TI MERITI IL MARE

«La qualità delle tue relazioni riflette quello che credi di meritare».

Questa frase qui, in diverse salse e rivisitazioni, l’ho sentita non so quante volte.

Ogni volta ho pensato frettolosamente che non fosse proprio così e sono andata oltre.

Nell’ultimo periodo mi è stata riproposta, in maniera diretta e non, e mi ci sono soffermata di più.

Ho cominciato a ragionarci davvero, a cercare di capire se e quando ne abbia avuto conferma di veridicità.

Potremmo scomodare la LoA, la psicologia e la sua “profezia che si auto avvera”,  ma è tutto molto più semplice:

«La qualità delle tue relazioni riflette quello che credi di meritare».

Se credi di meritare molto, quello avrai.

Se abbassi l’asticella delle pretese, ti accontenti, ti fai bastare la miseria, quello avrai.

Se ritieni di non essere degno di ciò che vorresti, desideri e ti auspichi, quello otterrai.

Se banchetti con le briciole, anziché ambire a un pasto migliore o preferire il digiuno in assenza di esso, le briciole saranno quel che penserai di meritare. Nulla di più.

Se ti racconti che nessuno mai potrebbe interessarsi a te, nessuno ti farà compagnia.

Se ti barrichi nel castello della tua solitudine, sarai il solo guardiano di te stesso.

Se ritieni accettabile essere una seconda scelta, una riserva, una tantum lo sarai.

Se ti fai bastare un rapporto superficiale, piuttosto che niente, delle limitazioni che contrastano con quel che vuoi davvero, delle etichette quali “solo sesso”, “solo quando non ho di meglio”, “solo quando va a me”, quello sarai.

Ho pensato a tutte le infinite volte in cui mi sono accusata (ed ero pure convinta) di aver sbagliato io ad agire o a comportarmi in una certa maniera.

Quanto mi sia incaponita, abbia giustificato, abbia lasciato correre, pienamente cosciente che NON era quello che volevo.

Quanto mi sia raccontata che le mie esigenze non fossero importanti, fossero dettagli, che il poco fosse comunque meglio di niente.

No, meglio niente!
Piuttosto che qualcosa che tradisca le nostre speranze.

A quanto spesso avessi forzato le cose nel sentire o nel vedere qualcuno, quasi “costringendolo”, quasi supplicandolo, non considerando che ME LO MERITO, eccome, uno non veda l’ora di vedermi, sentirmi, amarmi.

A un certo punto, abbiamo ritenuto che fosse “normale”attendere accanto a un telefono.

Accontentarsi dei ritagli di tempo, orari ben precisi, scampoli di momenti.

Rinunciare ad ambire a un rapporto pulito, semplice, paritario.

Abbiamo addirittura deciso che l’Amore, l’affetto, i sentimenti, fossero un qualcosa di cui dovessimo quasi vergognarci, un impedimento che rovina tutto, emozioni da non rivelare mai che poi – oh – scappa, non mi vuole più, si spaventa.

Non meritiamo TUTTI di essere amati?

Perché rinunciarci?

A tutto questo, a tutto quello che non ci fa stare bene, in pace, felice, occorre dire NO.

Rifiutare tutto quel che sia al di sotto delle nostre aspettative, di come intendiamo i rapporti, di quello che vogliamo ricevere.

Magari coscientemente nessuno si aspetta di essere maltrattato o tradito, che debba essere così una relazione.

Non meritavo le sparizioni.

Non meritavo di essere la seconda scelta o quella di riserva.

Non meritavo di essere lasciata per telefono, senza troppi complimenti.

Tutta questa gente qui, non meritava le mie lacrime, né le mie attenzioni, le cure, l’affetto, l’ostinazione.

Troppe volte abbiamo dato una possibilità a chi offriva miseria, perché – in fondo – era meglio di niente.

Permesso pedissequamente palesi mancanze di rispetto per paura di parlare, o di creare problemi, o porre realmente fine a un rapporto che non dà la reciprocità che dovrebbe.

