LA SAI QUELLA DI BB, LA CANTANTE, LE RUSSE, LA CINESE E L’ARGENTINO?

So che vi sembrerà una barzelletta, però vi giuro che è andata veramente così.
C’erano due italiane more: BB e la cantante, due russe bionde, una cinese, due americani, un italiano, un italoamericano e un argentino.
E sto.

Col Colosseo a fare da sfondo.

Noi che credevamo di trascorrere una serata pacata e soprattutto “ristretta”, ci siamo trovate in una situazione che abbiamo ben sintetizzato nel messaggio inviato alle amiche disertrici:

«Pensavamo di passare una serata tranquilla, invece siamo finite in una sorta di orgia multietnica».

Così.

Al nostro arrivo, gli altri protagonisti della barzelletta avevano già brindato innumerevoli volte alla salute della bizzarra congrega. Ed erano già parecchio allegri.

A complicare ulteriormente la socializzazione c’era la necessità di dialogare in inglese.
Io che sono notoriamente asociale e già trovo fastidioso fraternizzare nel mio idioma d’appartenenza, figuratevi quanto apprezzassi conversare nella lingua albionica.

L’unico a masticare un po’ l’italiano era l’argentino.

Gnam.
La mia fede calcistica mi ha portato, negli anni, a nutrire una passione smodata per gli argentini. Soprattutto per gli argentini calciatori, come lui.

Quindi la mia amica, la cantante, ed io l’abbiamo sequestrato per nostro esclusivo sollazzo.

Lui e quelle sue meravigliose Rrr arrotate, le Sss festanti, l’intero complesso dell’accento sudamericano.

Cosa hai detto?
Sì dài, dimmelo ancora.

Pure uno degli yankee era notevole. E l’aveva notato pure la cantante.

«Oh, mica male quell-»

«C’ha la fede…»

«Ammazza, già l’hai visto?»

«Ecccerto».

Never a joy.

L’altro era un buffo personaggio sorridente e sobrio come un intero veglione di Capodanno e ci ha fatto fare parecchie risate.

La cinese e il suo fascino orientale incarnava perfettamente lo stereotipo: lunghi capelli neri, bel sorriso, vestitino cheongsam d’ordinanza ed età indefinita, come tutte le asiatiche

Voglio rinascere asiatica.

E condivideva con noi la mesta consapevolezza di NON essere il fulcro dell’interesse.

Perché poi c’erano loro. I cui nomi non mi sono neanche presa il disturbo di ascoltare (pure loro i nostri, eh): le russe. Bionde, algide, con la faccia da snob. Modello standard, insomma.

Ma ho notato che avevo le tette più grandi delle loro, il che mi rendeva almeno competitiva (e poi una era più bassa di me, ecco).

La mediterraneità contro il Mar Glaciale Artico (GLACIALE!).

Il bucatino contro le zuppe.

La grappa contro la vodka.

Appena è stato possibile, abbiamo interrogato l’amico italiano per sapere DOVE le avesse raccattate (dato che il PERCHÉ era abbastanza lampante).

«Guarda che una è un noto avvoc-»

«Eh no, dài, non è possibile!!» ho sbottato «Quando si parla di queste signore, sono tutte affermate professioniste: ingegneri, avvocati, fisici nucleari. Ce ne fosse una che faccia, che ne so, la bidella o l’addetta ai bagni dell’Autogrill! Anzi, Autogrillovski. E poi si fanno pagare pure il bicchiere d’acqua che ti danno gratis col caffè. E dài, su!».

Infatti, mantenendo fede alla loro nomea da gran fije de ‘na matrioska, non hanno neanche fatto il gesto di prendere il portafoglio per pagare al momento del conto. Giammai.

Hanno continuato con nonchalanciovski a chiacchierare aspirando fumo dalle sigarette per signore di classe, quelle fine, mentre qualcuno si occupava di regolarizzare al loro posto.

Noi due more abbiamo aspettato invano che qualcuno si facesse avanti per noi, ma niente. Non ci sperate.

Devono essere i capelli, perché pure la cinese è stata snobbata dalla galanteria altrui.

Chissà come starei bionda…

Una di loro festeggiava il compleanno. Le abbiamo fatto arrivare torta e candeline (che abbiamo pagato solo noi of course) cantato Happy Birthday e poi le abbiamo chiesto quanti anni compisse.

«Nineteen» ci ha detto.

L’amica ha subito riso e aggiunto «Another time!»

L’ho guardata con superiorità e ho bofonchiato “A bella ‘nte sei inventata niente. Io so’ anni che ne faccio ventinove”.

Però, alla fine, la russa diciannovenne-un’altra-volta ha pronunciato inaspettatamente un discorso (in inglese) così commovente, riconoscente , elogiante quella bislacca compagnia e pregno di gratitudine, da farmi emozionare e ricredere su queste figlie di Putin.

Spasibo.

Poi è arrivato lui: l’italoamericano.

Mentre si presentava, la cantante, in un linguaggio che potevamo comprendere solo noi e parlando a denti stretti continuando a sorridere come solo le donne riescono a fare, mi forniva dettagli su di lui che bastavano per qualificarlo.

Come uno stronzo.

Ovviamente, in quanto tale, è stata conseguenza logica che lui a fine serata chiedesse il mio numero di telefono, perché io attiro stronzi perfino quando sono disinteressata. Modestamente.

Mi ha porto il suo smartphone affinché glielo memorizzassi.

Cosa che ho fatto, inserendo il nome.

Poi gliel’ho restituito dicendo:

«Tieni, vedi tu cosa aggiungere accanto al nome per ricordarti CHI sono».

Ha riso, lui.

Ho annuito, io. Vi conosco, vi conosco bene.

«Ti ho mandato un messaggio su WhatsApp così anche tu hai il mio»

«Fantastico!»
Ho detto.
Fantastico, così ti blocco subito.

Ho pensato.

Ho appreso pure che, appena ti distrai un attimo dalla movida romana, scopri che quartieri che conoscevi e frequentavi, ora sono riservati esclusivamente alla comunità lgbt. E quindi capisci che quel gran manzo del barman non stava puntando te, ma il tuo accompagnatore e con questo, signori, non potevo proprio competere.

Non ci restava che andarcene, lasciando le russe con l’italiano, l’argentino e il bicchiere della staffa a casa. (e mo se chiama così).

Sostanzialmente, tirando le somme di una serata curiosa, variegata e alquanto istruttiva, la nostra presenza lì si sintetizza nella risposta che ricevetti quella volta che entrata da Cencio La Parolaccia – il famoso locale trasteverino noto per la tipica cucina romana e, soprattutto, per i modi garbati e morigerati – informando il cameriere della mia vegetarianità, chiedendo – quindi – se ci fossero pietanze che potessi mangiare, mi rispose con un sobrio, quanto inoppugnabile:

«E che cazzo sei venuta a fa, qua? È come se portassi un frocio a mignotte!»

Ecco.

Uguale.

SEI FELICE?

Mi ha fatto un bel po’ di domande: il lavoro, la famiglia, il fidanzato, una panoramica completa, niente escluso.

Però sentivo che ne teneva una in serbo che gli premeva più delle altre, che ci teneva proprio a pormi, della quale voleva conoscere assolutamente la risposta.

Ma ignoravo di cosa si trattasse.

Non capivo quale altro argomento spinoso potesse tirare fuori.

E l’ho invitato, con gli occhi, a farmela, anche se un po’ la temevo.

Infine ha preso coraggio e ha bisbigliato:

«Sei felice?»

Boom.

LA DOMANDA.

Se me l’avesse posta qualche mese fa, non avrei esitato un attimo a rispondere:

«No, sto di merda. Va tutto male, non riesco a riprendermi…»

Ma adesso, no.

