ABBRACCIAMI FORTE

Non ho vissuto la guerra.

Non avevo memoria di un evento, di qualsiasi tipo, che accumunasse tutti, ma proprio tutti noi, da Nord a Sud, belli e brutti, buoni e infami, virtuosi e peccatori.

E poi arrivasse perfino più in là, oltre il nostro orticello tricolore, che penetrasse con prepotenza in ogni casa sparsa nel globo donandoci la certezza che i sentimenti che albergavano in ciascuno di noi erano (sono…) condivisi da milioni di altre persone. Da tutto l’intero mondo.

Potente, vero?

La prima nozione fondamentale che abbiamo imparato da questa situazione è che NON siamo eterni e anzi parecchio effimeri.

Ok, grattatevi, scongiurate, insultatemi, ma è l’unica certezza della quale veniamo dotati sin dalla nascita.

Ed è curioso che tendiamo sempre a rimuoverla dalla nostra mente.

Poi ci siamo dovuti confrontare con l’utopia dei tempi moderni che si chiama “Non avere tempo”. Rimandiamo a oltranza giustificandoci che non abbiamo abbastanza tempo.

Abbiamo riscoperto lunghe giornate di solitudine da riempire alla meglio, in costante connessione con le nostre più intime riflessioni.

Abbiamo pulito e riordinato.

Ci sono dei cassetti che non apriamo mai: quelli più in disordine, quelli che sappiamo essere un disastro. Li teniamo sempre chiusi perché per sistemarli impiegheremmo davvero tantissimo tempo (che non abbiamo) ed energie.

Io lo faccio anche con i cassetti mentali. Ci sono pensieri e ricordi che sono certa che sono lì, ma ho scelto di ignorarli.

I “Vasi di Pandora” non andrebbero mai scoperchiati. Sappiamo benissimo cosa c’è dentro e soprattutto gli effetti che produrrebbero su di noi. Dei gesti faciliterebbero la loro apertura: posti, persone, canzoni, vecchi messaggi sul telefonino e vecchie mail. Per questo, in genere, evitiamo tutto ciò.

Invece in questi giorni ho coscientemente deciso di pulire tutto, pur sapendo che facendolo avrei aperto qualche cassetto scomodo.

Ho deciso finalmente di affrontare tutto. Di setacciare ogni piccolo e buio anfratto occultato fuori e dentro di me.

Di aprire tutti i vasi nella mia testa e quelli materiali che ristagnavano a prendere spazio, dall’ultimo trasloco di dodici anni fa.

Ho trovato il coraggio di passare in rassegna un’intera vita di scatole, libri, lettere, attestati, targhe, scontrini, manuali, portagioie, ninnoli, vestiti, scarpe, borse, regali, musicassette (MUSICASSETTE…!), vhs, cd, quadri, oggetti di uso comune e dimenticati, istantanee…

Le fotografie non le butto mai. Credo siano il modo migliore di colmare le lacune dei ricordi. Trovo rassicurante sapere che, da qualche parte, vivi in uno scatto in un posto preciso, in un dato momento, in un luogo specifico che magari non rammenti nemmeno.

Nonostante questo, alcune foto (persone) preferisco non contemplarle più e, temendo delle visioni “accidentali”, le ho chiuse tutte in una scatola, sul coperchio ho scritto: «Queste foto non voglio vederle» e l’ho riposta in uno dei famosi cassetti.

Il resto è stato un susseguirsi di emozioni e precise ricostruzioni temporali.

Tutto custodito con una meticolosità maniacale che mi è ben nota ma che riesce sempre a stupirmi.

Tutto accuratamente conservato, catalogato ed etichettato affinché sopravvivesse al passare del tempo.

Tutto legato a vari luoghi, persone, episodi.

«Ma certo non ti ricordi di quella volta?» La Vocina nella mia testa che tutto rammenta e tutto sa.

«Quella volta bellissima con…» E un nome e cognome che non sentivo pronunciare né pronunciavo (volutamente) da tanto tempo.

A prescindere da quello che era successo dopo, in quel momento, in quel preciso momento, ero felice. Ecco. È quell’ero che ha iniziato a stonarmi. Perché conservare ricordini di un attimo di felicità, essendo consapevole di quanto fosse effimera? Conoscendo perfettamente gli avvenimenti successivi che hanno cancellato e insozzato quegli attimi?

Testimonianze piccole e grandi di un passato vissuto appieno, dalle quali non avrei mai potuto separarmi e che invece, oggi, ho eliminato senza sofferenza.

Forse perché si cresce, si cambia, si hanno altri gusti e priorità, o forse perché ho imparato la meravigliosa arte del non-attaccamento.

Ho rimirato ogni singolo biglietto di auguri scritto o ricevuto; inviti; bomboniere; fattura di “quella” cosa comperata per “quella” occasione e, magari, mentre ero in compagnia di “quella” persona.

Diari, innumerevoli, pezzi di carta di fortuna che in quel momento avevano raccolto le mie considerazioni. Tantissimi.

Parole, confidenze, battute, sogni, speranze, strazi, dolori, delusioni, sentimenti, gioie, resoconti.

Ho riconosciuto la mia ossessiva e atavica voglia di fissare pensieri e tormenti. Ne ho letti solo alcuni, ho provato emozioni diverse, paure conosciute, tenerezza.

Il timore di perdere qualche pezzetto di vita, di dimenticare qualcosa, di rammentare concetti fondamentali alla futura me stessa. La voglia di ricordare tutto.

Proprio in questi giorni, non per “caso”, ho letto la differenza tra “dimenticare” e “scordare” che è anche abbastanza lampante, ma non mi ci ero mai soffermata. Dimenticare significa farsi uscire dalla mente; scordare, togliere dal cuore.

Una delle più grandi paure degli esseri umani è quella di essere dimenticati e scordati.

Nessuno di noi vuole incarnare l’inglorioso ruolo della meteora nella vita di qualcun altro. Penso che conservare moniti per la memoria, trattenendo a noi le persone, alimenti la sciocca illusione di non essere noi stessi dimenticati. Come se con quei ricordi mantenessimo un filo invisibile di congiunzione tra noi e loro, in modo da tenerci almeno nei ricordi.

Mi sono guardata intorno: alle pareti ho appese le foto dei miei affetti più cari, quelli che ci saranno sempre, comunque vada. Così mi sento circondata dal loro amore e quello sì, voglio ricordarlo e averlo sotto agli occhi tutti i giorni.

Il passato si lascia andare e si fa spazio al nuovo.

Avevo dei cassetti che non aprivo mai, ora ho un cestino molto grande.

Ho perso il conto dei sacchi di spazzatura che ho riempito e di roba che ho destinato a regali e beneficenza.

Mi sono liberata di tutto quel che è inutile e non necessario. Come è mia abitudine recentemente conquistata in qualsiasi ambito della mia vita.

Lascia andare. Oggetti, luoghi, ricordi, persone…

Abbiamo imparato il “non potere”. Non poter prendere un caffè, andare a cena fuori, passeggiare, lavorare, andare a trovare gli amici, andare in palestra, fare shopping, abbracciarci e fare l’amore.

Non potere.

Te lo proibisco.

Il corollario a tutto questo è che fino a questi giorni abbiamo sempre potuto, ma magari non voluto, o procrastinato.

Abbiamo dato per scontato la nostra libertà e la nostra possibilità di scelta. Abbiamo rimandato sempre convinti che ci fosse un tempo eterno e qualcuno o qualcosa sempre pronti ad aspettarci.

Ci hanno dovuto imporre delle restrizioni per farci capire che non è e non è mai stato così.

Abbiamo esperito nuovi outfit corredati da guanti e mascherine. Ridisegnato il nostro modo di fare acquisti, stando composti in fila e a distanza, vulnerabili, interrogandoci su quanto durerà.

Abbiamo letto e ci siamo informati ma senza capire a fondo. Almeno io. E, in tutto questo, sono sempre affascinata dai soliti detentori della verità assoluta.

Abbiamo riso dell’intera faccenda in tutti i modi. Abbiamo tirato fuori la nostra innata capacità di sdrammatizzare e ironizzare per esorcizzare un mostro che non siamo in grado di controllare in altra maniera.

Sono fiera di questa nostra attitudine, di provare a sorridere anche in momenti davvero poco divertenti. Ho visto dei meme fenomenali, geniali, esilaranti.

Ho riso molto, mentre ero preoccupata come tutti noi.

(poi avete rotto pure un po’ il cazzo su WhatsApp co’ seimilioni di video al minuto, diciamolo).

Sono stati creati dei momenti di coesione nella distanza: canti, balletti, flash-mob. Mi piacerebbe che fossimo uniti per davvero e non solo in questa circostanza. Che questa fratellanza e appartenenza tra sconosciuti provassimo a sentirla realmente tutti i giorni. Ma, a dire il vero, ci credo poco.

Ci hanno privati della possibilità di toccarci e vederci per farci capire quanto la nostra dimensione umana si esplichi attraverso tutti e cinque i nostri sensi.

Di quanto nei rapporti sia necessaria l’estensione fisica.

Le persone che amo, amo toccarle, sentirle con naso e le orecchie, rimirarle, coccolarle, ascoltarle, vederle ridere.

Tutte meraviglie degli umani esseri che, in alcuni casi, abbiamo demandato alle emoticon illudendoci che sia lo stesso.

