TI MERITI IL MARE

«La qualità delle tue relazioni riflette quello che credi di meritare».

Questa frase qui, in diverse salse e rivisitazioni, l’ho sentita non so quante volte.

Ogni volta ho pensato frettolosamente che non fosse proprio così e sono andata oltre.

Nell’ultimo periodo mi è stata riproposta, in maniera diretta e non, e mi ci sono soffermata di più.

Ho cominciato a ragionarci davvero, a cercare di capire se e quando ne abbia avuto conferma di veridicità.

Potremmo scomodare la LoA, la psicologia e la sua “profezia che si auto avvera”,  ma è tutto molto più semplice:

«La qualità delle tue relazioni riflette quello che credi di meritare».

Se credi di meritare molto, quello avrai.

Se abbassi l’asticella delle pretese, ti accontenti, ti fai bastare la miseria, quello avrai.

Se ritieni di non essere degno di ciò che vorresti, desideri e ti auspichi, quello otterrai.

Se banchetti con le briciole, anziché ambire a un pasto migliore o preferire il digiuno in assenza di esso, le briciole saranno quel che penserai di meritare. Nulla di più.

Se ti racconti che nessuno mai potrebbe interessarsi a te, nessuno ti farà compagnia.

Se ti barrichi nel castello della tua solitudine, sarai il solo guardiano di te stesso.

Se ritieni accettabile essere una seconda scelta, una riserva, una tantum lo sarai.

Se ti fai bastare un rapporto superficiale, piuttosto che niente, delle limitazioni che contrastano con quel che vuoi davvero, delle etichette quali “solo sesso”, “solo quando non ho di meglio”, “solo quando va a me”, quello sarai.

Ho pensato a tutte le infinite volte in cui mi sono accusata (ed ero pure convinta) di aver sbagliato io ad agire o a comportarmi in una certa maniera.

Quanto mi sia incaponita, abbia giustificato, abbia lasciato correre, pienamente cosciente che NON era quello che volevo.

Quanto mi sia raccontata che le mie esigenze non fossero importanti, fossero dettagli, che il poco fosse comunque meglio di niente.

No, meglio niente!
Piuttosto che qualcosa che tradisca le nostre speranze.

A quanto spesso avessi forzato le cose nel sentire o nel vedere qualcuno, quasi “costringendolo”, quasi supplicandolo, non considerando che ME LO MERITO, eccome, uno non veda l’ora di vedermi, sentirmi, amarmi.

A un certo punto, abbiamo ritenuto che fosse “normale”attendere accanto a un telefono.

Accontentarsi dei ritagli di tempo, orari ben precisi, scampoli di momenti.

Rinunciare ad ambire a un rapporto pulito, semplice, paritario.

Abbiamo addirittura deciso che l’Amore, l’affetto, i sentimenti, fossero un qualcosa di cui dovessimo quasi vergognarci, un impedimento che rovina tutto, emozioni da non rivelare mai che poi – oh – scappa, non mi vuole più, si spaventa.

Non meritiamo TUTTI di essere amati?

Perché rinunciarci?

A tutto questo, a tutto quello che non ci fa stare bene, in pace, felice, occorre dire NO.

Rifiutare tutto quel che sia al di sotto delle nostre aspettative, di come intendiamo i rapporti, di quello che vogliamo ricevere.

Magari coscientemente nessuno si aspetta di essere maltrattato o tradito, che debba essere così una relazione.

Non meritavo le sparizioni.

Non meritavo di essere la seconda scelta o quella di riserva.

Non meritavo di essere lasciata per telefono, senza troppi complimenti.

Tutta questa gente qui, non meritava le mie lacrime, né le mie attenzioni, le cure, l’affetto, l’ostinazione.

Troppe volte abbiamo dato una possibilità a chi offriva miseria, perché – in fondo – era meglio di niente.