Non lo so come riesca la nostra mente a formulare così tanti pensieri in una manciata di secondi. A passare in rassegna innumerevoli immagini, istanti, frasi, ricordi.

Questi ultimi mesi li ho percorsi col pensiero e poi sono andata ancora più indietro.

La felicità.

In un suo famoso monologo, Benigni ne parla così:

«Cercatela, tutti i giorni, continuamente. Chiunque mi ascolta ora si metta in cerca della felicità. Ora, in questo momento stesso, perché è lì. Ce l’avete. Ce l’abbiamo. Perché l’hanno data a tutti noi. Ce l’hanno data in dono quando eravamo piccoli. Ce l’hanno data in regalo, in dote. […] E anche se lei si dimentica di noi, non ci dobbiamo mai dimenticare di lei…»

Condivisibile, a volte difficile da mettere in pratica.

Totò, invece, affermava che:

«Forse vi sono momentini minuscolini di felicità, e sono quelli durante i quali si dimenticano le cose brutte. La felicità, signorina mia, è fatta di attimi di dimenticanza»

Come la mia Prof di filosofia che diceva che, appunto, la felicità è fatta di momenti. E bisogna notarli quei momenti e custodirli e gioirne.

Ho rammentato  tutti i libri che ho letto, le meditazioni; la LoA; il potere della mente; la connessione psicofisica; il Karma; l’atteggiamento; la profezia che si autoavvera; il pensiero positivo; la legge di Murphy; la gratitudine; l’Aura; i concetti di “Luce” e “Amore” e – perché no – pure i “Vaffa” liberatori, tutte queste nozioni e pratiche con le quali ho saturato il mio già straripante cervello, che però mi aiutano, quando non sembra riuscirci nulla. Che mi hanno fatto pure guadagnare l’epiteto di “Strega”.

Tutta questa roba qui che, tutta insieme, ha contribuito a farmi creare il mio concetto di felicità.

La felicità è un modo di pensare, di agire, di atteggiarsi, di plasmarsi, di forgiare le proprie giornate, di reagire alla vita, agli imprevisti, agli intoppi, di guardare al mondo e agli altri.

L’ho verificato empiricamente.

Se la mattina ti alzi male, le cose andranno peggio. E viceversa.

Sperare non costa nulla, sorridere, nemmeno. Potremmo sempre e comunque incappare nelle delusioni, ma non dovremmo permettere loro di cambiarci, di abbrutirci, di demoralizzarci, come spesso – purtroppo – accade. Non dovremmo concentrarci sul brutto, ma perseguire il bello, la gioia.

Abbandonare quei pensieri che ci fanno stare male, che ci creano una botta allo stomaco e sofferenza, quei ricordi che ci mortificano l’anima, in favore di altri più salutari.

Quando mi accade, penso a tutte le risate che mi hanno e ho fatto fare, il loro potere è sorprendente.

Alla fine, la felicità è una scelta, niente di più.

L’ho guardato negli occhi e ho affermato con convinzione:

«Sì. Sono felice»

Lui ha annuito.

«Davvero?»

«Certo. Non ci credi?»

«Ci credo»

Ne potrei elencare milioni di motivi per i quali dovrei essere infelice, ma preferisco pensare a quelli che mi fanno sentire fortunata.

Dal sentire una canzone a mangiare qualcosa che mi piace. Le telefonate, i bei posti. E le tante persone che arricchiscono la mia vita. Posso elencare anche milioni di motivi grazie ai quali sono felice e solo di questi mi interessa.

Lo so, non è semplice. Sono tutte affermazioni che conosciamo molto bene “in teoria” ma, a volte, in pratica…

Lo so, ma ci provo.

Anzi, scelgo di essere felice.

E tu, lo sei?

 

 

«Mandami amore e luce ogni volta che pensi a me

e poi dimentica…»

Mangia, Prega, Ama

 

GLI EX FILES

C’è stato un tempo in cui ci raccontavamo quanto fosse indispensabile conoscere TUTTO sul passato dei nostri uomini.

Su ogni singola precedente relazione.

Sapere ogni dettaglio delle loro Ex, del PERCHÉ lo erano diventate, COSA non aveva funzionato, DOVE risiedevano le colpe.

Furbamente ci serviva per prendere subito le distanze da certi, eventuali, comportamenti sbagliati di costoro.

«Ah no, io non sono per niente così!»

Comprendere quel che ai nostri uomini proprio non aggradava per evitare di farli scappare.

Capire nello specifico il tipo di rapporto che avevano nella testa per riuscire a incarnarlo al meglio.

Annotare quello che proprio detestavano, evitando di metterlo in atto.

Per mostrare loro quanto noi fossimo migliori e proprio più giuste, integerrime, perfette per loro.

«Figurati, a me non importa nulla se non mi chiami per tre giorni! Il calcetto? Ma ci puoi andare quando vuoi! Che problema c’è??»

(False. Falsissime)

Poi qualcosa è cambiato.

Almeno in me.

Innanzitutto interpretare un ruolo non mi si addice, è estenuante, poi non sono capace.

Perché, se non mi chiami per tre giorni, io mi incazzo eccome e te lo dico pure, e sticazzi se ti infastidisci.

Perché come sono, con quei quattro pregi e millemila difetti, ti deve essere chiaro fin da subito. E io devo avere chiaro CHI sei tu.

Per valutare se le nostre idiosincrasie possano riuscire a conciliarsi. Se vogliamo, davvero, farle convivere.

Inoltre, ormai se sento parlare di Ex, fare paragoni con l’Ex, rimarcare l’Ex, mi si attiva l’allarme fuga nel cervello.

E i motivi sono molteplici.

Parole cariche di astio mi spaventano.

I vari “Troia”, “Puttana” et similia che utilizzate per dipingere le vostre precedenti compagne di vita non mi fanno sentire rassicurata, non mi affrancano dalla paura che sia permaso qualsiasi tipo di affetto recondito.

Tutt’altro.

Li trovo sgradevoli e poi mi rammentano che l’odio è un sentimento molto simile all’amore: entrambi determinano una discreta fissazione per l’oggetto della nostra attenzione, un vivo attaccamento, un qualcosa che proprio non si vuole lasciare andare, seppur dannosa per noi.

A tal proposito, vorrei pure biasimare le fanciulle che per sentirsi very faighe utilizzano simpatiche frasi per dimostrare che non rosicano delle nuove liasons dei propri ex, del tipo:

“Non sono gelosa se vedo il mio ex con un’altra. La mamma mi ha insegnato che devo dare i giocattoli usati alle bambine meno fortunate”.

Perché vorrei ricordare loro che tutti siamo il “trastullo dismesso” di qualcun altro, per dire.

Un buon esempio è il caso di quel tale che appena conosciuto e in un contesto tutt’altro che romantico, ha iniziato a parlarmi di lei.

I cavoli miei li racconto a tre persone contate, invece ho capito che in giro c’è un gran desiderio di raccontarsi, ma in quel momento mi sono limitata a compiacermi per la fiducia che, pur non conoscendomi, lui aveva riposto in me.

Ingenua.

Quando ho avuto modo di approfondire la conoscenza, ho capito che non ero affatto speciale, non ispiravo confidenze intime, non aveva visto in me chissà che, no. Semplicemente, lui aveva bisogno di parlare di lei, solo lei, continuamente lei.

E lo lasciai coi suoi monologhi e la sua ossessione.

Attenzione, non sto dicendo che non si debba condividere, raccontarsi, confrontarsi, anzi.

Probabilmente oggi siamo il prodotto del nostro vissuto. Una versione migliorata (o peggiorata) di noi stessi vergini.

Analizzare gli accadimenti pregressi può far bene e io potrei pure raccontarti quanto siano stati stronzi quelli prima di te, ma sarebbe davvero la verità?

