invece, è possibile.

Forse è vero che i soldi non comprano né la felicità, né l’amore, ma possono aiutare a “comprare” della compagnia per distrarsi un po’ dalla solitudine. E qualsiasi risorsa spesa per noi stessi, materiale e non, è sempre un ottimo investimento.

Ma non posso fare a meno di chiedermi quale delle due solitudini sia quella da lenire.

Se quella di chi paga, o quella di chi si offre.

 

« Una storia come la mia non andrebbe mai raccontata, perché il mio mondo è tanto proibito quanto fragile, senza i suoi misteri non può sopravvivere. Di certo non ero nata per una vita da geisha, come molte cose nella mia strana vita ci fui trasportata dalla corrente… […] Mia madre diceva sempre che mia sorella Satsu era come il legno, radicata al terreno come un albero sakura. Ma a me diceva che ero come l’acqua: l’acqua si scava la strada attraverso la pietra e, quando è intrappolata, l’acqua si crea un nuovo varco. »

Memorie di una Geisha.

 

PS: Mie care lettrici, se decidete di contattare Michele, ditegli: “Mi manda BB!” avrete uno sconto. Non male, no? 😉

IO TE LA VORREI PURE DARE, MA TU NON TE LA SAI MERITARE…

Ho già avuto modo di dire, che se te la voglio dare, te la do gratis ma, oggi, credo sia opportuno e doveroso fornire ulteriori dettagli che vadano a dissipare – si spera, una volta per tutte – antichi adagi che vogliono alcune donzelle restie a praticare la più bella attività della nostra vita. Le conservative, coloro che se la tirano, quelle che non la danno mai a nessuno. Come se fossero una categoria di donne ben distinte e non, invece, semplicemente donne che non si concedono a chi non ha saputo meritarsela.barbie-bastarda-te-la-do-ev2

Uomini, sappiatelo, di base siamo TUTTE pornostar, parecchio pure, ma sempre con rigorosa selezione all’ingresso, ovvio. Per questo, non è gratificante passare per quella che “non la dà”, quando magari sei una che ha una genuina passione per l’ars amatoria, ma che, un minimo, si formalizza, ci tiene, devi saper prendere.

Leggenda vuole i maschietti un po’ “Docojocojo” e noi femminucce più cerebrali. Nonostante gli ottimi intenti copulatori, un pochetto uno ci deve coinvolgere, condurre e tutto quel che contribuisce a determinare l’attizzamento.

È la donna che decide chi, questo si sa. Non che l’uomo sia privo di scelta, per carità, ma tendenzialmente entrambi i sessi ne sono consapevoli e noi donne siamo abili maestre nel cercare di far credere loro che ci abbiano conquistate. Uh che sorpresona! Sostanzialmente, entrambi i sessi si prendono reciprocamente in giro, per la salvaguardia della specie, ovvero a scòpo scópo.

Ultimamente, è successo qualcosa. Le donne si sono emancipate e hanno cominciato a prendere l’iniziativa, col risultato che, quelle che non lo fanno, vengono spesso escluse dal grande gioco della seduzione e tacciate come quelle che “Se la tirano”.

La maggior parte degli uomini, si lamenta di questa inversione dei ruoli, anche se – ovviamente – ne approfitta. E, vista questa generosa profferta di patata, è ancora più facile, per loro, individuare e distinguere, secondo questi parametri, quelle che “Non la danno”.

Oltre questo, concorrono al tenersela stretta, universali deterrenti – tipo per gli uomini, le ballerine, un petto piallato o la scarsa igiene (inibitorio universale) – che ti fanno passare del tutto l’appetito, che sia per una sera o più.

Incontri LUI, quello che ti piace, ti prende, ti accende e risveglia. E tu, c’avresti pure voglia, ché sei umana, ché hai le tue esigenze, che l’ultimo uccello che hai visto è Titti, o, semplicemente, perché uno ti attizza e, sì, te lo vorresti proprio fare con tutti i sentimenti poco nobili, ma tanto animaleschi, perché, sì, sei fatta di carne caliente e, ari-sì, fare le cosacce con chi ti sollazza l’ormone ti aggrada parecchio.

Ora, nonostante tutti questi bei porchi propositi, sovente il maschio oggetto di peccaminoso desiderio, attua dei comportamenti che, vi assicuro e garantisco, farebbero seccare pure il Nilo in piena…

Potrei parlarvi del tizio che conoscevo da molto tempo, che apprezzavo come essere umano e mi divertiva, ma che non avevo mai preso in considerazione perché ero, in diversi periodi, presa da altri membri… del genere maschile.

Finché lui non ha palesato il suo debole per me, dapprima in maniera molto dolce e garbata, in seguito, ha iniziato a descrivermi quotidianamente tutto quel che avrebbe voluto farmi, ogni tanto corredandolo di foto.