Permesso pedissequamente palesi mancanze di rispetto per paura di parlare, o di creare problemi, o porre realmente fine a un rapporto che non dà la reciprocità che dovrebbe.

È doloroso, oh sì, lo è.

Pure i rapporti insoddisfacenti lo sono.

Le delusioni continue.

La fiducia malriposta.

È tutto molto doloroso.

Ma se continuare a sopportarlo o meno, siamo noi a deciderlo.

Siamo noi a sapere se lo “meritiamo” o no.

Forse sono esagerata, le persone sbagliano, non possono essere all’altezza delle mie aspettative…

Ecco. Le aspettative.

Se ti aspetti mediocrità, quello avrai.

Pure in ambito di amicizia, vogliamo davvero che un amico sia colui che ti dà per scontato, che si è talmente abituato alla nostra presenza, da non apprezzarla più?

Se questo è quello che accettiamo, se fondiamo la nostra conoscenza dell’affettività su rapporti disparitari viziati e non appaganti, quello avremo.

Ho sempre pensato che, perdendo una persona, fossi io quella che ci rimetteva di più.

Ultimamente, no.

Ultimamente credo sia veritiero anche il detto “Chi non ti ama, non ti merita”, ovvero non ti capisce, non ti sa apprezzare, non si rendo conto di quello che potrebbe avere.

Quindi, perché dovrei essere io ad agire?

Perché abbiamo rinunciato pure alla cavalleria, alla galanteria, al corteggiamento?

Perché pensiamo di non meritarli più, di dover per forza darsi da fare, patire, subire un rapporto e non sceglierselo deliberatamente?

Meritiamo di essere trattate da DONNE.

Qualcuno me l’ha detto:

«Sei una donna, fatti trattare da tale»

Mentre mi toglieva di mano le valigie che volevo a tutti i costi portare da sola.

Stupita, da quelle piccole attenzioni che non si ricordano nemmeno più, perché cadute nella nostra quotidiana disabitudine.

Abbiamo messo da parte i privilegi che comporta l’essere donna, in nome di una parità di sessi che sottintende una contraddizione implicita.

Ci hanno creati diversi.

SIAMO diversi.

Questa cosa qui dell’indipendenza, dell’autosufficienza del femminismo, dell’emancipazione, l’abbiamo recepita male.

Non significa di certo rinunciare ad esserlo, donne, femmine, con onori e oneri.

E non contrasta per forza con l’autonomia e l’emancipazione.

Abbiamo i nostri “ruoli”, attitudini diverse, palese inferiorità fisica.

Il barattolo riesco pure ad aprirmelo da sola, ma quanto è più bello potertelo chiedere e sapere che dall’altra parte c’è una risposta entusiasta, un qualcuno che non vede l’ora di esserti di aiuto, di fare l’uomo di casa, di prendersi cura di te. Perché meritiamo qualcuno che si prenda cura di noi e dobbiamo permetterglielo.

Allo stesso modo, io ti posso pure invitare a uscire con me, e sicuramente tu mi diresti di sì, ma perché dovrei farlo?

Perché dovrei rinunciare al mio “ruolo” di preda che ha già scelto? Che lascia a lui il piacere della conquista, l’illusione di avercela fatta, mentre invece io ti avevo già puntato da prima che tu ti accorgessi di me, e avevo giurato che saresti stato mio.

Abbiamo permesso a noi stesse di convincerci di non meritare più la cavalleria, la galanteria, il corteggiamento.

Che fossero superati, desueti, non più importanti.

Invece, io me lo merito un cazzo di invito a cena.

Un uomo che non è in grado di alzare un dito per comporre un numero, non merita di certo che io gli faccia alzare altro.

Me la merito una cazzo di telefonata.

Mi merito una grandiosa “botta”, ma anche il prima e il dopo.

Mi merito il mare. 

Le domeniche al mare, le passeggiate, il mano nella mano, i giochi, le discussioni, le coccole, i confronti, i salti mortali per riuscire a vedersi, i compromessi, le rinunce, le conquiste, la cura, l’affetto, l’Amore, mi merito TUTTO.