O sarebbe un racconto di parte, datato ma, ben più importante, contestualizzato a quel rapporto. Frutto di me e lui. E di me e di lui di quel determinato momento.

Magari un lui che riusciva a tirare fuori il peggio di me o un rapporto logorato nel quale ogni sciocchezza diveniva pretesto di battaglie infime e mutismo. O due caratteri incompatibili che non sapevano lasciarsi stare o, ancora, un tiepido interesse bilaterale mascherato da passione, per farsi compagnia.

Potrebbe sul serio dirti CHI sono io?
Potresti davvero avere una visione completa e obiettiva di quel che potremmo essere NOI?

Che senso ha sdoganare Ex Files se magari, insieme a te, io potrei scoprire di essere più o meno tollerante di quanto sia mai stata; più o meno accomodante di quanto non avrei mai immaginato; più o meno felice di quanto non ci è dato sapere, se non ci impegniamo per scoprirlo.

Al netto di tutti i nostri Ex e dei comportamenti precedenti.

In questi termini, potremmo anche parlarne.

Ma mi chiedo quanto possa essere utile all’economia della relazione.

E sarebbe un altro tipo di parlare, rispetto a quelli che non hanno altri argomenti, che trovano il pretesto per infilare dentro il discorso il suo (di lei) nome, un qualsivoglia aneddoto, o addirittura mostrarti delle sue (di lei) foto per elogiarne la bellezza (successo, successo, successo, successo, ho vinto qualche cosa??)

In questi casi, Signori/e, c’è un bel cazzo di problema.

In questi casi, miei/e cari/e, ci sono Ex Files belli aperti.

Quando invece dovrebbero essere archiviati e, non dico cestinati, ma almeno secretati.

In questi casi, belli de casa, state da soli, ve ne prego.

Analizzate, rimuginate, arrabbiatevi, da soli.

Rimarcate, paragonate, additate, da soli.

Valutate, capite e, se è il caso, rimediate.

Soprattutto, capite il vero motivo per il quale questi Ex Files sono ancora aperti.

Se c’è ancora un sentimento o se li usate come un (s)comodo pretesto.

Ho spesso coltivato discrete ossessioni per Ex (o “mai stati”) soltanto per tenere occupato il mio muscolo cardiaco e/o, peggio, per evitare di lasciarmi andare. Per far finta che non ci fosse posto per qualcun altro. Per tenermi al riparo dal dolore ma anche dalla felicità.

Perché il passato, per quanto doloroso, fa molta meno paura dell’ignoto, di quel che potrebbe essere.

Scoprirlo e ammetterlo a me stessa è stato devastante.

Dopo, però, mi sono sentita nuova, libera e con un mucchio di spazio.

Spazio pulito e senza ombre.

Spazio da riempire con qualche nuova ossessione, attaccamento, lasciarsi andare e non lasciarsi stare.

Ma in positivo.

 

 

 

È da parecchio tempo che non dedico un articolo a qualcuno:

A Te. Per avermi fatto capire.

LA DONNA SCIMMIA E L’UOMO RAGNO

«Le donne sono come le scimmie: non lasciano mai un ramo prima di averne afferrato un altro».

Questa è una delle massime di un mio amico. Massima che, nel corso degli anni, ci ha fatto discutere parecchio, incazzare e litigare. Misogina, politicamente scorretta e volgarotta, alla quale ho sempre ribattuto con dei convinti:

«E allora io, scusa?? Ti sembro una scimmia?? Vedi rami in giro??»

Tesi che veniva avvalorata da lui facendomi di volta in volta freschi esempi di reciproche conoscenze che, con una cadenza commovente, saltavano di ramo in ramo, senza neanche passare dal “Via”.

Alla fine, siamo giunti all’accordo che gli è concesso recitarla, modificando l’incipit in “Alcune donne”.

Sono certa che ne conoscete di “Donne Scimmia” (“DS”, d’ora in poi): sono quelle che non restano mai sole, quelle che apparentemente trovano il coraggio o l’input di lasciare l’amore infelice solo se ne hanno già pronto uno di scorta, o la fortuna di trovare un altro grande amore all’indomani della fine di una storia.

O sono di innamoramento facile, o qual è la verità?

Non si tratta di innamorarsi di un’altra persona, è questo il punto. Quello capita e non è prevedibile, né sindacabile.

Sembrerebbe che le DS siano innamorate dell’Amore. E che questo le spinga a raccattare qualsiasi esponente maschile sembri loro donargliene anche solo un pochino.

Mi sono chiesta se fosse un’usanza tutta femminile, o se anche nella fauna maschile ci fossero esemplari accecati dalla vita di coppia, il “Noi”, il condividere sempre, comunque e ad ogni costo.

Non so se un uomo abbia la sensibilità (o il sesto senso?) necessari a percepire un pericolo imminente, se non gli viene manifestato apertamente.

Mi è capitato spesso di sentirgli riferire che LEI gli avesse detto di non essere pronta. Ma loro lo sanno che una neo single va evitata?

Invece, so per certo che qualsiasi donna sana di mente e con un pizzico di amor proprio ha cognizione che è assolutamente sconsigliabile frequentare un uomo fresco di rottura, ma che bisogna rispettare religiosamente  i tempi di quello che io chiamo il “Periodo Refrattario”.

Più il rapporto defunto è stato lungo, più tempo occorrerà al maschio per ristabilirsi, superare e – soprattutto –  essere pronto e consapevole per una nuova liason.

«Da quanto ti sei lasciato?»

«Un mese…»

«Ok, ci rivediamo tra un paio di anni»

Una cosa così.

Questo perché nel post-rottura gli uomini appaiono estremamente fragili, spesso incazzati, ma di sicuro non sufficientemente lucidi per buttarsi in una nuova storia. A meno che non si amino i disastri annunciati. O si abbia l’istinto della Crocerossina (uccidetelo, per favore!).

Alla prospettiva di una frequentazione con un neo-scapolo, una donna saggia, cosciente e consapevole, scappa. Perché sa quello a cui andrebbe incontro.

Ed è qui che entra in scena “L’Uomo Ragno”(“UR”, d’ora in poi).

Il subdolo predatore circuisce la propria preda avviluppandola in una tela fatta di rassicurazioni, conferme, belle parole e buone intenzioni. Nega qualsiasi tipo di “deficienza” sentimentale, afferma di essere nel pieno possesso delle sue facoltà intellettive e affettive, proclama amore solo per lei che ha scacciato via tutti i brutti ricordi.

Mente.

E la donna diventa DS in un’altra accezione, ovvero “Donna Scema”, perché si fa fregare, convincere, mentre finisce pian piano intrappolata del bieco ordito.

Passerà poco tempo perché l’UR manifesterà tutti i sintomi precedentemente negati e scapperà a tessere un’altra tela.

O, passerà molto tempo, finché lo stesso non troverà pronta un’altra preda da avvolgere nel caldo imbroglio dell’amore a tutti i costi.

Ora, io non so dirvi se la DS quanto l’UR siano mossi da buone intenzioni o da mero egoismo.

Se provino davvero una qualche specie di sentimento o se debbano soddisfare a discapito di altri il loro disperato bisogno di amore.

Però mi rimane difficile credere che abbiano SEMPRE il gran culo di imbattersi in un grande amore, di avere più anime gemelle che amici, di essere sempre ricambiati e mai rifiutati e viceversa.

E poi nutro particolare diffidenza per chi non è in grado di stare da solo/a.

Se potessi farlo senza incorrere in denunce, vi riporterei nomi e cognomi di svariate DS e molteplici UR che conosco – direttamente e non – così, giusto per mettervi in guardia da loro.

Perché, purtroppo, il problema fondamentale è che costoro non nuocciono quasi mai a loro stessi, ma agli altri.

Sfruttando, spesso, un sentimento sincero o simulando di provarlo.

