UFFICIO PSICOSI, PATURNIE & PIP*E MENTALI

Gli uomini li invidio, lo dico sempre. Vivono in maniera mooolto più serena di noi.

Ed è abbastanza inutile che ci incaponiamo coi vari “Non mi capisce!”.

No, non capiscono perché, semplicemente, sono fatti in maniera diversa. Più semplice, appunto.

Viceversa, è anche abbastanza complicato tentare di far comprendere loro quante e quali paturnie possano aggirarsi mediamente nella testa di una donna sapiens.

Ci tengo a dire che non tutte sono paranoiche, però di donne ne conosco parecchie e so di quali elucubrazioni mentali siamo capaci, di quanto sia copiosa la produzione di pugnette immaginarie che tanto ci contraddistingue e che a loro è totalmente sconosciuta.

Tutte quel che a noi appare montagna, per loro è insignificante.

Quindi è altresì difficile spiegare ai maschietti il perché di scenate leggendarie per (ad esempio) una chiamata mancata o un messaggio rimasto inascoltato.

Non lo sanno, loro, che durante quell’attesa nella nostra mente c’è stata una creazione monumentale di pip*e mentali a carattere catastrofico.

Io donna sono e con le donne parlo e, a volte, rimango pur’io stupita di come e quanto riusciamo a partorire l’inimmaginabile, la prospettiva più catastrofica, il rintorcinamento meningeo che più può portare al peggiore scenario possibile.

E ci crediamo.

E ce ne convinciamo.

(spesso ci prendiamo pure. Ma forse questo non è il caso di dirlo…)

E agiamo di conseguenza.

Ed è un’operazione estremamente complessa dissuaderci che i nostri pensieri sono solo quello: pensieri. Non la realtà.

Prendiamo come esempio un’abitudine maschile, ahimè, abbastanza diffusa che ormai viene chiamata col termine raffinato di ghosting, mentre l’azione che sottintende non lo è affatto, ovvero sparire. Sparire vigliaccamente e – quasi sempre – il giorno dopo.

Analizziamo i fatti:

Lui è una profusione di galanteria e carinerie fino al momento clou.  Poi “Chi l’ha visto?” e contattiamo la Sciarelli.

(e non mi venite a dire che gli uomini non lo fanno, per favore. Ci sono uomini che lo fanno tutti i giorni. Oggi ci assumiamo tutte le nostre responsabilità di genere: le donne sono psicotiche e gli uomini sono bastardi. Non tutte/i, ma buona parte. Amen)

È sparito.

La logica, questa sconosciuta, imporrebbe un’evidente conclusione:

È sparito perché è uno stronzo! Chi altri compie un’azione così meschina, da codardi, viscidi, manipolatori?

Uno STRONZO!! No?

È lampante!

Manco per niente.

Nella mente della femmina paranoica e paturniosa si forma un unico e nitido convincimento:

No, è sparito perché sicuramente gli ho fatto schifo.

Non avete idea di quante volte abbia udito questa “logica” conclusione. Di quanto spesso abbia rimbrottato alcune mie amiche con frasi cariche di ironia e biasimo.

Mentre commentavo mentalmente con un:

«Cazzo, ma siamo proprio tutte psicopatiche uguali

Perché io, anni fa, ho fatto pure di peggio.

Non solo ho pensato che il bastardo in questione mi avesse trovata talmente rivoltante da dileguarsi, ma ho cercato pure le prove a favore della mia tesi.

Sono andata a chiedere a un amico se fosse possibile un’erezione con una che ti fa schifo (l’ho fatto davvero, giuro).

Lui, naturalmente e con semplicità, mi ha dapprima chiesto l’ovvio:

«Perché dovrei andare con una che mi fa schifo, scusa?»

Giusta osservazione.

Sarebbe finita lì e non sarebbe nemmeno cominciata, se io fossi stata un tantinello più equilibrata e razionale.

Ma non era questo il caso.

«Che ne so?? Perché magari “pare brutto”. Ti ci trovi e ci devi andare!»

Lui, sempre più perplesso, ci ha iniziato a ragionare:

«Boh… Magari facendo un miscuglio di Edwige Fenech, Charlize Theron, tette, culi e lesbicate nella testa… Chiudendo gli occhi, forse, potrei riuscire a eccitarmi»

«Ah!»

«Eh…»

«Quindi ce la potresti fare?»

«Volendo, penso di sì. Ma mi chiedo sempre perché dovrei»

«Quindi, praticamente, mi stai dicendo che io, da oggi in poi, dovrò convivere con un’altra paturnia, ovvero che – forse – a tutti quelli che sono stati con me, c’è la possibilità che facessi schifo ma sono comunque riusciti nell’impresa grazie a film mentali ben più benefici dei nostri??»

«Certo. È proprio esattamente quello che ho detto. Testuale…»

«Ho capito! Però è possibile, no??»

«Tu ci andresti con uno che non ti piace?»

«Certo che no!»

«Perché allora pensi che dovrebbe farlo un uomo, scusa?»

«Ah…»

«Eh!»

Ecco.

Immaginatevi una cosa del genere.

Nella nostra testa.

Tutti i giorni.

Sempre.

…capito?

Magari siamo davvero tutte psicopatiche, tutte uguali, tutte paranoiche e paturniose.

Magari è il motore dell’insicurezza a muovere le nostre azioni oppure la voglia di cercare una spiegazione a quello che non riteniamo possibile, né accettabile.

Magari siamo talmente abituate ad affidarci al nostro sesto senso da crederlo infallibile.

Quell’istinto, quasi una garanzia, che ci danno di corredo assieme alle tette e che ci aiuta sempre.

O magari siamo solo pazze.

Decisamente, siamo pazze.

Purtroppo, a volte siamo pure pazze di voi.

E questo peggiora di molto le cose.

 

Se vuoi liberarti dalle paturnie, finisci di leggere qui.

Non andare oltre.

Sul serio.

Se prosegui, lo fai a tuo rischio, psicosi e pericolo.

Ok?

Smetti qui.

Stai continuando a leggere?

Ti ho detto di smettere!!

Vabbè, fai come ti pare, io ti ho avvisata

 

Siamo pazze, l’ho premesso. O magari ci piace definirci così,

La verità vera che avvalora la nostra produzione di pugnette, che ci fa osannare il nostro sesto senso e la nostra lungimiranza è che difficilmente sbagliamo.

Sì, l’ho detto.

Se ci si insinua un piccolo pensiero nel punto più profondo dell’amigdala e lì stanzia e si attiva in determinate circostanze e ci dà un segnale, un motivo c’è. Poco da fare.

Non so dirvi le volte che, a posteriori, mi sono detta: «Avevo ragione io!» quando tutti mi additavano come una paranoica.

E sempre, giuro SEMPRE, avrei preferito sbagliarmi.

Avrei preferito essere smentita e accusarmi di essere una visionaria furiosa sceneggiatrice di catastrofi.

Invece, molto spesso, i disegni che avevo creato nella mia testa sulla base di pochissime e apparentemente insignificanti sfumature, che sembravano tratti da Beautiful, non solo risultavano veritieri, ma erano anche esattamente come li avevo concepiti.

È una dote, o una maledizione, fate voi.

Quel nostro percepire e registrare ogni minuscolerrimo cambiamento, un’inflessione della voce, un piccolo accenno e tutto il linguaggio non verbale e riuscire a cogliere uno stato d’animo perfino da come è scritto un sms.

E poi immagazzinare, ricordare, collegare il tutto e ottenere un risultato, una spiegazione. Che stanno lì, in attesa della verifica. O della smentita.