Merito di essere amata liberamente.

Adesso sono sola, è vero, ma non me ne dispiace.

Perché ho ben chiaro quello che finora mi è stato offerto.

E non perdo più tempo, pensieri, parole, opere e omissioni per chi non lo merita.

Non aspetto, non chiedo, non cerco di convincere, non supplico, non abbasso l’asticella.

Meglio niente, che meglio di niente.

Finalmente SO quel che merito io.

E tu, cosa pensi di meritare?

 

 

”Io sono un esperto di menefreghismo.

Il segreto è smettere di preoccuparsi per la salute delle chiappe degli altri e cominciare seriamente a pensare a quello che vuoi tu,

a quello che tu meriti e a quello che il mondo ti deve, capito?!”

Bender

 

WHAT GOES AROUND COMES AROUND

Stamattina ho avuto ulteriore conferma che “Tornano tutti”. Spessissimo, tornano quando non ce ne frega proprio più niente, e che il Karma è implacabile.

Ma andiamo con ordine…

Diversi anni fa, in una giornata di fine Agosto – come ora – in una mattina pre-partenza impiegata a effettuare gli acquisti dell’ultimo minuto, conobbi un tizio. 

Chiacchierammo un po’ e, infine, ci scambiammo i numeri di telefono. 

Mi disse che gli avrebbe fatto piacere vedermi quella settimana, a cena, ma non era possibile perché io stavo per partire e sarei tornata solo il sabato successivo.

“Allora ci sentiamo quando torni” mi rispose.

Io annuii, senza troppa convinzione.

Trascorsi la mia splendida settimana in Salento, scordandomi completamente di quell’incontro. 

Fino a quel famoso sabato di rientro in cui, mentre ero ancora in viaggio, in macchina, lui mi chiamò per accordarci su quando vederci.

Cavolo, questo è stato una settimana intera a pensare a me!

È interessato. È molto interessato… Fico!

Uscimmo.

Ricordo perfino come ero vestita quella sera: 

un paio di jeans chiari, larghi in fondo, come piacciono a me, che mi stavano da Dio;

un top nero di pizzo che metteva ben in evidenza le gemelle, senza risultare volgare, e che lasciava giusto intravedere il piercing all’ombelico. 

Una zeppa nera con dei fiori bianchi.

I capelli molto lunghi lasciati selvaggi, ricci, 

il mio solito profumo alla vaniglia.

Era stata una serata molto piacevole, all’Isola Tiberina, a bere, rimirar le stelle e raccontarsi.

Una serata di fine Agosto, come adesso.

Alla quale avevano fatto seguito svariati baci della buonanotte, anch’essi belli, con lui che insisteva perché lo seguissi a casa sua. 

Avevo saggiamente declinato.

Dopo questo primo incontro, ci fu circa una settimana di nulla più assoluto, durante la quale io mi ero torturata a dovere e avevo stilato una lunga lista di errori che avevo commesso e svariati difetti che possiedo, a causa dei quali è più che naturale che uno non mi voglia più né vedere, né sentire. 

Avevo sbagliato a non starci, ma no. Questo mi dimostrava solo chiaramente che tipo fosse lui e non mi interessava. O forse sì? 

Paturnie, signori. 

Femminee paturnie a noi purtroppo ben note.

Finché decisi che dovevo dipanare ogni dubbio e sapere la verità, sapere se quella sbagliata fossi io o lui, quindi gli scrissi. 

Lui mi rispose che era mooolto incasinato col lavoro, gli alieni, le partite di calcetto, ecc, ecc… 

Scuse che, negli anni a seguire, ebbi modo di udire più e più volte.

Asserendo che tutti quegli impegni, gli lasciavano libero solo il sabato, e non poteva sciuparsi il sabato sera per uscire con me.

Questo disse.

Lo disse davvero.

