PRIMO APPUNTAMENTO

Fra tutti i programmi dedicati alla ricerca dell’Ammmoooreee, “Primo Appuntamento” è quello che seguo con più morbosità e interesse.

Ho imparato a memoria le prime tre stagioni e ora, finalmente, siamo giunti alla quarta.

Il format è abbastanza semplice: tra tutti i candidati di tutte le età, la redazione forma delle coppie che reputa compatibili le quali affronteranno una ‘cena per farli conoscere’.

Solo una cena.

Molto meno impegnativo del vincolo eterno previsto da “Matrimonio a prima vista” (del quale vi ho parlato QUI).

Quindi si hanno a disposizione circa due ore di tempo per valutare se colui, o colei, che si trova al proprio cospetto può essere compatibile, appetibile e se fa venire voglia di rivederlo/a.

Ogni puntata è stata divertente e istruttiva, ci ha proposto una variegata e curiosa offerta antropologica e mi ha donato svariati spunti di riflessione.

Abbiamo assistito alla nascita di diversi amori, incompatibilità, scene melodrammatiche, rifiuti e, purtroppo, parecchia ma parecchia cafonaggine e cattiveria.

Come nella vita vera, quella senza spettatori, non capisco che bisogno vi sia di “maltrattare” qualcuno solo perché non corrisponde al nostro ideale, solo perché non ci piace, o ci aspettavamo di meglio o di diverso.

Alla fine devi trascorrerci due ore e poi addio, che sarà mai?

Comprendo che magari alcuni affrontano la serata carichi di aspettative che poi vengono disilluse, ma mica c’entra chi hai davanti. Mica è colpa sua!

C’è stato chi non si è presentato affatto, chi ha visto il partner designato ed è scappato, chi ha avuto un atteggiamento altezzoso, pesante e irritante per tutta la sera, ma che bisogno c’è?

Acidità gratuita a profusione, da donne ma anche da uomini, che ben si sintetizza nella frase che un commensale di una yogurtara ha pronunciato a fine serata motivando la scelta di non rivederla:

«’Na rompicoglioni, per carità!»

E c’aveva ragione.

Ad aggiungere mio ulteriore interesse per il programma, la partecipazione di diverse persone che conosco.

Le considerazioni sono le medesime che ho formulato quando su Tinder mi ero imbattuta in parecchi volti familiari: o conosco troppa gente, o davvero noi single ormai siamo diventati i “soliti noti”, già schedati, sempre quelli, e – se rimaniamo tali – un motivo forse c’è…

Vorrei poter aggiungere molto a proposito di questi personaggi, ma purtroppo ‘nze po’.

Come ha detto la mia amica, sarebbe stato interessante se alla registrazione avesse potuto assistere il pubblico.

Avrei partecipato per produrmi in sobrissimi:

«’Nte fa’ incanta’, è ‘na m***a!! È un cogl****!!» e così via.

Con sommo dispiacere non è stato possibile. Peccato.

Posso, però, parlarvi di alcuni altri protagonisti.

Come, per esempio, Silvia che ha partecipato a tutte e tre le edizioni e si vocifera che sarò presente anche nella quarta.

Della serie “Non me rassegno e me lo dovete trova’!”

Silvia ha un qualcosa che manca alla maggior parte di noi: ci crede. Ci crede molto. E fa bene.

Al motto di:

«Mangia glitter a colazione e splendi tutto il giorno!»

porta a spasso, fiera, il suo fisico giunonico, osando mise che io, per miei limiti, non indosserei nemmeno se pesassi trenta chili bagnata.

Ha un atteggiamento sicuro, che intimorisce gli astanti, fino a sfociare nello scostante.

In un’occasione, mentre si parlava della provenienza del suo compagno della serata, con un candore pari a un’ignoranza preoccupante, ha chiesto:

«…ma è tanto grande st’Africa?!»

Ecco.

Ma anche in quel caso si è mostrata ferma, tranquilla, per nulla imbarazzata dell’enorme gaffe nella quale si era imbattuta.

Perfino di fronte a un rifiuto di uno che la aggradava parecchio, ha chiosato:

«Non l’avrei voluto perché è troppo perfetto…»

Sì, vabbè.

Fa tanto “Ti lascio perché meriti di più” ma a chi non è mai successo di consolarsi con una frase del genere?

Alla fine, questo programma mi piace perché riproduce perfettamente la vita reale, seppur in un contesto da favola e sotto i riflettori.

Riconosci bene e sin da subito gli sfigati, gli stronzi, i finti, gli acidi, gli innamorati dell’amore, i disillusi…

Te la gusti e giochi a prevedere le mosse, a percepire l’eventuale feeling, a chiederti quel che succederà.

Nei titoli di coda ce lo raccontano come è andata a finire, come si è evoluta la storia, quel che è accaduto dopo quella sera.

È triste appurare come alcune volte, dopo le effusioni a favore di telecamera, i fuochi d’artificio da tubo catodico, le promesse frutto dello spettacolo, questi titoli ci rivelino un mesto “non si sono più visti”.

Come è accaduto anche nella prima puntata della quarta stagione, dopo che la coppia si era prodotta in un bacio con sei metri di lingua in diretta nazionale.

Ma è esattamente quel che accade nella vita vera, quella priva di pubblico, dove va tutto bene e a un certo punto e senza preavviso il tipo sparisce nel nulla.

Solo che non hai milioni di telespettatori come testimoni a chiedersi con te: «E perché? Che è successo??»

Quel che mi commuove e stupisce è constatare quante e quante persone di ogni età, nonostante tutto, coltivino una fiducia incrollabile nell’Amore. La certezza di volerlo e meritarlo e la gran voglia di mettersi in gioco per trovarlo.

Tra le varie storie, mi ha colpito quella di Emanuele, che è stato lì a cercare l’Amore per tre volte.
Il primo incontro era stato abbastanza disastroso, con una tizia pesantissima e antipatica.
Ha fatto passare del tempo, ma ha deciso di riprovarci, di ritentare, perché ci credeva ancora.

Perché per lui esisteva, da qualche parte, quella persona fatta apposta per lui; quella “dolce metà” da ritrovare; nonostante una singletudine di ventun anni. Questo batte pure me, ho commentato.

L’ho ammirato.

La sua tenacia, la sua fede, la sua sicurezza, a dispetto di tutto.

Emanuele si è presentato con un mazzo di fiori destinati all’ignota donzella. Roba d’altri tempi, cure che noi non conosciamo più. Oggi, al massimo, accendiamo un cero già solo se non dobbiamo andare a prendere il nostro cavaliere a casa. Figuriamoci se ci aspettiamo di ricevere questo tipo di attenzioni e carinerie!

Si sono svolti gli incontri, mentre Emanuele era lì, ad attendere.

Alcuni hanno funzionato, altri meno e lui è rimasto lì, da SOLO.

La fanciulla non si è presentata.

Dopo due ore gli hanno dovuto chiedere di lasciare il ristorante in chiusura.

Cazzo, che botta.

Mi sono sentita Emanuele in molte occasioni.

Sola, disillusa, ad aspettare, a crederci, ma non più, o forse sì?

«Appena comincio a rialzare un po’ la testa, mi arriva subito una mazzata a rimandarmi giù» questo ha detto, lui.

Già.

Funziona così, per alcuni.

Siamo e siamo stati un po’ tutti Emanuele. Fiduciosi, ma ogni tanto presi dal pessimismo e dallo scoramento. Quando siamo comunque felici – anche da soli –  però… Dove quei “però” a volte ci pesano così tanto…

E allora, che si fa?

Ho ripetuto più volte che avevo chiuso con tutto ciò, che non ci contavo più, che magari non meritavo un Happy End, che era tutto così difficile…

Lui ha detto che comunque continuerà a provarci, a crederci, a cercare, sperando – infine – di trovare.

Ne ho invidiato la forza e la fede.

Perché non lo so, io, se sia giusto e lecito continuare ad avere fiducia. Se occorra lasciarsi tirare giù dalle batoste, o rialzarsi sempre e comunque. Se sarei stata in grado di aspettare così tanto a quel tavolo o altrove.

Se ho mai atteso davvero, o ho solo fatto trascorrere il tempo.

Se ci ho mai creduto davvero, o ho sempre fatto prevalere la disillusione o lo scoramento.

Non lo so, oggi e ieri, mentre – ancora una volta – sono seduta a un tavolo, da sola, che aspetto, o forse no, mentre gusto un bicchiere di rosso che sono certa di aver meritato.

Sulla certezza di meritare l’Amore, be’, su quella sto ancora lavorando…

 

Ah, Emanuele al terzo tentativo l’ha trovata.

Così, per la cronaca.

 

PS: Al netto di tutta la simpatia che nutro per il nuovo maître, Valerio, se mi leggi e hai voglia di un Primo Appuntamento, chiamami. 😉

FLUSSO DI COSCIENZA

«Sei come un’anguilla che sguscia».