Ho ricevuto messaggi da gente che sta dall’altro capo del mondo, solo per sapere come andasse.

Ci siamo organizzati con lunghe telefonate e videochiamate, per sincerarci con gli occhi che i vari “Sto bene” scritti corrispondessero a verità.

Ho esperito la bellezza consolatoria degli AperiVideo organizzati per sopperire a quell’esigenza, urgenza, bisogno umano dettato dall’amore di vedere e viversi le persone alle quali si tiene davvero. Seppur costretti dietro a uno schermo.

Ho percepito la vivida mancanza di qualcuno, in maniera quasi insopportabile. Ho derogato ai musi lunghi e incomprensioni per sapere, sentire, sincerarmi. Mi sono chiesta se questi sentimenti fossero autentici o amplificati dalla situazione e non sono riuscita a darmi una risposta.

Sebbene sia parecchio abituata a starmene per conto mio, parlare poco e riflettere molto, ho patito questa condizione di eremi coatti.

Ma, come sempre, alla solitudine non rinuncio per chicchessia…

Sono tornati TUTTI, come era prevedibile.

Mi manca solo il bimbo che all’asilo mi mostrava con fierezza le proprie caccole. Peccato.

Gente che non sentivo perfino da anni (ANNI!).

Occorre fare un distinguo ben preciso da chi ti cerca perché non ha di meglio da fare e chi lo fa perché VUOLE avere tue notizie.

In questo siamo allenati.

Basta chiedersi dove siano collocate queste persone quando va tutto bene.

Indi, dove hai passato i giorni belli, passa pure la quarantena, dài.

In tutto questo, come sempre, abbiamo contato le assenze.

Ora, venuta meno la scusa principe del “non avere tempo” – come se in giorni normali fosse poi ammissibile ma in questi decisamente pleonastica – ci ha ribadito con violenza la differenza tra potere e volere. Tra dire e fare.

Ci ha sbattuto in faccia un elenco di persone per le quali contiamo qualcosa e quelle che – ahimè – vivono benissimo senza di noi.

Ho notato le mancanze. Di quei latori facili di “Ti voglio bene”.

Hanno rimarcato come le azioni abbiano un peso prepotente rispetto alle belle frasi.

Il silenzio è stato una risposta ben precisa a quella domanda che spesso ci poniamo, di come sarebbero certi rapporti se noi non fossimo una parte attiva, propositiva, istigatrice e non recriminante.

Un solo messaggio neanche degnato di una risposta mi basta per qualificare il destinatario e la considerazione che ha di me.

Vale lo stesso per quelle chiamate mai ricevute, perfino quando si era detto di vedersi, cascasse il mondo.

Il mondo non è caduto, ma ci ha isolati e resi più fragili, e quelle telefonate non sono comunque arrivate.

Ma i nostri responsi, sì.

Prego, agire di conseguenza.

Tutto questo non è mai un fatto di orgoglio, ma di amor proprio.

Ci hanno imposto una distanza per salvarci la vita e, spesso, lo facciamo anche noi.

Trattare con distacco.

Allontanarsi.

Erigere un muro.

Credetemi, non è questione di superbia, alterigia, o stronzaggine a prescindere, no. È stanchezza.

Sono davvero stanca di interagire con soggetti intermittenti, ambigui, re delle mezze parole e mezze verità, inconcludenti, millantatori e che non fanno seguire i fatti alle belle parole. Sono stanca di attendere e giustificare e di fingere di non capire.

Sono stanca. Non occorre che dedichi loro ulteriore tempo.

Forse abbiamo finalmente imparato, e spero che non ce ne dimentichiamo, che la felicità risiede nella semplicità.

Di quanto i rapporti umani siano semplici e scanditi da “regole” spontanee dettate dall’importanza che quelle persone rivestono per noi e viceversa.

Alla fine di tutta questa storia, sapremo con esattezza – e spesso ancor di più – che abbiamo un tempo e degli spazi limitati.

Che c’è una notevole differenza tra farlo passare, il tempo, e impiegarlo al meglio.

Che per essere umani degni di questo nome, abbiamo necessità di vedere, sentire, toccare, respirare e assaggiare chi amiamo.

Che ora, mentre scrivo, da sola e lontana da tutti, il solo pensiero di poter sfiorare qualcuno mi fa commuovere.

Non dimentichiamo CHI e COSA ci è mancato. CHI ci è stato vicino. Di CHI e COSA non siamo più disposti a fare a meno. E, magari, diciamoglielo.

Sapremo, infine, chi continuare a tenere a distanza di sicurezza per il nostro bene.

E chi, invece, andare ad abbracciare di corsa, come prima cosa. Appena ne avremo la possibilità.

Abbracciami forte.

Più forte…

PS: Abbiamo pure avuto ulteriore conferma dell’esistenza del Karma. E ce l’ha data Boris Johnson.

GLI “STUZZICA-PASSERE”

Ci ho messo un po’ di tempo a inquadrare con precisione questa categoria di uomini in allarmante diffusione  poiché presentavano caratteristiche variegate e, a volte, comuni ad altre.

Ma dopo minuziosi studi condotti sulla mia splendida pelle e altrui, sono qui oggi a presentarvi una sottospecie di uomini parecchio complessa, subdola, affascinante e da evitare come Ikea la domenica: gli STUZZICA-PASSERE.

Dicesi Stuzzica-Passere esemplare maschile che provvede a intrattenere, stimolare intellettualmente e pasturare un discreto numero di fanciulle.

Un’altra definizione efficace potrebbe essere “Maschio che pratica con costanza la pesca a strascico”, ma non è molto precisa. Perché la peculiarità degli S-P è che non hanno compiutamente il fine della copula vera e propria, ma solo dello stuzzicamento, da cui il nome. Indugiano in continue provocazioni, presenza costante, allusioni, condite da complimenti in tutte le salse. E poi? Nulla.

Mirano a instaurare una dipendenza affettiva reciproca che non intendono soddisfare appieno.

Nell’era della tecnologia questi “rapporti” spesso si esauriscono solo nel virtuale, amplessi annessi.

Parole, tante.

Fatti, assenti.

Lo S-P ha bisogno di contare su un proprio pollaio personale che cura a suon di attenzioni per fidelizzare la preda ed evitare che questa, giustamente, si cerchi di meglio di uno pseudo-rapporto inconsistente e teorico.

Perché?

Elementare.

Perché gli S-P hanno già una moglie piena e ambiscono a sette/otto passere ubriache.

Non tutti i fidanzati/sposati sono S-P, ma ho ragione di affermare che il 90(99)% degli S-P è fidanzato/sposato. Anzi, “impegnato”, che oggi va tanto di moda e il termine “fidanzato” fa venire l’orticaria. Impegnato a stuzzicare, aggiungerei.

Gli Stuzzicanti ricercano Passere perché sono insoddisfatti, affamati di brio, o annoiati, ma non così tanto da arrivare a cornificare effettivamente la gentile consorte.

Quindi si limitano all’ipotesi, alla fattibilità, all’idea di.

Oppure, operano per esclusivo nutrimento del proprio Ego. Forse mossi da un’insicurezza di base o per trovare ulteriori conferme. Per dimostrare a se stessi che hanno ancora un ascendente sul genere femminile, che possono conquistare, acchiappare, custodire un harem personale. Seppur platonico, ma comunque rassicurante.

Per trovare un “diversivo”, una distrazione dal rapporto ufficiale, un ulteriore stimolo, una novità.

Spesso sono S-P quelli che ogni tanto “ricominciano il giro” quelli che “ricicciano” dopo mesi di silenzio. Quelli che, appena vanno in crisi con la donna, scorrono la rubrica del telefono per trovare rassicurazioni, affetto e calore.

In un anonimo lunedì, o durante le feste o le ferie, o a ridosso di San Valentino, lo S-P fa la propria comparsa con un messaggino banale per attaccare bottone.

Sono i re dei messaggi. MAI telefonate, troppa intimità. Le passere passerebbero sul piano del concreto, del tangibile e loro non lo vogliono.

Mai incontri. È scontato.

Il cortile deve principalmente essere geolocalizzato nella loro testa, a distanza di sicurezza.

Va da sé che, come appare, spesso altrettanto velocemente lo S-P scompare. In genere in coincidenza con una rappacificazione casalinga, o nei giorni dedicati per antonomasia alla famiglia.

Mentre, altre volte, lo stuzzicamento può durare perfino per mesi, sempre da lontano.

Le passere vengono irretite e illuse dalla speranza di un cambio del rapporto, o comunque perché gratificate dalle attenzioni e frasi melliflue che gli S-P hanno cura di profondere.

Da sottolineare che non sempre lo status di impegnato viene rivelato. A parole. Perché a fatti è più che palese.

Se siamo nel dubbio, basterebbe avere l’onestà di domandarsi questo: perché lo stuzzicamento protratto non si traduce in un qualcosa di più consistente che sia anche solo una-botta-e-via? La risposta è semplice.

Nessuno di loro vi svelerà che vi sta usando a scopo di sollazzo personale. Perché nessuna donna (spero) acconsentirebbe consciamente a fungere da stimolatore umano remoto.

Credo – e qui lo dico e qui lo nego – che in un numero risibile di casi vi sia davvero un genuino interesse per la passera, o la sensazione di aver trovato un conforto da un rapporto che lascia comunque della solitudine, ma non siamo qui per curare e salvare gli altri. Siamo qui per essere amate liberamente e da vicino. Don’t forget.