Sorrisi e incassai, ma non lo scordai mai.

Aggiunse, inoltre, che quella sera si sentiva particolarmente stanco, dolorante e che avrebbe molto gradito se “qualcuno” fosse andato a casa sua per fargli un bel massaggio.

“Conosci chi potrebbe farlo?” Mi chiese.

Io iniziai ad essere allusiva, stuzzicante, gli dissi che, sì, conoscevo qualcuno molto ben disposto a soddisfare questa sua esigenza.

“Davvero?”

“Ma certo…”

Mi figuro ancora il suo sorrisetto compiaciuto, spento dal mio invito a cercarsi una massaggiatrice tra gli svariati annunci ad uopo presenti ne ‘Il Messaggero’.

Non lo sentii più.

Nel corso di questi anni, ebbi modo di vederlo altre volte, di sfuggita, in diverse circostanze.

Entrambi ci guardammo bene dal rivolgerci la parola.

“Chissà se si ricorda di me?”

Mi sono domandata, in queste occasioni.

Stamani, ho avuto la mia risposta.

All’inizio credevo che scherzasse, che giocasse agli “sconosciuti”, poi ho capito che non aveva la benché minima idea di chi fossi.

Non ricordava di avermi già conosciuta, già baciata, già trattata di merda. 

Non ricordava nulla.

Ma io sì.

Ho riassaporato lo stesso modo di abbordare, neanche affinato dal tempo trascorso, le medesime frasi, battute e complimenti.

Gli anni non lo avevano cambiato, ma a me sì.

Solo per un attimo sono stata tentata di rivelargli chi fossi, ma ho concluso che fosse molto più divertente non farlo. 

O forse sarebbe stato troppo umiliante da sopportare un “Non ricordo” di risposta e non volevo rischiare. 

Gli ho dato giusto un indizio, quando mi ha chiesto che lavoro facessi:

“La massaggiatrice” ho sghignazzato.

Ma lui non ha colto. Ha solo fomentato il suo interesse.

Ho fatto finta di non capire, quando mi ha chiesto – nuovamente-  il numero e ho continuato a farlo parlare, a fargli dare il meglio di sé, in questa complicata jungla dei rapporti umani, in cui un giorno sei cacciatore e l’altro preda.

Mentre aspettavo solo il momento più opportuno per colpire… 

Ha, quindi, dichiarato che gli avrebbe fatto piacere vedermi questa settimana, a cena.

“Ho solo il sabato sera libero…”ho risposto.

“Perfetto. Allora ci vediamo sabato!”

Ho sorriso. 

L’ho scansionato dalla testa ai piedi, lentamente, passandomi la lingua sulle labbra, come una fiera che pregusta il proprio pasto.

Ho puntato i miei occhi dentro i suoi, senza smettere di sorridere. 

Infine gli ho detto: 

“Ma ti pare che spreco il mio sabato sera, per uscire con te??” 😉

TRATTA COME TI TRATTANO

È successo così.

Per telefono, raccontavo ad un’amica gli ultimi disastrosi aggiornamenti. Dopo aver ascoltato, lei aveva concluso con un: «Il problema è che tu sei troppo buona e dai sempre un sacco di possibilità».

Ho sorriso. Pensando a tutti (tanti) quelli che, invece, pensano che io sia un’immensa stronza. E hanno anche ragione, a dire il vero.

Eppure lei aveva emesso un giudizio obiettivo sulla base dei fatti, al netto dell’affetto che nutre per me, considerandomi fin troppo buona e disponibile.

È stato in quel momento che ho capito tutto: in me – e in quasi tutti  –  si compenetra un dualismo di personalità ben definito buona/stronza.

Poi scelgo quale mostrare, a seconda di chi ho davanti.