Vorrei cullarmi nella tranquillità del “non sapere e non capire” essere meno empatica, sensibile e recettiva.

Ma ho una maledizione e difficilmente sbaglio.

E quando si affannano a mentirmi?

Rido molto.

 

«Io vado pazza per Tiffany: specie in quei giorni in cui mi prendono le paturnie».
«Vuol dire quando è triste?»
«No… Uno è triste perché si accorge che sta ingrassando, o perché piove. Ma è diverso. No, le paturnie sono orribili: è come un’improvvisa paura di non si sa che. È mai capitato a Lei? In questi casi mi resta solo una cosa da fare: prendere un taxi e correre da Tiffany. È un posto che mi calma subito, quel silenzio e quell’aria solenne: lì non può accaderti niente di brutto. Se io trovassi un posto a questo mondo che mi facesse sentire come da Tiffany…
Comprerei i mobili e darei al gatto un nome».

Colazione da Tiffany

 

 

«La lupa, la anziana, quella che sa, è dentro di noi. Fiorisce nella psiche più profonda dell’anima delle donne, l’antica e vitale Donna Selvaggia. Lei descrive la sua casa come quel luogo nel tempo dove lo spirito delle donne e lo spirito dei lupi entrano in contatto. È il punto nel quale l’Io e il Tu si baciano, il luogo nel quale le donne corrono coi lupi (…)»

Clarissa Pinkola Estés

 

TORNANO TUTTI

Tornano tutti.

Lo sostengo da sempre e l’ho appurato innumerevoli volte.

Tornano tutti.

Basta aspettare.

O, meglio, basta non aspettare.

Basta andare avanti con la propria vita, affrancandosi dal pensiero di costoro, scordandosene.

Loro non si scorderanno.

 “Chi l’ha visto?” potrebbe campare per decine di puntate sulle mie spalle.

Me la figuro pure la Sciarelli, nella sua impeccabile compostezza, ad annunciare:

«Oggi, e nelle settimane a venire, ci occuperemo di tutti i pretendenti di BB spariti nel nulla. Che fine hanno fatto? Chi li ha visti? Perché lei non li ha proprio più sentiti!».

«Sciarelli, questi sono scomparsi da un giorno all’altro! Io non gli ho fatto niente, giuro!»

Più o meno così.

Nel mio lungo curriculum sentimentale, annovero infiniti quanto inequivocabili dileguamenti sine verbo.

Inaspettati e apparentemente immotivati.

Che lasciano deluse, sgomente, arrabbiate.

E, purtroppo, anche tutta una serie di interrogativi che difficilmente trovano spiegazioni.

«Ma non è che gli è successo qualcosa? Una si preoccupa pure! Magari gli mando un messaggio, giusto per sapere se sta bene…»

Voci nella testa in coro: «No!»

Sciarelli: «NO!»

Telefonata da casa: «No!»

BB: «Uffa, che palle»

In questi casi – in effetti –  è opportuno rispondere col silenzio a queste azioni vigliacche e immature.

Basta andare avanti.

Basta non pensarci.

Basta pazientare.

Questo silenzio viene rotto da un messaggio, un tentativo di riavvicinamento, un tastare il terreno, un… ma che vuoi? Adesso ti ricordi di me…?

Che hai fatto?

Non mi pare tu ti sia preoccupato per la mia di salute.

E poi perché prodursi nello squallido numero del fantasma?

Che senso ha?

Basta pazientare.

Perché torneranno.

Tornano sempre.

Tornano TUTTI.

A produrre testimonianza della loro presenza con un messaggio, una telefonata, quando non importa più riceverli.

Allora, sì.

Allora sarebbero stati graditi, vitali, sicuramente importanti.

Da quella riva del fiume sulle quale amo sedermi, li vedo passare, uno ad uno.

Tornano sempre.

Tornano TUTTI.

Tornano quando non te ne frega proprio più un cazzo.

E ogni volta quando accade, ogni benedetta volta, reagisco sempre allo steso modo.

Rido.

Ma oggi, no.

Oggi questo ritorno, che si somma a tutti gli altri, non mi fa sorridere.

Oggi mi fa incazzare.

Ci hanno insegnato che “In amore vince chi fugge”. Grossa cazzata.

Non ho mai considerato attraente rincorrere, né tantomeno essere rincorsa.

Quando percepisco un allontanamento, mi allontano a mia volta. D’istinto, per difesa, perché credo che in amore vinca chi si viene incontro.

Ed è per questo che mi hanno iniziato a infastidire i ritorni. Perché se io mi allontano, non lo faccio per gioco o per testare la veridicità del detto della fuga. Se mi allontano è perché non mi trovo più bene dove sto.

Se mi allontano, dopo che ho provato in tutti i modi a stare vicino a qualcuno, non mi interessa essere rincorsa, perché non mi interessa più quella vicinanza.

Se tenete a distanza qualcuno e questi vi asseconda, quindi si distacca, fino ad andarsene, poi per quale motivo cercate di colmare quella lontananza che voi stessi avete creato?

Gente,

uomini, donne, grandi, piccini, gay, etero, pansessuali, vi devo proprio dire una cosa:

quando decidete deliberatamente di ripiombare nella vita di qualcuno, rubando le stupende parole di una mia cara amica, ricordate che state compiendo solo un gesto egoistico.

Magari avete quel senso di colpa che non si placa, be’, dovete tenervelo.

Non è compito dell’altra persona fare i conti con i vostri mostri. Anche se, probabilmente, l’ha già fatto.

Quando decidete di spezzare il salvifico silenzio che si interpone fra di voi, dovete considerare che nella maggior parte dei casi, non otterrete quel che avreste voluto.

Quindi, evitate.

Ammetto che la mia autostima fa la ola per ogni vostro ritorno, per ogni gesto di riavvicinamento, ma non basta.

Ricordiamoci tutti che:

Tornato tutti;

Tornano tutti, mordendosi le mani;

Tornano tutti quando sarebbe bastato semplicemente non allontanarsi affatto;
La vendetta sovente arriva quando non ci pensiamo più e, spessissimo, senza fare nulla;
Il Karma è micidiale.

E, più importante di tutto:
Le persone bisogna apprezzarle quando le abbiamo a fianco e non solo una volta perse.

Ci potevate e dovevate pensare prima.

Quindi, occhio a quel che fate, perché prima o poi, vi attaccherete tutti al Karma.

LA DONNA SCIMMIA E L’UOMO RAGNO

«Le donne sono come le scimmie: non lasciano mai un ramo prima di averne afferrato un altro».

Questa è una delle massime di un mio amico. Massima che, nel corso degli anni, ci ha fatto discutere parecchio, incazzare e litigare. Misogina, politicamente scorretta e volgarotta, alla quale ho sempre ribattuto con dei convinti:

«E allora io, scusa?? Ti sembro una scimmia?? Vedi rami in giro??»

Tesi che veniva avvalorata da lui facendomi di volta in volta freschi esempi di reciproche conoscenze che, con una cadenza commovente, saltavano di ramo in ramo, senza neanche passare dal “Via”.

Alla fine, siamo giunti all’accordo che gli è concesso recitarla, modificando l’incipit in “Alcune donne”.

Sono certa che ne conoscete di “Donne Scimmia” (“DS”, d’ora in poi): sono quelle che non restano mai sole, quelle che apparentemente trovano il coraggio o l’input di lasciare l’amore infelice solo se ne hanno già pronto uno di scorta, o la fortuna di trovare un altro grande amore all’indomani della fine di una storia.

O sono di innamoramento facile, o qual è la verità?

Non si tratta di innamorarsi di un’altra persona, è questo il punto. Quello capita e non è prevedibile, né sindacabile.