È doloroso, oh sì, lo è.

Pure i rapporti insoddisfacenti lo sono.

Le delusioni continue.

La fiducia malriposta.

È tutto molto doloroso.

Ma se continuare a sopportarlo o meno, siamo noi a deciderlo.

Siamo noi a sapere se lo “meritiamo” o no.

Forse sono esagerata, le persone sbagliano, non possono essere all’altezza delle mie aspettative…

Ecco. Le aspettative.

Se ti aspetti mediocrità, quello avrai.

Pure in ambito di amicizia, vogliamo davvero che un amico sia colui che ti dà per scontato, che si è talmente abituato alla nostra presenza, da non apprezzarla più?

Se questo è quello che accettiamo, se fondiamo la nostra conoscenza dell’affettività su rapporti disparitari viziati e non appaganti, quello avremo.

Ho sempre pensato che, perdendo una persona, fossi io quella che ci rimetteva di più.

Ultimamente, no.

Ultimamente credo sia veritiero anche il detto “Chi non ti ama, non ti merita”, ovvero non ti capisce, non ti sa apprezzare, non si rendo conto di quello che potrebbe avere.

Quindi, perché dovrei essere io ad agire?

Perché abbiamo rinunciato pure alla cavalleria, alla galanteria, al corteggiamento?

Perché pensiamo di non meritarli più, di dover per forza darsi da fare, patire, subire un rapporto e non sceglierselo deliberatamente?

Meritiamo di essere trattate da DONNE.

Qualcuno me l’ha detto:

«Sei una donna, fatti trattare da tale»

Mentre mi toglieva di mano le valigie che volevo a tutti i costi portare da sola.

Stupita, da quelle piccole attenzioni che non si ricordano nemmeno più, perché cadute nella nostra quotidiana disabitudine.

Abbiamo messo da parte i privilegi che comporta l’essere donna, in nome di una parità di sessi che sottintende una contraddizione implicita.

Ci hanno creati diversi.

SIAMO diversi.

Questa cosa qui dell’indipendenza, dell’autosufficienza del femminismo, dell’emancipazione, l’abbiamo recepita male.

Non significa di certo rinunciare ad esserlo, donne, femmine, con onori e oneri.

E non contrasta per forza con l’autonomia e l’emancipazione.

Abbiamo i nostri “ruoli”, attitudini diverse, palese inferiorità fisica.

Il barattolo riesco pure ad aprirmelo da sola, ma quanto è più bello potertelo chiedere e sapere che dall’altra parte c’è una risposta entusiasta, un qualcuno che non vede l’ora di esserti di aiuto, di fare l’uomo di casa, di prendersi cura di te. Perché meritiamo qualcuno che si prenda cura di noi e dobbiamo permetterglielo.

Allo stesso modo, io ti posso pure invitare a uscire con me, e sicuramente tu mi diresti di sì, ma perché dovrei farlo?

Perché dovrei rinunciare al mio “ruolo” di preda che ha già scelto? Che lascia a lui il piacere della conquista, l’illusione di avercela fatta, mentre invece io ti avevo già puntato da prima che tu ti accorgessi di me, e avevo giurato che saresti stato mio.

Abbiamo permesso a noi stesse di convincerci di non meritare più la cavalleria, la galanteria, il corteggiamento.

Che fossero superati, desueti, non più importanti.

Invece, io me lo merito un cazzo di invito a cena.

Un uomo che non è in grado di alzare un dito per comporre un numero, non merita di certo che io gli faccia alzare altro.

Me la merito una cazzo di telefonata.

Mi merito una grandiosa “botta”, ma anche il prima e il dopo.

Mi merito il mare. 

Le domeniche al mare, le passeggiate, il mano nella mano, i giochi, le discussioni, le coccole, i confronti, i salti mortali per riuscire a vedersi, i compromessi, le rinunce, le conquiste, la cura, l’affetto, l’Amore, mi merito TUTTO.

Merito di essere amata liberamente.

Adesso sono sola, è vero, ma non me ne dispiace.