Ti tratto come mi tratti.barbie-bastarda-tratta-come-ti-trattano-ev-3

«Non è così» ha tuonato lui «Se fosse in questo modo, saremmo esseri privi di personalità che replicano i comportamenti altrui. Tu cambi? Sei diversa a seconda dell’individuo con il quale ti rapporti? Non è così. Una persona non può cambiare…».

Ho iniziato a domandarmi se – invece – non avesse ragione lui…

Esistono due scuole di pensiero ben distinte:

la prima fa propri i motti citati: “Tratta come ti trattano, che non è mai sbagliato” e il più efficace: “Tratta come ti trattano, poi vedi come si incazzano!” Una pratica di preciso dare-avere, in cui le aspettative sono rapportate e commisurate e non può sorgere delusione.

La seconda, più nobile, asserisce che bisogna comportarsi secondo la propria natura, indipendentemente da quel che si riceve indietro. Volendo, può essere complementata dal “Ciò che darai, riceverai”. Così è scritto, perciò tu fai e fregatene se non ricevi, perché – prima o poi – accadrà, ti sarà dato.

Comportati rettamente, in attesa che il karma, la Legge del Contrappasso, o quel che è, faccia il proprio corso e restituisca ad ognuno ciò che – nel bene e nel male – ha dato e si è meritato.

Questa, presuppone una sicurezza e una nobiltà d’animo incondizionate, una fede ferma sulla certezza di una ricompensa futura interiore o materiale, o, semplicemente, un’integrità che non viene scalfita dalle risposte e dalle condotte altrui.

Lui è così. E anche io lo ero, una volta.

Un concentrato di massima disponibilità, attenzioni e bontà d’animo che qualcuno, spesso, scambia per stupidità.

Lui è così.

Eppure…

A rafforzare le sue argomentazioni, la lettura casuale, di qualche giorno precedente, di un articolo che metteva in guardia dall’eccessiva intransigenza e invitava alla tolleranza, all’accettazione dell’altro e all’empatia a tutti i costi, pena la solitudine. Ho annuito e pensato che non ci fosse niente di più vero.

…fino al giorno successivo, quando – ripensandoci – ho trovato quelle affermazioni delle boiate pazzesche.

L’umano essere è incline ad approfittarsi dei più deboli, a sopraffarli e, spesso, il popolo dei “PorgiL’AltraGuancia” – che tende ad evitare discussioni per mantenere rapporti – viene soggiogato da coloro che, la tolleranza non sanno manco che è; che sono accomodanti, finché non si fa solo quel che dicono loro.

Mi ricorda una persona che replicava sempre alle angherie con la gentilezza. Quando le domandavo come ci riuscisse, come facesse ad essere cortese con individui che non lo meritavano affatto, mi sorrideva e rispondeva con un candido: «Perché io non sono come loro…»

Ho invidiato e tentato di emulare il suo esempio. Ma non posso fare a meno di chiedermi se, al posto di sorridere e porgere l’altra guancia, non sarebbe doveroso porgere, ogni tanto, un bel destro e un calcio in culo.

Perdona; dimentica; accetta; non curarti; non raccogliere provocazioni e offese; sorridi e sii gentile sempre; non fare agli altri ciò che vorresti non fosse fatto a te; non aspettarti mai nulla; comportati bene in primis per te stesso; tutte belle frasi nobili e condivisibili, ma credo sia inevitabile che, prima o poi, bussiamo ai nostri creditori per riscuotere i corrispettivi.

Non penso sia sbagliato pretendere di essere trattati in un certo modo.

Né stancarsi e dire basta a “trattamenti” non proprio impeccabili.

Allontanarci o cambiare atteggiamento, quando consideriamo prioritarie, persone per le quali noi rappresentiamo solo una delle infinite opzioni.

La differenza, ciò che distingue i nostri individui speciali dai semplici conoscenti, è l’aspettativa.

Se una persona ci è cara, vicina, ci aspettiamo che si comporti da tale. O no?