Ammetto che un pochino (tanto) mi aveva stuzzicato, che un pensierino – prima romantico, poi sconcio – ce l’ho fatto pure, che avevo deciso che potevo essere indulgente con me stessa e concedermi un filarino, un interesse o un puro fuck-boy, che una sana botta me la meritavo parecchio, che, se mi avesse chiesto di uscire, sarei stata consapevolissima dell’andazzo della serata e, alla fine, mi stava pure bene. Che ero grande abbastanza per divertirmi una serata, o due, o cento, ma senza aspettarmi nulla il giorno dopo, ovvero a esclusivo scòpo scópo. Anche se…

Sapete lui che ha fatto?barbie-bastarda-te-la-do-1

Nulla.

Oltre alle parole, nessuna azione.

Ora, io di chiamarlo per dirgli: «Quindi? Ti andrebbe di copulare?» c’avevo un po’ di vergogna, non mi piaceva e quindi ho fatto l’unica cosa saggia da fare: ho cancellato il numero.

“Magari mi chiama lui e vediamo”.

Non l’ho mai più sentito.

Quindi, nonostante avessi una gran voglia di dargliela, non solo non sono stata soddisfatta, ma, probabilmente, ora lui si starà lamentando di quanto io sia impenetrabile.

Potrei raccontarvi dello stalker che mi ha tampinato per più di un mese e io avevo provato, giuro, a farlo desistere. (perché, oltre alla pelle, c’ho anche la patonza lungimirante…) Ho tirato fuori la vecchia storia del fidanzato immaginario, ma lui ha insistito comunque.

Quindi mi sono detta che, magari, potevo anche concedergli una possibilità, un indolore aperitivo dopo il lavoro.

Gli ho fatto tutto il mio bel discorsetto sul perché non vado a cena con gli sconosciuti (perché mi mette ansia; perché la cena è lunga e, se non sappiamo che dirci, diventa pesante; perché riesco a stare vis-à-vis con uno, solo se mi piace parecchio, se no mi imbarazzo. Che poi mi imbarazzo lo stesso, ma sticazzi, se mi piace, sticazzi!) e lui ha di buon grado accettato.

Quel che non avevo considerato, era che il bar ha iniziato a chiudere dopo una decina di minuti che eravamo lì. E allora, ok la prudenza, ma il tipo si era fatto cinquanta chilometri per vedermi e un quarto d’ora di uscita mi pareva davvero troppo poco. Ho pensato che, dopo un simil aperitivo, potessi contravvenire alla mia regola ferrea sulle cene e mangiarci un boccone insieme e gliel’ho proposto.

Lui, il corteggiatore insistente e cortese, che non ha desistito nonostante un mese buono di rifiuti, ha risposto con un grandioso:

«Ok, allora andiamo a casa mia…»

Ecco.

Ora, ci sarebbe da redigere un trattato di antropologia maschile, atto a spiegare il perché un uomo pensi che, se una non è molto predisposta ad una cena, sarà – di contro – disponibilissima ad una chiusa. Ma credo che se fossi stata in grado di spiegare codesti arcani quesiti, la mia vita sarebbe stata ben più semplice.

Potrei raccontarvi del premuroso gentiluomo che, conoscendo la mia fobia per le cene, mi aveva invitato a pranzo. Io l’avevo così apprezzato, (ingenuotta!) da rispondere con un “Sì e cuoricino”. Subito spezzato, quando lui – gentiluomo – aveva aggiunto che, però, se mi fossi presentata nuda, non avremmo per niente pranzato. E allora io, nel dubbio, non mi sono presentata affatto.

Potrei pure raccontarvi di quella mia amica che, dopo essere uscita con uno due caste volte, si era premunita andando dall’estetista, perché – alla terza – gliela voleva proprio dare e gliela voleva dare disboscata.

Invece lui è sparito, insieme ai peli superflui. Mentre lei e l’ex incolta-patonza sono ancora lì a chiedersi perché.

Potrei dirvi di quello che mi aveva chiesto di vederci e che io volevo davvero incontrare, ma ero impossibilitata a raggiungere. Lui non è che mi ha detto: «Dai, allora vengo io da te!» mi ha risposto: «Ok». Due lettere sue, duecentomila parolacce mie. Facendomi capire che, quindi, tutto ‘sto gran desiderio di passare del tempo con me, non lo aveva. Facendolo, così, passare del tutto anche a me.

Dobbiamo comunque ringraziare questi individui per l’onestà. Per palesare il loro interesse esclusivamente al sodo e non al morbido del nostro cervello, né del nostro cuore, ma continuiamo ad arrogarci il nostro diritto di dire “No”.

Uomini così, fanno intendere che, se la nostra beneamata patonza fosse scomponibile, sarebbero ben felici di prendersi esclusivamente lei e lasciare il resto del pacchetto e, a noi, questa considerazione esclusiva in qualità di portatrici di patata, una fra tante, una vale l’altra, un pochetto ci disturba.