Perché ho ben chiaro quello che finora mi è stato offerto.

E non perdo più tempo, pensieri, parole, opere e omissioni per chi non lo merita.

Non aspetto, non chiedo, non cerco di convincere, non supplico, non abbasso l’asticella.

Meglio niente, che meglio di niente.

Finalmente SO quel che merito io.

E tu, cosa pensi di meritare?

 

 

”Io sono un esperto di menefreghismo.

Il segreto è smettere di preoccuparsi per la salute delle chiappe degli altri e cominciare seriamente a pensare a quello che vuoi tu,

a quello che tu meriti e a quello che il mondo ti deve, capito?!”

Bender

 

ALL BY MYSELF

Stamattina sono stata rimproverata da tre persone diverse. Tre delle persone che ho più care al mondo, per la precisione.

Soltanto perché, nottetempo, ho avuto l’ardire di recarmi al Pronto Soccorso da sola, con l’allerta meteo, il vento, una quantità imprecisata di alberi sparsi per la Capitale e un dolore lancinante che non mi abbandona da giorni.

“Soltanto”, per me.

«Ma che sei matta, mi dovevi chiamare!», per ciascuno di loro.

Sono davvero matta?

Eppure ci ho ragionato.

Ero stata in piedi almeno un’ora, prima di decidermi ad andare.

Avevo pianto, ero esasperata e non ce la facevo più a stare là, inerme e dolorante, ad attendere l’alba un’altra volta.

Quindi, mi sono avviata.

Struccata, con la tuta, il cappuccio della felpa tirato su a coprirmi parzialmente una faccia che tradiva la terza notte consecutiva in bianco.

Sono entrata pronunciando un timido «Buonasera».

Intorno pochissima gente a occupare l’immensa sala d’attesa: una famiglia; una donna sola; un signore che dormiva e russava sdraiato per lungo sulle poltroncine; un ragazzo.

Probabilmente avranno pensato che fossi una sbandata, forse una drogata, e – sicuramente – che fossi molto sola,

visto che così mi sono presentata al Pronto Soccorso, alle tre di notte, pallida come una maschera anticipata di Halloween, intenta a guardarmi i piedi per evitare i loro sguardi.

E mi ci sono sentita, sola. Ma sapevo pure che non avrei potuto fare altrimenti.

Sono poche le persone che chiamerei per un’emergenza, nel cuore della notte. Tre, forse quattro o cinque, non di più. Non so quante ne abbiate voi, non so cosa avreste fatto voi, ma il problema – se così si può chiamare – è che per me non erano contemplate altre opzioni. Visto che ero cosciente e in grado di guidare.

Perché avrei dovuto infliggere un mezzo infarto a qualcuno, chiedendo aiuto a tarda notte, dato che potevo farcela da sola?

Un’ora dopo, ero fuori.

Aveva ricominciato a piovere copiosamente. Un’ambulanza stava lasciando l’ingresso. Mi era parso di aver visto più gente nella sala d’aspetto, infatti.

Pensare che in questo posto avevo giurato che non ci avrei messo mai più piede, eppure…

Complice l’oscurità e la solitudine, molti ricordi mi sono crollati addosso. Tutti insieme.

Mentre rientravo, ripercorrevo tutte le tappe di questo accadimento surreale. Era successo davvero, o stavo sognando?

Ragionavo su come avrei potuto raccontare il tutto ridendoci su. Come sempre. La mia “Ghiandola della Sdrammatizzazione” deve essere iperattiva…

Ad esempio, dell’infermiera molto poco gentile che mi aveva accolta al triage con un:

«Non è che perché tu non dormi, noi qua ti possiamo risolvere i problemi!»

Alla quale avevo risposto solamente: «Se sto qui a quest’ora, con questo tempo, è perché sono disperata. Non credi?»

Pensando: «Non credi che avrei avuto più piacere nel trascorrere le mie ore da insonne dolente sotto il mio bellissimo e caldo piumone, in compagnia di un buon libro o di una maratona di serie tv? Brutta stronza, pure brutta?? Mi dispiace, sei brutta! E sei pure stronza! Probabilmente sei brutta perché sei stronza! Sicuro!»