Sembrerebbe che le DS siano innamorate dell’Amore. E che questo le spinga a raccattare qualsiasi esponente maschile sembri loro donargliene anche solo un pochino.

Mi sono chiesta se fosse un’usanza tutta femminile, o se anche nella fauna maschile ci fossero esemplari accecati dalla vita di coppia, il “Noi”, il condividere sempre, comunque e ad ogni costo.

Non so se un uomo abbia la sensibilità (o il sesto senso?) necessari a percepire un pericolo imminente, se non gli viene manifestato apertamente.

Mi è capitato spesso di sentirgli riferire che LEI gli avesse detto di non essere pronta. Ma loro lo sanno che una neo single va evitata?

Invece, so per certo che qualsiasi donna sana di mente e con un pizzico di amor proprio ha cognizione che è assolutamente sconsigliabile frequentare un uomo fresco di rottura, ma che bisogna rispettare religiosamente  i tempi di quello che io chiamo il “Periodo Refrattario”.

Più il rapporto defunto è stato lungo, più tempo occorrerà al maschio per ristabilirsi, superare e – soprattutto –  essere pronto e consapevole per una nuova liason.

«Da quanto ti sei lasciato?»

«Un mese…»

«Ok, ci rivediamo tra un paio di anni»

Una cosa così.

Questo perché nel post-rottura gli uomini appaiono estremamente fragili, spesso incazzati, ma di sicuro non sufficientemente lucidi per buttarsi in una nuova storia. A meno che non si amino i disastri annunciati. O si abbia l’istinto della Crocerossina (uccidetelo, per favore!).

Alla prospettiva di una frequentazione con un neo-scapolo, una donna saggia, cosciente e consapevole, scappa. Perché sa quello a cui andrebbe incontro.

Ed è qui che entra in scena “L’Uomo Ragno”(“UR”, d’ora in poi).

Il subdolo predatore circuisce la propria preda avviluppandola in una tela fatta di rassicurazioni, conferme, belle parole e buone intenzioni. Nega qualsiasi tipo di “deficienza” sentimentale, afferma di essere nel pieno possesso delle sue facoltà intellettive e affettive, proclama amore solo per lei che ha scacciato via tutti i brutti ricordi.

Mente.

E la donna diventa DS in un’altra accezione, ovvero “Donna Scema”, perché si fa fregare, convincere, mentre finisce pian piano intrappolata del bieco ordito.

Passerà poco tempo perché l’UR manifesterà tutti i sintomi precedentemente negati e scapperà a tessere un’altra tela.

O, passerà molto tempo, finché lo stesso non troverà pronta un’altra preda da avvolgere nel caldo imbroglio dell’amore a tutti i costi.

Ora, io non so dirvi se la DS quanto l’UR siano mossi da buone intenzioni o da mero egoismo.

Se provino davvero una qualche specie di sentimento o se debbano soddisfare a discapito di altri il loro disperato bisogno di amore.

Però mi rimane difficile credere che abbiano SEMPRE il gran culo di imbattersi in un grande amore, di avere più anime gemelle che amici, di essere sempre ricambiati e mai rifiutati e viceversa.

E poi nutro particolare diffidenza per chi non è in grado di stare da solo/a.

Se potessi farlo senza incorrere in denunce, vi riporterei nomi e cognomi di svariate DS e molteplici UR che conosco – direttamente e non – così, giusto per mettervi in guardia da loro.

Perché, purtroppo, il problema fondamentale è che costoro non nuocciono quasi mai a loro stessi, ma agli altri.

Sfruttando, spesso, un sentimento sincero o simulando di provarlo.

Ho avuto a che fare con un UR dal quale ero subito scappata, per le motivazioni di cui sopra. Poi lui ha saputo tessere così bene, da farmi cadere in una ragnatela tanto bella, quanto frangibile.

Ha fatto male realizzare che lui non teneva a me, BB, in quanto tale, ma solo in qualità di femmina che gli è venuta in mente in quel momento, che era libera, disponibile, soggiogabile.

Che non ero “quella che lui voleva”, ma che servivo a soddisfare un suo preciso bisogno di coppia.

Che se ci fosse stata un’altra al mio posto, non avrebbe fatto alcuna differenza.

Questo è devastante. Questo fa capire quanto le DS e gli UR siano dannosi per sé e per gli altri.

Non dimostrano Amor proprio perché si “concedono” a tutti. Fanno diventare “Amore della vita” il primo che capita, nutrono le proprie insicurezze con l’affetto e le attenzioni altrui.

E nessuno merita di essere il “ramo” o il “bozzolo” di qualcun altro, solo perché è quello/a al momento disponibile. Quello/a che è passato/a.

Bisognerebbe dividere la vita con qualcuno che ne valga la pena, che si voglia davvero e non per dovere sociale o esigenza.

E, prima di questo, bisognerebbe iniziare a innamorarsi di se stessi.

Per non nuocere né a sé, né agli altri.

 

LETTERA APERTA A TE CHE NON SOPPORTO

Leggo continuamente tomi e articoli vari a sfondo psicologico, per la mia mania di cercare di comprendere, capire, scoprire, conoscere. Per sviscerare tutto quel che si cela nella nostra testolina e che si concretizza nell’azione.

Uno degli ultimi trattava la gestione delle persone e/o difetti di queste che troviamo insopportabili.

Veniva presentata anche la solita vecchia storia: negli altri non tolleriamo i difetti che – inconsciamente – riconosciamo come nostri.

Ogni volta che mi si pone davanti questa frase considero che – minchia – allora io ne ho davvero tanti…!

Ma mi sento di dissentire parzialmente da questa teoria, perché, sebbene ne possieda un’elevata quantità, alcuni  di quelli che non accetto negli altri non mi appartengono proprio.

E mi piacerebbe pure esserne dotata, eh! Sia chiaro.

Infine, l’articolo suggeriva vari approcci attraverso i quali “curare” questo fastidio, queste diatribe, questa insofferenza che ci causano certi soggetti o i loro difetti.

In primis, contattare queste persone per dirimere le controversie.

Che?

Scherziamo??

Alcune non ci tengo proprio a rivederle; con altre non vale la pena discutere; altre sanno esattamente quel che penso di loro.

In mancanza di volontà o impossibilità di incontro, consigliava di scrivere loro una lettera.

Questo, sì.

Questo posso farlo.

Ma perché tenerle per me, quando ho la grandiosa possibilità di esternarle al mondo virtuale?

Quindi, ecco quel che non sopporto di voi.

Partirei senz’altro da te:

Tu sei stata una delle più grosse delusioni della mia vita, tanto che ora mi rallegra il pensiero che tu non ne faccia più parte. Coi tuoi difetti ho convissuto per anni, fino a quando non li ho tollerati più.

Solamente le TUE esigenze e sticazzi quelle degli altri. Il tuo profondere sorrisi a chicchessia soltanto per aggraziartelo, fartelo amico, per poi nutrire un interesse nullo, solo di facciata. Il tuo spettegolare di tutti.

La tua costante ricerca della ragione, senza minimamente, mai, provare ad accogliere il punto di vista altrui, a capirlo, ad essere un minimo empatica, mai. Però guai a farlo con te, ovvio.

Tu, tu non vali neanche molte parole, hai così tanta cattiveria in corpo che, se si potesse canalizzare, risolveremmo il problema della produzione di energia elettrica.

Tu sei così disfattista! Ma che palleee!

Un conto è una critica costruttiva, tutt’altro sparare a zero su qualsiasi pensieri, parole, opere e omissioni facciano gli altri e che non ti vede come protagonista. Fare la conta delle pagliuzze altrui, mentre noi siamo lì a fissare le tue enormi travi come a dirti:

«E c’hai pure il coraggio di parlare??»