Quando uno ti fa capire il suo esclusivo interesse, sparisce, non investe neanche tre serate per averla, non si fa manco qualche chilometro per stare con noi, ci smonta e non ci monterà mai di sicuro.

barbie-bastarda-te-la-do-2Occasioni ne abbiamo tutti, maschi e femmine. Se stasera volessimo trovare compagnia, la troveremmo in un attimo. In quanto donne, ancora di più. Ma non è solo questo che vogliamo. Perché c’è Docojo, e Docojo. Mi pare chiaro.

Ammettiamolo, il sesso è stupendo. Ma il sesso consapevole lo è ancora di più.

Per consapevole intendo frutto di una condivisione, di un’intesa, di una complicità maturate in giorni o poche ore, il pensiero che te lo vorresti fare, ma non perché hai voglia e basta, ma perché vuoi LUI. L’accoppiamento fine a se stesso  con chiunque sarà pure piacevole, ma è imparagonabile a quando ti sale il desiderio, che lo senti, tanto che vorresti prenderlo e sbatterlo al muro e magari lo fai, se lui non ti fa seccare.

E crediamoci un pochino che, forse, non è solo una-botta-e-via. E godiamo – dapprima – di parole, sorrisi, sguardi complici e desiderio, che a spogliarci facciamo sempre in tempo.

La ginnastica la facciamo già in palestra e, per il resto, ci sono i vibratori. Se abbiamo pensato di darvela è perché in voi abbiamo visto quel quid in più che ci ha ispirato, che vogliamo “viverci” e del quale vorremmo non poter più fare a meno.

In questi periodi di “Amori Just-eat”, di amplessi consumati nel bagno di una discoteca, di gente che non si ricorda manco come ti chiami – ma forse, solo come chiavi – una persona disposta a conoscerci e a spendere il proprio tempo per noi, sarebbe da santificare e tenersela stretta.

Tenersela stretta la persona, non il resto. Perché – ripeto, grido e urlo – a noi la ginnastica da camera piace quanto e più di voi. Possediamo SOLO NOI l’unico organo del corpo umano preposto al mero piacere, che non usarlo, ci fa una rabbia!! Quindi ricordate che la daremmo ben volentieri, se soltanto riusciste a meritarvela di più. Riprendetevi la vostra virilità, corteggiateci, investite e dateci e diamoci il nostro bene più prezioso: il tempo. E nel dubbio, fatelo un invito, che magari non aspettiamo altro.

Meritiamoci le attenzioni, le gentilezze, l’intesa, la passione e ciò che ci fa distinguere da “tutti gli altri”.

Ricominciamo a farlo sul serio.

E vissero per sempre, o per qualche giorno, copulanti e contenti.

 

 

PS: per dovere di cronaca, devo aggiungere che il corteggiatore-che-ti-invita-a-casa, si è fatto vivo di nuovo, ad ulteriore conferma del sempiterno “Tornano tutti”. Stavolta l’aperitivo l’ho rifiutato, senza concedergli margini di condono. E lui ha subito fatto presente che aveva speso trenta euro di benzina, solo per vedermi.

E, niente, quando uno nasce “Signore”….

TI DEVI VERGOGNARE!

L’altro giorno parlavo con un uomo (e sono indecisa se usare per lui la maiuscola o la minuscola) del tempo trascorso da individui soli, aka single. Lui mi confessava di aver raggiunto il proprio personale record di singletudine della durata di qualche mese. Io mi sono messa a ridere…

Non si ricordava, perché glielo avevo già detto, che del mio – invece – dobbiamo parlare in termini di anni (e non vi dirò QUANTI, visti i risultati) ed è rimasto sgomento.

Tanto che poi mi ha suggerito che, se mai dovessi incontrare qualcuno, non dovrei farne la minima menzione, perché, cito testualmente:

«Un uomo si spaventerebbe e scapperebbe, penserebbe che con te deve fare per forza subito una “cosa seria”, che sei una che sa stare da sola, quindi con le palle, e comunque lo metteresti in grosse difficoltà. Non glielo dire…»

Ecco.Barbie Bastarda vergogna (2)

Nella mia mente, si è formata un’enorme scritta al neon che recitava:

«TI DEVI VERGOGNARE!»

Quindi mi sono chiesta se sia vero, se debba vergognarmi della mia situazione e, quindi, omettere e celare quella che sono, per prevenire una fuga. Se ogni uomo formulerebbe subito ed esattamente queste equazioni o se siano pensieri del tutto opinabili. Se, effettivamente, il mio status di perpetua zitellaggine possa intimorire un uomo e perché. Se riesca addirittura a precludere una relazione. Se, perciò, la singletudine richiami per forza altra singletudine, perché allora, sì, sarei definitivamente spacciata.

Forse do sempre troppa importanza a quel che mi viene detto, ma non posso fare a meno di rifletterci su.

Inoltre, mi trovo nella fase pre-compleanno in cui, inevitabilmente, ti torturi e analizzi tutta la tua vita e gli anni che passano e che casino e che disastro e che palle e come farò?!