Ho avuto a che fare con un UR dal quale ero subito scappata, per le motivazioni di cui sopra. Poi lui ha saputo tessere così bene, da farmi cadere in una ragnatela tanto bella, quanto frangibile.

Ha fatto male realizzare che lui non teneva a me, BB, in quanto tale, ma solo in qualità di femmina che gli è venuta in mente in quel momento, che era libera, disponibile, soggiogabile.

Che non ero “quella che lui voleva”, ma che servivo a soddisfare un suo preciso bisogno di coppia.

Che se ci fosse stata un’altra al mio posto, non avrebbe fatto alcuna differenza.

Questo è devastante. Questo fa capire quanto le DS e gli UR siano dannosi per sé e per gli altri.

Non dimostrano Amor proprio perché si “concedono” a tutti. Fanno diventare “Amore della vita” il primo che capita, nutrono le proprie insicurezze con l’affetto e le attenzioni altrui.

E nessuno merita di essere il “ramo” o il “bozzolo” di qualcun altro, solo perché è quello/a al momento disponibile. Quello/a che è passato/a.

Bisognerebbe dividere la vita con qualcuno che ne valga la pena, che si voglia davvero e non per dovere sociale o esigenza.

E, prima di questo, bisognerebbe iniziare a innamorarsi di se stessi.

Per non nuocere né a sé, né agli altri.

 

LETTERA APERTA A TE CHE NON SOPPORTO

Leggo continuamente tomi e articoli vari a sfondo psicologico, per la mia mania di cercare di comprendere, capire, scoprire, conoscere. Per sviscerare tutto quel che si cela nella nostra testolina e che si concretizza nell’azione.

Uno degli ultimi trattava la gestione delle persone e/o difetti di queste che troviamo insopportabili.

Veniva presentata anche la solita vecchia storia: negli altri non tolleriamo i difetti che – inconsciamente – riconosciamo come nostri.

Ogni volta che mi si pone davanti questa frase considero che – minchia – allora io ne ho davvero tanti…!

Ma mi sento di dissentire parzialmente da questa teoria, perché, sebbene ne possieda un’elevata quantità, alcuni  di quelli che non accetto negli altri non mi appartengono proprio.

E mi piacerebbe pure esserne dotata, eh! Sia chiaro.

Infine, l’articolo suggeriva vari approcci attraverso i quali “curare” questo fastidio, queste diatribe, questa insofferenza che ci causano certi soggetti o i loro difetti.

In primis, contattare queste persone per dirimere le controversie.

Che?

Scherziamo??

Alcune non ci tengo proprio a rivederle; con altre non vale la pena discutere; altre sanno esattamente quel che penso di loro.

In mancanza di volontà o impossibilità di incontro, consigliava di scrivere loro una lettera.

Questo, sì.

Questo posso farlo.

Ma perché tenerle per me, quando ho la grandiosa possibilità di esternarle al mondo virtuale?

Quindi, ecco quel che non sopporto di voi.

Partirei senz’altro da te:

Tu sei stata una delle più grosse delusioni della mia vita, tanto che ora mi rallegra il pensiero che tu non ne faccia più parte. Coi tuoi difetti ho convissuto per anni, fino a quando non li ho tollerati più.

Solamente le TUE esigenze e sticazzi quelle degli altri. Il tuo profondere sorrisi a chicchessia soltanto per aggraziartelo, fartelo amico, per poi nutrire un interesse nullo, solo di facciata. Il tuo spettegolare di tutti.

La tua costante ricerca della ragione, senza minimamente, mai, provare ad accogliere il punto di vista altrui, a capirlo, ad essere un minimo empatica, mai. Però guai a farlo con te, ovvio.

Tu, tu non vali neanche molte parole, hai così tanta cattiveria in corpo che, se si potesse canalizzare, risolveremmo il problema della produzione di energia elettrica.

Tu sei così disfattista! Ma che palleee!

Un conto è una critica costruttiva, tutt’altro sparare a zero su qualsiasi pensieri, parole, opere e omissioni facciano gli altri e che non ti vede come protagonista. Fare la conta delle pagliuzze altrui, mentre noi siamo lì a fissare le tue enormi travi come a dirti:

«E c’hai pure il coraggio di parlare??»

Non ti ho MAI sentito elogiare qualcuno. Ci credi? MAI.

Se fossi in te, ci penserei…

A proposito di protagonismo, ci sei tu: forse l’insicurezza fatta donna, o – piuttosto –  il desiderio costante di essere al centro dell’attenzione e di mettercisi con così tanta fastidiosa meticolosità.

So che questa notizia ti sconvolgerà, ma devi sapere che il mondo NON gira intorno a te.

È bene che tu lo accetti, esattamente come ha fatto ognuno di noi essere umani.

Sbracciarsi non serve a molto, se non a palesare la tua scarsa personalità. E non attiri attenzioni: attiri compassione.

Tu, tu e tu. Gli “IoIoIo”, i logorroici incoercibili, quelli che non ti dicono neanche “Ciao” e partono subito a parlarti di loro stessi e dei beati mazzi loro e che riescono a far diventare qualsiasi conversazione un pretesto per ciarlare di loro stessi.

Sono stanca di ascoltarvi, ve ne sarete accorti, perché – col tempo –  ho limitato al minimo indispensabile le occasioni di incontro e, in alcuni casi, le ho eliminate totalmente.

Mettevi allo specchio e parlatevi, fate un favore all’umanità. Tanto non vi interessa l’opinione degli altri, vi interessa solo vomitare parole.

Anzi, se proprio ci tenete, qualcuno disposto a udirvi e a darvi preziosi consigli esiste, ma dovete pagarlo.

Sono stanca di ascoltare anche un altro tipo di “IoIoIo”: quelli che fanno tutto loro, capiscono tutto loro, sanno tutto loro e – soprattutto – gli altri non valgono mai un cazzo.

Di questi tipi ne conosco purtroppo parecchi. E li evito.

Tu. Tu accresci la mia autostima ogni giorno. La tua santa pontificazione quotidiana sui social mi dà alla nausea. Perché ti conosco e so che sei una persona di merda.

Il tuo essere così proba e buona virtualmente, cozza col tuo trattare le persone come feccia (termine del quale abusi in modo rivoltante sempre rivolgendosi ad altri, ovvio) cosa che hai fatto – come ben sappiamo – in più di un’occasione.

Risparmiaci le prediche, fai il favore, che di razzolare bene non sei in grado.

Accresci la mia autostima, perché ogni giorno ringrazio il cielo di non essere come te.

Sono stufa, ma stufa davvero, di voi che mi cercate ogni volta che avete bisogno di qualcosa, che non avete alternative migliori, che dovete risolvere un problema.

Non ci sono per voi, non più.

La porta si è chiusa tempo fa, non ve ne siete accorti?

Detesto allo stesso modo, chi mi cerca solo quando resta solo/a.

Un’altra domanda per entrambi: quando vi va tutto bene, che fine fate?

Menzione speciale per Voi: che in assenza sparlate senza contegno e, in presenza, vi producete in effusioni degne di adolescenti.

Ecco, voi mi fate abbastanza schifo e vi ammiro allo stesso tempo.

Perché io non riesco proprio a nascondere quando una persona mi sta sulle ovaie.

Sul serio, ma come fate?

Ovviamente non credo di essere immune da tale trattamento, perciò ho imparato a diffidare di voi a non credere più ai vostri falsi sorrisi.

Da grande, ambisco a diventare anche come quelli che pensano solo ed esclusivamente ai cazzi propri. È una dote che vi invidio molto, lo ammetto.

Mi piacerebbe riuscire a fregarmene di chicchessia come fate voi. Farsi scivolare tutto addosso e fare dell’egoriferitismo il solo credo.

Così, invidio e biasimo te e te: così naif, così inattendibili, così leggeri, così incuranti, così inaffidabili. Vi osservo e cerco di apprendere l’arte dell’irresponsabilità.