Mi sono chiesta se gli S-P siano malevoli intenzionalmente o se non abbiano una reale intenzione di danneggiare qualcuno. Perché, di fatto, non sono dei traditori, ma solo degli illusori. Poi mi sono risposta che, se hai una donna a casa, non lo dichiari e allo stesso tempo vai in giro a spargere lusinghe, affetto e a incantare, un (bel) po’ Stronzo sei.

Ed è altresì normale che, a posteriori, si capisca che le paroline, i pensierini, i complimentucci non fossero sinceri, ma solo puro foraggio.

Lo sappiamo: chi ci tiene, c’è. Non c’è un cazzo da fare. E non in multiproprietà.

È sempre tanto palese quanto doloroso.

Per tutti questi motivi, gli Stuzzica-Passere vanno evitati senza ritorno.

Sappiamo esattamente quel che ci aspetta.

Magari uno scambio, una tregua dalla solitudine, o una compagnia che “è meglio di niente”. Magari la consolazione che abbiamo qualcuno che ci pensi e ci scriva. Ma dobbiamo avere bene a mente che poi quello stesso qualcuno infila la lingua nella bocca di un’altra. Che messaggia con noi mentre tiene la mano di un’altra. Che le cose che dice che vorrebbe fare a noi le fa a un’altra.

Che a noi spetta solo la teoria, all’altra la pratica e ogni tipo di pratica.

Dobbiamo ricordare il nostro ruolo nella dinamica: quello di cura per l’Ego, di diversivo, di divertimento da occultare.

Quando dovremmo tutti ambire a ricoprire quello da Protagonista.

Quindi, non so voi, ma a mio modesto parere, o mi tocca una vera, concreta, reale, lingua in bocca, o – piuttosto che niente – preferisco sempre niente.

 

 

NdBB: So che lo state urlando dall’inizio dell’articolo, quindi lo dico io: sì, esiste anche la versione femminile, ovviamente. In francese accademico sono dette “Arrizzacazzi” o, più prosaicamente, “Profumiere”.

 

 

“Nulla al mondo è più difficile della franchezza e nulla è più facile dell’adulazione”.
Fëdor Dostoevskij

Considerazioni sparse su Sanremo sulla base di ciò che ho reperito in giro.

Ha vinto Diodato con una canzone dedicata alla sua ex. La sua ex è Levante anch’ella presente al Festival che a sua volta ha dedicato una canzone al suo ex Diodato, che al mercato mio padre comprò.
E noi mortali che ci lanciamo semplici frecciatine sui social. Questo è un altro livello.
Ma se si mancano perché non tornano insieme?
Attendiamo nuove hit per scoprirlo.

Eloide è di una figaggine spaventosa.
Per Sabrina Salerno ho finito gli aggettivi. Direi che questa settimana tra lei e l’accoppiata Shakira-JLo al Super Bowl, la mia eterosessualità ha vacillato di brutto. E le ventenni, mute.

I Ricchi e Poveri si sono riappacificati e sono tornati alla formazione quadrupla originale. Perché pure l’incazzatura da corna, a un certo punto, va in prescrizione.

Achille Lauro si è vestito perfino da Regina di Cuori di Alice. Alla sua vista, Enzo Miccio è svenuto. Non si è capito se per gioia o repulsione.

Il pubblico si è spaccato tra chi critica Achille Lauro ritenendolo un cretino privo di talento che non si può in alcun modo accostare, come è stato fatto, a mostri sacri quali Freddie, Bowie e Zero; e chi critica chi critica Achille Lauro gridando al genio, al suo essere avantissimo, tanto da non essere compreso dal volgo ignorante.

Vi lascio immaginare da che parte si collochi il mio pensiero…

All’uscita della Leotta sulla bellezza che “capita”, ho reagito nell’unico modo plausibile:

AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH!!

La presenza di Piero Pelù, Irene Grandi, Le Vibrazioni e Marco Masini mi ha illuso per un attimo che fossimo tornati agli anni’90/inizio 2000. Grazie, vi amo.

È stato tributato un applauso a Beppe Vessicchio che manco al vincitore stesso. Lui ha ringraziato con un sorriso che mal celava un “Pijateve ‘sti spicci. Così imparate a lasciamme a casa, stronzi”. Ha vinto lui.

Ho sviluppato un’imprevedibile simpatia per Elettra Lamborghini. Giovane, famosa, figa, miliardaria, fidanzata con un giovane, famoso, figo, miliardario, che avrà detto: «Vabbè ‘sta settimana non c’ho molto da fa’, me ne vado a Sanremo a famme du’ risate». Adorissimo. (Ele’, se t’avanza ‘na Diablo, sai dove trovarmi).

C’erano i “Pinguini Tattici Nucleari” non li conosco, ma il loro nome mi ha fatto ridere. Poi ho pensato che se veneriamo gli “Scarafaggi”, gli “Spazzatura” e i “Peperoncini Rossi Piccanti”, non vedo perché dovrebbero essere da meno i “Tactical nuclear penguins”.
Morgan ha litigato con un certo Bugo. Niente, fa già ridere così.

Paolo Jannacci è Herbert Ballerina. Punto.

Quest’anno vanno di moda le scollature larghe e aperte. Poi non ci stupiamo se le tette straripano.
Il buon Tiziano ha sbroccato a Fiorello che s’è offeso, poi hanno suggellato la pace con un bacio.

La reazione schifata di Ferro credo che sia una delle cose più belle che abbia mai visto in vita mia.

E, in tutto ciò, c’è un cantante che si chiama Rancore. Vi rendete conto? RANCORE. Ti presenti e fai: “Piacere, sono Rancore”. E non devi aggiungere proprio nulla. Sono invidiosa.

Ah, dice che c’era pure Amadeus.

Quindi abbiamo gossip sopraffini, litigi plateali, frecciatine multiple, inciuci, dediche, incomprensioni, rappacificazioni, ripicche, vendette, polemiche, strascichi, Rancore vero che manco Beautiful.

E io, cretina, che ogni anno mi ostino a non vederlo.

 

“Fai rumore” è da brividi… Andava detto.

PRIMO APPUNTAMENTO

Fra tutti i programmi dedicati alla ricerca dell’Ammmoooreee, “Primo Appuntamento” è quello che seguo con più morbosità e interesse.

Ho imparato a memoria le prime tre stagioni e ora, finalmente, siamo giunti alla quarta.

Il format è abbastanza semplice: tra tutti i candidati di tutte le età, la redazione forma delle coppie che reputa compatibili le quali affronteranno una ‘cena per farli conoscere’.

Solo una cena.

Molto meno impegnativo del vincolo eterno previsto da “Matrimonio a prima vista” (del quale vi ho parlato QUI).

Quindi si hanno a disposizione circa due ore di tempo per valutare se colui, o colei, che si trova al proprio cospetto può essere compatibile, appetibile e se fa venire voglia di rivederlo/a.

Ogni puntata è stata divertente e istruttiva, ci ha proposto una variegata e curiosa offerta antropologica e mi ha donato svariati spunti di riflessione.

Abbiamo assistito alla nascita di diversi amori, incompatibilità, scene melodrammatiche, rifiuti e, purtroppo, parecchia ma parecchia cafonaggine e cattiveria.

Come nella vita vera, quella senza spettatori, non capisco che bisogno vi sia di “maltrattare” qualcuno solo perché non corrisponde al nostro ideale, solo perché non ci piace, o ci aspettavamo di meglio o di diverso.

Alla fine devi trascorrerci due ore e poi addio, che sarà mai?

Comprendo che magari alcuni affrontano la serata carichi di aspettative che poi vengono disilluse, ma mica c’entra chi hai davanti. Mica è colpa sua!

C’è stato chi non si è presentato affatto, chi ha visto il partner designato ed è scappato, chi ha avuto un atteggiamento altezzoso, pesante e irritante per tutta la sera, ma che bisogno c’è?

Acidità gratuita a profusione, da donne ma anche da uomini, che ben si sintetizza nella frase che un commensale di una yogurtara ha pronunciato a fine serata motivando la scelta di non rivederla:

«’Na rompicoglioni, per carità!»

E c’aveva ragione.

Ad aggiungere mio ulteriore interesse per il programma, la partecipazione di diverse persone che conosco.

Le considerazioni sono le medesime che ho formulato quando su Tinder mi ero imbattuta in parecchi volti familiari: o conosco troppa gente, o davvero noi single ormai siamo diventati i “soliti noti”, già schedati, sempre quelli, e – se rimaniamo tali – un motivo forse c’è…

Vorrei poter aggiungere molto a proposito di questi personaggi, ma purtroppo ‘nze po’.

Come ha detto la mia amica, sarebbe stato interessante se alla registrazione avesse potuto assistere il pubblico.

Avrei partecipato per produrmi in sobrissimi:

«’Nte fa’ incanta’, è ‘na m***a!! È un cogl****!!» e così via.

Con sommo dispiacere non è stato possibile. Peccato.

Posso, però, parlarvi di alcuni altri protagonisti.

Come, per esempio, Silvia che ha partecipato a tutte e tre le edizioni e si vocifera che sarò presente anche nella quarta.

Della serie “Non me rassegno e me lo dovete trova’!”

Silvia ha un qualcosa che manca alla maggior parte di noi: ci crede. Ci crede molto. E fa bene.