Non ti ho MAI sentito elogiare qualcuno. Ci credi? MAI.

Se fossi in te, ci penserei…

A proposito di protagonismo, ci sei tu: forse l’insicurezza fatta donna, o – piuttosto –  il desiderio costante di essere al centro dell’attenzione e di mettercisi con così tanta fastidiosa meticolosità.

So che questa notizia ti sconvolgerà, ma devi sapere che il mondo NON gira intorno a te.

È bene che tu lo accetti, esattamente come ha fatto ognuno di noi essere umani.

Sbracciarsi non serve a molto, se non a palesare la tua scarsa personalità. E non attiri attenzioni: attiri compassione.

Tu, tu e tu. Gli “IoIoIo”, i logorroici incoercibili, quelli che non ti dicono neanche “Ciao” e partono subito a parlarti di loro stessi e dei beati mazzi loro e che riescono a far diventare qualsiasi conversazione un pretesto per ciarlare di loro stessi.

Sono stanca di ascoltarvi, ve ne sarete accorti, perché – col tempo –  ho limitato al minimo indispensabile le occasioni di incontro e, in alcuni casi, le ho eliminate totalmente.

Mettevi allo specchio e parlatevi, fate un favore all’umanità. Tanto non vi interessa l’opinione degli altri, vi interessa solo vomitare parole.

Anzi, se proprio ci tenete, qualcuno disposto a udirvi e a darvi preziosi consigli esiste, ma dovete pagarlo.

Sono stanca di ascoltare anche un altro tipo di “IoIoIo”: quelli che fanno tutto loro, capiscono tutto loro, sanno tutto loro e – soprattutto – gli altri non valgono mai un cazzo.

Di questi tipi ne conosco purtroppo parecchi. E li evito.

Tu. Tu accresci la mia autostima ogni giorno. La tua santa pontificazione quotidiana sui social mi dà alla nausea. Perché ti conosco e so che sei una persona di merda.

Il tuo essere così proba e buona virtualmente, cozza col tuo trattare le persone come feccia (termine del quale abusi in modo rivoltante sempre rivolgendosi ad altri, ovvio) cosa che hai fatto – come ben sappiamo – in più di un’occasione.

Risparmiaci le prediche, fai il favore, che di razzolare bene non sei in grado.

Accresci la mia autostima, perché ogni giorno ringrazio il cielo di non essere come te.

Sono stufa, ma stufa davvero, di voi che mi cercate ogni volta che avete bisogno di qualcosa, che non avete alternative migliori, che dovete risolvere un problema.

Non ci sono per voi, non più.

La porta si è chiusa tempo fa, non ve ne siete accorti?

Detesto allo stesso modo, chi mi cerca solo quando resta solo/a.

Un’altra domanda per entrambi: quando vi va tutto bene, che fine fate?

Menzione speciale per Voi: che in assenza sparlate senza contegno e, in presenza, vi producete in effusioni degne di adolescenti.

Ecco, voi mi fate abbastanza schifo e vi ammiro allo stesso tempo.

Perché io non riesco proprio a nascondere quando una persona mi sta sulle ovaie.

Sul serio, ma come fate?

Ovviamente non credo di essere immune da tale trattamento, perciò ho imparato a diffidare di voi a non credere più ai vostri falsi sorrisi.

Da grande, ambisco a diventare anche come quelli che pensano solo ed esclusivamente ai cazzi propri. È una dote che vi invidio molto, lo ammetto.

Mi piacerebbe riuscire a fregarmene di chicchessia come fate voi. Farsi scivolare tutto addosso e fare dell’egoriferitismo il solo credo.

Così, invidio e biasimo te e te: così naif, così inattendibili, così leggeri, così incuranti, così inaffidabili. Vi osservo e cerco di apprendere l’arte dell’irresponsabilità.

Tu. Tu pensi di avere tutti i problemi del mondo.

Ma che cojoni, davvero!
Ogni accadimento è una difficoltà insormontabile, fai un dramma per le cazzate, ma bastaaa!

Basta pure Tu: che ti lamenti costantemente di tutto e tutti, ogni giorno, sempre e comunque.

Fattela una risata! Impara a ridere di tutto che sei pesanteee!!

Ma pesante in maniera pesante!!

Non riesco a vedere trasparente te. Ci ho provato, giuro! Mi sono impegnata, ma c’è qualcosa che proprio non mi convince in te. E, in genere, alle mie sensazioni do retta.

Tu non prendi mai posizione o – meglio – assumi quella del tuo interlocutore, quindi mutabile, conveniente, mai scomoda per chi ti parla. Rabbonente per tutti, ideale per uscirne sempre puliti.

Ce l’ho con te, lo sai. Nel bene o nel male, io una posizione la prendo sempre ed è spesso scomoda.

Le donne e ne conosco tante, e mi ci metto pure io, che si sminuiscono in nome di un penemunito qualsiasi. Che spesso non vale nulla, e di sicuro non vale MAI la propria svalutazione.

Mi fanno proprio incazzare!!

In generale, gli stupidi. Ad alcuni fanno tenerezza. A me, no. Credo che uno stupido non sia uno poco dotato, ma uno che fa uno scarso uso della mente, quindi perché dovrei compatirlo?

Se riconoscete di essere stupidi e/o ignoranti, almeno abbiate la buona creanza di tacere.

Questo non è da stupidi, anzi. Denota immensa intelligenza.

Infine voi, gli uomini che mi hanno lasciata andare. Mi dispiace, ma manifestate una totale mancanza di buon gusto.

Menzione speciale per tutti quelli che non capiscono l’ironia: con voi non ci voglio parlare.

A molti voglio anche bene, c’è da dirlo. A molti, evidentemente, non ne voglio abbastanza. E per questo vorrei scusarmi.

Perdonatemi se non riesco a essere così pura da amare in maniera incondizionata anche i vostri difetti.

Perdonatemi se non riesco (più) a soprassedere.

Se è vero che l’accettazione degli altri sottintende una piena, preventiva e completa accettazione di sé, ecco, capite come sono messa.

Comunque, provateci.

Scrivete le vostre letterine, è davvero terapeutico.

IL PUNTO NERO

Ha fatto il giro del web questa foto che ritrae le luminarie di Bologna realizzate con i versi del mio amato Lucio.
Quando l’ho vista, sono rimasta incantata.
Ho pensato che fosse un omaggio stupendo e che sarebbe stato davvero bello vederle dal vivo.
Poi sono iniziate le polemiche…
“Po'” è scritto male!!
L’accento su “è” è sbagliato!!
Che schifo!!
Confesso che a tutta prima non ci avevo badato.
Ero troppo rapita dallo splendore del gesto e dell’idea.
E considerate che sono una GrammarNazi, ma non mi ero accorta degli errori. Ero presa dal resto.
Con un mio amico ragionavamo sempre a proposito di muri bianchi e punti neri:
c’è questa parete perfettamente bianca, ma con un solo, minuscolo punto nero.

Non è esattamente bianca?
O è bianca nonostante quell’imperfezione?
E tu che tipo di persona sei?
Una che si fissa sul bianco o sul punto nero?

Il cielo è perfettamente azzurro, tranne che per una piccola nuvola.

È meno azzurro?

Poni la tua attenzione su tutto il cielo o su una minuscola nuvola?

Che tipo di persona sei? Cosa guardi?

Oggigiorno si dà la caccia all’imperfezione.

Scrivi un pensiero bellissimo e faranno caso a tre errori sparsi e neanche gravi.