Tu. Tu pensi di avere tutti i problemi del mondo.

Ma che cojoni, davvero!
Ogni accadimento è una difficoltà insormontabile, fai un dramma per le cazzate, ma bastaaa!

Basta pure Tu: che ti lamenti costantemente di tutto e tutti, ogni giorno, sempre e comunque.

Fattela una risata! Impara a ridere di tutto che sei pesanteee!!

Ma pesante in maniera pesante!!

Non riesco a vedere trasparente te. Ci ho provato, giuro! Mi sono impegnata, ma c’è qualcosa che proprio non mi convince in te. E, in genere, alle mie sensazioni do retta.

Tu non prendi mai posizione o – meglio – assumi quella del tuo interlocutore, quindi mutabile, conveniente, mai scomoda per chi ti parla. Rabbonente per tutti, ideale per uscirne sempre puliti.

Ce l’ho con te, lo sai. Nel bene o nel male, io una posizione la prendo sempre ed è spesso scomoda.

Le donne e ne conosco tante, e mi ci metto pure io, che si sminuiscono in nome di un penemunito qualsiasi. Che spesso non vale nulla, e di sicuro non vale MAI la propria svalutazione.

Mi fanno proprio incazzare!!

In generale, gli stupidi. Ad alcuni fanno tenerezza. A me, no. Credo che uno stupido non sia uno poco dotato, ma uno che fa uno scarso uso della mente, quindi perché dovrei compatirlo?

Se riconoscete di essere stupidi e/o ignoranti, almeno abbiate la buona creanza di tacere.

Questo non è da stupidi, anzi. Denota immensa intelligenza.

Infine voi, gli uomini che mi hanno lasciata andare. Mi dispiace, ma manifestate una totale mancanza di buon gusto.

Menzione speciale per tutti quelli che non capiscono l’ironia: con voi non ci voglio parlare.

A molti voglio anche bene, c’è da dirlo. A molti, evidentemente, non ne voglio abbastanza. E per questo vorrei scusarmi.

Perdonatemi se non riesco a essere così pura da amare in maniera incondizionata anche i vostri difetti.

Perdonatemi se non riesco (più) a soprassedere.

Se è vero che l’accettazione degli altri sottintende una piena, preventiva e completa accettazione di sé, ecco, capite come sono messa.

Comunque, provateci.

Scrivete le vostre letterine, è davvero terapeutico.

IL PUNTO NERO

Ha fatto il giro del web questa foto che ritrae le luminarie di Bologna realizzate con i versi del mio amato Lucio.
Quando l’ho vista, sono rimasta incantata.
Ho pensato che fosse un omaggio stupendo e che sarebbe stato davvero bello vederle dal vivo.
Poi sono iniziate le polemiche…
“Po'” è scritto male!!
L’accento su “è” è sbagliato!!
Che schifo!!
Confesso che a tutta prima non ci avevo badato.
Ero troppo rapita dallo splendore del gesto e dell’idea.
E considerate che sono una GrammarNazi, ma non mi ero accorta degli errori. Ero presa dal resto.
Con un mio amico ragionavamo sempre a proposito di muri bianchi e punti neri:
c’è questa parete perfettamente bianca, ma con un solo, minuscolo punto nero.

Non è esattamente bianca?
O è bianca nonostante quell’imperfezione?
E tu che tipo di persona sei?
Una che si fissa sul bianco o sul punto nero?

Il cielo è perfettamente azzurro, tranne che per una piccola nuvola.

È meno azzurro?

Poni la tua attenzione su tutto il cielo o su una minuscola nuvola?

Che tipo di persona sei? Cosa guardi?

Oggigiorno si dà la caccia all’imperfezione.

Scrivi un pensiero bellissimo e faranno caso a tre errori sparsi e neanche gravi.

Esprimi il tuo pensiero e ci sarà la gara alla dietrologia peggiore.

Scatti una foto stupenda e si concentreranno a guardare anomalie sullo sfondo.

Io stessa se devo postare una pic fatta da me, ormai sto attenta che attorno non vi sia nulla fuori posto. Che sia inattaccabile. Che non possa dare adito a qualche cretino di distogliere l’attenzione dall’oggetto e portarla sull’(eventuale) imperfezione.

Siamo arrivati a questo.

Punti neri ovunque.

Anni fa, un ragazzo che mi piaceva tantissimo mi mando un messaggio con scritto:

«Ti PenZo»

Ero talmente felice che non me ne fregò niente dell’errore.

E sempre, quando ricevo messaggi da persone gradite, non mi interessa fare l’analisi grammaticale, ma mi concentro sul contenuto, sullo slancio che hanno avuto, sul mero fatto che mi abbiano penZata.

Qualcuno molto più importante di me, diceva che:

«Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito».

Sono quel tipo di persona che vede la parete bianca nonostante il punto nero.

Il cielo azzurro a dispetto delle nuvole.

Che bada al contenuto, alla sostanza, alle attenzioni, all’idea.

Che non si fa guastare la bellezza del tutto, per un piccolo difetto.

Mi piace essere così.

E mi piacerebbe che ci fossero molte persone così. Che ci si occupi più della sostanza che della forma, dell’essenza, della buona intenzione.

Che si smetta di concentrarsi su un unico difetto.

Non vi dico di non notarle le sbavature, ma di soppesarle.

Di valutare se e quanto inficiano la piacevolezza dell’insieme.

Di non farvi rovinare la magia dei momenti, la gioia di un cielo terso, la felicità per un pensiero o una presenza, per la mania di trovare difetti.

Se poi il muro inizia ad essere pieno di punti neri, io me ne accorgo, eccome.

E auguro anche a voi di rendervene conto in tempo, e cercare rimedio.
Perché in quel caso non si può focalizzare l’attenzione sul poco bianco che si intravede appena attraverso i punti neri.
No.
Lì c’è un bel cazzo di problema.

 

“Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico
E come sono contento di essere qui in questo momento
Vedi caro amico cosa si deve inventare
Per poter riderci sopra
Per continuare a sperare

E se quest’anno poi passasse in un istante
Vedi amico mio come diventa importante
Che in questo istante ci sia anch’io”

IL MIO LUCIO – L’anno che verrà

 

L’EFFETTO “SALLY”.

La solitudine è un qualcosa che fa paura.

Siamo animali sociali con un concetto di “gruppo” ben radicato in noi.

Cresciamo in famiglie, classi, comitive; frequentiamo stadi e i posti più affollati; condividiamo passioni per creare coesione e fratellanza.

La solitudine la patiamo e la evitiamo.

Poi, col tempo, impariamo a conviverci, ad amarla, a ricercarla perfino.

Ci allontaniamo da essa solo se ne vale davvero la pena, se la compagnia corrisponde esattamente a quello che cerchiamo, se è un arricchimento e non un obbligo da soddisfare, né un dovere da onorare, altrimenti evitiamo.

Non tutti, badate, alcuni la solitudine non la tollerano.

Sono quelli che vediamo sempre accompagnati, talvolta anche con soggetti improbabili o che, fino al giorno prima, non avrebbero mai guardato.

Loro lo vivono costantemente, noi soggetti solitari abbiamo delle sporadiche ricadute.

Ma alla fine, tutti, a un certo punto, subiamo quello che io ho chiamato l’effetto “Sally”.

Ovvero l’esigenza di un contatto vero, la necessità di umanità, amore, calore, condivisione. Cediamo alla terribile voglia di ricevere e donare “qualche candida carezza, data per non sentire l’amarezza”.

Ho vissuto per parecchio tempo sotto effetto “Sally”, quando pensavo che una compagnia sbagliata fosse preferibile al nulla; quando soffrivo talmente tanto il mio essere sola, da accontentarmi di quello che mi capitava; quando mi amavo davvero molto poco e ricercavo Amore in chiunque e in ogni dove.