Così mi ha detto.

Un’anguilla che scivola via dalle mani, scappa, che non si riesce a trattenere.

«L’hai fatto anche con me» ha aggiunto.

«E si percepisce questa tua attitudine all’andarsene, a lasciar perdere. Questo istinto che ti porta ad allontanarti. Si sente che sfuggi, che hai sempre un piede sulla porta».

Questo me l’ha detto il 10 Dicembre 2018. È quindi da più di un anno che ci rifletto su.

La gente che non pensa la invidio proprio, io sono un continuo rimuginare:

Che faccio?

Ho fatto bene?

Ho fatto male.

Ho fatto, basta.

No, troppo semplice.

Fatto sta che, dopo queste sue parole, mi sono trattenuta per ben due volte quando era sicuro che sarei dovuta scappare. E pure di corsa.

Pure uno di questi altri due me l’aveva detto:

«Tu ti defili…»

Anziché andare, ho pensato che avessero ragione loro, che fossi troppo precipitosa nel prendere l’uscita, quindi sono rimasta in due occasioni a farmi danneggiare. Ben consapevole.

Mentre le Voci nella mia testa mi insultavano.

E i fatti successivi hanno dato loro ragione.

Ve la do io l’anguilla.

Mica sono masochista!

Se mi viene voglia di scappare è perché non sto bene dove mi trovo.

Mica mi incaponisco.

Non più, almeno…

Che senso ha?

Se fossi felice, resterei. Pianterei una tenda, coltiverei il giardino, metterei l’etichetta sul citofono.

Griderei: «STO QUI!»

Perché dovrei fuggire da persone o situazioni che mi danno piacere?

Mica so’ scema!

Eppure lui ne era convinto.

Sono scappata pure da lui. Per coerenza.

Alla fine non pensavo di avere così tanto bisogno di una terapia, in fondo.

O forse sì…

Di sicuro non della sua che non mi soddisfaceva e acuiva le mie problematiche.

E poi non si ricordava le cose.

Capito?

Con ME, che sono un computer  vivente e ti so dire pure in che occasione te le ho dette e le parole precise che ho usato.

Ogni volta dovevamo ricominciare daccapo e mi snervava.

E lo pagavo pure!!

Sono fuggita, sì. Che stavo a fare?

A sentirmi poco considerata perfino da colui che per lavoro (e parcella) avrebbe dovuto ascoltarmi?

O forse aveva ragione e sono una che sa solo scappare…

Boh.

Sarò matta.

Che poi chi riesce a guardarsi dentro talmente bene da decidere di chiedere aiuto, mica è un pazzo.

Anzi, è perfino troppo lucido.

Chi ha capito che la nostra mente ci pone dei condizionamenti che determinano il nostro comportamento e plasmano la nostra realtà ha capito tutto. Altro che folle.

Quindi, sono un genio.

No.

Ma non sono neanche matta.

Sono una che pensa e sente troppo.

Percepisce un cambio di intonazione, un’inflessione, una mancanza ed ogni piccola cura.

E se le segna.

E le accumula.

E tira le somme.

E considera come il tutto la faccia stare.

Questa, sono.

Sì, forse sono un po’ matta.

Che poi i matti veri hanno tutto un mondo loro, un modo di vivere le cose, una realtà che si forgiano come meglio li aggrada. Ma non stanno meglio di noi? Per me, sì.

Mi sa che mi taglio i capelli.

No, per carità, che l’ultima volta, dopo, piangevo e mi volevo mettere le extension.

Mi faccio bionda.

Chissà come sarebbe la mia vita da bionda…

A-N-G-U-I-L-L-A.

Sarò un’anguilla, che ti devo dire.

Un fondo di verità l’ho trovata, ed è pure palese.

Quando si è stati feriti, si scappa per prevenire ulteriore dolore.

Su questo siamo tutti d’accordo, no?

Di fronte a una malaparata ci si dà a gambe, mi pare logico.

Riconoscere se si scappa per paura o perché è la cosa giusta da fare, qui risiede il problema.

Mi ero convinta di non saper più distinguere le due circostanze.

Tutta la pletora delle mie insicurezze mi avevano condotta fino a lui, e le sue parole mi fecero dubitare ancor più di me.

Come se non sapessi più discernere quel che mi faceva male, e dal quale sarei dovuta fuggire, perché persuasa che cercassi solo la fuga.

Che il mio istinto, la parte più intima della mia amigdala, sbagliasse, mi ingannasse, volesse solo preservarsi.

Che era solo mio Ego ad agire, per tornare nello stato di comfort e rifuggire le novità.

Quando sei insicura, credi sempre che chiunque ne sappia più di te, sia più saggio di te, abbia risposte migliori delle tue. E ti affidi.

Molto spesso, sbagliando. Come in questo caso.

Quel che percepivo come dannoso, ormai lo classificavo come paranoie auto-sabotanti.

Non è così come pensi, no. È il tuo giudizio parziale.

Quindi, quando mi sono trovata dinnanzi a comportamenti inqualificabili che, in altri momenti, avrei gestito con un semplice “Vaffa”, alla luce di questo, mi avevano convinta che, no, era tutto nella mia testa. Stavo sbagliando, stavo scappando, mi stavo defilando.

Un cazzo.

Poi aveva pronunciato una parolina che detesto: “Psicofarmaci”.

Stocazzo.

Io dovevo capire il PERCHÈ dei miei (eventuali) problemi, non curarli e basta.

Questo volevo.

Mi ci ero messa d’impegno, eh.

Roba forte.

Tipo che avevo pianto ogni volta, mentre tiravo fuori dalle viscere quel che più mi addolorava. Io, sempre quella che “non piange in pubblico”, ma con colui che avrebbe dovuto vigilare sulla mia salute mentale, mi sembrava opportuno togliere tutte le maschere.

Questi drammatici accoramenti pensavo potessero essere facilmente ricordati.

Manco per il cazzo.

Perché le volte successive mi poneva le medesime questioni che avevo già sufficientemente lacrimato.

Questo nemmeno mi ascolta.

E io sono insicura, e ho bassa autostima, e partorisco paranoie, ok.

E pago uno che non mi ascolta.

Mo, secondo te, sarei dovuta restare solo perché altrimenti mi avrebbe detto che sono un’anguilla?

Eh no, dai.

Sarò anguilla, ma mica so’ scema.

E due.

Che ci sto a fare qui?

Ecco, questa domanda me la pongo spesso.

Se non sto bene, me ne vado.

Questo fa di me un’anguilla?

Ok, sono un’anguilla.

Ma un’anguilla consapevole.

Ho sempre criticato chi si fa le autodiagnosi, ma non mi potevo permettere di essere delusa da qualcun altro.

Ora ti spiego una cosa: quando una che non è avvezza a chiedere aiuto, poi si sforza di farlo, ma non lo riceve, passeranno dei lustri prima che riesca a chiederlo di nuovo. È sicuro.

Molti pensano che sia un fatto di boria e supponenza, no! Non c’entra un cazzo.

In genere, quelli che sono incapaci a chiedere aiuto non è che siano davvero incapaci, ma hanno paura di disturbare. Ci crederesti mai? Ebbene è così. Sappilo. E hanno paura di non trovarlo e di essere delusi. Boom!

“Quelli che non chiedono mai aiuto sono coloro che ne hanno più bisogno”. La sapevi questa? È una grossa verità che pochi considerano.

Se ci rifletti è una spiegazione più che logica.

Stronzi a parte, ovvio. Quelli manco li considero.

Forse dovrei tagliarmi pure le unghie. E mettere una smalto rosso.

Rosso?

Naaa… Non mi ci vedo.

“Se vuoi qualcosa che non hai mai avuto, devi fare qualcosa che non hai mai fatto”.

E se fosse mettere lo smalto rosso?

Ci faccio un pensierino, va’…

Ho perso il filo del discorso, dov’ero?

Ah, cavarsela da soli.

Se qualcosa ho capito di me e che sono una cocciuta con una forza di volontà incrollabile. Quando voglio.

Quindi mi sono giurata che ne sarei venuta a capo. Che avrei agito in maniera obiettiva e senza scorciatoie. Che avrei sofferto e versato lacrime  e sangue, ma avrei trovato le mie risposte. Cazzo, sì.

Così ho letto: pagine e pagine di sviscerato, addentrato, rimuginato. Libri, articoli, seminari, confronti.

Tutta roba “pesante”, tosta e il tutto fatto con una consapevolezza tale da farmi restare sveglia di notte a pensarci, te lo garantisco.

Ho rielaborato e rivissuto svariati episodi.

Ho riconosciuto delle fughe immotivate, per motivazioni davvero ridicole, perche era più facile.

Ma ho notato anche degli indicatori palesi che avevo scelto di ignorare.

Scelto.

Perché mi ero sforzata di restare.