Esprimi il tuo pensiero e ci sarà la gara alla dietrologia peggiore.

Scatti una foto stupenda e si concentreranno a guardare anomalie sullo sfondo.

Io stessa se devo postare una pic fatta da me, ormai sto attenta che attorno non vi sia nulla fuori posto. Che sia inattaccabile. Che non possa dare adito a qualche cretino di distogliere l’attenzione dall’oggetto e portarla sull’(eventuale) imperfezione.

Siamo arrivati a questo.

Punti neri ovunque.

Anni fa, un ragazzo che mi piaceva tantissimo mi mando un messaggio con scritto:

«Ti PenZo»

Ero talmente felice che non me ne fregò niente dell’errore.

E sempre, quando ricevo messaggi da persone gradite, non mi interessa fare l’analisi grammaticale, ma mi concentro sul contenuto, sullo slancio che hanno avuto, sul mero fatto che mi abbiano penZata.

Qualcuno molto più importante di me, diceva che:

«Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito».

Sono quel tipo di persona che vede la parete bianca nonostante il punto nero.

Il cielo azzurro a dispetto delle nuvole.

Che bada al contenuto, alla sostanza, alle attenzioni, all’idea.

Che non si fa guastare la bellezza del tutto, per un piccolo difetto.

Mi piace essere così.

E mi piacerebbe che ci fossero molte persone così. Che ci si occupi più della sostanza che della forma, dell’essenza, della buona intenzione.

Che si smetta di concentrarsi su un unico difetto.

Non vi dico di non notarle le sbavature, ma di soppesarle.

Di valutare se e quanto inficiano la piacevolezza dell’insieme.

Di non farvi rovinare la magia dei momenti, la gioia di un cielo terso, la felicità per un pensiero o una presenza, per la mania di trovare difetti.

Se poi il muro inizia ad essere pieno di punti neri, io me ne accorgo, eccome.

E auguro anche a voi di rendervene conto in tempo, e cercare rimedio.
Perché in quel caso non si può focalizzare l’attenzione sul poco bianco che si intravede appena attraverso i punti neri.
No.
Lì c’è un bel cazzo di problema.

 

“Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico
E come sono contento di essere qui in questo momento
Vedi caro amico cosa si deve inventare
Per poter riderci sopra
Per continuare a sperare

E se quest’anno poi passasse in un istante
Vedi amico mio come diventa importante
Che in questo istante ci sia anch’io”

IL MIO LUCIO – L’anno che verrà

 

L’EFFETTO “SALLY”.

La solitudine è un qualcosa che fa paura.

Siamo animali sociali con un concetto di “gruppo” ben radicato in noi.

Cresciamo in famiglie, classi, comitive; frequentiamo stadi e i posti più affollati; condividiamo passioni per creare coesione e fratellanza.

La solitudine la patiamo e la evitiamo.

Poi, col tempo, impariamo a conviverci, ad amarla, a ricercarla perfino.

Ci allontaniamo da essa solo se ne vale davvero la pena, se la compagnia corrisponde esattamente a quello che cerchiamo, se è un arricchimento e non un obbligo da soddisfare, né un dovere da onorare, altrimenti evitiamo.

Non tutti, badate, alcuni la solitudine non la tollerano.

Sono quelli che vediamo sempre accompagnati, talvolta anche con soggetti improbabili o che, fino al giorno prima, non avrebbero mai guardato.

Loro lo vivono costantemente, noi soggetti solitari abbiamo delle sporadiche ricadute.

Ma alla fine, tutti, a un certo punto, subiamo quello che io ho chiamato l’effetto “Sally”.

Ovvero l’esigenza di un contatto vero, la necessità di umanità, amore, calore, condivisione. Cediamo alla terribile voglia di ricevere e donare “qualche candida carezza, data per non sentire l’amarezza”.

Ho vissuto per parecchio tempo sotto effetto “Sally”, quando pensavo che una compagnia sbagliata fosse preferibile al nulla; quando soffrivo talmente tanto il mio essere sola, da accontentarmi di quello che mi capitava; quando mi amavo davvero molto poco e ricercavo Amore in chiunque e in ogni dove.

Mi raccontavo che da questa ricerca selvaggia, queste presenze fittizie, questo donare affetto solo per riceverlo in cambio, potessi trarne solo benefici e non avessero controindicazioni.

Invece ho pagato tutto e anche caramente.

Per queste “candide carezze”, per ogni mia distrazione o debolezza mi sono punita io in primis

Pentendomi, recriminandomi, biasimandomi, accusandomi di non essere abbastanza indipendente e immune all’isolamento, di essere debole.

L’ho pagata accorgendomi che, a ogni scelta sbagliata, perdevo un pezzetto di me stessa, tonnellate di fiducia in me e negli altri e che – paradossalmente – appagare a tutti i costi quel disperato bisogno di amore mi stava trasformando in un essere non più capace di provarne.

E poi, ovviamente, l’ho pagata scontrandomi con la realtà, disilludendomi ogni volta, scoprendo come fossero realmente le persone alle quali mi accompagnavo che io avevo così tanto investito di affetto e aspettative.

Ho visto cosa ti può crollare addosso.

Ho capito che è meglio tenersi le carezze, piuttosto che regalarle per colmare un vuoto.

Tanto che ora è davvero molto difficile che le conceda, che mi conceda, che permetta a qualcuno di disturbare l’equilibrio della mia solitudine.

Eppure…

Anche adesso, anche se sono forte, anche se la solitudine è un qualcosa che spesso ricerco, a volte mi lascio sopraffare da questa esigenza di vicinanza.

Decido di essere più indulgente con me stessa.

Di non curarmi di quello che accadrà dopo, di pensare al contingente, di ricercare una soddisfazione subitanea.

Di provare, chissà, perché da qualche parte dovrà pur nascondersi questo decantato Amore, quindi bisogna tentare, anche se poi si paga.

Perché siamo animali sociali, gruppi, famiglie, classi, comitive, coppie.

E ogni tanto, o sempre, sentiamo il bisogno di ricordarcelo.

 

 

“Forse davvero ci si deve sentire alla fine un po’ male”

Vasco – Sally – 

 

 

TU, IO & TINDER

Questa roba non fa per me.

Sebbene la mia permanenza sia durata tre giorni e abbia praticato molto poco, mi ha aperto un mondo nuovo che almeno ora posso disdegnare con maggiore cognizione.

Questa roba non fa per me.

L’ho già detto?

Non fa per me.

Ho perso il conto della gente che mi aveva invitato a iscrivermi su Tinder, Badoo, Lovoo & affini, che ne decanta meraviglie, soprattutto un amico che nel mondo virtuale ha conosciuto la propria moglie mi aveva spinta a provare, a mettermi in gioco, a dire “Chissà…”.

Così, in una serata fredda e noiosa, nonostante la mia riluttanza mi sono detta: be’, che male c’è?

Se non mi piace, mi cancello. Voglio provare, sono curiosa.

E così ho fatto.

Innanzitutto Tinder ti chiede se tu voglia registrarti col numero di telefono o collegarti dal profilo Facebook. Certo, come no. La mia spedizione in incognito non contemplava questa opzione, quindi ho rispolverato un numero di servizio adattissimo a tal uopo.

Ti fa caricare quante foto vuoi e scrivere qualche info su di te, opzionale.

Io ho scelto la bellissima foto che vedete, corredata da due righe che mi inquadravano abbastanza bene.

(mancava solo che mettessi un cartello con su scritto “Do solo un’occhiata. Solo quella, non do altro”).

Poi ti fa attivare la geolocalizzazione per scovare gente vicina a te, o in un range di chilometri variabile, che puoi decidere tu.