Contrariata, magari, dal fatto che l’avessi svegliata. Perché, dopo aver atteso almeno un quarto d’ora che qualcuno si facesse vivo, avevo accettato l’esortazione di una signora a bussare alla porta per farmi accogliere.

«Mi spiace, però, sta dormendo…»

«Embè? Aho se stai qua è perché c’hai bisogno! Sta a lavora’, la sveji!»

C’hai ragione, Signo’…

E poi ho riso.

E poi ho considerato quanta pace ci fosse a quell’ora, quanto buio, quanto silenzio, mentre mi godevo la strada tutta per me che percorrevo lentamente, al contrario del solito.

E poi ho pianto.

E poi ho pensato alle due Voci nella testa che, da un po’ di tempo, duellano nella mia mente.

Una mi ripete ossessivamente che devo imparare a fare tutto da sola, a non appoggiarmi a nessuno, “Perché non si sa mai”. Era fiera di me.

L’altra che risponde che il “Non si sa mai” comprende infinite possibilità, anche positive. Era contrariata, a volte mi dice di non preoccuparmi.

Poi mi è tornata alla mente una frase che ho carpito “per caso” proprio in questi giorni. Lei che diceva a lui:

«Posso farcela da sola…»

E lui che, semplicemente, le rispondeva:

«Ma perché, DEVI?»

Che bello.

Ci ho pensato molto e mi è tornata utile in questa giornata.

Perché alla fine, ho concluso che non sono matta, né strana, né Wonder Woman, né asociale, né individualista.

Oggi, in questo momento, adesso, ora, io non so quale delle due voci abbia ragione. Non so cosa accadrà da qui all’immediato futuro.

So solo che adesso, DEVO.

Poi domani, “Non si sa mai”…

 

“C’è una ragione se dicevo che sarei stata felice da sola. Non è perché pensassi che sarei stata felice da sola. Era perché pensavo che se avessi amato un uomo e poi fosse finita, potevo non farcela. È più facile stare da soli: perché se impari che hai bisogno dell’amore, e poi non lo hai, e se ti piace, e ti appoggi ad esso, se fondi la tua vita su di esso e poi… tutto crolla? Potresti sopravvivere a un dolore del genere? Perdere l’amore è come una lesione fisica, è come morire. L’unica differenza però è che la morte è un attimo… e questo, Può andare avanti per sempre”.

Gey’s Anatomy 7×22

 

SE TI VUOLE, TI VUOLE! (E VICEVERSA…)

Anche quest’oggi sono a (ri)spiegarvi(mi) con esempi pratici le ovvietà del secolo: un uomo è in grado di usare un telefono e una donna non se la tira, se ha interesse.

È bello sperare, bellissimo, ma per la nostra salute mentale è opportuno e vitale rammentare sempre che non siamo un popolo di masochisti, ma aspiriamo tutti alla felicità.

E ingannare se stessi con false illusioni, non aiuta il perseguimento di questa.

Se ci troviamo di fronte soggetti ambigui, poco consistenti, a intermittenza, apparentemente disinteressati o – addirittura – qualcuno che ci stampa in faccia un bel “No!”, la risposta è una sola: NO. Appunto.

Non ci vogliono.

Lo dobbiamo accettare e non insistere.

Per il nostro e altrui bene.

Ma, visto che dell’altrui ce ne frega poco, per il nostro amor proprio, per la nostra serenità, dobbiamo voltare pagina, cambiare l’oggetto dei nostri desideri, ricordarci che supplicare non ha niente a che fare né con la felicità, né con il benessere, né – tantomeno – con l’Amore.

Io, da anni, adotto la tattica degli Ultimatum mentali:

quando mi trovo al cospetto di un uomo indecifrabile, poco sicuro, poi sì, che a volte mi cerca, poi sparisce, poi ricompare, poi ci vediamo, poi no, poi è affettuoso, poi distante, forse gli interesso, forse no, forse mi vede solo come un’amica, forse no, mo ci penso, poi boh, poi mi guarda, poi no, per uscire da questo loop deleterio, mi do una scadenza.