Mi raccontavo che da questa ricerca selvaggia, queste presenze fittizie, questo donare affetto solo per riceverlo in cambio, potessi trarne solo benefici e non avessero controindicazioni.

Invece ho pagato tutto e anche caramente.

Per queste “candide carezze”, per ogni mia distrazione o debolezza mi sono punita io in primis

Pentendomi, recriminandomi, biasimandomi, accusandomi di non essere abbastanza indipendente e immune all’isolamento, di essere debole.

L’ho pagata accorgendomi che, a ogni scelta sbagliata, perdevo un pezzetto di me stessa, tonnellate di fiducia in me e negli altri e che – paradossalmente – appagare a tutti i costi quel disperato bisogno di amore mi stava trasformando in un essere non più capace di provarne.

E poi, ovviamente, l’ho pagata scontrandomi con la realtà, disilludendomi ogni volta, scoprendo come fossero realmente le persone alle quali mi accompagnavo che io avevo così tanto investito di affetto e aspettative.

Ho visto cosa ti può crollare addosso.

Ho capito che è meglio tenersi le carezze, piuttosto che regalarle per colmare un vuoto.

Tanto che ora è davvero molto difficile che le conceda, che mi conceda, che permetta a qualcuno di disturbare l’equilibrio della mia solitudine.

Eppure…

Anche adesso, anche se sono forte, anche se la solitudine è un qualcosa che spesso ricerco, a volte mi lascio sopraffare da questa esigenza di vicinanza.

Decido di essere più indulgente con me stessa.

Di non curarmi di quello che accadrà dopo, di pensare al contingente, di ricercare una soddisfazione subitanea.

Di provare, chissà, perché da qualche parte dovrà pur nascondersi questo decantato Amore, quindi bisogna tentare, anche se poi si paga.

Perché siamo animali sociali, gruppi, famiglie, classi, comitive, coppie.

E ogni tanto, o sempre, sentiamo il bisogno di ricordarcelo.

 

 

“Forse davvero ci si deve sentire alla fine un po’ male”

Vasco – Sally – 

 

 

TU, IO & TINDER

Questa roba non fa per me.

Sebbene la mia permanenza sia durata tre giorni e abbia praticato molto poco, mi ha aperto un mondo nuovo che almeno ora posso disdegnare con maggiore cognizione.

Questa roba non fa per me.

L’ho già detto?

Non fa per me.

Ho perso il conto della gente che mi aveva invitato a iscrivermi su Tinder, Badoo, Lovoo & affini, che ne decanta meraviglie, soprattutto un amico che nel mondo virtuale ha conosciuto la propria moglie mi aveva spinta a provare, a mettermi in gioco, a dire “Chissà…”.

Così, in una serata fredda e noiosa, nonostante la mia riluttanza mi sono detta: be’, che male c’è?

Se non mi piace, mi cancello. Voglio provare, sono curiosa.

E così ho fatto.

Innanzitutto Tinder ti chiede se tu voglia registrarti col numero di telefono o collegarti dal profilo Facebook. Certo, come no. La mia spedizione in incognito non contemplava questa opzione, quindi ho rispolverato un numero di servizio adattissimo a tal uopo.

Ti fa caricare quante foto vuoi e scrivere qualche info su di te, opzionale.

Io ho scelto la bellissima foto che vedete, corredata da due righe che mi inquadravano abbastanza bene.

(mancava solo che mettessi un cartello con su scritto “Do solo un’occhiata. Solo quella, non do altro”).

Poi ti fa attivare la geolocalizzazione per scovare gente vicina a te, o in un range di chilometri variabile, che puoi decidere tu.

Anche la fascia di età delle persone da visualizzare, puoi sceglierla tu.

Così come se vagliare uomini o donne.

Infine, parte il gioco e sulla schermata iniziano ad apparire profili di gente che corrisponde a quanto cerchi.

Se chi vedi ti piace, metti un cuore, altrimenti scarti.

Se il tizio ti cuora a sua volta, c’è un “Match” e potete scrivervi.

Oppure, scorri a sinistra per scartare, a destra per approvare (o è il contrario, ancora devo capirlo).

Questa funzione è terribile, perché se il tipo ha più foto, tu le scorri ma poi decidi di tornare indietro per visualizzarle di nuovo, ti parte il like novanta volte su cento.

Credo di aver visionato così tante “offerte” solo su Amazon. Con una voracità da curiosa/maniaca/bulimica di conoscenza quale sono. Tanto che, a un certo punto, anziché la ricerca dell’anima gemella, sembrava più un tentativo di un nuovo record nel gioco “Vediamo quanti riesco a farne fuori in sessanta secondi”.

I parametri usati coincidevano abbastanza con quelli che uso nella vita vera, che forse in maniera un po’ troppo frettolosa mi fanno scartare papabili pretendenti.

Uno su tutti: le sopracciglia ad ali di gabbiano.

Ogni anno, milioni di ormoni femminili vengono uccisi dalle sopracciglia maschili ad ali di gabbiano.

Ferma anche tu questa mattanza!

Denuncia i portatori e le estetiste che gliele fanno.

Ragazzi, non so dirvelo in maniera più aulica e raffinata, quindi ve la beccate come mi viene:

«NON VE SE PO’ GUARDA’!! Meglio il pelo, credetemi, che uno più spinzettato di noi!
Quando vi vedo così perfettamente depilati, mi viene sempre l’istinto di chiedervi il numero… della vostra estetista!!

Ad interagire con un gabbianuto non riesco proprio, è più forte di me.

Quindi, via gli spinzettati. Stragrande maggioranza, peraltro.

Molto, molto in voga anche gli “Espositori della mercanzia”, ovvero coloro i quali mostrano esclusivamente foto di pancia, addominali e pacco.

Quanto sta il culatello ‘sta settimana? Una cosa così.

Anche no, grazie.

Da escludere anche i portatori esclusivi di occhiali da sole.

No, tesoro. Io ti devo vedere gli occhi, lo specchio dell’anima, quelli che mi punti addosso.

Vabbè che siamo tutti più fighi con gli occhiali da sole, ma gli occhi sono fondamentali.

Se non riesco a scorgerteli, Ciaone.

Eliminabili anche tutti i fanatici del selfie in bagno, tazza in vista, o con aria lasciva sdraiati sul letto. Non so se più in posa da after sex o da after toilette.

Così come i “filtrati”. Gente, sul serio, un conto è migliorare un pochino una foto. Ben altro piallare e illuminare qualsiasi superficie epidermica tanto da sembrare manichini, o incerati, o fondotintati o manichini incerati fondotintati.

Se nelle donne posso quasi arrivare a capirlo (ho detto quasi, perché certe fanciulle che vedo nella foto, poi per strada non le riconosco e viceversa) negli uomini lo trovo raccapricciante.

Decisamente più invitanti le foto nei quali “l’offerente” mostrava un bel sorrisone, semplicità, rilassatezza, sopracciglia folte e non-posa da macho.

Finalmente! Gli uomini sani li fabbricano ancora!

Solo dopo aver scorso un bel po’ di profili, mi sono accorta non solo che alcuni avevano più foto, ma anche che c’era una sezione “info” nella quale leggere quanto avessero scritto e l’eventuale collegamento al profilo Instagram.

Un altro mondo.

(sbirciato sempre cercando invano di non buttare “like” a caso).

Innanzitutto ho imparato che su Tinder i centimetri sono molto importanti.

Parecchi, infatti, riportavano la propria altezza. Deve essere una delle domande più gettonate.

Possibilità di segnalare qualsiasi profilo. Tenetelo a mente.

Infiniti disclaimer degli uomini sul non volere una donna in cerca di follower, o pompata, filtrata, plasticata (cito testuale), bensì alla ricerca di una donna diversa, sostanziosa, di qualità.