Ora ti dico un’altra cosa: quando una che ha un muro eretto, addobbato, stratificato, calcificato, incontra uno con un muro altrettanto imponente e ben evidente, lo sai lei – l’anguilla – che fa? Fa un’altra bella fila di mattoni. E poi, eventualmente, scappa.

Dimmi, in tutta onestà: lo trovi un comportamento così strano?

Poi, storicamente, ogni volta che mi è capitato di disarmarmi di fronte a delle fortezze, sono successi dei disastri, dei danni per me e delle conseguenze così intrecciate che in Beautiful non sanno manco che so’. E, a dirla tutta, non ne valevano neanche la pena. È logico che ora ci metta un bel po’ a deporre l’elmetto.

Penso a “Love” di Milov. Noi tutti siamo così: bambini interiori spontanei e amorevoli, intrappolati dalle sovrastrutture che ci creiamo e che ci limitano. Ingabbiati dalle paure e chiusi in noi stessi, mentre le anime si cercano. Questo siamo.

E i muri lo rappresentano.

Ma possiamo scegliere (SCEGLIERE) di uscirne.

Lo butti giù? Lo faccio anche io.

“Salti tu, salto io” come in Titanic. Certo, non è che abbiano fatto ‘sta gran fine loro due, vabbè sto divagando, non c’entra niente.

Però io questo lo penso: se si abbassano le recinzioni, occorre venirsi incontro. E viceversa. Ed è bellissimo.

A quel punto, sì che pianterei una tenda, coltiverei il giardino, metterei l’etichetta sul citofono.

Non credi?

Certe volte non vale la pena scalare, questa è un’altra verità. Potresti trovarti a capo di una cordata con un qualcuno che ti trascini, che cerchi in tutti i modi di portarti dietro mentre lui non fa il benché minimo sforzo per salire insieme a te.

Credi sia cosa buona e giusta?

No.

Bisogna tagliare la corda. In tutti i sensi.

Ah-ah, ho fatto la battuta!! So’ troppo simpatica!!

Quindi so discernere quando è il momento di andare via e quando no.

Possedevo da sempre le chiavi del tutto, ma non avevo voluto usarle.

La mente mente e mi sorprende.

A-N-G-U-I-L-L-A.

Che poi l’anguilla è brutta, viscida e strisciante, ma lui mi vede così??

Ammazza…

Oddio, pure qualcun altro mi vedrà così??

Ma sai che c’è?

MASTICAZZI.

Poi lo sai che ho capito proprio bene, bene, bene??

Che mi sono fracassate le ovaie di pensare sempre di avere IO qualcosa che non vada! E basta!

Pure la terapia, volendo, era un’ammissione di “colpevolezza”, di qualche imperfezione grave da correggere, di problematiche che mi rendevano un soggetto da riabilitare.

Socialmente deficiente. Nel senso di deficienza proprio, mancanza. Ma pure deficienza in senso lato.

Sì, lo ammetto che ho un piede sulla porta, cazzo, sì!

Ormai mi curo degli altri in maniera “giusta”. Né più, né meno.

Non soffro né mi sento in difetto per questo.

E ho seimiliardi di altre stranezze che, se vuoi, ti elenco in ordine alfabetico e non so quando potrei finire!

Questo mi renderebbe una donna immeritevole, indegna di assecondare le proprie esigenze e destinata al mesto “accontentarsi di quel che passa il convento nel quale, prima o poi, finirai”?

Non credo.

Mi sono seduta sul mio trono da sgrinfia sussiegosa e ho urlato:

«MI VADO BENE COSÌ!! A VOI, NO?? ESTICAZZIII!!»

Sono una fottuta anguilla sensibile, strana e pretenziosa.

E mi vado bene così.

Tié.

 

 

 

«…BB?»

«Eh?»

«A che pensi? Sei tutta assorta…»

«Ah! Ehm… Niente, niente…»

«Tutto ok? Che c’è?»

«Niente, davvero, nient… No. Non è vero!»

«Allora cos’hai?»

«Il copione di genere prevedrebbe che ti rispondessi “Niente”, come ho fatto. Ma c’è qualcosa che stavo pensando, sulla quale ragionavo, una sorta di flusso di coscienza libero e folle, e te ne vorrei parlare…»

«Dimmi, allora»

«C’entra un pesce…»

«Un pesce??»

«Sì. Si parla di un’anguilla…»

 

 

 

Il flusso di coscienza (stream of consciousness in lingua inglese) è una tecnica narrativa consistente nella libera rappresentazione dei pensieri di una persona così come compaiono nella mente, prima di essere riorganizzati logicamente in frasi. Da alcuni autori è considerato un vero e proprio genere letterario, anche se altri autori ritengono dubbia questa pretesa.

Il flusso di coscienza viene realizzato tramite il monologo interiore nei romanzi psicologici, ovvero in quelle opere dove emerge in primo piano l’individuo, con i suoi conflitti interiori e, in generale, le sue emozioni e sentimenti, passioni e sensazioni.

Fonte: Wikipedia

LA VERITÀ, VI SPIEGO, SULLO STALKING.

“Ogni femmina che si rispetti opera una doviziosa attività di stalkeraggio e controllo nei confronti del maschio oggetto dei propri desideri”.

Con queste parole iniziavo un articolo di qualche tempo fa anche se alla fine dello stesso, poi, rinnegavo l’opera di indagine e oggi vorrei approfondirne la motivazione.

Non vi suggerirò nuovi metodi di stalking, tutt’altro. Se siete qui per questo, mi spiace deludervi.

Oggi vi racconto la storia che ha trasformato BB da stalker professionista a stalker pentita.

Inizia diversi anni fa…

All’epoca mantenevo il mio ferreo proposito di non avere internet in casa, quindi potevo usufruirne solo a lavoro, non di sera, né nei weeekend. Immaginatevi quanto potesse essere stressante per me.

Gli smartphone non erano ancora così diffusi e, di sicuro, io non ne possedevo.

Quindi, operavo il mio monitoraggio costante dal lunedì al venerdì, orario d’ufficio e solo da pc.

Il social network era agli albori, ma io ne avevo scoperto ogni recondito segreto.

Per esempio, bastava aprire il profilo della persona in questione per trovare traccia di tutte le azioni che questa aveva compiuto (una sorta di “registro attività” odierno, ma visibile a tutti). Quindi vi apparivano like, commenti, amicizie strette, tutto.

Ogni mattina li aprivo uno per uno per scoprire cosa, come, quando, ma MAI il perché.

Disdetta.

A ripensarci adesso provo dei sentimenti contrastanti. Pena, per la me stessa di qualche anno fa. Rabbia, per essere stata tanto ingenua. Nostalgia, per aver perso così tanto tempo.

È una logica conseguenza che, per fortuna, ora non ami sprecarne nemmeno un po’.

Al culmine della mia follia avevo scoperto che il mio telefono, volendo, poteva sì collegarsi ad internet, ma a costi che scoprii solo quando mi arrivò la fattura e che vi lascio immaginare.

Negli anni, furono tre gli oggetti delle mie attenzioni ossessive e ancora me ne vergogno.

Sarà stato un caso, ma furono i tre dei quali mi fidavo meno (ma dai!) e che mi ferirono di più (ma dai!) .

Mi correggo.

Ai quali PERMISI di ferirmi di più.

Perché nessuno mi stava costringendo a frequentarli, sebbene non riponessi alcuna fiducia in loro, e ad incrementare così tanto le mie insicurezze, tanto da farmi diventare un’investigatrice patentata.

Pensare che, qualche anno prima, avevo biasimato pubblicamente una mia amica che aveva preso la pessima abitudine di fare le poste in macchina al proprio ex e, successivamente, mi ero ritrovata a fare lo stesso. Seppur virtualmente.

Operavo un controllo continuo e costante come se la vita si esaurisse nei social network. Come se ogni azione o accadimento dovessero necessariamente passare sul web. Come se fosse davvero – davvero! – possibile scovare ogni segreto di una persona attraverso un’indagine ininterrotta.

Avevo imparato a memoria i profili delle persone che sospettavo di più, esaminando costantemente anche loro. Avevo memorizzato tutti i nomi delle “parenti” – dopo aver scoperto che lo fossero – per escluderle dalla mia attività di sorveglianza. Odiavo con tutta me stessa quelle che si permettevano di fare le simpatiche e c’erano quelle tre/quattro sgallettate che sicuro, sicurissimo, ci provavano spudoratamente.

E poi c’erano quelle con le quali erano loro ad essere particolarmente affettuosi.

Erano le peggiori.

Perché non si potevano incolpare.

Perché mi mettevano davanti alla reale natura di quei soggetti.

E a quanto fosse tutto così inutile e doloroso.

Capitarono non di rado incidenti durante queste sessioni, tipo like e richieste d’amicizia partite per sbaglio, ma non riuscirono a fermarmi perché furono molti di più i fatti che scoprii, anche se non dovrei dirlo.