Non che negli altri periodi dell’anno non me lo chieda… In realtà, se sei single, ne passi un bel po’ di tempo a chiederti “perché”. Ma non l’avevo mai pensato come una sorta di “disonore” da dover occultare…

Ho trascorso la maggior parte della mia esistenza da sola, mentre tutti, intorno a me, mi e si chiedevano: «Come mai?»

Sei bellissima, sei simpatica, sei una gran persona, EPPURE sei single. Come mai?

Già, come mai?

Allora, sì, te lo chiedi: «Cos’ho di sbagliato?»

Allora, sì, te lo chiedi: «Dove ho sbagliato? Perché alle altre sì e a me no?»

E, dopo una vita passata a chiederti cos’hai di sbagliato, capisci che forse non sei tu sbagliata, forse, è il mondo sbagliato o ti dici che il mondo è sbagliato per non darti colpe che forse hai, ma… non lo saprai mai! Dopo una vita passata a cercare di cambiare quella che sei, perché forse così non vai bene, capisci che alla fine vai bene così! Che c’è di molto peggio, boh non lo so!

Dopo una vita ad osservare quelle che condividono con me il primato di zitellaggine e a non trovarle poi così strane, così diverse, così dissimili dalle altre donne, o senza evidenti difetti che spiegherebbero la perenne posizione nella panchina  del gioco delle coppie, continuo a chiedermi se siamo davvero noi a fare paura e a doverci vergognare.

Perché TUTTE noi ci interroghiamo.

Considero che ci poniamo un sacco, troppe, domande alle quali, probabilmente, non avremo mai risposta.

E, a questo punto, credo, piuttosto,  che dovrebbe vergognarsi chi ha dei pregiudizi o, in base a poche informazioni, trae conclusioni che più gli fanno comodo. Chi formula alibi per giustificare una fuga.

Alla fine, ho concluso che del mio protratto “single”, non me ne vergogno neanche un po’!

Che sono fiera di riuscire ad essere felice anche da sola, di non aver  barattato la felicità con la compagnia, a tutti i costi.

Che forse è vero, come dice una mia amica, che sono stata tanto sfortunata.

Che ci ho provato, ho sbagliato, ho pianto e sofferto, ho lasciato e scartato, ho giocato la mia partita come tutti, e non so se, alla fine, ho perso o vinto, ma non posso e non devo vergognarmi per questo.

Che conosco davvero tante donne belle, in gamba, realizzate, felici, ma single. E neanche loro dovrebbero vergognarsene.

Che mi piacerebbe moltissimo trascorrere la vita con qualcuno di speciale, ma, se questo non accade, non posso martoriarmi più di quanto non faccia già e – soprattutto – non voglio trovarmi qualcuno solo per riempire lo spazio vuoto accanto alla mia spalla.

Che, a quest’ora, sarei potuta essere sposata con qualcuno che non volevo, o separata, o madre di figli infelici per il poco amore che circola in casa, o tutte le precedenti.

E allora sì che mi sarei vergognata di me stessa. Se avessi compiuto atti che andavano contro il mio istinto, la mia felicità e il mio cuore, non credo che avrei camminato a testa alta, come faccio ora.Barbie Bastarda vergogna (3)

Che questo dimostra che ho avuto un grandissimo rispetto per me stessa e per gli altri. Ma, evidentemente, ormai, sono valori dei quali occorre vergognarsi.

Se questo ti fa paura, mio caro sconosciuto che magari incontrerò o magari no, non so davvero cosa fare perché il passato non posso cambiarlo.

Che tutto ciò, forse, potrebbe incutere timore a uomini minuscoli, non a Uomini veri.

Che non so se un uomo preferirebbe, allora, sentirsi dire che ho visitato un letto diverso, ogni sera.

Che un uomo potrebbe scappare anche se gli dicessi che sono vegetariana, o la squadra che tifo, o il colore che preferisco, o la musica che ascolto. Che un uomo potrebbe comunque scappare. Punto.

Ma, se questo dovesse accadere, non credo c’entrino i miei anni di singletudine o la grandezza delle mie o delle sue palle. Quanto, piuttosto, il desiderio di stare insieme.

A prescindere da tutto, sopra ogni altra cosa e senza bisogno di darci colpe che non abbiamo.

Se mai incontrerò qualcuno, forse glielo dirò il tempo esatto, o forse non ce ne sarà bisogno perché non sarà importante. Perché sarebbe bello cercare di conoscere la persona che hai di fronte, avulsa dal pregresso, dai racconti e solo per ciò che è CON TE, IN QUESTO MOMENTO.

Perché se io voglio TE e stare davvero con te, del resto non mi interessa nulla.

Questo, sì. Questo glielo dirò.

 

«Più una persona sta bene da sola,

più acquista valore la persona con cui decide di stare»

Cit.

Barbie Bastarda vergogna

LA SINDROME DI TERENCE

Non so voi, ma io la frase: «Non la posso lasciare perché lei è troppo debole, insicura, ecc…» l’ho sentita fin troppe volte, direttamente e indirettamente.