Anche la fascia di età delle persone da visualizzare, puoi sceglierla tu.

Così come se vagliare uomini o donne.

Infine, parte il gioco e sulla schermata iniziano ad apparire profili di gente che corrisponde a quanto cerchi.

Se chi vedi ti piace, metti un cuore, altrimenti scarti.

Se il tizio ti cuora a sua volta, c’è un “Match” e potete scrivervi.

Oppure, scorri a sinistra per scartare, a destra per approvare (o è il contrario, ancora devo capirlo).

Questa funzione è terribile, perché se il tipo ha più foto, tu le scorri ma poi decidi di tornare indietro per visualizzarle di nuovo, ti parte il like novanta volte su cento.

Credo di aver visionato così tante “offerte” solo su Amazon. Con una voracità da curiosa/maniaca/bulimica di conoscenza quale sono. Tanto che, a un certo punto, anziché la ricerca dell’anima gemella, sembrava più un tentativo di un nuovo record nel gioco “Vediamo quanti riesco a farne fuori in sessanta secondi”.

I parametri usati coincidevano abbastanza con quelli che uso nella vita vera, che forse in maniera un po’ troppo frettolosa mi fanno scartare papabili pretendenti.

Uno su tutti: le sopracciglia ad ali di gabbiano.

Ogni anno, milioni di ormoni femminili vengono uccisi dalle sopracciglia maschili ad ali di gabbiano.

Ferma anche tu questa mattanza!

Denuncia i portatori e le estetiste che gliele fanno.

Ragazzi, non so dirvelo in maniera più aulica e raffinata, quindi ve la beccate come mi viene:

«NON VE SE PO’ GUARDA’!! Meglio il pelo, credetemi, che uno più spinzettato di noi!
Quando vi vedo così perfettamente depilati, mi viene sempre l’istinto di chiedervi il numero… della vostra estetista!!

Ad interagire con un gabbianuto non riesco proprio, è più forte di me.

Quindi, via gli spinzettati. Stragrande maggioranza, peraltro.

Molto, molto in voga anche gli “Espositori della mercanzia”, ovvero coloro i quali mostrano esclusivamente foto di pancia, addominali e pacco.

Quanto sta il culatello ‘sta settimana? Una cosa così.

Anche no, grazie.

Da escludere anche i portatori esclusivi di occhiali da sole.

No, tesoro. Io ti devo vedere gli occhi, lo specchio dell’anima, quelli che mi punti addosso.

Vabbè che siamo tutti più fighi con gli occhiali da sole, ma gli occhi sono fondamentali.

Se non riesco a scorgerteli, Ciaone.

Eliminabili anche tutti i fanatici del selfie in bagno, tazza in vista, o con aria lasciva sdraiati sul letto. Non so se più in posa da after sex o da after toilette.

Così come i “filtrati”. Gente, sul serio, un conto è migliorare un pochino una foto. Ben altro piallare e illuminare qualsiasi superficie epidermica tanto da sembrare manichini, o incerati, o fondotintati o manichini incerati fondotintati.

Se nelle donne posso quasi arrivare a capirlo (ho detto quasi, perché certe fanciulle che vedo nella foto, poi per strada non le riconosco e viceversa) negli uomini lo trovo raccapricciante.

Decisamente più invitanti le foto nei quali “l’offerente” mostrava un bel sorrisone, semplicità, rilassatezza, sopracciglia folte e non-posa da macho.

Finalmente! Gli uomini sani li fabbricano ancora!

Solo dopo aver scorso un bel po’ di profili, mi sono accorta non solo che alcuni avevano più foto, ma anche che c’era una sezione “info” nella quale leggere quanto avessero scritto e l’eventuale collegamento al profilo Instagram.

Un altro mondo.

(sbirciato sempre cercando invano di non buttare “like” a caso).

Innanzitutto ho imparato che su Tinder i centimetri sono molto importanti.

Parecchi, infatti, riportavano la propria altezza. Deve essere una delle domande più gettonate.

Possibilità di segnalare qualsiasi profilo. Tenetelo a mente.

Infiniti disclaimer degli uomini sul non volere una donna in cerca di follower, o pompata, filtrata, plasticata (cito testuale), bensì alla ricerca di una donna diversa, sostanziosa, di qualità.

Davvero?

Ammetto di aver riso. Ché sulla carta si dichiarano tutti santi e in cerca della donna “seria”, poi nella realtà basta che sia ancora calda. Ché le donne rifatte/filtrate/posticce sono biasimate ma continuano ad essere quelle che hanno più successo. Ché io sono una donna che – apparentemente – ricercano tutti, ma sempre single resto.

Come me lo spiegate?

O gli stronzi li incontro solo io?

A questi proclamatori della sapiosessualità, due domandine indagatorie avrei voluto fargliele. Per sapere, capire o farmi raccontare Tinder dal punto di vista maschile.

Questo l’ho trovato snervante. L’incapacità di non poter assolutamente comunicare, senza un match.

Mi correggo, si può. Se paghi.

Come si può scoprire chi ti ha cuorato, se paghi.

Come puoi annullare un’azione e tornare indietro, se paghi.

Come puoi essere tra i profili “sponsorizzati”, se paghi.

Capito?

Dalle info dei vari profili, ho scoperto molte altre cose.

Spesso vengono scritte in diverse lingue, perché?

Semplicissimo.

Per cuccare le straniere in visita in Italia che vogliono verificare la decantata efficienza del maschio italico.

E i nostri patriotticissimi uomini pensate si tirino indietro? Giammai!

Specifiche offerte fatte a turiste per caSSo, comprensive perfino di servizio di guida per la città.

Vale anche il contrario: se ti trovi in qualsiasi parte del mondo e cerchi compagnia, Tinder e la sua geolocalizzazione ti possono aiutare!

Ho trovato spesso anche l’acronimo “Only Ons” che ho dovuto googlare per capire cosa significasse.

Sta per “One night stand”.

Io sono antica e la chiamo ancora “Una-botta-e-via”.

E mentre ero lì che fagocitavo profili a non finire, chiedendomi se fosse il caso di iniziare a cuorare qualcuno, perché – domanda fondamentale – ma se poi matchiamo, a questo che gli dico?

Tinder mi informa che avevo ricevuto un paio di conferme.

(ma chi li ha cercati questi?? Mah!)

Mi scrive il primo.

Decido di essere brillante e socievole e non la solita stronza asociale.

Gli rispondo con simpatia.

«Perché hai questa foto?»

«Sono qui per curiosità da due giorni, non mi andava di mettere una mia foto»

Tre messaggi dopo:

«Perché la foto di questo cartone animato?» (CARTONE ANIMATOOO!!)

«Ehm… te l’ho già scritto»

Ma cazzo, almeno la presenza mentale di memorizzare due messaggi di numero, DUE, no, eh???

Decido che posso archiviare la brillantezza, la cortesia e – su tutte – questa scialba conversazione.

Tinder 0 – BB 1.

Ho beccato diversa gente che conosco. E ho considerato che forse conosco davvero troppa gente, anche rammaricandomene.

Finché non ho pizzicato LUI: un caso umano di vecchia conoscenza.

Mentre ero intenta a fare lo screenshot da inviare all’amica comune per percularlo,  mi parte il like!

Mannaggia il karma.

E subito il solerte Tinder mi informa che “It’s a Match!”

Quindi lui mi aveva già cuorata. Come, sospetto, qualsiasi altra vaginomunita presente nella chat.

È importante che vi faccia il riassunto delle puntate precedenti: mi aveva aggiunta tempo fa su Facebook. Una mia cara amica in comune.