Forse è vero che non dovremmo mai aspettarci niente da nessuno per non rimanere delusi. Ma è altresì vero che sia lecito e inevitabile aspettarsi che persone vicine si rapportino a noi in un determinato modo. O, per lo meno, “come avremmo fatto noi”. Ma non siamo tutti uguali, però! Ma i comportamenti decenti sono universali, invece.

Ma quanto ci fa bene aspettarsi azioni che, se disilluse, ci creano sofferenza? Se la smettessimo di crearci aspettative per farci sorprendere dalle meraviglie dell’inaspettato? Dovremmo condonare tutte le condotte indecenti, però…

In generale, alle persone che ci piacciono, permettiamo (quasi) tutto. Viceversa, non condoniamo nulla a coloro che non ci sono particolarmente simpatici.

Ma un punto di rottura, arriva sempre.

Perché anche le persone che ci aggradano, prima o poi, cozzano contro la nostra pretesa che loro corrispondano alle nostre aspettative, all’affetto che nutriamo per loro, al ruolo di protagonisti che gli abbiamo conferito nella nostra vita.

Semplicemente, col nostro desiderio di essere trattati da loro, come li trattiamo noi.

Altrimenti, è doveroso attuare un demansionamento affettivo. Per non incorrere in ulteriori delusioni.

Avrete sicuramente fatto quel giochino: «Ok, io ora non ti cerco, per vedere se mi cerchi tu…» È davvero divertente scoprire che, nove volte su dieci, rimaniamo in attesa di visite, messaggi o chiamate che non arrivano mai.barbie-bastarda-tratta-come-ti-trattano-2

È parecchio esilarante appurare che, a volte, certi rapporti si reggono solo col quel che noi facciamo. Univoci. Perfetta idiosincrasia con la definizione di rapporto stesso: biunivoco, paritario e, soprattutto, reciproco.

Che dall’altra parte la nostra assenza non viene percepita o non si tramuta in mancanza o in necessità di azione.

Uno dei principi fondamentali che ho imparato nella vita, è che non si DEVE mai imporre la propria presenza a nessuno.

Allo stesso modo, non si devono mai elemosinare Amore e attenzioni.

Per questo motivo, quando mi rendo conto che la mia presenza non è apprezzata, né fondamentale, mi allontano.

È doloroso – da una parte – scoprire che, spesso, non venga neanche notato. Ma – dall’altra – è senz’altro salvifico per noi stessi.

Poi viene il giorno in cui, invece, se ne accorgono. Dov’è quella persona che faceva molte cose per me? Dove sono i messaggi e le telefonate? E le cure? La presenza e le attenzioni?

È spassoso, constatare che si apprezza una fissa presenza, solo quando questa diventa assenza. E, tutto quello che hai fatto per loro, solo quando smetti di farlo.

In genere quel giorno cade di Troppotardì.

Tratta come ti trattano.

O tratta a prescindere?

Eppure anche lui, nella sua immensa bontà d’animo che qualcuno scambia per stupidità, l’ho visto stancarsi e chiudere rapporti. L’ho visto infine trattare, esattamente come lo avevano trattato.

Alla fine, anche se cerchiamo di addossare la colpa agli altri, siamo sempre noi a permettere a costoro la maniera in cui trattarci; a decidere se e quanto tollerare; a sapere fino a che punto il bene che facciamo – disinteressato – faccia bene pure a noi. O quando, invece, la mancanza di trattamenti adeguati – percepiti come mancanze di rispetto -, ci crei sofferenza.

Fino a quando sopportiamo, fino a quando ne vale la pena, fino a quando non ci rompiamo, ma rompiamo davvero. Allora, in quel momento, nessun proverbio ha più importanza.

Quando decidiamo che certi “trattamenti” non fanno per noi, non li meritiamo, che – forse, magari, prima o poi – la ricompensa arriverà, ma, nel frattempo, perché martoriarsi, aspettando?