Se non succede nulla di concreto entro tale data, basta. Non ci DEVO pensare più.

Poco importa che mi piaccia da morire, che avessi già scelto i nomi dei nostri tre figli, che quando ci guardiamo negli occhi si ferma il tempo.

Basta.

Ormai li osservo e sulla loro faccia vedo la scritta “Da consumarsi preferibilmente entro il…”

…scaduto.

Devo dire che funziona.

Mi evita di perdere tempo e senno dietro a delle incertezze e in balìa di quel messaggio o di quello sguardo.

Uomini e donne siamo maestri in questo, a volte vogliamo vedere solo indizi a favore del nostro sogno, ignorando le immense travi che ostruiscono lo stesso.

Consigli di amici, rifiuti, niente. Non ci crediamo.

Se ci mettiamo in testa che “Quello/a fa per noi” non ci interessa verificare se la persona in questione sia d’accordo col nostro piano romantico.

Fino al momento in cui ci arriva una mazzata così poderosa da risvegliarci dal sogno e proiettarci in un incubo.

Avrei potuto evitarlo?

Sì, avresti. Se avessi notato l’evidenza.

Siamo esseri semplici e semplicemente cerchiamo di stare bene.

Perché continuare ad attaccarci a qualcosa di effimero, o che ci fa star male?

Perché aspettare davanti a un telefono o a sperare in un invito che non arriva?

A conferma di tutto ciò, mi tornano in mente tutti i gesti concreti e inequivocabili compiuti da uomini che – viceversa –  mi volevano davvero, a livelli diversi.

Come quello conosciuto a una festa in spiaggia, al quale – per testarlo –  dissi:

«Mi chiamo BB (solo il nome), vediamo se mi trovi» e il giorno successivo, mi arrivò la sua richiesta di amicizia.

Aveva scartabellato diversi profili e incrociati con gente che sapeva che conoscevo. Ed era riuscito a trovarmi con pochissime informazioni.

L’altro che non sapeva neanche il nome e si era messo a guardare tutte le foto caricate da un mio amico.

Quel corriere che carpì numero e generalità dal collo che mi aveva consegnato. E, subito dopo, mi scrisse.

Quell’altro che, non conoscendo il mio indirizzo di casa, mi fece consegnare i fiori dove lavoravo, recuperando il recapito sempre dal mondo virtuale.

Quel maître di un albergo in cui alloggiavo che, appreso della mia vegetarianità, cambiò il menu di tutti i commensali per inserire la parmigiana che avrei mangiato anche io.

Quelli che si piazzano dietro di me in palestra per conoscere il mio nome dalla scheda elettronica, per poi aggiungermi su Facebook e quindi approcciarmi. Al riparo dalla platea della sala.

Quello che si è andato a rubare il mio numero tra le schede dell’hotel nel quale alloggiavo.
Tutti quelli che adottano quell’astutissima mossa di “Mi fai una foto?”
«Certo, dammi il telefono»
«Dai, falle col tuo, poi me le mandi»
Cosicché, per inviargliele, gli devo elargire il mio numero. Contatto riuscito.

Capito?
Non sono stupidi, non sono pigri, non è che non ci arrivano.

Sono certa che ognuno di voi può riportare quintali di esempi di questo genere.

Esempi che dovremmo stamparci a mente o sul muro e usarli come legenda per distinguere chi ci vuole da chi no.

Anche se sono pretendenti sgraditi, io ringrazio questi tipi perché – quando inizio a giustificare, incaponirmi, sperare, illudermi e sfornare un bel po’ di “però” – mi rammentano l’ovvietà che “Se un uomo ti vuole, farà di tutto per averti”.

Senza “Se” e senza “Ma”.

Chiaro e semplice.