Tramite intrecci di profili, legami, correlazioni, talento, allenamento, intuito, empatia e un’opera meticolosa e sorprendente, affinai una tecnica incredibile.

So individuare con certezza CHI se la fa con chi. Con una precisione e una lungimiranza che spesso sorprendono anche me.

Ho trovato Ex avendo a disposizione pochissime informazioni, così, solo per il gusto di vederle.

Di uno pseudo VIP sono riuscita a scovare perfino il numero di telefono. L’ho memorizzato, ho verificato dalla propic di WhatsApp che fosse veramente lui, mi sono complimentata con me stessa e l’ho cancellato.

Ebbi conferme anche meno piacevoli, come il tizio che si dimostrò uno di quelli che scrivono «Sei bellissima» sotto ogni foto di ogni vaginomunita sperando di ottenerla questa “munizione”, a suon di complimenti stereotipati, sempre uguali e non sentiti.

Che mestizia.

Un altro era un addicted dei gruppi per single. Io non sapevo nemmeno cosa fossero i “gruppi”, ma ben presto imparai non solo che ve ne erano di privati, ma addirittura di “segreti” ai quali si poteva accedere tramite invito di un membro (AH-AH) e nei quali c’era da divertirsi. In tutti i sensi.

Uno dei miei fake è iscritto a molti di questi, per mero scopo antropologico (non sono ironica).

Quando mi capita di farci un giro, mi chiedo sempre quale appagamento possa esserci nel mostrare le proprie grazie a millemila sconosciuti sbavanti, barattandole per qualche like.

Non lo comprendo, per quanto io possa sentirmi sola.

E io per un periodo avevo affidato il destino della mia felicità a uno di quegli individui che si salvano le foto per poterle poi usare in solitudine.

Che aggiungono femmine random per crearsi un proprio personale pollaio.

Che fanno incontri a ripetizione e con un solo, unico, preciso SCOPO.

Di nuovo, che mestizia.

In buona sostanza, tutta questa sapienza, conoscenza che mi permetteva di intuire e verificare, non mi tenne al riparo dalla delusione, né mi preservò dal dolore e da tutto il male che mi fecero costoro, con un ottimo aiuto da parte mia.

La verità era una sola, ma io cercavo di aggirarla attraverso delle indagini. Di distrarmi per non voler proprio capire quel che era assolutamente lampante. Per trovare prove che erano del tutto superflue, visto che già quelle azioni parlavano abbastanza.

Ora vi devo parlare anche della parte meno divertente, qualora questa l’aveste trovata tale.

E concerne quando siamo noi ad essere oggetto di attenzioni ossessive.

A me è capitato diverse volte.

Gli uomini sono meno bravi in questo, rispetto a noi donne. Sono parecchio più invadenti e sgamabili.

In genere lo SAI chi è che ti controlla con ossessione.

Ebbi diversi stalker che commentavano ogni mia singola azione. Che chiedevano l’amicizia alle mie amiche. Che interagivano nei post pubblici che io avevo apprezzato o nei quali avevo espresso la mia opinione.

Non mi sentivo più libera di condividere alcunché.

Mi sono capitati anche quelli ancora più pericolosi, poiché mi erano vicini fisicamente.

Un paio, in particolare, che sapevano dove lavoravo e, casualità, avevano imparato i miei orari. Perfino quando mi recavo in un certo posto, in momenti in cui sapevo di non trovare nessuno visto che non amo la folla, …tranne loro.

A volte confesso che ebbi paura.

Tutto questo mi ha trasformata in una maniaca della privacy, a condividere sempre meno, a blindare il mio profilo ai “non amici”. Ad operare un chirurgico distinguo tra “amici” e “conoscenti” e a oscurare tutti i miei post a quest’ultimi.

In questa lista finiscono, in genere, coloro che sono “costretta” ad accettare per variegati motivi di parentela/rapporti lavorativi/di conoscenza ma che NON voglio che sappiano un mio solo fatto privato. Benché pubblichi davvero molto, molto poco.

Quando nacque Facebook – con il nobile e innocente intento di ritrovare vecchi compagni di scuola e condividere con loro pensieri, ricordi e quant’altro – avevo creato un album composto di mie foto personali, istantanee che testimoniavano gli avvenimenti più importanti della mia vita, tutte castissime, come potete intuire. Perfino la mia propic presenta una censura rispetto alla versione originale.

Quando ho appreso che qualcuno aveva salvato alcune di queste foto o mi lasciava commenti di notte, la cosa mi inquietò non poco, tanto da spingermi a impostare la privacy di quell’album in “solo io”.

Mi sono sentita spesso letteralmente “controllata”.

Poi, perché? Non c’era nulla tra noi, non meritavo una tale “dedizione”.

Tacciandomi subito da ipocrita, ripensando a tutte le volte che lo avevo fatto io.

Giusto, non mi potevo lamentare.

Sono innumerevoli le cose che sono riuscita e che riuscirei a fare.

Se solo adesso mi interessasse farlo.

Le mie amiche mi sfidano a cercare l’impossibile: persone, legami, relazioni, foto e io non fallisco mai.

Tanto che una, recentemente, mi ha detto:

«Aspiro a diventare come te!»

Ho frequentato ragazzi dei quali NON avevo l’amicizia su Facebook e non mi importava averla.

Se mi viene la malaugurata idea di esaminare qualche profilo, amicizie, gruppi, amiche, interazioni, mi chiedo semplicemente:

«Perché devo farmi questo?» E passo oltre.

Mi stanno insegnando ad usare Instagram, ma comunque lo apro pochissimo e non guardo mai quello che fanno gli altri. Mi scordo proprio di questa possibilità di impiccionaggio estremo, anche se a volte mi regala gioie.

Mi ostino a celare l’ultimo accesso WhatsApp e, di conseguenza, mi è negata la visione degli altrui. Idem per le spunte blu.

Guardo raramente gli “stati” anche se a postarli sono “certe” persone.

Non so se sbircerei mai un telefono altrui perché mi incazzerei parecchio se lo facessero con me.

Ho imparato.

Ho sprecato tempo, soldi ed energie, ma ce l’ho fatta.

Sebbene sia divertente, rilassante; sebbene riconosca di avere un talento formidabile che dovrebbe essere insignito di un qualche premio e riconoscimento; sebbene a volte si ha solo la curiosità di capire o conoscere di più o scoprire se quel sospetto è una certezza, mi sussurro che non merito di farmi questo. Che è deleterio.

Che è del tutto inutile.

Che “controllare” indica solo che quella persona non è tua, punto.

E a me non interessa chi non è interessato a me.

In ultimo, ma più importante, che non si riuscirà MAI a scoprire TUTTO quello che fa/dice/omette/scrive qualcun altro.

Semplice.

Quindi, è preferibile vivere sereni.

Fidatevi.

Ciao sono BB e da qualche anno preferisco ignorare. Fallo anche tu!

 

 

Ah! Se siete voi a voler scoprire qualcosa, chiamatemi.

Che io so come si fa. 😉

LA SAI QUELLA DI BB, LA CANTANTE, LE RUSSE, LA CINESE E L’ARGENTINO?

So che vi sembrerà una barzelletta, però vi giuro che è andata veramente così.
C’erano due italiane more: BB e la cantante, due russe bionde, una cinese, due americani, un italiano, un italoamericano e un argentino.
E sto.

Col Colosseo a fare da sfondo.

Noi che credevamo di trascorrere una serata pacata e soprattutto “ristretta”, ci siamo trovate in una situazione che abbiamo ben sintetizzato nel messaggio inviato alle amiche disertrici:

«Pensavamo di passare una serata tranquilla, invece siamo finite in una sorta di orgia multietnica».

Così.

Al nostro arrivo, gli altri protagonisti della barzelletta avevano già brindato innumerevoli volte alla salute della bizzarra congrega. Ed erano già parecchio allegri.

A complicare ulteriormente la socializzazione c’era la necessità di dialogare in inglese.
Io che sono notoriamente asociale e già trovo fastidioso fraternizzare nel mio idioma d’appartenenza, figuratevi quanto apprezzassi conversare nella lingua albionica.

L’unico a masticare un po’ l’italiano era l’argentino.

Gnam.
La mia fede calcistica mi ha portato, negli anni, a nutrire una passione smodata per gli argentini. Soprattutto per gli argentini calciatori, come lui.

Quindi la mia amica, la cantante, ed io l’abbiamo sequestrato per nostro esclusivo sollazzo.

Lui e quelle sue meravigliose Rrr arrotate, le Sss festanti, l’intero complesso dell’accento sudamericano.

Cosa hai detto?
Sì dài, dimmelo ancora.

Pure uno degli yankee era notevole. E l’aveva notato pure la cantante.

«Oh, mica male quell-»

«C’ha la fede…»

«Ammazza, già l’hai visto?»

«Ecccerto».