Sostanzialmente, possiamo tollerare e permettere, finché ci fa star bene con noi stessi, a prescindere dalle risposte degli altri. Se stiamo bene, continuiamo ad oltranza a fare del bene.

Perché poi, se – invece – iniziamo a soffrire per i nostri e gli altrui comportamenti, cambiamo.

Come ho già detto, c’è una linea sottile tra orgoglio e Amor proprio. E, se il primo è deleterio, il secondo è necessario.

Perché come le situazioni, gli umori, gli amori, le stagioni, i rapporti, anche le persone cambiano.  Crescono, si sviluppano, evolvono, involvono, mutano, migliorano e, sì, magari peggiorano pure.

Fa parte dell’esperienza, della crescita e da quanto e come qualcuno ci ha “trattati”.

Magari quegli stessi “qualcuno” che ora sono da qualche parte a domandarsi dove siamo e perché.

E oggi, caso strano, è proprio Troppotardì.

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IL REGGIMENTO DELLE “MI PIACINE”

Ogni femmina che si rispetti, opera una doviziosa attività di stalkeraggio e controllo nei confronti del maschio oggetto dei propri desideri.

Tutte, nessuna esclusa, anche quella che dice di non farlo. Stateci, è così!

Nell’era dei social network, tale attività, si manifesta anche nel setaccio minuzioso delle amicizie virtuali e delle interazioni ricevute dal suddetto maschio.

In anni e anni di onorata carriera da stalker ho imparato a riconoscere una categoria di femmine a dir poco invadenti e notevolmente fastidiose: le “MI PIACINE”. Le suddette, evidentemente, non hanno vita propria, ma fissano lo schermo del pc o dello smartphone in attesa di “mi piacere” qualcuno.mi-piace-facebook barbe bastarda ev

Ucci ucci, CHI ha messo “Mi piaciucci”?! ‘sta grandissima zoc***la!!!

Già ne “L’Ammmoooreee ai tempi di Facebook” e ne “Il Principio della Fame nel Mondo” avevo accennato al problema, ma, con l’avvento degli smartphone, la situazione è decisamente peggiorata.

Il commento è opzionale. Le seriali dei commenti sentenziano su ogni cosa, anche con un semplice smiley,  giusto per marcare la propria presenza.

«Ooohiii… maschiettooo!! Sono quiiiiiii!!»

Ma la “Mi piacine” non fanno mai mancare la loro polliciata all’uomo, indipendentemente da cosa pubblichi, loro ci sono!

Anche nei maschi si annoverano esponenti di tale categoria, ma non raggiungeranno mai la costanza e l’onnipresenza delle femmine!

Ammetto che ho scoperto una funzione da stalker professionista: la notifica ogni volta che tizio/caio pubblica qualcosa. Ma devo dire che non l’ho mai attivata per nessuno, perché neanche io arrivo a tanto. Sospetto, però, che le “Mi piacine” se ne avvalgano costantemente, sennò non mi spiego come facciano a polliciare in maniera così repentina!

C’è da dire anche che non tutte quelle che esprimono apprezzamento ci arrecano un fastidio fisico, solo “certe”, in virtù di una Regola base: ogni donna SA di CHI deve essere gelosa. Ricordatelo sempre! Se la vostra lei, o se voi, nutrite una particolare antipatia per una fanciulla “vicina” al vostro uomo, un motivo c’è! Sempreee!!

Una volta ebbi l’incredibile opportunità di conoscere dal vivo una “Mi piacina” che mi stava violentemente sulle palle, in quanto apprezzava qualsiasi elemento – qualsiasi! – postasse il ragazzo con il quale, all’epoca, condividevo la vita.

Incontrata casualmente (o magari lo seguiva…), il maschio di BB, ignaro, ci presentò…

Eccola lì, proprio di fronte a me, colei che soleva “mi piacere” ogni cosa, in tutta la sua bassezza/bruttezza/insulsatezza/antipatichezza e… dai, c’è bisogno che continui??