Al motto di:

«Mangia glitter a colazione e splendi tutto il giorno!»

porta a spasso, fiera, il suo fisico giunonico, osando mise che io, per miei limiti, non indosserei nemmeno se pesassi trenta chili bagnata.

Ha un atteggiamento sicuro, che intimorisce gli astanti, fino a sfociare nello scostante.

In un’occasione, mentre si parlava della provenienza del suo compagno della serata, con un candore pari a un’ignoranza preoccupante, ha chiesto:

«…ma è tanto grande st’Africa?!»

Ecco.

Ma anche in quel caso si è mostrata ferma, tranquilla, per nulla imbarazzata dell’enorme gaffe nella quale si era imbattuta.

Perfino di fronte a un rifiuto di uno che la aggradava parecchio, ha chiosato:

«Non l’avrei voluto perché è troppo perfetto…»

Sì, vabbè.

Fa tanto “Ti lascio perché meriti di più” ma a chi non è mai successo di consolarsi con una frase del genere?

Alla fine, questo programma mi piace perché riproduce perfettamente la vita reale, seppur in un contesto da favola e sotto i riflettori.

Riconosci bene e sin da subito gli sfigati, gli stronzi, i finti, gli acidi, gli innamorati dell’amore, i disillusi…

Te la gusti e giochi a prevedere le mosse, a percepire l’eventuale feeling, a chiederti quel che succederà.

Nei titoli di coda ce lo raccontano come è andata a finire, come si è evoluta la storia, quel che è accaduto dopo quella sera.

È triste appurare come alcune volte, dopo le effusioni a favore di telecamera, i fuochi d’artificio da tubo catodico, le promesse frutto dello spettacolo, questi titoli ci rivelino un mesto “non si sono più visti”.

Come è accaduto anche nella prima puntata della quarta stagione, dopo che la coppia si era prodotta in un bacio con sei metri di lingua in diretta nazionale.

Ma è esattamente quel che accade nella vita vera, quella priva di pubblico, dove va tutto bene e a un certo punto e senza preavviso il tipo sparisce nel nulla.

Solo che non hai milioni di telespettatori come testimoni a chiedersi con te: «E perché? Che è successo??»

Quel che mi commuove e stupisce è constatare quante e quante persone di ogni età, nonostante tutto, coltivino una fiducia incrollabile nell’Amore. La certezza di volerlo e meritarlo e la gran voglia di mettersi in gioco per trovarlo.

Tra le varie storie, mi ha colpito quella di Emanuele, che è stato lì a cercare l’Amore per tre volte.
Il primo incontro era stato abbastanza disastroso, con una tizia pesantissima e antipatica.
Ha fatto passare del tempo, ma ha deciso di riprovarci, di ritentare, perché ci credeva ancora.

Perché per lui esisteva, da qualche parte, quella persona fatta apposta per lui; quella “dolce metà” da ritrovare; nonostante una singletudine di ventun anni. Questo batte pure me, ho commentato.

L’ho ammirato.

La sua tenacia, la sua fede, la sua sicurezza, a dispetto di tutto.

Emanuele si è presentato con un mazzo di fiori destinati all’ignota donzella. Roba d’altri tempi, cure che noi non conosciamo più. Oggi, al massimo, accendiamo un cero già solo se non dobbiamo andare a prendere il nostro cavaliere a casa. Figuriamoci se ci aspettiamo di ricevere questo tipo di attenzioni e carinerie!

Si sono svolti gli incontri, mentre Emanuele era lì, ad attendere.

Alcuni hanno funzionato, altri meno e lui è rimasto lì, da SOLO.

La fanciulla non si è presentata.

Dopo due ore gli hanno dovuto chiedere di lasciare il ristorante in chiusura.

Cazzo, che botta.

Mi sono sentita Emanuele in molte occasioni.

Sola, disillusa, ad aspettare, a crederci, ma non più, o forse sì?

«Appena comincio a rialzare un po’ la testa, mi arriva subito una mazzata a rimandarmi giù» questo ha detto, lui.

Già.

Funziona così, per alcuni.

Siamo e siamo stati un po’ tutti Emanuele. Fiduciosi, ma ogni tanto presi dal pessimismo e dallo scoramento. Quando siamo comunque felici – anche da soli –  però… Dove quei “però” a volte ci pesano così tanto…

E allora, che si fa?

Ho ripetuto più volte che avevo chiuso con tutto ciò, che non ci contavo più, che magari non meritavo un Happy End, che era tutto così difficile…

Lui ha detto che comunque continuerà a provarci, a crederci, a cercare, sperando – infine – di trovare.

Ne ho invidiato la forza e la fede.

Perché non lo so, io, se sia giusto e lecito continuare ad avere fiducia. Se occorra lasciarsi tirare giù dalle batoste, o rialzarsi sempre e comunque. Se sarei stata in grado di aspettare così tanto a quel tavolo o altrove.

Se ho mai atteso davvero, o ho solo fatto trascorrere il tempo.

Se ci ho mai creduto davvero, o ho sempre fatto prevalere la disillusione o lo scoramento.

Non lo so, oggi e ieri, mentre – ancora una volta – sono seduta a un tavolo, da sola, che aspetto, o forse no, mentre gusto un bicchiere di rosso che sono certa di aver meritato.

Sulla certezza di meritare l’Amore, be’, su quella sto ancora lavorando…

 

Ah, Emanuele al terzo tentativo l’ha trovata.

Così, per la cronaca.

 

PS: Al netto di tutta la simpatia che nutro per il nuovo maître, Valerio, se mi leggi e hai voglia di un Primo Appuntamento, chiamami. 😉

FLUSSO DI COSCIENZA

«Sei come un’anguilla che sguscia».

Così mi ha detto.

Un’anguilla che scivola via dalle mani, scappa, che non si riesce a trattenere.

«L’hai fatto anche con me» ha aggiunto.

«E si percepisce questa tua attitudine all’andarsene, a lasciar perdere. Questo istinto che ti porta ad allontanarti. Si sente che sfuggi, che hai sempre un piede sulla porta».

Questo me l’ha detto il 10 Dicembre 2018. È quindi da più di un anno che ci rifletto su.

La gente che non pensa la invidio proprio, io sono un continuo rimuginare:

Che faccio?

Ho fatto bene?

Ho fatto male.

Ho fatto, basta.

No, troppo semplice.

Fatto sta che, dopo queste sue parole, mi sono trattenuta per ben due volte quando era sicuro che sarei dovuta scappare. E pure di corsa.

Pure uno di questi altri due me l’aveva detto:

«Tu ti defili…»

Anziché andare, ho pensato che avessero ragione loro, che fossi troppo precipitosa nel prendere l’uscita, quindi sono rimasta in due occasioni a farmi danneggiare. Ben consapevole.

Mentre le Voci nella mia testa mi insultavano.

E i fatti successivi hanno dato loro ragione.

Ve la do io l’anguilla.

Mica sono masochista!

Se mi viene voglia di scappare è perché non sto bene dove mi trovo.

Mica mi incaponisco.

Non più, almeno…

Che senso ha?

Se fossi felice, resterei. Pianterei una tenda, coltiverei il giardino, metterei l’etichetta sul citofono.

Griderei: «STO QUI!»

Perché dovrei fuggire da persone o situazioni che mi danno piacere?

Mica so’ scema!

Eppure lui ne era convinto.

Sono scappata pure da lui. Per coerenza.

Alla fine non pensavo di avere così tanto bisogno di una terapia, in fondo.

O forse sì…

Di sicuro non della sua che non mi soddisfaceva e acuiva le mie problematiche.

E poi non si ricordava le cose.

Capito?

Con ME, che sono un computer  vivente e ti so dire pure in che occasione te le ho dette e le parole precise che ho usato.

Ogni volta dovevamo ricominciare daccapo e mi snervava.

E lo pagavo pure!!

Sono fuggita, sì. Che stavo a fare?

A sentirmi poco considerata perfino da colui che per lavoro (e parcella) avrebbe dovuto ascoltarmi?

O forse aveva ragione e sono una che sa solo scappare…

Boh.

Sarò matta.

Che poi chi riesce a guardarsi dentro talmente bene da decidere di chiedere aiuto, mica è un pazzo.

Anzi, è perfino troppo lucido.

Chi ha capito che la nostra mente ci pone dei condizionamenti che determinano il nostro comportamento e plasmano la nostra realtà ha capito tutto. Altro che folle.

Quindi, sono un genio.

No.

Ma non sono neanche matta.

Sono una che pensa e sente troppo.

Percepisce un cambio di intonazione, un’inflessione, una mancanza ed ogni piccola cura.

E se le segna.

E le accumula.

E tira le somme.

E considera come il tutto la faccia stare.

Questa, sono.

Sì, forse sono un po’ matta.

Che poi i matti veri hanno tutto un mondo loro, un modo di vivere le cose, una realtà che si forgiano come meglio li aggrada. Ma non stanno meglio di noi? Per me, sì.

Mi sa che mi taglio i capelli.

No, per carità, che l’ultima volta, dopo, piangevo e mi volevo mettere le extension.

Mi faccio bionda.

Chissà come sarebbe la mia vita da bionda…

A-N-G-U-I-L-L-A.

Sarò un’anguilla, che ti devo dire.

Un fondo di verità l’ho trovata, ed è pure palese.