Never a joy.

L’altro era un buffo personaggio sorridente e sobrio come un intero veglione di Capodanno e ci ha fatto fare parecchie risate.

La cinese e il suo fascino orientale incarnava perfettamente lo stereotipo: lunghi capelli neri, bel sorriso, vestitino cheongsam d’ordinanza ed età indefinita, come tutte le asiatiche

Voglio rinascere asiatica.

E condivideva con noi la mesta consapevolezza di NON essere il fulcro dell’interesse.

Perché poi c’erano loro. I cui nomi non mi sono neanche presa il disturbo di ascoltare (pure loro i nostri, eh): le russe. Bionde, algide, con la faccia da snob. Modello standard, insomma.

Ma ho notato che avevo le tette più grandi delle loro, il che mi rendeva almeno competitiva (e poi una era più bassa di me, ecco).

La mediterraneità contro il Mar Glaciale Artico (GLACIALE!).

Il bucatino contro le zuppe.

La grappa contro la vodka.

Appena è stato possibile, abbiamo interrogato l’amico italiano per sapere DOVE le avesse raccattate (dato che il PERCHÉ era abbastanza lampante).

«Guarda che una è un noto avvoc-»

«Eh no, dài, non è possibile!!» ho sbottato «Quando si parla di queste signore, sono tutte affermate professioniste: ingegneri, avvocati, fisici nucleari. Ce ne fosse una che faccia, che ne so, la bidella o l’addetta ai bagni dell’Autogrill! Anzi, Autogrillovski. E poi si fanno pagare pure il bicchiere d’acqua che ti danno gratis col caffè. E dài, su!».

Infatti, mantenendo fede alla loro nomea da gran fije de ‘na matrioska, non hanno neanche fatto il gesto di prendere il portafoglio per pagare al momento del conto. Giammai.

Hanno continuato con nonchalanciovski a chiacchierare aspirando fumo dalle sigarette per signore di classe, quelle fine, mentre qualcuno si occupava di regolarizzare al loro posto.

Noi due more abbiamo aspettato invano che qualcuno si facesse avanti per noi, ma niente. Non ci sperate.

Devono essere i capelli, perché pure la cinese è stata snobbata dalla galanteria altrui.

Chissà come starei bionda…

Una di loro festeggiava il compleanno. Le abbiamo fatto arrivare torta e candeline (che abbiamo pagato solo noi of course) cantato Happy Birthday e poi le abbiamo chiesto quanti anni compisse.

«Nineteen» ci ha detto.

L’amica ha subito riso e aggiunto «Another time!»

L’ho guardata con superiorità e ho bofonchiato “A bella ‘nte sei inventata niente. Io so’ anni che ne faccio ventinove”.

Però, alla fine, la russa diciannovenne-un’altra-volta ha pronunciato inaspettatamente un discorso (in inglese) così commovente, riconoscente , elogiante quella bislacca compagnia e pregno di gratitudine, da farmi emozionare e ricredere su queste figlie di Putin.

Spasibo.

Poi è arrivato lui: l’italoamericano.

Mentre si presentava, la cantante, in un linguaggio che potevamo comprendere solo noi e parlando a denti stretti continuando a sorridere come solo le donne riescono a fare, mi forniva dettagli su di lui che bastavano per qualificarlo.

Come uno stronzo.

Ovviamente, in quanto tale, è stata conseguenza logica che lui a fine serata chiedesse il mio numero di telefono, perché io attiro stronzi perfino quando sono disinteressata. Modestamente.

Mi ha porto il suo smartphone affinché glielo memorizzassi.

Cosa che ho fatto, inserendo il nome.

Poi gliel’ho restituito dicendo:

«Tieni, vedi tu cosa aggiungere accanto al nome per ricordarti CHI sono».

Ha riso, lui.

Ho annuito, io. Vi conosco, vi conosco bene.

«Ti ho mandato un messaggio su WhatsApp così anche tu hai il mio»

«Fantastico!»
Ho detto.
Fantastico, così ti blocco subito.

Ho pensato.

Ho appreso pure che, appena ti distrai un attimo dalla movida romana, scopri che quartieri che conoscevi e frequentavi, ora sono riservati esclusivamente alla comunità lgbt. E quindi capisci che quel gran manzo del barman non stava puntando te, ma il tuo accompagnatore e con questo, signori, non potevo proprio competere.

Non ci restava che andarcene, lasciando le russe con l’italiano, l’argentino e il bicchiere della staffa a casa. (e mo se chiama così).

Sostanzialmente, tirando le somme di una serata curiosa, variegata e alquanto istruttiva, la nostra presenza lì si sintetizza nella risposta che ricevetti quella volta che entrata da Cencio La Parolaccia – il famoso locale trasteverino noto per la tipica cucina romana e, soprattutto, per i modi garbati e morigerati – informando il cameriere della mia vegetarianità, chiedendo – quindi – se ci fossero pietanze che potessi mangiare, mi rispose con un sobrio, quanto inoppugnabile:

«E che cazzo sei venuta a fa, qua? È come se portassi un frocio a mignotte!»

Ecco.

Uguale.

SEI FELICE?

Mi ha fatto un bel po’ di domande: il lavoro, la famiglia, il fidanzato, una panoramica completa, niente escluso.

Però sentivo che ne teneva una in serbo che gli premeva più delle altre, che ci teneva proprio a pormi, della quale voleva conoscere assolutamente la risposta.

Ma ignoravo di cosa si trattasse.

Non capivo quale altro argomento spinoso potesse tirare fuori.

E l’ho invitato, con gli occhi, a farmela, anche se un po’ la temevo.

Infine ha preso coraggio e ha bisbigliato:

«Sei felice?»

Boom.

LA DOMANDA.

Se me l’avesse posta qualche mese fa, non avrei esitato un attimo a rispondere:

«No, sto di merda. Va tutto male, non riesco a riprendermi…»

Ma adesso, no.

Non lo so come riesca la nostra mente a formulare così tanti pensieri in una manciata di secondi. A passare in rassegna innumerevoli immagini, istanti, frasi, ricordi.

Questi ultimi mesi li ho percorsi col pensiero e poi sono andata ancora più indietro.

La felicità.

In un suo famoso monologo, Benigni ne parla così:

«Cercatela, tutti i giorni, continuamente. Chiunque mi ascolta ora si metta in cerca della felicità. Ora, in questo momento stesso, perché è lì. Ce l’avete. Ce l’abbiamo. Perché l’hanno data a tutti noi. Ce l’hanno data in dono quando eravamo piccoli. Ce l’hanno data in regalo, in dote. […] E anche se lei si dimentica di noi, non ci dobbiamo mai dimenticare di lei…»

Condivisibile, a volte difficile da mettere in pratica.

Totò, invece, affermava che:

«Forse vi sono momentini minuscolini di felicità, e sono quelli durante i quali si dimenticano le cose brutte. La felicità, signorina mia, è fatta di attimi di dimenticanza»

Come la mia Prof di filosofia che diceva che, appunto, la felicità è fatta di momenti. E bisogna notarli quei momenti e custodirli e gioirne.

Ho rammentato  tutti i libri che ho letto, le meditazioni; la LoA; il potere della mente; la connessione psicofisica; il Karma; l’atteggiamento; la profezia che si autoavvera; il pensiero positivo; la legge di Murphy; la gratitudine; l’Aura; i concetti di “Luce” e “Amore” e – perché no – pure i “Vaffa” liberatori, tutte queste nozioni e pratiche con le quali ho saturato il mio già straripante cervello, che però mi aiutano, quando non sembra riuscirci nulla. Che mi hanno fatto pure guadagnare l’epiteto di “Strega”.

Tutta questa roba qui che, tutta insieme, ha contribuito a farmi creare il mio concetto di felicità.

La felicità è un modo di pensare, di agire, di atteggiarsi, di plasmarsi, di forgiare le proprie giornate, di reagire alla vita, agli imprevisti, agli intoppi, di guardare al mondo e agli altri.

L’ho verificato empiricamente.

Se la mattina ti alzi male, le cose andranno peggio. E viceversa.

Sperare non costa nulla, sorridere, nemmeno. Potremmo sempre e comunque incappare nelle delusioni, ma non dovremmo permettere loro di cambiarci, di abbrutirci, di demoralizzarci, come spesso – purtroppo – accade. Non dovremmo concentrarci sul brutto, ma perseguire il bello, la gioia.

Abbandonare quei pensieri che ci fanno stare male, che ci creano una botta allo stomaco e sofferenza, quei ricordi che ci mortificano l’anima, in favore di altri più salutari.

Quando mi accade, penso a tutte le risate che mi hanno e ho fatto fare, il loro potere è sorprendente.

Alla fine, la felicità è una scelta, niente di più.

L’ho guardato negli occhi e ho affermato con convinzione:

«Sì. Sono felice»

Lui ha annuito.

«Davvero?»