Avevo accettato l’amicizia perché – viste le mie doti fisiognomiche seconde solo alla capacità di una nonna che prima di chiamarti col nome giusto elenca tutto l’albero genealogico – non ero certa di NON conoscerlo.

(e questo la dice lunga pure su quanto, eventualmente, mi avesse colpita).

Lui si era limitato a scrivermi un «Sei bellissima» ed era finita lì.

Mai una domanda, uno scambio, un parlare curioso e civile, nulla.

Appurato che, di fatto, non lo conoscevo, me l’ero tenuto tra le amicizie ad esclusivo scopo antropologico, ovvero per le perle con le quali riusciva a rallegrare le mie giornate.

Mi faceva incazzare – oh sì – con tutti quei discorsi superficiali sull’apparenza delle donne, dimostrando la sua incessante attività di incontri virtuali, su quanto lui fosse BELLO e non avrebbe mai avuto problemi col gentil sesso.

Bello, opinabile, ma a quanto pare ancora single e in perenne ricerca.

Perché nella vita, ricordate, l’importante è crederci.

Dimostrando in ogni occasione, quanto possedesse una profondità pari a quella di una pozzanghera.

Mi scrive.

Gli rispondo che ho fatto un casino coi like, che ci conosciamo già, che siamo amici su Facebbok e cerco di tagliare il più corto possibile.

«Non ho più Facebook, non ho capito chi sei»

Te pareva.

(era un po’ che non mi apparivano le sue perle, ora che ci penso…)

Aveva trasferito tutta la sua attività su Instagram – palesando ancor di più il suo immenso interesse per la sostanza – social più immediato, più completo se interessa solo l’involucro di una persona. Perfetto per lui.

Mi scrive il numero.

«Mandami una foto, giuro che dopo la cancello!»

AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH.

Sì, certo aspettali.

Foto e numero.

Continuo a chiedermi perché la gente abbia voglia di elargire a chicchessia il proprio numero di telefono.

Sarà uno di quelli che trascriverò in un bagno dell’Autogrill.

«Aspetta, ti aggiungo su Instagram!»

Ecco qua.

Mi ha costretta a riaprire il social delle foto, dopo mesi che non lo facevo. Perché ce l’ho, sì, ma non lo so usare e non mi interessa farlo.

Ne ho approfittato per accettare qualche richiesta.

Nel frattempo, lui ha cominciato a likeare tutte le mie foto. Tutte e TRE.

Ho chiuso tutti i social e staccato la connessione.

Per me era davvero troppo.

Mi sono rituffata nel mondo reale.

Quello contingente, senza filtri, fatto di tatto e odori.

Ho continuato a pensare al Favoloso Mondo di Tinder, al perché io non lo trovassi così favoloso, agli sbagli che potevo aver commesso, però stupendomi di quanti – QUANTI! – uomini si trovassero ad un massimo di cinquanta chilometri da me.

Allora perché non li incontro nel reale?

Perché magari anche loro se ne stanno a casa, con un telefono in mano.

La mattina seguente, mi ero imposta di approfondire la questione e applicarmi di più.

Apro l’app e mi informa che “Ops qualcosa è andato storto!” provo a registrarmi di nuovo e idem.

Realizzo di essere stata bannata, probabilmente a seguito di una segnalazione del profilo.

Evidentemente la foto della Barbie non è piaciuta. Peccato.

Tutto va come deve andare.

Io sono antica.

Un uomo lo devo vedere, annusare, toccare, devo sentirne la voce, devo godermi i suoi occhi addosso a me, mirarne il sorriso.

Sta roba non fa per me.

Adesso lo sa pure Tinder.

 

BAD NOVEMBER

Novembre è un mese che non mi piace.

Novembrini, non me ne vogliate, è così.

Sebbene inizi con un giorno di festa, serve solo per distrarci dai restanti ventinove giorni di disagio.

È il mese dedicato ai defunti, quindi rimanda a tristezza, ricordi, malinconia.

Inizia a fare freddo vero, fa buio presto, l’economia è ferma, tanto che si sono dovuti inventare il Black Friday per farla girare.

Uno dei film più romantici della nostra generazione è ambientato a Novembre. Infatti lei alla fine muore.

Perché qualcosa doveva per forza andare storto a Novembre. La perfezione non la contempla. (scusate lo spoiler, ma è Novembre!)

E “November Rain” dei Guns?? Stupenda! E il video?? Bellissimooo!! E poi lei muore.

Capito?

Pure Pascoli ha dedicato una poesia a questo mese. E lui era uno allegro.

E i nati a Novembre? Ovvero gli scorpioni?? Vabbè, non commento che è meglio.

Statisticamente, quando ho frequentato qualcuno a Novembre, si è rivelato un disastro completo e quest’anno non ha fatto eccezione.

Che poi a Novembre si riattivano tutti. Fateci caso.

A Settembre e Ottobre stanno ancora con la testa rivolta all’estate, al caldo, al libertinaggio puro, allo svago, all’easy senza impegno. A Novembre riapre la caccia. Cercano consolazione per l’inverno, calore, compagnia, qualcuno con il quale condividere il piumone.

Pensateci, è così.

Arrivano o ritornano sempre a Novembre. Disastri annessi.

Roba da “Non è vero, ma ci credo”.

La più bella dichiarazione della mia vita mi è stata fatta a Novembre. Stupenda, una roba da film.

La ricordo benissimo, come la successiva delusione.

Poi c’è stato quello che per lo stress, mi aveva fatto venire addirittura uno sfogo cutaneo. Indovinate che periodo era?

Il massimo è stato quando ho frequentato uno scorpione a Novembre. Lasciamo perdere.

Ormai in questo mese preferisco uscire poco, così non incontro nessuno.

Questo mese faccio digiuno, ci vediamo il prossimo!

Qualche anno fa, il più figo della storia dei fighi conosciuti da BB mi chiese di uscire il 30 Novembre.

Non ci potevo credere.

«No, ti prego facciamo il giorno successivo che… non posso… boh… cioè… No, dai…»

Mica glielo potevo dire della maledizione di Novembre, mi prendeva per scema.

Che poi lo sono è un altro discorso.

Ma mica potevo rinunciare a uscire col più figo della storia dei fighi conosciuti da BB!

Quindi, ho aspettato mezzanotte. Giuro, l’ho fatto.

E infatti lui lo ricordo con piacere, perché era già Dicembre.

Oggi finalmente è l’ultimo giorno.

Non voglio vedere né sentire nessuno, che già ho fatto abbastanza casini.

Spengo il telefono, mi rintano e aspetto mezzanotte.

Domani inizia Dicembre.

Quindi, TU, chiamami. Lesto.

Che a Dicembre fa ancora più freddo.

 

TI MERITI IL MARE

«La qualità delle tue relazioni riflette quello che credi di meritare».

Questa frase qui, in diverse salse e rivisitazioni, l’ho sentita non so quante volte.

Ogni volta ho pensato frettolosamente che non fosse proprio così e sono andata oltre.

Nell’ultimo periodo mi è stata riproposta, in maniera diretta e non, e mi ci sono soffermata di più.

Ho cominciato a ragionarci davvero, a cercare di capire se e quando ne abbia avuto conferma di veridicità.

Potremmo scomodare la LoA, la psicologia e la sua “profezia che si auto avvera”,  ma è tutto molto più semplice:

«La qualità delle tue relazioni riflette quello che credi di meritare».

Se credi di meritare molto, quello avrai.

Se abbassi l’asticella delle pretese, ti accontenti, ti fai bastare la miseria, quello avrai.

Se ritieni di non essere degno di ciò che vorresti, desideri e ti auspichi, quello otterrai.