Quando si è stati feriti, si scappa per prevenire ulteriore dolore.

Su questo siamo tutti d’accordo, no?

Di fronte a una malaparata ci si dà a gambe, mi pare logico.

Riconoscere se si scappa per paura o perché è la cosa giusta da fare, qui risiede il problema.

Mi ero convinta di non saper più distinguere le due circostanze.

Tutta la pletora delle mie insicurezze mi avevano condotta fino a lui, e le sue parole mi fecero dubitare ancor più di me.

Come se non sapessi più discernere quel che mi faceva male, e dal quale sarei dovuta fuggire, perché persuasa che cercassi solo la fuga.

Che il mio istinto, la parte più intima della mia amigdala, sbagliasse, mi ingannasse, volesse solo preservarsi.

Che era solo mio Ego ad agire, per tornare nello stato di comfort e rifuggire le novità.

Quando sei insicura, credi sempre che chiunque ne sappia più di te, sia più saggio di te, abbia risposte migliori delle tue. E ti affidi.

Molto spesso, sbagliando. Come in questo caso.

Quel che percepivo come dannoso, ormai lo classificavo come paranoie auto-sabotanti.

Non è così come pensi, no. È il tuo giudizio parziale.

Quindi, quando mi sono trovata dinnanzi a comportamenti inqualificabili che, in altri momenti, avrei gestito con un semplice “Vaffa”, alla luce di questo, mi avevano convinta che, no, era tutto nella mia testa. Stavo sbagliando, stavo scappando, mi stavo defilando.

Un cazzo.

Poi aveva pronunciato una parolina che detesto: “Psicofarmaci”.

Stocazzo.

Io dovevo capire il PERCHÈ dei miei (eventuali) problemi, non curarli e basta.

Questo volevo.

Mi ci ero messa d’impegno, eh.

Roba forte.

Tipo che avevo pianto ogni volta, mentre tiravo fuori dalle viscere quel che più mi addolorava. Io, sempre quella che “non piange in pubblico”, ma con colui che avrebbe dovuto vigilare sulla mia salute mentale, mi sembrava opportuno togliere tutte le maschere.

Questi drammatici accoramenti pensavo potessero essere facilmente ricordati.

Manco per il cazzo.

Perché le volte successive mi poneva le medesime questioni che avevo già sufficientemente lacrimato.

Questo nemmeno mi ascolta.

E io sono insicura, e ho bassa autostima, e partorisco paranoie, ok.

E pago uno che non mi ascolta.

Mo, secondo te, sarei dovuta restare solo perché altrimenti mi avrebbe detto che sono un’anguilla?

Eh no, dai.

Sarò anguilla, ma mica so’ scema.

E due.

Che ci sto a fare qui?

Ecco, questa domanda me la pongo spesso.

Se non sto bene, me ne vado.

Questo fa di me un’anguilla?

Ok, sono un’anguilla.

Ma un’anguilla consapevole.

Ho sempre criticato chi si fa le autodiagnosi, ma non mi potevo permettere di essere delusa da qualcun altro.

Ora ti spiego una cosa: quando una che non è avvezza a chiedere aiuto, poi si sforza di farlo, ma non lo riceve, passeranno dei lustri prima che riesca a chiederlo di nuovo. È sicuro.

Molti pensano che sia un fatto di boria e supponenza, no! Non c’entra un cazzo.

In genere, quelli che sono incapaci a chiedere aiuto non è che siano davvero incapaci, ma hanno paura di disturbare. Ci crederesti mai? Ebbene è così. Sappilo. E hanno paura di non trovarlo e di essere delusi. Boom!

“Quelli che non chiedono mai aiuto sono coloro che ne hanno più bisogno”. La sapevi questa? È una grossa verità che pochi considerano.

Se ci rifletti è una spiegazione più che logica.

Stronzi a parte, ovvio. Quelli manco li considero.

Forse dovrei tagliarmi pure le unghie. E mettere una smalto rosso.

Rosso?

Naaa… Non mi ci vedo.

“Se vuoi qualcosa che non hai mai avuto, devi fare qualcosa che non hai mai fatto”.

E se fosse mettere lo smalto rosso?

Ci faccio un pensierino, va’…

Ho perso il filo del discorso, dov’ero?

Ah, cavarsela da soli.

Se qualcosa ho capito di me e che sono una cocciuta con una forza di volontà incrollabile. Quando voglio.

Quindi mi sono giurata che ne sarei venuta a capo. Che avrei agito in maniera obiettiva e senza scorciatoie. Che avrei sofferto e versato lacrime  e sangue, ma avrei trovato le mie risposte. Cazzo, sì.

Così ho letto: pagine e pagine di sviscerato, addentrato, rimuginato. Libri, articoli, seminari, confronti.

Tutta roba “pesante”, tosta e il tutto fatto con una consapevolezza tale da farmi restare sveglia di notte a pensarci, te lo garantisco.

Ho rielaborato e rivissuto svariati episodi.

Ho riconosciuto delle fughe immotivate, per motivazioni davvero ridicole, perche era più facile.

Ma ho notato anche degli indicatori palesi che avevo scelto di ignorare.

Scelto.

Perché mi ero sforzata di restare.

Ora ti dico un’altra cosa: quando una che ha un muro eretto, addobbato, stratificato, calcificato, incontra uno con un muro altrettanto imponente e ben evidente, lo sai lei – l’anguilla – che fa? Fa un’altra bella fila di mattoni. E poi, eventualmente, scappa.

Dimmi, in tutta onestà: lo trovi un comportamento così strano?

Poi, storicamente, ogni volta che mi è capitato di disarmarmi di fronte a delle fortezze, sono successi dei disastri, dei danni per me e delle conseguenze così intrecciate che in Beautiful non sanno manco che so’. E, a dirla tutta, non ne valevano neanche la pena. È logico che ora ci metta un bel po’ a deporre l’elmetto.

Penso a “Love” di Milov. Noi tutti siamo così: bambini interiori spontanei e amorevoli, intrappolati dalle sovrastrutture che ci creiamo e che ci limitano. Ingabbiati dalle paure e chiusi in noi stessi, mentre le anime si cercano. Questo siamo.

E i muri lo rappresentano.

Ma possiamo scegliere (SCEGLIERE) di uscirne.

Lo butti giù? Lo faccio anche io.

“Salti tu, salto io” come in Titanic. Certo, non è che abbiano fatto ‘sta gran fine loro due, vabbè sto divagando, non c’entra niente.

Però io questo lo penso: se si abbassano le recinzioni, occorre venirsi incontro. E viceversa. Ed è bellissimo.

A quel punto, sì che pianterei una tenda, coltiverei il giardino, metterei l’etichetta sul citofono.

Non credi?

Certe volte non vale la pena scalare, questa è un’altra verità. Potresti trovarti a capo di una cordata con un qualcuno che ti trascini, che cerchi in tutti i modi di portarti dietro mentre lui non fa il benché minimo sforzo per salire insieme a te.

Credi sia cosa buona e giusta?

No.

Bisogna tagliare la corda. In tutti i sensi.

Ah-ah, ho fatto la battuta!! So’ troppo simpatica!!

Quindi so discernere quando è il momento di andare via e quando no.

Possedevo da sempre le chiavi del tutto, ma non avevo voluto usarle.

La mente mente e mi sorprende.

A-N-G-U-I-L-L-A.

Che poi l’anguilla è brutta, viscida e strisciante, ma lui mi vede così??

Ammazza…

Oddio, pure qualcun altro mi vedrà così??

Ma sai che c’è?

MASTICAZZI.

Poi lo sai che ho capito proprio bene, bene, bene??

Che mi sono fracassate le ovaie di pensare sempre di avere IO qualcosa che non vada! E basta!

Pure la terapia, volendo, era un’ammissione di “colpevolezza”, di qualche imperfezione grave da correggere, di problematiche che mi rendevano un soggetto da riabilitare.

Socialmente deficiente. Nel senso di deficienza proprio, mancanza. Ma pure deficienza in senso lato.

Sì, lo ammetto che ho un piede sulla porta, cazzo, sì!

Ormai mi curo degli altri in maniera “giusta”. Né più, né meno.

Non soffro né mi sento in difetto per questo.

E ho seimiliardi di altre stranezze che, se vuoi, ti elenco in ordine alfabetico e non so quando potrei finire!

Questo mi renderebbe una donna immeritevole, indegna di assecondare le proprie esigenze e destinata al mesto “accontentarsi di quel che passa il convento nel quale, prima o poi, finirai”?

Non credo.

Mi sono seduta sul mio trono da sgrinfia sussiegosa e ho urlato:

«MI VADO BENE COSÌ!! A VOI, NO?? ESTICAZZIII!!»

Sono una fottuta anguilla sensibile, strana e pretenziosa.

E mi vado bene così.

Tié.

 

 

 

«…BB?»

«Eh?»

«A che pensi? Sei tutta assorta…»

«Ah! Ehm… Niente, niente…»

«Tutto ok? Che c’è?»

«Niente, davvero, nient… No. Non è vero!»

«Allora cos’hai?»

«Il copione di genere prevedrebbe che ti rispondessi “Niente”, come ho fatto. Ma c’è qualcosa che stavo pensando, sulla quale ragionavo, una sorta di flusso di coscienza libero e folle, e te ne vorrei parlare…»

«Dimmi, allora»

«C’entra un pesce…»

«Un pesce??»