«Certo. Non ci credi?»

«Ci credo»

Ne potrei elencare milioni di motivi per i quali dovrei essere infelice, ma preferisco pensare a quelli che mi fanno sentire fortunata.

Dal sentire una canzone a mangiare qualcosa che mi piace. Le telefonate, i bei posti. E le tante persone che arricchiscono la mia vita. Posso elencare anche milioni di motivi grazie ai quali sono felice e solo di questi mi interessa.

Lo so, non è semplice. Sono tutte affermazioni che conosciamo molto bene “in teoria” ma, a volte, in pratica…

Lo so, ma ci provo.

Anzi, scelgo di essere felice.

E tu, lo sei?

 

 

«Mandami amore e luce ogni volta che pensi a me

e poi dimentica…»

Mangia, Prega, Ama

 

GLI EX FILES

C’è stato un tempo in cui ci raccontavamo quanto fosse indispensabile conoscere TUTTO sul passato dei nostri uomini.

Su ogni singola precedente relazione.

Sapere ogni dettaglio delle loro Ex, del PERCHÉ lo erano diventate, COSA non aveva funzionato, DOVE risiedevano le colpe.

Furbamente ci serviva per prendere subito le distanze da certi, eventuali, comportamenti sbagliati di costoro.

«Ah no, io non sono per niente così!»

Comprendere quel che ai nostri uomini proprio non aggradava per evitare di farli scappare.

Capire nello specifico il tipo di rapporto che avevano nella testa per riuscire a incarnarlo al meglio.

Annotare quello che proprio detestavano, evitando di metterlo in atto.

Per mostrare loro quanto noi fossimo migliori e proprio più giuste, integerrime, perfette per loro.

«Figurati, a me non importa nulla se non mi chiami per tre giorni! Il calcetto? Ma ci puoi andare quando vuoi! Che problema c’è??»

(False. Falsissime)

Poi qualcosa è cambiato.

Almeno in me.

Innanzitutto interpretare un ruolo non mi si addice, è estenuante, poi non sono capace.

Perché, se non mi chiami per tre giorni, io mi incazzo eccome e te lo dico pure, e sticazzi se ti infastidisci.

Perché come sono, con quei quattro pregi e millemila difetti, ti deve essere chiaro fin da subito. E io devo avere chiaro CHI sei tu.

Per valutare se le nostre idiosincrasie possano riuscire a conciliarsi. Se vogliamo, davvero, farle convivere.

Inoltre, ormai se sento parlare di Ex, fare paragoni con l’Ex, rimarcare l’Ex, mi si attiva l’allarme fuga nel cervello.

E i motivi sono molteplici.

Parole cariche di astio mi spaventano.

I vari “Troia”, “Puttana” et similia che utilizzate per dipingere le vostre precedenti compagne di vita non mi fanno sentire rassicurata, non mi affrancano dalla paura che sia permaso qualsiasi tipo di affetto recondito.

Tutt’altro.

Li trovo sgradevoli e poi mi rammentano che l’odio è un sentimento molto simile all’amore: entrambi determinano una discreta fissazione per l’oggetto della nostra attenzione, un vivo attaccamento, un qualcosa che proprio non si vuole lasciare andare, seppur dannosa per noi.

A tal proposito, vorrei pure biasimare le fanciulle che per sentirsi very faighe utilizzano simpatiche frasi per dimostrare che non rosicano delle nuove liasons dei propri ex, del tipo:

“Non sono gelosa se vedo il mio ex con un’altra. La mamma mi ha insegnato che devo dare i giocattoli usati alle bambine meno fortunate”.

Perché vorrei ricordare loro che tutti siamo il “trastullo dismesso” di qualcun altro, per dire.

Un buon esempio è il caso di quel tale che appena conosciuto e in un contesto tutt’altro che romantico, ha iniziato a parlarmi di lei.

I cavoli miei li racconto a tre persone contate, invece ho capito che in giro c’è un gran desiderio di raccontarsi, ma in quel momento mi sono limitata a compiacermi per la fiducia che, pur non conoscendomi, lui aveva riposto in me.

Ingenua.

Quando ho avuto modo di approfondire la conoscenza, ho capito che non ero affatto speciale, non ispiravo confidenze intime, non aveva visto in me chissà che, no. Semplicemente, lui aveva bisogno di parlare di lei, solo lei, continuamente lei.

E lo lasciai coi suoi monologhi e la sua ossessione.

Attenzione, non sto dicendo che non si debba condividere, raccontarsi, confrontarsi, anzi.

Probabilmente oggi siamo il prodotto del nostro vissuto. Una versione migliorata (o peggiorata) di noi stessi vergini.

Analizzare gli accadimenti pregressi può far bene e io potrei pure raccontarti quanto siano stati stronzi quelli prima di te, ma sarebbe davvero la verità?

O sarebbe un racconto di parte, datato ma, ben più importante, contestualizzato a quel rapporto. Frutto di me e lui. E di me e di lui di quel determinato momento.

Magari un lui che riusciva a tirare fuori il peggio di me o un rapporto logorato nel quale ogni sciocchezza diveniva pretesto di battaglie infime e mutismo. O due caratteri incompatibili che non sapevano lasciarsi stare o, ancora, un tiepido interesse bilaterale mascherato da passione, per farsi compagnia.

Potrebbe sul serio dirti CHI sono io?
Potresti davvero avere una visione completa e obiettiva di quel che potremmo essere NOI?

Che senso ha sdoganare Ex Files se magari, insieme a te, io potrei scoprire di essere più o meno tollerante di quanto sia mai stata; più o meno accomodante di quanto non avrei mai immaginato; più o meno felice di quanto non ci è dato sapere, se non ci impegniamo per scoprirlo.

Al netto di tutti i nostri Ex e dei comportamenti precedenti.

In questi termini, potremmo anche parlarne.

Ma mi chiedo quanto possa essere utile all’economia della relazione.

E sarebbe un altro tipo di parlare, rispetto a quelli che non hanno altri argomenti, che trovano il pretesto per infilare dentro il discorso il suo (di lei) nome, un qualsivoglia aneddoto, o addirittura mostrarti delle sue (di lei) foto per elogiarne la bellezza (successo, successo, successo, successo, ho vinto qualche cosa??)

In questi casi, Signori/e, c’è un bel cazzo di problema.

In questi casi, miei/e cari/e, ci sono Ex Files belli aperti.

Quando invece dovrebbero essere archiviati e, non dico cestinati, ma almeno secretati.

In questi casi, belli de casa, state da soli, ve ne prego.

Analizzate, rimuginate, arrabbiatevi, da soli.

Rimarcate, paragonate, additate, da soli.

Valutate, capite e, se è il caso, rimediate.

Soprattutto, capite il vero motivo per il quale questi Ex Files sono ancora aperti.

Se c’è ancora un sentimento o se li usate come un (s)comodo pretesto.

Ho spesso coltivato discrete ossessioni per Ex (o “mai stati”) soltanto per tenere occupato il mio muscolo cardiaco e/o, peggio, per evitare di lasciarmi andare. Per far finta che non ci fosse posto per qualcun altro. Per tenermi al riparo dal dolore ma anche dalla felicità.

Perché il passato, per quanto doloroso, fa molta meno paura dell’ignoto, di quel che potrebbe essere.

Scoprirlo e ammetterlo a me stessa è stato devastante.

Dopo, però, mi sono sentita nuova, libera e con un mucchio di spazio.

Spazio pulito e senza ombre.

Spazio da riempire con qualche nuova ossessione, attaccamento, lasciarsi andare e non lasciarsi stare.

Ma in positivo.

 

 

 

È da parecchio tempo che non dedico un articolo a qualcuno:

A Te. Per avermi fatto capire.

LA DONNA SCIMMIA E L’UOMO RAGNO

«Le donne sono come le scimmie: non lasciano mai un ramo prima di averne afferrato un altro».

Questa è una delle massime di un mio amico. Massima che, nel corso degli anni, ci ha fatto discutere parecchio, incazzare e litigare. Misogina, politicamente scorretta e volgarotta, alla quale ho sempre ribattuto con dei convinti:

«E allora io, scusa?? Ti sembro una scimmia?? Vedi rami in giro??»

Tesi che veniva avvalorata da lui facendomi di volta in volta freschi esempi di reciproche conoscenze che, con una cadenza commovente, saltavano di ramo in ramo, senza neanche passare dal “Via”.

Alla fine, siamo giunti all’accordo che gli è concesso recitarla, modificando l’incipit in “Alcune donne”.

Sono certa che ne conoscete di “Donne Scimmia” (“DS”, d’ora in poi): sono quelle che non restano mai sole, quelle che apparentemente trovano il coraggio o l’input di lasciare l’amore infelice solo se ne hanno già pronto uno di scorta, o la fortuna di trovare un altro grande amore all’indomani della fine di una storia.

O sono di innamoramento facile, o qual è la verità?