Davvero?

Ammetto di aver riso. Ché sulla carta si dichiarano tutti santi e in cerca della donna “seria”, poi nella realtà basta che sia ancora calda. Ché le donne rifatte/filtrate/posticce sono biasimate ma continuano ad essere quelle che hanno più successo. Ché io sono una donna che – apparentemente – ricercano tutti, ma sempre single resto.

Come me lo spiegate?

O gli stronzi li incontro solo io?

A questi proclamatori della sapiosessualità, due domandine indagatorie avrei voluto fargliele. Per sapere, capire o farmi raccontare Tinder dal punto di vista maschile.

Questo l’ho trovato snervante. L’incapacità di non poter assolutamente comunicare, senza un match.

Mi correggo, si può. Se paghi.

Come si può scoprire chi ti ha cuorato, se paghi.

Come puoi annullare un’azione e tornare indietro, se paghi.

Come puoi essere tra i profili “sponsorizzati”, se paghi.

Capito?

Dalle info dei vari profili, ho scoperto molte altre cose.

Spesso vengono scritte in diverse lingue, perché?

Semplicissimo.

Per cuccare le straniere in visita in Italia che vogliono verificare la decantata efficienza del maschio italico.

E i nostri patriotticissimi uomini pensate si tirino indietro? Giammai!

Specifiche offerte fatte a turiste per caSSo, comprensive perfino di servizio di guida per la città.

Vale anche il contrario: se ti trovi in qualsiasi parte del mondo e cerchi compagnia, Tinder e la sua geolocalizzazione ti possono aiutare!

Ho trovato spesso anche l’acronimo “Only Ons” che ho dovuto googlare per capire cosa significasse.

Sta per “One night stand”.

Io sono antica e la chiamo ancora “Una-botta-e-via”.

E mentre ero lì che fagocitavo profili a non finire, chiedendomi se fosse il caso di iniziare a cuorare qualcuno, perché – domanda fondamentale – ma se poi matchiamo, a questo che gli dico?

Tinder mi informa che avevo ricevuto un paio di conferme.

(ma chi li ha cercati questi?? Mah!)

Mi scrive il primo.

Decido di essere brillante e socievole e non la solita stronza asociale.

Gli rispondo con simpatia.

«Perché hai questa foto?»

«Sono qui per curiosità da due giorni, non mi andava di mettere una mia foto»

Tre messaggi dopo:

«Perché la foto di questo cartone animato?» (CARTONE ANIMATOOO!!)

«Ehm… te l’ho già scritto»

Ma cazzo, almeno la presenza mentale di memorizzare due messaggi di numero, DUE, no, eh???

Decido che posso archiviare la brillantezza, la cortesia e – su tutte – questa scialba conversazione.

Tinder 0 – BB 1.

Ho beccato diversa gente che conosco. E ho considerato che forse conosco davvero troppa gente, anche rammaricandomene.

Finché non ho pizzicato LUI: un caso umano di vecchia conoscenza.

Mentre ero intenta a fare lo screenshot da inviare all’amica comune per percularlo,  mi parte il like!

Mannaggia il karma.

E subito il solerte Tinder mi informa che “It’s a Match!”

Quindi lui mi aveva già cuorata. Come, sospetto, qualsiasi altra vaginomunita presente nella chat.

È importante che vi faccia il riassunto delle puntate precedenti: mi aveva aggiunta tempo fa su Facebook. Una mia cara amica in comune.

Avevo accettato l’amicizia perché – viste le mie doti fisiognomiche seconde solo alla capacità di una nonna che prima di chiamarti col nome giusto elenca tutto l’albero genealogico – non ero certa di NON conoscerlo.

(e questo la dice lunga pure su quanto, eventualmente, mi avesse colpita).

Lui si era limitato a scrivermi un «Sei bellissima» ed era finita lì.

Mai una domanda, uno scambio, un parlare curioso e civile, nulla.

Appurato che, di fatto, non lo conoscevo, me l’ero tenuto tra le amicizie ad esclusivo scopo antropologico, ovvero per le perle con le quali riusciva a rallegrare le mie giornate.

Mi faceva incazzare – oh sì – con tutti quei discorsi superficiali sull’apparenza delle donne, dimostrando la sua incessante attività di incontri virtuali, su quanto lui fosse BELLO e non avrebbe mai avuto problemi col gentil sesso.

Bello, opinabile, ma a quanto pare ancora single e in perenne ricerca.

Perché nella vita, ricordate, l’importante è crederci.

Dimostrando in ogni occasione, quanto possedesse una profondità pari a quella di una pozzanghera.

Mi scrive.

Gli rispondo che ho fatto un casino coi like, che ci conosciamo già, che siamo amici su Facebbok e cerco di tagliare il più corto possibile.

«Non ho più Facebook, non ho capito chi sei»

Te pareva.

(era un po’ che non mi apparivano le sue perle, ora che ci penso…)

Aveva trasferito tutta la sua attività su Instagram – palesando ancor di più il suo immenso interesse per la sostanza – social più immediato, più completo se interessa solo l’involucro di una persona. Perfetto per lui.

Mi scrive il numero.

«Mandami una foto, giuro che dopo la cancello!»

AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH.

Sì, certo aspettali.

Foto e numero.

Continuo a chiedermi perché la gente abbia voglia di elargire a chicchessia il proprio numero di telefono.

Sarà uno di quelli che trascriverò in un bagno dell’Autogrill.

«Aspetta, ti aggiungo su Instagram!»

Ecco qua.

Mi ha costretta a riaprire il social delle foto, dopo mesi che non lo facevo. Perché ce l’ho, sì, ma non lo so usare e non mi interessa farlo.

Ne ho approfittato per accettare qualche richiesta.

Nel frattempo, lui ha cominciato a likeare tutte le mie foto. Tutte e TRE.

Ho chiuso tutti i social e staccato la connessione.

Per me era davvero troppo.

Mi sono rituffata nel mondo reale.

Quello contingente, senza filtri, fatto di tatto e odori.

Ho continuato a pensare al Favoloso Mondo di Tinder, al perché io non lo trovassi così favoloso, agli sbagli che potevo aver commesso, però stupendomi di quanti – QUANTI! – uomini si trovassero ad un massimo di cinquanta chilometri da me.

Allora perché non li incontro nel reale?

Perché magari anche loro se ne stanno a casa, con un telefono in mano.

La mattina seguente, mi ero imposta di approfondire la questione e applicarmi di più.

Apro l’app e mi informa che “Ops qualcosa è andato storto!” provo a registrarmi di nuovo e idem.

Realizzo di essere stata bannata, probabilmente a seguito di una segnalazione del profilo.

Evidentemente la foto della Barbie non è piaciuta. Peccato.

Tutto va come deve andare.

Io sono antica.

Un uomo lo devo vedere, annusare, toccare, devo sentirne la voce, devo godermi i suoi occhi addosso a me, mirarne il sorriso.

Sta roba non fa per me.

Adesso lo sa pure Tinder.

 

TI MERITI IL MARE

«La qualità delle tue relazioni riflette quello che credi di meritare».

Questa frase qui, in diverse salse e rivisitazioni, l’ho sentita non so quante volte.

Ogni volta ho pensato frettolosamente che non fosse proprio così e sono andata oltre.

Nell’ultimo periodo mi è stata riproposta, in maniera diretta e non, e mi ci sono soffermata di più.

Ho cominciato a ragionarci davvero, a cercare di capire se e quando ne abbia avuto conferma di veridicità.

Potremmo scomodare la LoA, la psicologia e la sua “profezia che si auto avvera”,  ma è tutto molto più semplice:

«La qualità delle tue relazioni riflette quello che credi di meritare».

Se credi di meritare molto, quello avrai.

