TRATTA COME TI TRATTANO

È successo così.

Per telefono, raccontavo ad un’amica gli ultimi disastrosi aggiornamenti. Dopo aver ascoltato, lei aveva concluso con un: «Il problema è che tu sei troppo buona e dai sempre un sacco di possibilità».

Ho sorriso. Pensando a tutti (tanti) quelli che, invece, pensano che io sia un’immensa stronza. E hanno anche ragione, a dire il vero.

Eppure lei aveva emesso un giudizio obiettivo sulla base dei fatti, al netto dell’affetto che nutre per me, considerandomi fin troppo buona e disponibile.

È stato in quel momento che ho capito tutto: in me – e in quasi tutti  –  si compenetra un dualismo di personalità ben definito buona/stronza.

Poi scelgo quale mostrare, a seconda di chi ho davanti.

Ti tratto come mi tratti.barbie-bastarda-tratta-come-ti-trattano-ev-3

«Non è così» ha tuonato lui «Se fosse in questo modo, saremmo esseri privi di personalità che replicano i comportamenti altrui. Tu cambi? Sei diversa a seconda dell’individuo con il quale ti rapporti? Non è così. Una persona non può cambiare…».

Ho iniziato a domandarmi se – invece – non avesse ragione lui…

Esistono due scuole di pensiero ben distinte:

la prima fa propri i motti citati: “Tratta come ti trattano, che non è mai sbagliato” e il più efficace: “Tratta come ti trattano, poi vedi come si incazzano!” Una pratica di preciso dare-avere, in cui le aspettative sono rapportate e commisurate e non può sorgere delusione.

La seconda, più nobile, asserisce che bisogna comportarsi secondo la propria natura, indipendentemente da quel che si riceve indietro. Volendo, può essere complementata dal “Ciò che darai, riceverai”. Così è scritto, perciò tu fai e fregatene se non ricevi, perché – prima o poi – accadrà, ti sarà dato.

Comportati rettamente, in attesa che il karma, la Legge del Contrappasso, o quel che è, faccia il proprio corso e restituisca ad ognuno ciò che – nel bene e nel male – ha dato e si è meritato.

Questa, presuppone una sicurezza e una nobiltà d’animo incondizionate, una fede ferma sulla certezza di una ricompensa futura interiore o materiale, o, semplicemente, un’integrità che non viene scalfita dalle risposte e dalle condotte altrui.

Lui è così. E anche io lo ero, una volta.

Un concentrato di massima disponibilità, attenzioni e bontà d’animo che qualcuno, spesso, scambia per stupidità.

Lui è così.

Eppure…

A rafforzare le sue argomentazioni, la lettura casuale, di qualche giorno precedente, di un articolo che metteva in guardia dall’eccessiva intransigenza e invitava alla tolleranza, all’accettazione dell’altro e all’empatia a tutti i costi, pena la solitudine. Ho annuito e pensato che non ci fosse niente di più vero.

…fino al giorno successivo, quando – ripensandoci – ho trovato quelle affermazioni delle boiate pazzesche.

L’umano essere è incline ad approfittarsi dei più deboli, a sopraffarli e, spesso, il popolo dei “PorgiL’AltraGuancia” – che tende ad evitare discussioni per mantenere rapporti – viene soggiogato da coloro che, la tolleranza non sanno manco che è; che sono accomodanti, finché non si fa solo quel che dicono loro.

Mi ricorda una persona che replicava sempre alle angherie con la gentilezza. Quando le domandavo come ci riuscisse, come facesse ad essere cortese con individui che non lo meritavano affatto, mi sorrideva e rispondeva con un candido: «Perché io non sono come loro…»

Ho invidiato e tentato di emulare il suo esempio. Ma non posso fare a meno di chiedermi se, al posto di sorridere e porgere l’altra guancia, non sarebbe doveroso porgere, ogni tanto, un bel destro e un calcio in culo.

Perdona; dimentica; accetta; non curarti; non raccogliere provocazioni e offese; sorridi e sii gentile sempre; non fare agli altri ciò che vorresti non fosse fatto a te; non aspettarti mai nulla; comportati bene in primis per te stesso; tutte belle frasi nobili e condivisibili, ma credo sia inevitabile che, prima o poi, bussiamo ai nostri creditori per riscuotere i corrispettivi.

Non penso sia sbagliato pretendere di essere trattati in un certo modo.

Né stancarsi e dire basta a “trattamenti” non proprio impeccabili.

Allontanarci o cambiare atteggiamento, quando consideriamo prioritarie, persone per le quali noi rappresentiamo solo una delle infinite opzioni.

La differenza, ciò che distingue i nostri individui speciali dai semplici conoscenti, è l’aspettativa.

Se una persona ci è cara, vicina, ci aspettiamo che si comporti da tale. O no?

Forse è vero che non dovremmo mai aspettarci niente da nessuno per non rimanere delusi. Ma è altresì vero che sia lecito e inevitabile aspettarsi che persone vicine si rapportino a noi in un determinato modo. O, per lo meno, “come avremmo fatto noi”. Ma non siamo tutti uguali, però! Ma i comportamenti decenti sono universali, invece.

Ma quanto ci fa bene aspettarsi azioni che, se disilluse, ci creano sofferenza? Se la smettessimo di crearci aspettative per farci sorprendere dalle meraviglie dell’inaspettato? Dovremmo condonare tutte le condotte indecenti, però…

In generale, alle persone che ci piacciono, permettiamo (quasi) tutto. Viceversa, non condoniamo nulla a coloro che non ci sono particolarmente simpatici.