Se banchetti con le briciole, anziché ambire a un pasto migliore o preferire il digiuno in assenza di esso, le briciole saranno quel che penserai di meritare. Nulla di più.

Se ti racconti che nessuno mai potrebbe interessarsi a te, nessuno ti farà compagnia.

Se ti barrichi nel castello della tua solitudine, sarai il solo guardiano di te stesso.

Se ritieni accettabile essere una seconda scelta, una riserva, una tantum lo sarai.

Se ti fai bastare un rapporto superficiale, piuttosto che niente, delle limitazioni che contrastano con quel che vuoi davvero, delle etichette quali “solo sesso”, “solo quando non ho di meglio”, “solo quando va a me”, quello sarai.

Ho pensato a tutte le infinite volte in cui mi sono accusata (ed ero pure convinta) di aver sbagliato io ad agire o a comportarmi in una certa maniera.

Quanto mi sia incaponita, abbia giustificato, abbia lasciato correre, pienamente cosciente che NON era quello che volevo.

Quanto mi sia raccontata che le mie esigenze non fossero importanti, fossero dettagli, che il poco fosse comunque meglio di niente.

No, meglio niente!
Piuttosto che qualcosa che tradisca le nostre speranze.

A quanto spesso avessi forzato le cose nel sentire o nel vedere qualcuno, quasi “costringendolo”, quasi supplicandolo, non considerando che ME LO MERITO, eccome, uno non veda l’ora di vedermi, sentirmi, amarmi.

A un certo punto, abbiamo ritenuto che fosse “normale”attendere accanto a un telefono.

Accontentarsi dei ritagli di tempo, orari ben precisi, scampoli di momenti.

Rinunciare ad ambire a un rapporto pulito, semplice, paritario.

Abbiamo addirittura deciso che l’Amore, l’affetto, i sentimenti, fossero un qualcosa di cui dovessimo quasi vergognarci, un impedimento che rovina tutto, emozioni da non rivelare mai che poi – oh – scappa, non mi vuole più, si spaventa.

Non meritiamo TUTTI di essere amati?

Perché rinunciarci?

A tutto questo, a tutto quello che non ci fa stare bene, in pace, felice, occorre dire NO.

Rifiutare tutto quel che sia al di sotto delle nostre aspettative, di come intendiamo i rapporti, di quello che vogliamo ricevere.

Magari coscientemente nessuno si aspetta di essere maltrattato o tradito, che debba essere così una relazione.

Non meritavo le sparizioni.

Non meritavo di essere la seconda scelta o quella di riserva.

Non meritavo di essere lasciata per telefono, senza troppi complimenti.

Tutta questa gente qui, non meritava le mie lacrime, né le mie attenzioni, le cure, l’affetto, l’ostinazione.

Troppe volte abbiamo dato una possibilità a chi offriva miseria, perché – in fondo – era meglio di niente.

Permesso pedissequamente palesi mancanze di rispetto per paura di parlare, o di creare problemi, o porre realmente fine a un rapporto che non dà la reciprocità che dovrebbe.

È doloroso, oh sì, lo è.

Pure i rapporti insoddisfacenti lo sono.

Le delusioni continue.

La fiducia malriposta.

È tutto molto doloroso.

Ma se continuare a sopportarlo o meno, siamo noi a deciderlo.

Siamo noi a sapere se lo “meritiamo” o no.

Forse sono esagerata, le persone sbagliano, non possono essere all’altezza delle mie aspettative…

Ecco. Le aspettative.

Se ti aspetti mediocrità, quello avrai.

Pure in ambito di amicizia, vogliamo davvero che un amico sia colui che ti dà per scontato, che si è talmente abituato alla nostra presenza, da non apprezzarla più?

Se questo è quello che accettiamo, se fondiamo la nostra conoscenza dell’affettività su rapporti disparitari viziati e non appaganti, quello avremo.

Ho sempre pensato che, perdendo una persona, fossi io quella che ci rimetteva di più.

Ultimamente, no.

Ultimamente credo sia veritiero anche il detto “Chi non ti ama, non ti merita”, ovvero non ti capisce, non ti sa apprezzare, non si rendo conto di quello che potrebbe avere.

Quindi, perché dovrei essere io ad agire?

Perché abbiamo rinunciato pure alla cavalleria, alla galanteria, al corteggiamento?

Perché pensiamo di non meritarli più, di dover per forza darsi da fare, patire, subire un rapporto e non sceglierselo deliberatamente?

Meritiamo di essere trattate da DONNE.

Qualcuno me l’ha detto:

«Sei una donna, fatti trattare da tale»

Mentre mi toglieva di mano le valigie che volevo a tutti i costi portare da sola.

Stupita, da quelle piccole attenzioni che non si ricordano nemmeno più, perché cadute nella nostra quotidiana disabitudine.

Abbiamo messo da parte i privilegi che comporta l’essere donna, in nome di una parità di sessi che sottintende una contraddizione implicita.

Ci hanno creati diversi.

SIAMO diversi.

Questa cosa qui dell’indipendenza, dell’autosufficienza del femminismo, dell’emancipazione, l’abbiamo recepita male.

Non significa di certo rinunciare ad esserlo, donne, femmine, con onori e oneri.

E non contrasta per forza con l’autonomia e l’emancipazione.

Abbiamo i nostri “ruoli”, attitudini diverse, palese inferiorità fisica.

Il barattolo riesco pure ad aprirmelo da sola, ma quanto è più bello potertelo chiedere e sapere che dall’altra parte c’è una risposta entusiasta, un qualcuno che non vede l’ora di esserti di aiuto, di fare l’uomo di casa, di prendersi cura di te. Perché meritiamo qualcuno che si prenda cura di noi e dobbiamo permetterglielo.

Allo stesso modo, io ti posso pure invitare a uscire con me, e sicuramente tu mi diresti di sì, ma perché dovrei farlo?

Perché dovrei rinunciare al mio “ruolo” di preda che ha già scelto? Che lascia a lui il piacere della conquista, l’illusione di avercela fatta, mentre invece io ti avevo già puntato da prima che tu ti accorgessi di me, e avevo giurato che saresti stato mio.

Abbiamo permesso a noi stesse di convincerci di non meritare più la cavalleria, la galanteria, il corteggiamento.

Che fossero superati, desueti, non più importanti.

Invece, io me lo merito un cazzo di invito a cena.

Un uomo che non è in grado di alzare un dito per comporre un numero, non merita di certo che io gli faccia alzare altro.

Me la merito una cazzo di telefonata.

Mi merito una grandiosa “botta”, ma anche il prima e il dopo.

Mi merito il mare. 

Le domeniche al mare, le passeggiate, il mano nella mano, i giochi, le discussioni, le coccole, i confronti, i salti mortali per riuscire a vedersi, i compromessi, le rinunce, le conquiste, la cura, l’affetto, l’Amore, mi merito TUTTO.

Merito di essere amata liberamente.

Adesso sono sola, è vero, ma non me ne dispiace.

Perché ho ben chiaro quello che finora mi è stato offerto.

E non perdo più tempo, pensieri, parole, opere e omissioni per chi non lo merita.

Non aspetto, non chiedo, non cerco di convincere, non supplico, non abbasso l’asticella.

Meglio niente, che meglio di niente.

Finalmente SO quel che merito io.

E tu, cosa pensi di meritare?

 

 

”Io sono un esperto di menefreghismo.

Il segreto è smettere di preoccuparsi per la salute delle chiappe degli altri e cominciare seriamente a pensare a quello che vuoi tu,

a quello che tu meriti e a quello che il mondo ti deve, capito?!”

Bender