Il primo sentore di questa circostanza, lo ebbi sin dalla tenerissima età, guardando Candy Candy. Per una serie incredibile di eventi, questa sfigata piagnucolosa (e manco bella, dai!) era riuscita a conquistare Terence, altresì detto IL FIGONE.

E, mentre eravamo tutte lì a singhiozzare che allora è vero, il Lieto Fine arriva, se patisci sufficientemente, l’universo ti ricompensa e, come Cenerentola prima e Candy poi, pure se sei una patetica sfigata, alla fine un figo te lo accaparri sicuro. Eddaje! Capimmo che, invece, manco per niente…

Perché Terence la amava, sì, ma non poteva stare con lei, perché Susanna – la donnuccia-uccia-uccia-deboluccia – per salvarlo ci aveva rimesso le gambe e allora “Ti amo ma non posso, DEVO stare con lei”. Per riconoscenza mista a senso di colpa, intrisa di dovere, ottenendo, così, la relazione di “circostanza”, in cui sono entrambi infelici, ma stanno comunque insieme.  Allora Candy scappa per le scale e lui la rincorre e le si avvinghia da dietro e piangono tutti e due e però, niente, non se po’ fa!Barbie Bastarda Candy ev2

Bel quadretto.

E già lì, già da ragazzine, abbiamo capito che ‘sta cosa dell’Amore celava un sacco di fregature e che se poco, poco eri una in gamba (appunto) eri fottuta!

Anni dopo, proprio a ME, toccò fare la Candy Candy della situazione. Quando le mie orecchiucce delicate dovettero sentire le testuali parole:

«Sì, tu sei tu, non c’è paragone, ma io proprio non posso. DEVO rimanere con lei. Lei da sola non ce la farebbe mai…»

Da lì in poi, attraverso incontri o racconti, di donne ritrovatesi novelle Candy, e uomini filantropi, ho imparato che il mondo è pieno di Susanne che gna fanno, minacciano suicidi, e sono davvero troppo, troppo fragili, povere! [e lo sapete che ne penso delle Gatte Morte, vero? Se non lo sapete, leggete QUI]

E il mondo è altresì generoso di Uomini affetti dalla “Sindrome di Terence”, ovvero quella patologia che li spinge a vivere una vita di merda, di supplizi, sacrificati in nome dell’inerzia e del senso di colpa, a fianco di una donna che non amano.

Che poi le donne lo sanno pure di non essere amate e – giuro, giuro, giuro! – viviamo come fratello e sorella e non ci tocchiamo mai, mai, mai e – quelle poche volte che succede – è ginnastica, è timbrare il cartellino, ammazza che schifo.

Però, oh, DEVO!

Ovviamente te lo chiedi: cosa sei, un crocerossino? Chi te lo fa fare di immolare la tua vita e la tua felicità per qualcun altro?

Certe volte, ahimè, le fanciulle attuano dei ricatti morali e materiali davvero difficili da ignorare. Sono sicura che, se ci pensate, vi vengono in mente svariati esempi. Certe volte è davvero difficoltoso per uomini perbene e con un briciolo di cuore, mollarle.

E mi sono sempre chiesta come possa una donna sensata (posto che lo sia), adulta, e con un filo di amor proprio, accettare un compagno di facciata.

Perché tu, donna, se uno vuole o no stare con te, lo sai, lo capisci. Non raccontiamoci il contrario. Piuttosto che stare sola, preferisci una relazione di copertura?

Non pensi di meritare di essere amata, ma amata davvero, e non per convenienza o supplica?

Mi chiedo pure, se dietro questa condanna e abbraccio all’eterna infelicità, esista un tacito, reciproco accordo secondo il quale io resto la “lei” ufficiale, non starò mai da sola, ma devo chiudere un occhio sulle infinite corna che popolano la mia testa. (Non disdegnando, magari, di pareggiare i conti… )

La domanda è, allora, lecita: ma che rapporto è?

Altro fatto che mi ha sempre molto colpito, è la distinzione immediata che riescono a fare gli uomini tra quelle che “non ce la possono fare” e le “donne cazzute che je la fanno, eccome”.

Forse perché non frigniamo, forse perché non supplichiamo e non minacciamo di porre fine alla nostra vita, ma loro sono certi che, va be’, tanto a te passerà, ce la farai, tu sei TOSTA.

A noi, figurati, ‘ste cose non ci sfiorano nemmeno!

Noi siamo forti, a noi “cazzomene”, abbiamo il cuore e la vagina rivestiti di materiale impermeabile e ininfiammabile, a noi che ce frega!

Siamo fredde e insensibili stronze che tanto se la caveranno, ovvio.Barbie Bastarda Susanna

Loro no, le Susanne del mondo gna farebbero mai, scherziamo? Affrontare addirittura una rottura e la vita, completamente sole, chi ci riuscirebbe? Ah, giusto! NOI. Va be’ ma noi possiamo e dobbiamo. Scusa, abbiamo giocato, pacchetta sulla spalla e vattene affanculo. Dai su, che tanto tu non crolli.