Contrapposti a questi, ci sono quelli che possiedono generalità complete, indirizzi e numeri di telefono e non gli interessa usarli.

…notate differenze?

Appunto.

Parimenti, però, dovete ricordare che pure noi donne siamo semplici: non diciamo “no” per tattica o per tirarcela. Lo diciamo quando non ve la daremmo nemmeno se non fosse la nostra.
Se ci prova uno che ci piace, non siamo flagellatrici della nostra felicità, anzi, saremmo ben liete di concedere numero e… tutto il resto.

Soprattutto, apprezzatela una donna che ha l’onestà di declinare, di non sfruttare un sentimento, di non alimentare false speranze, di non bearsi dell’autocompiacimento dato da qualcuno che ci adora, di non sprecare il proprio e il vostro tempo.

Essere rifiutati è brutto, ma pure dover rifiutare non è piacevole.

È pure peggio, secondo me. Perché devi dire a qualcuno che ti sta semplicemente mostrando interesse e affetto – quindi tutti sentimenti più che positivi –  che non vuoi assecondarli. Badando di non ferire i suoi sentimenti perché, voglio dire, che bisogno c’è?

Difficilmente rifiuto qualcuno in maniera sgarbata. Tranne quando il pretendente non mi lascia scelta.

Perché una cosa me la dovete spiegare: se chiedete a una per dieci volte di uscire, e questa per dieci volte vi dà il due di picche, ma non vi viene il vaghissimo sospetto che forse – ma dico FORSE, eh – non vi dirà mai di sì??

Se uno mi propone di vederci una sera e io realmente quella sera non posso, ma ci tengo a uscire con lui, gli proporrò subito un’altra serata. POTETE ESSERNE CERTI.

È semplice, no?

Viceversa, perché ostinarsi?
Che senso ha?

Perché continuare a farsi chiudere la porta in faccia?

Perché mettere l’altro/a nell’imbarazzo di trovare scuse, quando è evidente che respingerà  l’invito?

Provandoci a oltranza e nonostante i “No”, spesso si supera quel labile confine tra il corteggiamento sottile – magari pure gradevole e a beneficio dell’autostima – e quell’insistenza fastidiosa e immotivata che ti spinge non solo a rifiutare le avances, ma a farlo pure in malo modo. Sennò non capisce.

Uomini, donne, gay, pansessuali, perché?

Perché umiliare se stessi a oltranza?

Notate i segnali, capite i messaggi, recepite pure i silenzi.

A volte non rispondere è segno di grandissima educazione.

Spesso sottintende un ben più greve:

«Mi hai rotto il cazzo!»

Come quello che mi scrive, con una cadenza commovente, al quale ho smesso di rispondere perché lo ritengo più garbato di dirgli: «Ammazza che palle!»

Nonostante se lo meriti, visto che continua a inviarmi messaggi spinti, credendo che così possa infondere in me una qualche voglia.

Senza considerare il postulato principale di tutto il discorso: lui non mi interessa.

Parlare di “certi” argomenti, fomenta se si interloquisce con un soggetto di per sé (e per me) già arrapante.

E la sua insistenza condita con porcherie varie mi spegne qualsivoglia barlume di desiderio e di pietas.

Uomini, donne, gay, pansessuali, perché?

Insistere, non solo vi farà mortificare voi stessi, ma vi allontanerà ancor di più l’oggetto dei vostri desideri, perché vi vedrà come uno scocciatore/trice.

Come quello succitato con il quale ci eravamo scambiati i numeri per inviarci delle foto.

Io non l’avevo usato, perché non volevo attaccare bottone, dare un pretesto, iniziare uno botta e risposta, quindi ho fatto la vaga.

Visto che già non aveva voluto percepire i miei dinieghi come respinte – sulla base di cosa lo ignoro – ma aveva asserito che i miei “No” fossero colpa delle circostanze che non ci permettevano di starcene un pochino per conto nostro, da soli, in intimità, (???) senza neanche lontanamente considerare l’ipotesi più ovvia: ovvero che se fossimo stati io e lui su un’isola deserta, avrei preferito lasciarmi affogare.