Se abbassi l’asticella delle pretese, ti accontenti, ti fai bastare la miseria, quello avrai.

Se ritieni di non essere degno di ciò che vorresti, desideri e ti auspichi, quello otterrai.

Se banchetti con le briciole, anziché ambire a un pasto migliore o preferire il digiuno in assenza di esso, le briciole saranno quel che penserai di meritare. Nulla di più.

Se ti racconti che nessuno mai potrebbe interessarsi a te, nessuno ti farà compagnia.

Se ti barrichi nel castello della tua solitudine, sarai il solo guardiano di te stesso.

Se ritieni accettabile essere una seconda scelta, una riserva, una tantum lo sarai.

Se ti fai bastare un rapporto superficiale, piuttosto che niente, delle limitazioni che contrastano con quel che vuoi davvero, delle etichette quali “solo sesso”, “solo quando non ho di meglio”, “solo quando va a me”, quello sarai.

Ho pensato a tutte le infinite volte in cui mi sono accusata (ed ero pure convinta) di aver sbagliato io ad agire o a comportarmi in una certa maniera.

Quanto mi sia incaponita, abbia giustificato, abbia lasciato correre, pienamente cosciente che NON era quello che volevo.

Quanto mi sia raccontata che le mie esigenze non fossero importanti, fossero dettagli, che il poco fosse comunque meglio di niente.

No, meglio niente!
Piuttosto che qualcosa che tradisca le nostre speranze.

A quanto spesso avessi forzato le cose nel sentire o nel vedere qualcuno, quasi “costringendolo”, quasi supplicandolo, non considerando che ME LO MERITO, eccome, uno non veda l’ora di vedermi, sentirmi, amarmi.

A un certo punto, abbiamo ritenuto che fosse “normale”attendere accanto a un telefono.

Accontentarsi dei ritagli di tempo, orari ben precisi, scampoli di momenti.

Rinunciare ad ambire a un rapporto pulito, semplice, paritario.

Abbiamo addirittura deciso che l’Amore, l’affetto, i sentimenti, fossero un qualcosa di cui dovessimo quasi vergognarci, un impedimento che rovina tutto, emozioni da non rivelare mai che poi – oh – scappa, non mi vuole più, si spaventa.

Non meritiamo TUTTI di essere amati?

Perché rinunciarci?

A tutto questo, a tutto quello che non ci fa stare bene, in pace, felice, occorre dire NO.

Rifiutare tutto quel che sia al di sotto delle nostre aspettative, di come intendiamo i rapporti, di quello che vogliamo ricevere.

Magari coscientemente nessuno si aspetta di essere maltrattato o tradito, che debba essere così una relazione.

Non meritavo le sparizioni.

Non meritavo di essere la seconda scelta o quella di riserva.

Non meritavo di essere lasciata per telefono, senza troppi complimenti.

Tutta questa gente qui, non meritava le mie lacrime, né le mie attenzioni, le cure, l’affetto, l’ostinazione.

Troppe volte abbiamo dato una possibilità a chi offriva miseria, perché – in fondo – era meglio di niente.

Permesso pedissequamente palesi mancanze di rispetto per paura di parlare, o di creare problemi, o porre realmente fine a un rapporto che non dà la reciprocità che dovrebbe.

È doloroso, oh sì, lo è.

Pure i rapporti insoddisfacenti lo sono.

Le delusioni continue.

La fiducia malriposta.

È tutto molto doloroso.

Ma se continuare a sopportarlo o meno, siamo noi a deciderlo.

Siamo noi a sapere se lo “meritiamo” o no.

Forse sono esagerata, le persone sbagliano, non possono essere all’altezza delle mie aspettative…

Ecco. Le aspettative.

Se ti aspetti mediocrità, quello avrai.

Pure in ambito di amicizia, vogliamo davvero che un amico sia colui che ti dà per scontato, che si è talmente abituato alla nostra presenza, da non apprezzarla più?

Se questo è quello che accettiamo, se fondiamo la nostra conoscenza dell’affettività su rapporti disparitari viziati e non appaganti, quello avremo.

Ho sempre pensato che, perdendo una persona, fossi io quella che ci rimetteva di più.

Ultimamente, no.

Ultimamente credo sia veritiero anche il detto “Chi non ti ama, non ti merita”, ovvero non ti capisce, non ti sa apprezzare, non si rendo conto di quello che potrebbe avere.

Quindi, perché dovrei essere io ad agire?

Perché abbiamo rinunciato pure alla cavalleria, alla galanteria, al corteggiamento?

Perché pensiamo di non meritarli più, di dover per forza darsi da fare, patire, subire un rapporto e non sceglierselo deliberatamente?

Meritiamo di essere trattate da DONNE.

Qualcuno me l’ha detto:

«Sei una donna, fatti trattare da tale»

Mentre mi toglieva di mano le valigie che volevo a tutti i costi portare da sola.

Stupita, da quelle piccole attenzioni che non si ricordano nemmeno più, perché cadute nella nostra quotidiana disabitudine.

Abbiamo messo da parte i privilegi che comporta l’essere donna, in nome di una parità di sessi che sottintende una contraddizione implicita.

Ci hanno creati diversi.

SIAMO diversi.

Questa cosa qui dell’indipendenza, dell’autosufficienza del femminismo, dell’emancipazione, l’abbiamo recepita male.

Non significa di certo rinunciare ad esserlo, donne, femmine, con onori e oneri.

E non contrasta per forza con l’autonomia e l’emancipazione.

Abbiamo i nostri “ruoli”, attitudini diverse, palese inferiorità fisica.

Il barattolo riesco pure ad aprirmelo da sola, ma quanto è più bello potertelo chiedere e sapere che dall’altra parte c’è una risposta entusiasta, un qualcuno che non vede l’ora di esserti di aiuto, di fare l’uomo di casa, di prendersi cura di te. Perché meritiamo qualcuno che si prenda cura di noi e dobbiamo permetterglielo.

Allo stesso modo, io ti posso pure invitare a uscire con me, e sicuramente tu mi diresti di sì, ma perché dovrei farlo?

Perché dovrei rinunciare al mio “ruolo” di preda che ha già scelto? Che lascia a lui il piacere della conquista, l’illusione di avercela fatta, mentre invece io ti avevo già puntato da prima che tu ti accorgessi di me, e avevo giurato che saresti stato mio.

Abbiamo permesso a noi stesse di convincerci di non meritare più la cavalleria, la galanteria, il corteggiamento.

Che fossero superati, desueti, non più importanti.

Invece, io me lo merito un cazzo di invito a cena.

Un uomo che non è in grado di alzare un dito per comporre un numero, non merita di certo che io gli faccia alzare altro.

Me la merito una cazzo di telefonata.

Mi merito una grandiosa “botta”, ma anche il prima e il dopo.

Mi merito il mare. 

Le domeniche al mare, le passeggiate, il mano nella mano, i giochi, le discussioni, le coccole, i confronti, i salti mortali per riuscire a vedersi, i compromessi, le rinunce, le conquiste, la cura, l’affetto, l’Amore, mi merito TUTTO.

Merito di essere amata liberamente.

Adesso sono sola, è vero, ma non me ne dispiace.

Perché ho ben chiaro quello che finora mi è stato offerto.

E non perdo più tempo, pensieri, parole, opere e omissioni per chi non lo merita.

Non aspetto, non chiedo, non cerco di convincere, non supplico, non abbasso l’asticella.

Meglio niente, che meglio di niente.

Finalmente SO quel che merito io.

E tu, cosa pensi di meritare?

 

 

”Io sono un esperto di menefreghismo.

Il segreto è smettere di preoccuparsi per la salute delle chiappe degli altri e cominciare seriamente a pensare a quello che vuoi tu,

a quello che tu meriti e a quello che il mondo ti deve, capito?!”

Bender