«BB, lei è Gina…»

«Aaahhh! TU sei Gina. Tu sei quella baldracca che apprezza ogni cosa che fa il mio uomo! MIO, ciccia. MIO!! Ti è chiaro? Comunque la foto del profilo non ti rende giustizia, dal vivo sei molto più trucida. Se continui, dovrai metterne un’altra in cui sei senza denti. Ti è chiaro, tesoro?»

Questo è quello che avrei voluto dire.

Decisi fosse meglio filtrare un pochino il mio astio – onde evitare di dare spiegazioni al maschio sul motivo del suddetto, dando così prova inconfutabile della mia totale follia – perciò dissi semplicemente:

«Aaahhh! TU sei Gina. Ma che piaceeereee… Dove “piacere” è la parola chiave!!» Mentre le stritolavo la mano, le mostrai i canini, accompagnando il gesto da uno sguardo solo velatamente da serial killer e Il mio miglior ghigno da “TU-PROVA-A-RIMETTERGLI-MI PIACE-E-POI-VEDI-DOVE-TE-LO-FICCO-QUEL-CAZZO-DI-POLLICE”!

Sebbene non avessi proferito parola a riguardo, la fanciulla – da quel giorno in poi -, non si azzardò più ad esprimere il proprio gradimento verso il maschio di BB.

Da qui, impariamo un altro principio fondamentale: le donne comunicano attraverso un linguaggio corporeo tutto loro, ma ben compreso da qualsiasi femmina.

Come avrete intuito, l’indagine piaciatoria avviene all’oscuro del pover’uomo per cercare di non arrivare a dire frasette del tipo:

«Chi è quella che ti mette sempre “Mi piace”??»mi-piace

«Certo che je piace proprio tutto, eh!!»

«A cena vacci con quel troione che t’ha messo il cuore sulla foto!!!»

Su signore, manteniamo almeno una dignità apparente!

Va detto anche che lo stalkeraggio avviene nella fase iniziale dell’approccio, per cercare di capire chi abbiamo accanto, se ci sono altre giocatrici in campo e il ruolo che ci è stato affidato in questa partita. Ma quanto serve?

La tecnologia è incrementata e con lei, purtroppo, anche i social network. Sicché, se prima bastava aprire solo “Faccia libro”, ora – per operare un controllo chirurgico – occorre sbirciare anche Twitter, Instagram, Google+… e qualsiasi altro mezzo di socializzazione utilizzi il nostro uomo… In buona sostanza, bisognerebbe dedicarci tutta la giornata!

Il dilemma è quindi scegliere se immolarsi a costanti indagini, o… vivere. Io ho optato per la seconda.

Innanzitutto, poiché sposo il vecchio principio che “Se uno te deve fregà, te frega”, a prescindere dai controlli.

Poi perché sono consapevole che non potrei MAI arrivare a sapere tutto quel che succede al mio lui, con chi parla, con chi si scrive e quante sono ad apprezzarlo, non solo virtualmente.

Per cercare di capire, impazzirei ancora di più e comunque rimarrei col dubbio. Non mi resta che fidarmi e affidarmi. Dopotutto, anche io pollicio, in modo molto parco, poiché, come noto, non mi trovo bene nei pollai, ma prediligo gli alveari, ma, magari – inconsciamente, – sono oggetto di altrui gelosie, sebbene sia disinteressata.

E, sopra ogni altra cosa, “Mi piaci” preferisco dirlo e sentirmelo dire e per questo sì, che vale la pena spendere il proprio tempo. Ma, se questo non avviene nel reale, tenere sott’occhio il virtuale servirà a ben poco.

 

PS: Ragazze, scusatemi. So bene di aver mentito, ma devo dare un piccolo spiraglio agli uomini, sennò, poverini, questi capiscono di non avere scampo e che saranno sempre soggetti a controlli continui. Non glielo diciamo, che è meglio…

 

A Te.

E a tutte quelle cazzo di polliciate 😉