«Sì. Si parla di un’anguilla…»

 

 

 

Il flusso di coscienza (stream of consciousness in lingua inglese) è una tecnica narrativa consistente nella libera rappresentazione dei pensieri di una persona così come compaiono nella mente, prima di essere riorganizzati logicamente in frasi. Da alcuni autori è considerato un vero e proprio genere letterario, anche se altri autori ritengono dubbia questa pretesa.

Il flusso di coscienza viene realizzato tramite il monologo interiore nei romanzi psicologici, ovvero in quelle opere dove emerge in primo piano l’individuo, con i suoi conflitti interiori e, in generale, le sue emozioni e sentimenti, passioni e sensazioni.

Fonte: Wikipedia

POTERE DELLO “STICAZZI”, VIENI A ME!

Oggi vi voglio raccontare una storia…

Sapete che sono appassionata di psicologia, energia, spiritualità e tutta questa roba qui.

Bene, qualche giorno fa avevo un esercizio quotidiano da svolgere, facente parte di un percorso di una certa durata.

Leggo in cosa consisteva, arrivo fino in fondo e si concludeva con un invito a lasciare andare e a trovare sempre e comunque conforto nella parolina magica “STICAZZI”!

Ops, avrò letto male…

No, no. C’è scritto proprio STICAZZI.

Ora, da romana, lo Sticazzi – al pari di Mortaccitua – è un qualcosa con il quale convivi sin dalla più tenera età, con cui cresci, ti forgi. Fa parte del background socio-culturale della nostra città, possibile che io da sempre abbia avuto in mano lo strumento per essere più serena e non me ne sia mai resa conto?

Può una semplice parolina sottintendere una filosofia ben più complessa e benefica?

Mah…

Poi, è successo un altro fatto: un mio caro amico, ignaro delle mie dissertazioni della giornata, su WhatsApp mi manda il buongiorno e un’immaginetta divertente (che vedete a lato) corredata da… Sticazzi!

Era un segno, dovevo provare empiricamente la funzionalità del prodigioso mantra.

Da quel giorno, e nei successivi, ho iniziato ad applicarlo con dedizione, in ogni aspetto della mia vita.

Tizio mi ha tagliato la strada. Ma brutto str@#*!! No, aspe’… Sticazzi. Ok.

Caia mi ha dato una risposta non proprio garbata. Mo te pijo e te faccio la plastica nova che quella vecchia non t’ha risolto il probl- No. Calma. Sticazzi. Bene.

Non solo mi iniziavo a divertire da morire, ma mi sono resa conto che davvero – DAVVERO! – stava cambiando il mio modo di vedere e vivere le situazioni, nonché il mio umore. Ho realizzato quanto spesso, durante il giorno, ci preoccupiamo di affari non di nostra competenza, ci imbronciamo per inezie, così, quasi per abitudine. E di come sia salvifico il potere dello Sticazzi!

Perciò ho continuato e ho ampliato il campo di applicazione.

Al momento ho cinque chili in più? Sticazzi!

Ho tardato di qualche ora la consegna di un lavoro, IO, Miss Puntualità, Nostra Signora del Rispetto delle Scadenze, io! Prima che iniziasse un attacco di gastrite ho pronunciato un fiero Sticazzi! E mi sono sentita meglio. Ho compreso che non era successo nulla di irreparabile, né di catastrofico, che un ritardo, uno, non inficiava la mia professionalità. E poi, comunque, Sticazzi!

Sempronia ha delle paturnie che forse io potrei, ma magari… Ma Sticazzi! Perché me ne devo preoccupare io?

Quello si è offeso solo perché ho avuto l’ardire di essere sincera e mi stavano iniziando a consumare i sensi di colpa e ho provato a cercare modi per rimediare, ma no! STICAZZI! Ho fatto bene come ho fatto!

Quella la credevo un’amica e invece? Sticazzi! Au-revoir, Good-bye, Ciaone!

E poi lui, quello, sì… Dai, colui, illo…LUI! Non mi fa sentire come vorrei. STICAZZI! Perché devo perdere tempo appresso a lui? Sarà mica l’unico uomo sulla terra! MASTICAZZI!

E se poi lo perdo? Sticazzi! Dovrebbe preoccuparsi lui di non perdere me! STICAZZI!!

Quell’altro è sparito? Sticazzi! Ciao e saluta a casa!

E quel tipo che forse, ma no, però sì, o anche boh… STICAZZI!!! Non posso mica passare la vita ad aspettare che si decida! Sticazzi!

Non mi ha risposto al messaggio. Sticazzi!

Non mi ha richiamata. Sticazzi!

Non gliene frega niente. Sticazzi!

Non c’è il sole. Sticazzi!

Non mi va di fare quella cosa. Sticazzi! Non la faccio.

E tutti quelli che non mi hanno voluta o trattata di melma e sui quali continuo a rimuginare chiedendomi perché, per come, per favore… STIGRANCAZZIII!

Ooohhh…

Sentite come suona bene:

S-T-I-C-A-Z-Z-I-I-I!

Ora, dovete sapere che ci sono molte probabilità che, quando mi racconterete qualcosa, accuserete, rimprovererete, biasimerete, dimenticherete, aspetterete, ignorerete, ferirete, infastidirete, deluderete, risponderete o no, ci sarete o no, mi vorrete o no, darete o no, io vi sorrida ripetendomi STICAZZI!

E non mi sentirò in colpa per questo, anzi. E vorrei che voi faceste lo stesso con me.

La gente felice è quella che pensa di meno agli altri e io devo pensare a me per essere spudoratamente felice e priva di paturnie inutili.

Andate e diffondete il verbo.

Che lo STICAZZI sia con voi.

LA VERITÀ, VI SPIEGO, SULLO STALKING.

“Ogni femmina che si rispetti opera una doviziosa attività di stalkeraggio e controllo nei confronti del maschio oggetto dei propri desideri”.

Con queste parole iniziavo un articolo di qualche tempo fa anche se alla fine dello stesso, poi, rinnegavo l’opera di indagine e oggi vorrei approfondirne la motivazione.

Non vi suggerirò nuovi metodi di stalking, tutt’altro. Se siete qui per questo, mi spiace deludervi.

Oggi vi racconto la storia che ha trasformato BB da stalker professionista a stalker pentita.

Inizia diversi anni fa…

All’epoca mantenevo il mio ferreo proposito di non avere internet in casa, quindi potevo usufruirne solo a lavoro, non di sera, né nei weeekend. Immaginatevi quanto potesse essere stressante per me.

Gli smartphone non erano ancora così diffusi e, di sicuro, io non ne possedevo.

Quindi, operavo il mio monitoraggio costante dal lunedì al venerdì, orario d’ufficio e solo da pc.

Il social network era agli albori, ma io ne avevo scoperto ogni recondito segreto.

Per esempio, bastava aprire il profilo della persona in questione per trovare traccia di tutte le azioni che questa aveva compiuto (una sorta di “registro attività” odierno, ma visibile a tutti). Quindi vi apparivano like, commenti, amicizie strette, tutto.

Ogni mattina li aprivo uno per uno per scoprire cosa, come, quando, ma MAI il perché.

Disdetta.

A ripensarci adesso provo dei sentimenti contrastanti. Pena, per la me stessa di qualche anno fa. Rabbia, per essere stata tanto ingenua. Nostalgia, per aver perso così tanto tempo.

È una logica conseguenza che, per fortuna, ora non ami sprecarne nemmeno un po’.

Al culmine della mia follia avevo scoperto che il mio telefono, volendo, poteva sì collegarsi ad internet, ma a costi che scoprii solo quando mi arrivò la fattura e che vi lascio immaginare.

Negli anni, furono tre gli oggetti delle mie attenzioni ossessive e ancora me ne vergogno.

Sarà stato un caso, ma furono i tre dei quali mi fidavo meno (ma dai!) e che mi ferirono di più (ma dai!) .

Mi correggo.

Ai quali PERMISI di ferirmi di più.

Perché nessuno mi stava costringendo a frequentarli, sebbene non riponessi alcuna fiducia in loro, e ad incrementare così tanto le mie insicurezze, tanto da farmi diventare un’investigatrice patentata.

Pensare che, qualche anno prima, avevo biasimato pubblicamente una mia amica che aveva preso la pessima abitudine di fare le poste in macchina al proprio ex e, successivamente, mi ero ritrovata a fare lo stesso. Seppur virtualmente.

Operavo un controllo continuo e costante come se la vita si esaurisse nei social network. Come se ogni azione o accadimento dovessero necessariamente passare sul web. Come se fosse davvero – davvero! – possibile scovare ogni segreto di una persona attraverso un’indagine ininterrotta.

Avevo imparato a memoria i profili delle persone che sospettavo di più, esaminando costantemente anche loro. Avevo memorizzato tutti i nomi delle “parenti” – dopo aver scoperto che lo fossero – per escluderle dalla mia attività di sorveglianza. Odiavo con tutta me stessa quelle che si permettevano di fare le simpatiche e c’erano quelle tre/quattro sgallettate che sicuro, sicurissimo, ci provavano spudoratamente.

E poi c’erano quelle con le quali erano loro ad essere particolarmente affettuosi.

Erano le peggiori.

Perché non si potevano incolpare.

Perché mi mettevano davanti alla reale natura di quei soggetti.

E a quanto fosse tutto così inutile e doloroso.