Va detto che, ovviamente, noi conosciamo solo una versione della storia, quella del lui altruista. Sarebbe interessantissimo appurare se queste donne siano consapevoli che i loro uomini stanno loro accanto, per mera carità cristiana. Se, effettivamente, siano loro ad aver mendicato attenzioni e presenza, e non viceversa, se questa non sia tutta una favoletta per non impersonare la parte del cattivo, il traditore seriale, ma, piuttosto, quello che vorrebbe pure, ma è talmente buono e riconoscente da non sentirsela di abbandonare la lei che gli è stata vicino per anni.

Ci fanno decisamente una figura migliore, non trovate?

Infine una risposta alla domanda che, sono certa, in molti stanno formulando. I soliti, quelli che non sbagliano mai e hanno sempre quella tremenda voglia di puntare il ditino accusatore contro qualcuno:

«Perché mettersi proprio con uno sposato/fidanzato?».

Ecco.

Sicuramente a voi non sarà MAI successo, ma – nel resto del mondo – capita tutti i giorni.

Certe volte, certe cose, accadono e basta. Anche se ti eri giurata che tu no l’avresti fatto mai.

Non si programmano, né progettano, ma si verificano. E i motivi possono essere i più disparati: la solitudine; il gusto del proibito; l’illusione di riuscire a non legarsi troppo; la vigliaccheria che impedisce di non assumersi un impegno serio e da ultimo, ma più importante, succede anche – e soprattutto – perché l’infelicità spinge la gente a cercarsi altro.

Non è piacevole essere “l’altra”, la cattiva, la zoccola, non è il sogno di nessuna donna essere etichettata come tale. Ma, a volte, accade.

Infatti, nove volte su dieci, sono proprio queste “rovina famiglie” a troncare la liason, poiché stufe di un ruolo che non gli appartiene. Confermando, in effetti, loro sì, di essere così forti da preferire la solitudine a un legame fittizio e infelice.

E finché ci saranno rapporti di apparenza, vi si affiancheranno quelli clandestini.

Ma, onestamente, mi chiedo quali siano quelli davvero“sbagliati”.

 

 

PS: Comunque, se io fossi stata Candy, penso che avrei riposto al Sig. Terence:

«Ti capisco, figurati, che problema c’è? Io tanto me la cavo, sono forte! Sono orfana, amica solo di un procione, perché la mia ex migliore amica si è rivelata una grandissima stronza. Le famiglie adottive mi hanno trattata di schifo, l’amore della mia vita è morto, tu mi stai piantando, però, oh, sto in piedi! In tutti i sensi. Quindi è giusto che tu stia con lei, perché lei c’ha bisogno. Magari di due, ne fate uno sano. Prenditela a braccetto e andatevene affanculo insieme!»

 

Con Amore,

alle mie donne cazzute.

Sempre più fiera di voi.

 

 

BB & I SEGRETI DEL SESSO

In questi giorni, ehm… mesi… ehm… anni… va be’, COME SEMPRE, sto avendo interessantissime discussioni con altri esseri umani, riguardo preferenze sessuali, fantasie, perversioni, feticismi e quant’altro.

Non poteva capitare più a proposito la visione del film Kiki & i segreti del sesso decantato come provocatorio, politicamente scorretto, libero e trasgressivo. Ovviamente sono andata a vederlo per amore di sapere antropologico, assolutamente non per soddisfare le mie di perversioni e la ben nota curiosità.

Il mio commento alla fine del film è stato: «Ok, mi vado a cercare un cactus…» Tenetelo a mente.

Di seguito si farà un bel po’ di spoiler, quindi, se non volete rovinarvi la visione, NON LEGGETE.Barbie Bastarda (4)

Se dovessi definirlo, lo definirei innanzitutto “spagnoleggiante”, non mi viene altro termine. Se avete passato in rassegna, come me, tutta la filmografia di Pedro Almodóvar sapete esattamente cosa intendo, nel bene e nel male.

Riguardo ai contenuti, devo dire che mi consideravo una abbastanza avanti, sapiente in materia, relativamente esperta e poco meravigliabile. Da oggi, mi sento una santarellina, una novellina che ha tutto da imparare e Alice nel paese della vastità delle meraviglie sessuali, coi miei gusti e fantasie abbastanza comuni e banali.

O no…?

Perché questo film va a sdoganare passioni delle quali, io personalmente, ero del tutto all’oscuro, parafilie poco conosciute, per arrivare ad altre già note, tipo il piacere di farsi mingere addosso, il Pissing.

Non a caso le ho chiamate “Passioni” e non perversioni, perché penso, come sempre, che finché non si sfoci nella pedofilia o necrofilia, o in qualche altra pratica oggettivamente condannabile – per il resto – in camera da letto, ognuno sia libero di fare ciò che vuole, se si è entrambi adulti e consenzienti, ovvio. Potrò non capire certi gusti, potrò perfino riderne, ma – ripeto – ognuno fa quel che più gli aggrada. Se pensate che la perversione (nell’accezione più dispregiativa possibile) o il feticismo (idem) non abbiamo a che fare con voi, ma siano appannaggio di una piccola cerchia di zozzoni deviati, sbagliate di grosso!