Ma un punto di rottura, arriva sempre.

Perché anche le persone che ci aggradano, prima o poi, cozzano contro la nostra pretesa che loro corrispondano alle nostre aspettative, all’affetto che nutriamo per loro, al ruolo di protagonisti che gli abbiamo conferito nella nostra vita.

Semplicemente, col nostro desiderio di essere trattati da loro, come li trattiamo noi.

Altrimenti, è doveroso attuare un demansionamento affettivo. Per non incorrere in ulteriori delusioni.

Avrete sicuramente fatto quel giochino: «Ok, io ora non ti cerco, per vedere se mi cerchi tu…» È davvero divertente scoprire che, nove volte su dieci, rimaniamo in attesa di visite, messaggi o chiamate che non arrivano mai.barbie-bastarda-tratta-come-ti-trattano-2

È parecchio esilarante appurare che, a volte, certi rapporti si reggono solo col quel che noi facciamo. Univoci. Perfetta idiosincrasia con la definizione di rapporto stesso: biunivoco, paritario e, soprattutto, reciproco.

Che dall’altra parte la nostra assenza non viene percepita o non si tramuta in mancanza o in necessità di azione.

Uno dei principi fondamentali che ho imparato nella vita, è che non si DEVE mai imporre la propria presenza a nessuno.

Allo stesso modo, non si devono mai elemosinare Amore e attenzioni.

Per questo motivo, quando mi rendo conto che la mia presenza non è apprezzata, né fondamentale, mi allontano.

È doloroso – da una parte – scoprire che, spesso, non venga neanche notato. Ma – dall’altra – è senz’altro salvifico per noi stessi.

Poi viene il giorno in cui, invece, se ne accorgono. Dov’è quella persona che faceva molte cose per me? Dove sono i messaggi e le telefonate? E le cure? La presenza e le attenzioni?

È spassoso, constatare che si apprezza una fissa presenza, solo quando questa diventa assenza. E, tutto quello che hai fatto per loro, solo quando smetti di farlo.

In genere quel giorno cade di Troppotardì.

Tratta come ti trattano.

O tratta a prescindere?

Eppure anche lui, nella sua immensa bontà d’animo che qualcuno scambia per stupidità, l’ho visto stancarsi e chiudere rapporti. L’ho visto infine trattare, esattamente come lo avevano trattato.

Alla fine, anche se cerchiamo di addossare la colpa agli altri, siamo sempre noi a permettere a costoro la maniera in cui trattarci; a decidere se e quanto tollerare; a sapere fino a che punto il bene che facciamo – disinteressato – faccia bene pure a noi. O quando, invece, la mancanza di trattamenti adeguati – percepiti come mancanze di rispetto -, ci crei sofferenza.

Fino a quando sopportiamo, fino a quando ne vale la pena, fino a quando non ci rompiamo, ma rompiamo davvero. Allora, in quel momento, nessun proverbio ha più importanza.

Quando decidiamo che certi “trattamenti” non fanno per noi, non li meritiamo, che – forse, magari, prima o poi – la ricompensa arriverà, ma, nel frattempo, perché martoriarsi, aspettando?

Sostanzialmente, possiamo tollerare e permettere, finché ci fa star bene con noi stessi, a prescindere dalle risposte degli altri. Se stiamo bene, continuiamo ad oltranza a fare del bene.

Perché poi, se – invece – iniziamo a soffrire per i nostri e gli altrui comportamenti, cambiamo.

Come ho già detto, c’è una linea sottile tra orgoglio e Amor proprio. E, se il primo è deleterio, il secondo è necessario.

Perché come le situazioni, gli umori, gli amori, le stagioni, i rapporti, anche le persone cambiano.  Crescono, si sviluppano, evolvono, involvono, mutano, migliorano e, sì, magari peggiorano pure.

Fa parte dell’esperienza, della crescita e da quanto e come qualcuno ci ha “trattati”.

Magari quegli stessi “qualcuno” che ora sono da qualche parte a domandarsi dove siamo e perché.

E oggi, caso strano, è proprio Troppotardì.

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2 risposte a "TRATTA COME TI TRATTANO"

  1. Io credo che nessuno sia naturalmente buono o cattivo, stronzo o compiacente, in minima parte forse il carattere è scritto ben in fondo al nostro dna, ma reputo che sia la vita a farti seguire questo o quel binario. Cresciamo e ci formiamo plasmandoci con quello che ci circonda per nostra volontà o vuoi anche per pura casualità, ma è sempre quel qualcosa di astratto che ci direziona e che direziona il nostro essere. Negli anni ho imparato a seguire sempre di più il mio istinto, e anche se lentamente, ho capito che quella voce che sentiamo solo noi, davanti a qualcuno che abbiano appena conosciuto, o davanti a una scelta, è sempre quella giusta. Dopotutto come umani, prima delle invenzioni che ci hanno portato a oggi, siamo sopravvissuti secondo me, grazie a quella vocina, a volte anche fastidiosa, ma che ci ha fatto evolvere in qualche migliaio di anni. Spesso è vero, siamo quello che ci portano ad essere, e personalmente, da quel buono che sono sempre stato, ho imparato che tante volte, e sempre seguendo la famosa vocina, qualche vaffa in più è volato, con conseguente qualche mal di stomaco in meno. Ciao BB.

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