Capitarono non di rado incidenti durante queste sessioni, tipo like e richieste d’amicizia partite per sbaglio, ma non riuscirono a fermarmi perché furono molti di più i fatti che scoprii, anche se non dovrei dirlo.

Tramite intrecci di profili, legami, correlazioni, talento, allenamento, intuito, empatia e un’opera meticolosa e sorprendente, affinai una tecnica incredibile.

So individuare con certezza CHI se la fa con chi. Con una precisione e una lungimiranza che spesso sorprendono anche me.

Ho trovato Ex avendo a disposizione pochissime informazioni, così, solo per il gusto di vederle.

Di uno pseudo VIP sono riuscita a scovare perfino il numero di telefono. L’ho memorizzato, ho verificato dalla propic di WhatsApp che fosse veramente lui, mi sono complimentata con me stessa e l’ho cancellato.

Ebbi conferme anche meno piacevoli, come il tizio che si dimostrò uno di quelli che scrivono «Sei bellissima» sotto ogni foto di ogni vaginomunita sperando di ottenerla questa “munizione”, a suon di complimenti stereotipati, sempre uguali e non sentiti.

Che mestizia.

Un altro era un addicted dei gruppi per single. Io non sapevo nemmeno cosa fossero i “gruppi”, ma ben presto imparai non solo che ve ne erano di privati, ma addirittura di “segreti” ai quali si poteva accedere tramite invito di un membro (AH-AH) e nei quali c’era da divertirsi. In tutti i sensi.

Uno dei miei fake è iscritto a molti di questi, per mero scopo antropologico (non sono ironica).

Quando mi capita di farci un giro, mi chiedo sempre quale appagamento possa esserci nel mostrare le proprie grazie a millemila sconosciuti sbavanti, barattandole per qualche like.

Non lo comprendo, per quanto io possa sentirmi sola.

E io per un periodo avevo affidato il destino della mia felicità a uno di quegli individui che si salvano le foto per poterle poi usare in solitudine.

Che aggiungono femmine random per crearsi un proprio personale pollaio.

Che fanno incontri a ripetizione e con un solo, unico, preciso SCOPO.

Di nuovo, che mestizia.

In buona sostanza, tutta questa sapienza, conoscenza che mi permetteva di intuire e verificare, non mi tenne al riparo dalla delusione, né mi preservò dal dolore e da tutto il male che mi fecero costoro, con un ottimo aiuto da parte mia.

La verità era una sola, ma io cercavo di aggirarla attraverso delle indagini. Di distrarmi per non voler proprio capire quel che era assolutamente lampante. Per trovare prove che erano del tutto superflue, visto che già quelle azioni parlavano abbastanza.

Ora vi devo parlare anche della parte meno divertente, qualora questa l’aveste trovata tale.

E concerne quando siamo noi ad essere oggetto di attenzioni ossessive.

A me è capitato diverse volte.

Gli uomini sono meno bravi in questo, rispetto a noi donne. Sono parecchio più invadenti e sgamabili.

In genere lo SAI chi è che ti controlla con ossessione.

Ebbi diversi stalker che commentavano ogni mia singola azione. Che chiedevano l’amicizia alle mie amiche. Che interagivano nei post pubblici che io avevo apprezzato o nei quali avevo espresso la mia opinione.

Non mi sentivo più libera di condividere alcunché.

Mi sono capitati anche quelli ancora più pericolosi, poiché mi erano vicini fisicamente.

Un paio, in particolare, che sapevano dove lavoravo e, casualità, avevano imparato i miei orari. Perfino quando mi recavo in un certo posto, in momenti in cui sapevo di non trovare nessuno visto che non amo la folla, …tranne loro.

A volte confesso che ebbi paura.

Tutto questo mi ha trasformata in una maniaca della privacy, a condividere sempre meno, a blindare il mio profilo ai “non amici”. Ad operare un chirurgico distinguo tra “amici” e “conoscenti” e a oscurare tutti i miei post a quest’ultimi.

In questa lista finiscono, in genere, coloro che sono “costretta” ad accettare per variegati motivi di parentela/rapporti lavorativi/di conoscenza ma che NON voglio che sappiano un mio solo fatto privato. Benché pubblichi davvero molto, molto poco.

Quando nacque Facebook – con il nobile e innocente intento di ritrovare vecchi compagni di scuola e condividere con loro pensieri, ricordi e quant’altro – avevo creato un album composto di mie foto personali, istantanee che testimoniavano gli avvenimenti più importanti della mia vita, tutte castissime, come potete intuire. Perfino la mia propic presenta una censura rispetto alla versione originale.

Quando ho appreso che qualcuno aveva salvato alcune di queste foto o mi lasciava commenti di notte, la cosa mi inquietò non poco, tanto da spingermi a impostare la privacy di quell’album in “solo io”.

Mi sono sentita spesso letteralmente “controllata”.

Poi, perché? Non c’era nulla tra noi, non meritavo una tale “dedizione”.

Tacciandomi subito da ipocrita, ripensando a tutte le volte che lo avevo fatto io.

Giusto, non mi potevo lamentare.

Sono innumerevoli le cose che sono riuscita e che riuscirei a fare.

Se solo adesso mi interessasse farlo.

Le mie amiche mi sfidano a cercare l’impossibile: persone, legami, relazioni, foto e io non fallisco mai.

Tanto che una, recentemente, mi ha detto:

«Aspiro a diventare come te!»

Ho frequentato ragazzi dei quali NON avevo l’amicizia su Facebook e non mi importava averla.

Se mi viene la malaugurata idea di esaminare qualche profilo, amicizie, gruppi, amiche, interazioni, mi chiedo semplicemente:

«Perché devo farmi questo?» E passo oltre.

Mi stanno insegnando ad usare Instagram, ma comunque lo apro pochissimo e non guardo mai quello che fanno gli altri. Mi scordo proprio di questa possibilità di impiccionaggio estremo, anche se a volte mi regala gioie.

Mi ostino a celare l’ultimo accesso WhatsApp e, di conseguenza, mi è negata la visione degli altrui. Idem per le spunte blu.

Guardo raramente gli “stati” anche se a postarli sono “certe” persone.

Non so se sbircerei mai un telefono altrui perché mi incazzerei parecchio se lo facessero con me.

Ho imparato.

Ho sprecato tempo, soldi ed energie, ma ce l’ho fatta.

Sebbene sia divertente, rilassante; sebbene riconosca di avere un talento formidabile che dovrebbe essere insignito di un qualche premio e riconoscimento; sebbene a volte si ha solo la curiosità di capire o conoscere di più o scoprire se quel sospetto è una certezza, mi sussurro che non merito di farmi questo. Che è deleterio.

Che è del tutto inutile.

Che “controllare” indica solo che quella persona non è tua, punto.

E a me non interessa chi non è interessato a me.

In ultimo, ma più importante, che non si riuscirà MAI a scoprire TUTTO quello che fa/dice/omette/scrive qualcun altro.

Semplice.

Quindi, è preferibile vivere sereni.

Fidatevi.

Ciao sono BB e da qualche anno preferisco ignorare. Fallo anche tu!

 

 

Ah! Se siete voi a voler scoprire qualcosa, chiamatemi.

Che io so come si fa. 😉

LA SAI QUELLA DI BB, LA CANTANTE, LE RUSSE, LA CINESE E L’ARGENTINO?

So che vi sembrerà una barzelletta, però vi giuro che è andata veramente così.
C’erano due italiane more: BB e la cantante, due russe bionde, una cinese, due americani, un italiano, un italoamericano e un argentino.
E sto.

Col Colosseo a fare da sfondo.

Noi che credevamo di trascorrere una serata pacata e soprattutto “ristretta”, ci siamo trovate in una situazione che abbiamo ben sintetizzato nel messaggio inviato alle amiche disertrici:

«Pensavamo di passare una serata tranquilla, invece siamo finite in una sorta di orgia multietnica».

Così.

Al nostro arrivo, gli altri protagonisti della barzelletta avevano già brindato innumerevoli volte alla salute della bizzarra congrega. Ed erano già parecchio allegri.

A complicare ulteriormente la socializzazione c’era la necessità di dialogare in inglese.
Io che sono notoriamente asociale e già trovo fastidioso fraternizzare nel mio idioma d’appartenenza, figuratevi quanto apprezzassi conversare nella lingua albionica.

L’unico a masticare un po’ l’italiano era l’argentino.

Gnam.
La mia fede calcistica mi ha portato, negli anni, a nutrire una passione smodata per gli argentini. Soprattutto per gli argentini calciatori, come lui.

Quindi la mia amica, la cantante, ed io l’abbiamo sequestrato per nostro esclusivo sollazzo.

Lui e quelle sue meravigliose Rrr arrotate, le Sss festanti, l’intero complesso dell’accento sudamericano.

Cosa hai detto?
Sì dài, dimmelo ancora.

Pure uno degli yankee era notevole. E l’aveva notato pure la cantante.

«Oh, mica male quell-»

«C’ha la fede…»

«Ammazza, già l’hai visto?»

«Ecccerto».

Never a joy.

L’altro era un buffo personaggio sorridente e sobrio come un intero veglione di Capodanno e ci ha fatto fare parecchie risate.

La cinese e il suo fascino orientale incarnava perfettamente lo stereotipo: lunghi capelli neri, bel sorriso, vestitino cheongsam d’ordinanza ed età indefinita, come tutte le asiatiche

Voglio rinascere asiatica.