Non si tratta di innamorarsi di un’altra persona, è questo il punto. Quello capita e non è prevedibile, né sindacabile.

Sembrerebbe che le DS siano innamorate dell’Amore. E che questo le spinga a raccattare qualsiasi esponente maschile sembri loro donargliene anche solo un pochino.

Mi sono chiesta se fosse un’usanza tutta femminile, o se anche nella fauna maschile ci fossero esemplari accecati dalla vita di coppia, il “Noi”, il condividere sempre, comunque e ad ogni costo.

Non so se un uomo abbia la sensibilità (o il sesto senso?) necessari a percepire un pericolo imminente, se non gli viene manifestato apertamente.

Mi è capitato spesso di sentirgli riferire che LEI gli avesse detto di non essere pronta. Ma loro lo sanno che una neo single va evitata?

Invece, so per certo che qualsiasi donna sana di mente e con un pizzico di amor proprio ha cognizione che è assolutamente sconsigliabile frequentare un uomo fresco di rottura, ma che bisogna rispettare religiosamente  i tempi di quello che io chiamo il “Periodo Refrattario”.

Più il rapporto defunto è stato lungo, più tempo occorrerà al maschio per ristabilirsi, superare e – soprattutto –  essere pronto e consapevole per una nuova liason.

«Da quanto ti sei lasciato?»

«Un mese…»

«Ok, ci rivediamo tra un paio di anni»

Una cosa così.

Questo perché nel post-rottura gli uomini appaiono estremamente fragili, spesso incazzati, ma di sicuro non sufficientemente lucidi per buttarsi in una nuova storia. A meno che non si amino i disastri annunciati. O si abbia l’istinto della Crocerossina (uccidetelo, per favore!).

Alla prospettiva di una frequentazione con un neo-scapolo, una donna saggia, cosciente e consapevole, scappa. Perché sa quello a cui andrebbe incontro.

Ed è qui che entra in scena “L’Uomo Ragno”(“UR”, d’ora in poi).

Il subdolo predatore circuisce la propria preda avviluppandola in una tela fatta di rassicurazioni, conferme, belle parole e buone intenzioni. Nega qualsiasi tipo di “deficienza” sentimentale, afferma di essere nel pieno possesso delle sue facoltà intellettive e affettive, proclama amore solo per lei che ha scacciato via tutti i brutti ricordi.

Mente.

E la donna diventa DS in un’altra accezione, ovvero “Donna Scema”, perché si fa fregare, convincere, mentre finisce pian piano intrappolata del bieco ordito.

Passerà poco tempo perché l’UR manifesterà tutti i sintomi precedentemente negati e scapperà a tessere un’altra tela.

O, passerà molto tempo, finché lo stesso non troverà pronta un’altra preda da avvolgere nel caldo imbroglio dell’amore a tutti i costi.

Ora, io non so dirvi se la DS quanto l’UR siano mossi da buone intenzioni o da mero egoismo.

Se provino davvero una qualche specie di sentimento o se debbano soddisfare a discapito di altri il loro disperato bisogno di amore.

Però mi rimane difficile credere che abbiano SEMPRE il gran culo di imbattersi in un grande amore, di avere più anime gemelle che amici, di essere sempre ricambiati e mai rifiutati e viceversa.

E poi nutro particolare diffidenza per chi non è in grado di stare da solo/a.

Se potessi farlo senza incorrere in denunce, vi riporterei nomi e cognomi di svariate DS e molteplici UR che conosco – direttamente e non – così, giusto per mettervi in guardia da loro.

Perché, purtroppo, il problema fondamentale è che costoro non nuocciono quasi mai a loro stessi, ma agli altri.

Sfruttando, spesso, un sentimento sincero o simulando di provarlo.

Ho avuto a che fare con un UR dal quale ero subito scappata, per le motivazioni di cui sopra. Poi lui ha saputo tessere così bene, da farmi cadere in una ragnatela tanto bella, quanto frangibile.

Ha fatto male realizzare che lui non teneva a me, BB, in quanto tale, ma solo in qualità di femmina che gli è venuta in mente in quel momento, che era libera, disponibile, soggiogabile.

Che non ero “quella che lui voleva”, ma che servivo a soddisfare un suo preciso bisogno di coppia.

Che se ci fosse stata un’altra al mio posto, non avrebbe fatto alcuna differenza.

Questo è devastante. Questo fa capire quanto le DS e gli UR siano dannosi per sé e per gli altri.

Non dimostrano Amor proprio perché si “concedono” a tutti. Fanno diventare “Amore della vita” il primo che capita, nutrono le proprie insicurezze con l’affetto e le attenzioni altrui.

E nessuno merita di essere il “ramo” o il “bozzolo” di qualcun altro, solo perché è quello/a al momento disponibile. Quello/a che è passato/a.

Bisognerebbe dividere la vita con qualcuno che ne valga la pena, che si voglia davvero e non per dovere sociale o esigenza.

E, prima di questo, bisognerebbe iniziare a innamorarsi di se stessi.

Per non nuocere né a sé, né agli altri.

 

LETTERA APERTA A TE CHE NON SOPPORTO

Leggo continuamente tomi e articoli vari a sfondo psicologico, per la mia mania di cercare di comprendere, capire, scoprire, conoscere. Per sviscerare tutto quel che si cela nella nostra testolina e che si concretizza nell’azione.

Uno degli ultimi trattava la gestione delle persone e/o difetti di queste che troviamo insopportabili.

Veniva presentata anche la solita vecchia storia: negli altri non tolleriamo i difetti che – inconsciamente – riconosciamo come nostri.

Ogni volta che mi si pone davanti questa frase considero che – minchia – allora io ne ho davvero tanti…!

Ma mi sento di dissentire parzialmente da questa teoria, perché, sebbene ne possieda un’elevata quantità, alcuni  di quelli che non accetto negli altri non mi appartengono proprio.

E mi piacerebbe pure esserne dotata, eh! Sia chiaro.

Infine, l’articolo suggeriva vari approcci attraverso i quali “curare” questo fastidio, queste diatribe, questa insofferenza che ci causano certi soggetti o i loro difetti.

In primis, contattare queste persone per dirimere le controversie.

Che?

Scherziamo??

Alcune non ci tengo proprio a rivederle; con altre non vale la pena discutere; altre sanno esattamente quel che penso di loro.

In mancanza di volontà o impossibilità di incontro, consigliava di scrivere loro una lettera.

Questo, sì.

Questo posso farlo.

Ma perché tenerle per me, quando ho la grandiosa possibilità di esternarle al mondo virtuale?

Quindi, ecco quel che non sopporto di voi.

Partirei senz’altro da te:

Tu sei stata una delle più grosse delusioni della mia vita, tanto che ora mi rallegra il pensiero che tu non ne faccia più parte. Coi tuoi difetti ho convissuto per anni, fino a quando non li ho tollerati più.

Solamente le TUE esigenze e sticazzi quelle degli altri. Il tuo profondere sorrisi a chicchessia soltanto per aggraziartelo, fartelo amico, per poi nutrire un interesse nullo, solo di facciata. Il tuo spettegolare di tutti.

La tua costante ricerca della ragione, senza minimamente, mai, provare ad accogliere il punto di vista altrui, a capirlo, ad essere un minimo empatica, mai. Però guai a farlo con te, ovvio.

Tu, tu non vali neanche molte parole, hai così tanta cattiveria in corpo che, se si potesse canalizzare, risolveremmo il problema della produzione di energia elettrica.

Tu sei così disfattista! Ma che palleee!

Un conto è una critica costruttiva, tutt’altro sparare a zero su qualsiasi pensieri, parole, opere e omissioni facciano gli altri e che non ti vede come protagonista. Fare la conta delle pagliuzze altrui, mentre noi siamo lì a fissare le tue enormi travi come a dirti:

«E c’hai pure il coraggio di parlare??»

Non ti ho MAI sentito elogiare qualcuno. Ci credi? MAI.

Se fossi in te, ci penserei…

A proposito di protagonismo, ci sei tu: forse l’insicurezza fatta donna, o – piuttosto –  il desiderio costante di essere al centro dell’attenzione e di mettercisi con così tanta fastidiosa meticolosità.

So che questa notizia ti sconvolgerà, ma devi sapere che il mondo NON gira intorno a te.

È bene che tu lo accetti, esattamente come ha fatto ognuno di noi essere umani.

Sbracciarsi non serve a molto, se non a palesare la tua scarsa personalità. E non attiri attenzioni: attiri compassione.

Tu, tu e tu. Gli “IoIoIo”, i logorroici incoercibili, quelli che non ti dicono neanche “Ciao” e partono subito a parlarti di loro stessi e dei beati mazzi loro e che riescono a far diventare qualsiasi conversazione un pretesto per ciarlare di loro stessi.