È fondamentale imparare che “pervertiti” lo siamo tutti e che, forse, vivere appieno le nostre fantasie e dare sfogo a tutti gli istinti, senza tabù, ci renderebbe meno frustrati, oltre che frustati, e che il vizio è proprio accanto a noi…per fortuna!

Quindi, la prossima volta che vedrete delle adepte Crudelia De Mon, ovvero, tutte le stronze patentate che conoscete, provate a pensare che siano affette da Dacrifilia, cioè si eccitano guardando il loro partner piangere. Se costui dovesse risultare un masochista – signore e signori – avremmo la coppia perfetta! E sicuramente felice e libera.

A proposito di felicità, da bambina, come Linus, non mi separavo proprio mai da un cuscinetto di raso, perché mi rilassava e dava piacere toccarlo. Avevo già capito tutto. Questa pulsione mi si è tramutata nel toccarmi ossessivamente i capelli in generale e quando sono appena lavati, in particolare. Li trovo “smooth” (non riesco a trovare un aggettivo completo equivalente in italiano, perdono) e non riesco proprio a trattenermi dal farlo.

Oggi apprendo che potrei essere una praticante dell’Efefilia, termine che indica chi riesce a godere, toccando determinate stoffe. Ecco fatto. Fin da piccola, quindi, avevo la chiave della felicità e poi mi sono lasciata distrarre. Perché crescendo vogliamo infarcire la vita coi sentimenti quando, invece, la gioia te la potrebbe dare un guanciale di raso?

Vado a riesumarlo e vi racconterò come va tra di noi…

Un’altra inclinazione illustrata nel film, viene incarnata dal marito infelice, di un’altrettanta moglie infelice – e pure un pochetto stronza –  che la riempie di sonniferi per poterla amare, una volta addormentata, attuando così la Sonnofilia.

Qualsiasi uomo medio avrebbe reagito alla di lei acidità e al divieto di farsi toccare, con un «Fanculo a te e la tua stronzaggine, vado a scoparmi qualsiasi altra cosa!» Invece lui no, ci tiene ad abbracciare e amare la moglie. La SUA donna. Non una qualsiasi. La donna che ha sposato e alla quale ha giurato eterno amore.

Perché io l’ho vista così.

Qui si potrebbe obiettare che compie queste azioni su una donna incosciente, vero. Ma io mi sono soffermata di più sull’altro aspetto: il desiderio di intimità che si prova nei confronti dell’oggetto del nostro amore. Non so voi, ma io in questo momento ho in mente qualcuno e, se potessi accarezzarlo mentre dorme, lo farei. Zitto, fermo e amami! Vedrai che ti piacerà.

Infatti, alla fine, pure la moglie stronza si addolcisce. Alimentando ancor di più il vecchio adagio che vuole le donne acide rese tali dalla carenza di Vitamina C. Mi sa che è vero.

Un’altra coppia interessante, vede lei che sta con uno figo monumentale aspettando che la chieda in moglie… Costei è corredata da ben due pulsioni particolari. La prima è la Arpaxofilia che fa provare piacere nell’essere aggrediti; la seconda è la Dendrofilia, ovvero l’eccitazione sessuale provocata dalle piante. E, niente, lì ho cominciato a ridere perché ho immaginato come ci si debba sentire rimirando un cactus di quelli alti, con sembianze falliche. Tin, tin, tin, jackpot!!

Ma il figo, che la ama, mette su pure una messinscena, una finta aggressione, per farla eccitare. Capito? Spesso ci vergogniamo di confessare i nostri difetti o debolezze, dimenticando la regola base che chi ci ama davvero, ama tutto il pacchetto, stranezze comprese.

Non solo, ma questo dimostra pure che gusti particolari potrebbero rivelarsi anche utili all’interno di una relazione, per attizzare costantemente la fiamma. Basta dirselo!

Certe volte, quello che manca in una coppia è…un’altra persona! Nel film un connubio poco soddisfacente, viene risolto con un ménage à trois su richiesta di lei e l’accondiscendenza più che entusiasta di lui. Ascoltando pure racconti di coppie che praticano con costanza lo scambismo, mi sono chiesta se questa non sia la nuova frontiera dei rapporti 3.0, l’antidoto alla routine, la ricetta per la felicità. O se vale sempre e comunque il credo monoteista che esclude l’infedeltà.

Se due persone, in accordo, hanno “bisogno” di esperire questo tipo di situazioni e, soprattutto, il coraggio di confessarselo e di affrontarlo insieme, credo che, piuttosto che un rapporto malato, vivano un rapporto libero. Libero dagli schemi prefissati, dai limiti, dai tabù imposti o autolimitanti, quindi, beati loro!

Onestamente, non so se io riuscirei a farlo, ma è pur vero che non vivo un rapporto decennale, un po’ spento.