E condivideva con noi la mesta consapevolezza di NON essere il fulcro dell’interesse.

Perché poi c’erano loro. I cui nomi non mi sono neanche presa il disturbo di ascoltare (pure loro i nostri, eh): le russe. Bionde, algide, con la faccia da snob. Modello standard, insomma.

Ma ho notato che avevo le tette più grandi delle loro, il che mi rendeva almeno competitiva (e poi una era più bassa di me, ecco).

La mediterraneità contro il Mar Glaciale Artico (GLACIALE!).

Il bucatino contro le zuppe.

La grappa contro la vodka.

Appena è stato possibile, abbiamo interrogato l’amico italiano per sapere DOVE le avesse raccattate (dato che il PERCHÉ era abbastanza lampante).

«Guarda che una è un noto avvoc-»

«Eh no, dài, non è possibile!!» ho sbottato «Quando si parla di queste signore, sono tutte affermate professioniste: ingegneri, avvocati, fisici nucleari. Ce ne fosse una che faccia, che ne so, la bidella o l’addetta ai bagni dell’Autogrill! Anzi, Autogrillovski. E poi si fanno pagare pure il bicchiere d’acqua che ti danno gratis col caffè. E dài, su!».

Infatti, mantenendo fede alla loro nomea da gran fije de ‘na matrioska, non hanno neanche fatto il gesto di prendere il portafoglio per pagare al momento del conto. Giammai.

Hanno continuato con nonchalanciovski a chiacchierare aspirando fumo dalle sigarette per signore di classe, quelle fine, mentre qualcuno si occupava di regolarizzare al loro posto.

Noi due more abbiamo aspettato invano che qualcuno si facesse avanti per noi, ma niente. Non ci sperate.

Devono essere i capelli, perché pure la cinese è stata snobbata dalla galanteria altrui.

Chissà come starei bionda…

Una di loro festeggiava il compleanno. Le abbiamo fatto arrivare torta e candeline (che abbiamo pagato solo noi of course) cantato Happy Birthday e poi le abbiamo chiesto quanti anni compisse.

«Nineteen» ci ha detto.

L’amica ha subito riso e aggiunto «Another time!»

L’ho guardata con superiorità e ho bofonchiato “A bella ‘nte sei inventata niente. Io so’ anni che ne faccio ventinove”.

Però, alla fine, la russa diciannovenne-un’altra-volta ha pronunciato inaspettatamente un discorso (in inglese) così commovente, riconoscente , elogiante quella bislacca compagnia e pregno di gratitudine, da farmi emozionare e ricredere su queste figlie di Putin.

Spasibo.

Poi è arrivato lui: l’italoamericano.

Mentre si presentava, la cantante, in un linguaggio che potevamo comprendere solo noi e parlando a denti stretti continuando a sorridere come solo le donne riescono a fare, mi forniva dettagli su di lui che bastavano per qualificarlo.

Come uno stronzo.

Ovviamente, in quanto tale, è stata conseguenza logica che lui a fine serata chiedesse il mio numero di telefono, perché io attiro stronzi perfino quando sono disinteressata. Modestamente.

Mi ha porto il suo smartphone affinché glielo memorizzassi.

Cosa che ho fatto, inserendo il nome.

Poi gliel’ho restituito dicendo:

«Tieni, vedi tu cosa aggiungere accanto al nome per ricordarti CHI sono».

Ha riso, lui.

Ho annuito, io. Vi conosco, vi conosco bene.

«Ti ho mandato un messaggio su WhatsApp così anche tu hai il mio»

«Fantastico!»
Ho detto.
Fantastico, così ti blocco subito.

Ho pensato.

Ho appreso pure che, appena ti distrai un attimo dalla movida romana, scopri che quartieri che conoscevi e frequentavi, ora sono riservati esclusivamente alla comunità lgbt. E quindi capisci che quel gran manzo del barman non stava puntando te, ma il tuo accompagnatore e con questo, signori, non potevo proprio competere.

Non ci restava che andarcene, lasciando le russe con l’italiano, l’argentino e il bicchiere della staffa a casa. (e mo se chiama così).

Sostanzialmente, tirando le somme di una serata curiosa, variegata e alquanto istruttiva, la nostra presenza lì si sintetizza nella risposta che ricevetti quella volta che entrata da Cencio La Parolaccia – il famoso locale trasteverino noto per la tipica cucina romana e, soprattutto, per i modi garbati e morigerati – informando il cameriere della mia vegetarianità, chiedendo – quindi – se ci fossero pietanze che potessi mangiare, mi rispose con un sobrio, quanto inoppugnabile:

«E che cazzo sei venuta a fa, qua? È come se portassi un frocio a mignotte!»

Ecco.

Uguale.

SEI FELICE?

Mi ha fatto un bel po’ di domande: il lavoro, la famiglia, il fidanzato, una panoramica completa, niente escluso.

Però sentivo che ne teneva una in serbo che gli premeva più delle altre, che ci teneva proprio a pormi, della quale voleva conoscere assolutamente la risposta.

Ma ignoravo di cosa si trattasse.

Non capivo quale altro argomento spinoso potesse tirare fuori.

E l’ho invitato, con gli occhi, a farmela, anche se un po’ la temevo.

Infine ha preso coraggio e ha bisbigliato:

«Sei felice?»

Boom.

LA DOMANDA.

Se me l’avesse posta qualche mese fa, non avrei esitato un attimo a rispondere:

«No, sto di merda. Va tutto male, non riesco a riprendermi…»

Ma adesso, no.

Non lo so come riesca la nostra mente a formulare così tanti pensieri in una manciata di secondi. A passare in rassegna innumerevoli immagini, istanti, frasi, ricordi.

Questi ultimi mesi li ho percorsi col pensiero e poi sono andata ancora più indietro.

La felicità.

In un suo famoso monologo, Benigni ne parla così:

«Cercatela, tutti i giorni, continuamente. Chiunque mi ascolta ora si metta in cerca della felicità. Ora, in questo momento stesso, perché è lì. Ce l’avete. Ce l’abbiamo. Perché l’hanno data a tutti noi. Ce l’hanno data in dono quando eravamo piccoli. Ce l’hanno data in regalo, in dote. […] E anche se lei si dimentica di noi, non ci dobbiamo mai dimenticare di lei…»

Condivisibile, a volte difficile da mettere in pratica.

Totò, invece, affermava che:

«Forse vi sono momentini minuscolini di felicità, e sono quelli durante i quali si dimenticano le cose brutte. La felicità, signorina mia, è fatta di attimi di dimenticanza»

Come la mia Prof di filosofia che diceva che, appunto, la felicità è fatta di momenti. E bisogna notarli quei momenti e custodirli e gioirne.

Ho rammentato  tutti i libri che ho letto, le meditazioni; la LoA; il potere della mente; la connessione psicofisica; il Karma; l’atteggiamento; la profezia che si autoavvera; il pensiero positivo; la legge di Murphy; la gratitudine; l’Aura; i concetti di “Luce” e “Amore” e – perché no – pure i “Vaffa” liberatori, tutte queste nozioni e pratiche con le quali ho saturato il mio già straripante cervello, che però mi aiutano, quando non sembra riuscirci nulla. Che mi hanno fatto pure guadagnare l’epiteto di “Strega”.

Tutta questa roba qui che, tutta insieme, ha contribuito a farmi creare il mio concetto di felicità.

La felicità è un modo di pensare, di agire, di atteggiarsi, di plasmarsi, di forgiare le proprie giornate, di reagire alla vita, agli imprevisti, agli intoppi, di guardare al mondo e agli altri.

L’ho verificato empiricamente.

Se la mattina ti alzi male, le cose andranno peggio. E viceversa.

Sperare non costa nulla, sorridere, nemmeno. Potremmo sempre e comunque incappare nelle delusioni, ma non dovremmo permettere loro di cambiarci, di abbrutirci, di demoralizzarci, come spesso – purtroppo – accade. Non dovremmo concentrarci sul brutto, ma perseguire il bello, la gioia.

Abbandonare quei pensieri che ci fanno stare male, che ci creano una botta allo stomaco e sofferenza, quei ricordi che ci mortificano l’anima, in favore di altri più salutari.

Quando mi accade, penso a tutte le risate che mi hanno e ho fatto fare, il loro potere è sorprendente.

Alla fine, la felicità è una scelta, niente di più.

L’ho guardato negli occhi e ho affermato con convinzione:

«Sì. Sono felice»

Lui ha annuito.

«Davvero?»

«Certo. Non ci credi?»

«Ci credo»

Ne potrei elencare milioni di motivi per i quali dovrei essere infelice, ma preferisco pensare a quelli che mi fanno sentire fortunata.

Dal sentire una canzone a mangiare qualcosa che mi piace. Le telefonate, i bei posti. E le tante persone che arricchiscono la mia vita. Posso elencare anche milioni di motivi grazie ai quali sono felice e solo di questi mi interessa.

Lo so, non è semplice. Sono tutte affermazioni che conosciamo molto bene “in teoria” ma, a volte, in pratica…

Lo so, ma ci provo.

Anzi, scelgo di essere felice.

E tu, lo sei?

 

 

«Mandami amore e luce ogni volta che pensi a me

e poi dimentica…»

Mangia, Prega, Ama