Sono stanca di ascoltarvi, ve ne sarete accorti, perché – col tempo –  ho limitato al minimo indispensabile le occasioni di incontro e, in alcuni casi, le ho eliminate totalmente.

Mettevi allo specchio e parlatevi, fate un favore all’umanità. Tanto non vi interessa l’opinione degli altri, vi interessa solo vomitare parole.

Anzi, se proprio ci tenete, qualcuno disposto a udirvi e a darvi preziosi consigli esiste, ma dovete pagarlo.

Sono stanca di ascoltare anche un altro tipo di “IoIoIo”: quelli che fanno tutto loro, capiscono tutto loro, sanno tutto loro e – soprattutto – gli altri non valgono mai un cazzo.

Di questi tipi ne conosco purtroppo parecchi. E li evito.

Tu. Tu accresci la mia autostima ogni giorno. La tua santa pontificazione quotidiana sui social mi dà alla nausea. Perché ti conosco e so che sei una persona di merda.

Il tuo essere così proba e buona virtualmente, cozza col tuo trattare le persone come feccia (termine del quale abusi in modo rivoltante sempre rivolgendosi ad altri, ovvio) cosa che hai fatto – come ben sappiamo – in più di un’occasione.

Risparmiaci le prediche, fai il favore, che di razzolare bene non sei in grado.

Accresci la mia autostima, perché ogni giorno ringrazio il cielo di non essere come te.

Sono stufa, ma stufa davvero, di voi che mi cercate ogni volta che avete bisogno di qualcosa, che non avete alternative migliori, che dovete risolvere un problema.

Non ci sono per voi, non più.

La porta si è chiusa tempo fa, non ve ne siete accorti?

Detesto allo stesso modo, chi mi cerca solo quando resta solo/a.

Un’altra domanda per entrambi: quando vi va tutto bene, che fine fate?

Menzione speciale per Voi: che in assenza sparlate senza contegno e, in presenza, vi producete in effusioni degne di adolescenti.

Ecco, voi mi fate abbastanza schifo e vi ammiro allo stesso tempo.

Perché io non riesco proprio a nascondere quando una persona mi sta sulle ovaie.

Sul serio, ma come fate?

Ovviamente non credo di essere immune da tale trattamento, perciò ho imparato a diffidare di voi a non credere più ai vostri falsi sorrisi.

Da grande, ambisco a diventare anche come quelli che pensano solo ed esclusivamente ai cazzi propri. È una dote che vi invidio molto, lo ammetto.

Mi piacerebbe riuscire a fregarmene di chicchessia come fate voi. Farsi scivolare tutto addosso e fare dell’egoriferitismo il solo credo.

Così, invidio e biasimo te e te: così naif, così inattendibili, così leggeri, così incuranti, così inaffidabili. Vi osservo e cerco di apprendere l’arte dell’irresponsabilità.

Tu. Tu pensi di avere tutti i problemi del mondo.

Ma che cojoni, davvero!
Ogni accadimento è una difficoltà insormontabile, fai un dramma per le cazzate, ma bastaaa!

Basta pure Tu: che ti lamenti costantemente di tutto e tutti, ogni giorno, sempre e comunque.

Fattela una risata! Impara a ridere di tutto che sei pesanteee!!

Ma pesante in maniera pesante!!

Non riesco a vedere trasparente te. Ci ho provato, giuro! Mi sono impegnata, ma c’è qualcosa che proprio non mi convince in te. E, in genere, alle mie sensazioni do retta.

Tu non prendi mai posizione o – meglio – assumi quella del tuo interlocutore, quindi mutabile, conveniente, mai scomoda per chi ti parla. Rabbonente per tutti, ideale per uscirne sempre puliti.

Ce l’ho con te, lo sai. Nel bene o nel male, io una posizione la prendo sempre ed è spesso scomoda.

Le donne e ne conosco tante, e mi ci metto pure io, che si sminuiscono in nome di un penemunito qualsiasi. Che spesso non vale nulla, e di sicuro non vale MAI la propria svalutazione.

Mi fanno proprio incazzare!!

In generale, gli stupidi. Ad alcuni fanno tenerezza. A me, no. Credo che uno stupido non sia uno poco dotato, ma uno che fa uno scarso uso della mente, quindi perché dovrei compatirlo?

Se riconoscete di essere stupidi e/o ignoranti, almeno abbiate la buona creanza di tacere.

Questo non è da stupidi, anzi. Denota immensa intelligenza.

Infine voi, gli uomini che mi hanno lasciata andare. Mi dispiace, ma manifestate una totale mancanza di buon gusto.

Menzione speciale per tutti quelli che non capiscono l’ironia: con voi non ci voglio parlare.

A molti voglio anche bene, c’è da dirlo. A molti, evidentemente, non ne voglio abbastanza. E per questo vorrei scusarmi.

Perdonatemi se non riesco a essere così pura da amare in maniera incondizionata anche i vostri difetti.

Perdonatemi se non riesco (più) a soprassedere.

Se è vero che l’accettazione degli altri sottintende una piena, preventiva e completa accettazione di sé, ecco, capite come sono messa.

Comunque, provateci.

Scrivete le vostre letterine, è davvero terapeutico.

IL PUNTO NERO

Ha fatto il giro del web questa foto che ritrae le luminarie di Bologna realizzate con i versi del mio amato Lucio.
Quando l’ho vista, sono rimasta incantata.
Ho pensato che fosse un omaggio stupendo e che sarebbe stato davvero bello vederle dal vivo.
Poi sono iniziate le polemiche…
“Po'” è scritto male!!
L’accento su “è” è sbagliato!!
Che schifo!!
Confesso che a tutta prima non ci avevo badato.
Ero troppo rapita dallo splendore del gesto e dell’idea.
E considerate che sono una GrammarNazi, ma non mi ero accorta degli errori. Ero presa dal resto.
Con un mio amico ragionavamo sempre a proposito di muri bianchi e punti neri:
c’è questa parete perfettamente bianca, ma con un solo, minuscolo punto nero.

Non è esattamente bianca?
O è bianca nonostante quell’imperfezione?
E tu che tipo di persona sei?
Una che si fissa sul bianco o sul punto nero?

Il cielo è perfettamente azzurro, tranne che per una piccola nuvola.

È meno azzurro?

Poni la tua attenzione su tutto il cielo o su una minuscola nuvola?

Che tipo di persona sei? Cosa guardi?

Oggigiorno si dà la caccia all’imperfezione.

Scrivi un pensiero bellissimo e faranno caso a tre errori sparsi e neanche gravi.

Esprimi il tuo pensiero e ci sarà la gara alla dietrologia peggiore.

Scatti una foto stupenda e si concentreranno a guardare anomalie sullo sfondo.

Io stessa se devo postare una pic fatta da me, ormai sto attenta che attorno non vi sia nulla fuori posto. Che sia inattaccabile. Che non possa dare adito a qualche cretino di distogliere l’attenzione dall’oggetto e portarla sull’(eventuale) imperfezione.

Siamo arrivati a questo.

Punti neri ovunque.

Anni fa, un ragazzo che mi piaceva tantissimo mi mando un messaggio con scritto:

«Ti PenZo»

Ero talmente felice che non me ne fregò niente dell’errore.

E sempre, quando ricevo messaggi da persone gradite, non mi interessa fare l’analisi grammaticale, ma mi concentro sul contenuto, sullo slancio che hanno avuto, sul mero fatto che mi abbiano penZata.

Qualcuno molto più importante di me, diceva che:

«Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito».

Sono quel tipo di persona che vede la parete bianca nonostante il punto nero.

Il cielo azzurro a dispetto delle nuvole.

Che bada al contenuto, alla sostanza, alle attenzioni, all’idea.

Che non si fa guastare la bellezza del tutto, per un piccolo difetto.

Mi piace essere così.

E mi piacerebbe che ci fossero molte persone così. Che ci si occupi più della sostanza che della forma, dell’essenza, della buona intenzione.

Che si smetta di concentrarsi su un unico difetto.

Non vi dico di non notarle le sbavature, ma di soppesarle.

Di valutare se e quanto inficiano la piacevolezza dell’insieme.

Di non farvi rovinare la magia dei momenti, la gioia di un cielo terso, la felicità per un pensiero o una presenza, per la mania di trovare difetti.

Se poi il muro inizia ad essere pieno di punti neri, io me ne accorgo, eccome.

E auguro anche a voi di rendervene conto in tempo, e cercare rimedio.
Perché in quel caso non si può focalizzare l’attenzione sul poco bianco che si intravede appena attraverso i punti neri.
No.
Lì c’è un bel cazzo di problema.

 

“Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico
E come sono contento di essere qui in questo momento
Vedi caro amico cosa si deve inventare
Per poter riderci sopra
Per continuare a sperare

E se quest’anno poi passasse in un istante
Vedi amico mio come diventa importante
Che in questo istante ci sia anch’io”

IL MIO LUCIO – L’anno che verrà