Quello che potrei fare sicuramente è vendere perizomi indossati, per procurare piacere a qualcuno…

Qualche giorno fa, mi hanno rivelato che in Giappone esistono dei distributori automatici di mutande usate.

Premetto che non mi sono presa il disturbo di verificare se sia vero o meno, ma – visto che scene simili sono presenti nel film e che, ormai, non mi stupisco più di niente – a questo punto, mi sembra plausibile.

Quindi, sto pensando di mettere su anch’io il mio bel business di perizomi usati, risolverei un sacco di problemi. Il mio lavoro consisterebbe solamente nell’indossare biancheria pulita ogni giorno, quindi ciò che già faccio, e – in più – eliminerei lo sbattimento di lavarmi le mutande a mano perché, si sa, in lavatrice si sciattano. Vuoi per caso andare in giro con la biancheria sciatta? Se poi ti succede qualcosa e ti vedono le mutande consunte che figura ci fai? Passeresti per una barbona e per la figlia di nessuno, siamo mica matti?

Quindi utilizzerei capi nuovi ogni giorno, coi proventi di quella usata, comprerei sempre lingerie intonsa e questo appagherebbe sicuramente il mio di piacere. Perché se c’è un nome che indica il feticismo per quelli che amano la biancheria intima, io ce l’ho di sicuro.

Perciò, abbiamo appurato che – nonostante le premesse – sono potenzialmente, e in atto, una pervertita, che conservo un discreto numero di pulsioni nascoste nel cassetto delle mutande, altre che non vi sto qui a dire e altre ancora nelle quali mi sono imbattuta durante il viaggio nel paese degli interessi altrui, raccontati o incontrati.

Svariati sono stati, ad esempio, i feticisti di piedi e scarpe e io, da brava shoes addicted quale sono (aggiungere alla lista), non potevo che compiacermene.

Diversi racconti anche sul godimento dato dalle docce di pipì:

«BB lo devi per forza provare…»

«Ma non mi attira… »

«Se non l’hai mai provato, come fai a saperlo??»

«Allora, per lo stesso ragionamento, dovrei provare anche la coprofilia!!»

«Cioè??»

«La stessa cosa, solo con la cacca…»

«Ah no! Quello proprio no!»

Ecco. C’è un limite anche nelle deviazioni.

Moltissimi, quelli che amavano farsi frustare. Ora non so se sia vera la leggenda che vuole che gli uomini pubblicamente “potenti” amino la sottomissione in privato ma, di sicuro, posso garantirvi che la maggior parte di loro erano imponenti. E vedere un omone grande e grosso implorare la sculacciata e la punizione, be’, un po’ di effetto ne fa…

Uno su tutti mi chiese se potessi colpirlo ferocemente proprio “lì”. Guardai l’emblema della virilità mascula che sonnecchiava ignaro di quel che gli stava per succedere. Che mi si offriva, gratuitamente, come capro espiatorio di tutte le angherie subite da me e dalle donne in generale. Ed io, novella Lorena Bobbit nel paese del contrappasso sessuale, avevo la grandiosa opportunità di pareggiare i conti a colpi di frustino e non vedevo l’ora di vendicarmi e vendicarVi degli uomini e allora, sì, cazzo, che ti frusto! Così impari te e quelli come te!

In teoria…

Perché in pratica, un po’ la pena (è proprio il caso di dirlo) per il divin gingillo, un po’ l’egoismo che mi montò dentro, mi fece rispondere:

«No, porello, poi si fa male…» considerando – infatti – che un pene che dà pene, è un pene che non può dare gioie (a me), declinai l’invito. E mica so’ scema e neanche masochista (io no!). Tu ci godrai pure a distruggerti l’attrezzatura di piacere, ma poi io che faccio??

Se, da quella esperienza, imparai che non sempre otteniamo l’agognato Happy End, fortunatamente questo non accade in Kiki.

Noi romantiche fanciulle smielose che guardiamo il film porno auspicando al lieto fine, sperando che, in ultimo, sia finalmente lui quello che si inginocchia per chiedere la mano alla solerte donzella, possiamo essere contente, perché anche in Kiki, ci sono vari “Lieto Fine”. Anche per tutti questi zozzi e viziosi.

Allora capisci che, forse, davvero viviamo in un mondo perverso e fatto di pervertiti, o, più semplicemente, sorridi  e continui a sperare.

Perché se la stronzaggine si cura con botte di Vitamina C; se pure le corna non sono più corna, ma atti d’Amore condiviso; se fai piangere tuo marito per diletto personale, ma, alla fine, lui riesce finalmente a fecondarti; capisci che, a volte, non puoi proprio sapere da dove provenga la felicità, ma arriva. E, per quanto possiamo biasimare noi stessi, le nostre stranezze e impulsi, e vergognarcene, potremmo perfino trovare qualcuno che le accetti e accolga, anche più di noi.

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Cactus erectus. Non vi ricorda qualcosa??

Perché, se l’anello se l’è meritato una che si bagna guardando un cactus, be’, cazzo, allora ce lo meritiamo proprio tutte!