Una mattina mi invia il video del Buongiornissimo.
(I-L V-I-D-E-O-O-O!! Sono seccanti naturali. Io ve lo dico, poi fate voi)
Ho colto l’occasione al volo.
“Ah, buongiorno a te! Mi hai ricordato che devo ancora inviarti le foto. Te le mando subito”
Pausa.
“…così almeno le posso cancellare. Insieme al numero”.

Rega’, la vita è semplice: se un uomo ti vuole, fa di tutto per averti. Se una donna non ti vuole, fa di tutto per evitarti.

E viceversa.

Teniamolo a mente e vivremo più sereni.

Amen.

 

PS: mi piace dire tutto e il contrario di tutto: a volte, “la verità è che gli piaci troppo”.

Ma ve ne parlerò a breve… 😉

INTENZIONALMENTE INFELICI

Entrando alla festa, il mio ingresso era stato accolto da Rino Gaetano e una delle mie canzoni preferite.

Il caso, che non è mai a “caso”, aveva voluto così.

Ero contenta, anche se da un po’ di tempo ascoltarla mi faceva pensare a Lui.

Mi rammentava quando l’avevamo cantata insieme, felici, spensierati, in uno di quei momenti perfetti.

«…dammi la mano e torna vicino…»

Ora – invece – rimandava ai ricordi successivi, poco piacevoli, da botta allo stomaco, che mal si addicevano a una serata di bagordi sulla spiaggia.

Che cazzo, però.

Una ci mette tutta la vita a scegliersi le proprie canzoni, la colonna sonora della propria esistenza,  e poi a causa di un ricordo te le mandano di traverso. Arriva un tizio qualsiasi che te le guasta, te le “rovina”, che ti fa storcere il naso quando le ascolti, che ti demolisce l’umore in un attimo.

Non va bene.

Quando l’ho permesso?

Avevo cercato di distogliere la mente dal pensiero di lui, col fiero intento di divertirmi.

Eppure si riaffacciava.

Lui non c’era, ma era lì.

Concentrati su altro, cavolo!
Guardati intorno: sei a un “White Party”. Ci sono centinaia di uomini in camicia bianca, C-A-M-I-C-I-A B-I-A-N-C-A, e tu pensi all’ultimo al quale dovresti pensare!

Credi che lui si stia consumando per te?

Che ci posso fare?

Sono una che pensa, che rimugina, che si fissa.

Sono così.

Mi sono tornate in mente tutte le serate che ero riuscita a rovinarmi da sola con le mie mani o, meglio, coi miei pensieri, a tutte le volte che, con la testa altrove, non mi ero goduta il presente, il posto, la musica e diverse persone.

Che stupida.

Ho sentito un pianoforte, familiare.

Einaudi.

Il MIO Ludovico suonato a una festa sulla spiaggia. Curioso.

Le mie canzoni, il mio stabilimento, la mia estate, la mia festa, perché devo guastarmi tutto questo?

Non poteva essere una serata qualsiasi, passata col muso a rimuginare.

Infatti, la ricorderò come la sera che ho fatto pace col mio ex.

Il mio ex liquore.

Ho bevuto nuovamente il Gin, dopo quindici anni che non lo toccavo.

Se dovessi associare un sapore a tutte le serate passate in discoteca in gioventù, vi accosterei senz’altro quello acre e profumato del Gin Lemon.

Era il mio cocktail preferito, finché una volta mi fece male e non lo toccai più.

Non ho mai riprovato a berlo, mi sono limitata a schivarlo con attenzione, senza concedergli appelli.

Era diventata anche una delle mie battute preferite: «Posso ingurgitare tutto, tranne il Gin!»

Un’etichetta, un paletto, un limite. Uno dei tanti che ci affibbiamo.

Sono così. Punto. Questo lo faccio, quello no. È sempre stato così, perché dovrei cambiare?

Poi se qualcosa mi ha fatto già male una volta, la eviterò sempre.

Ecco il punto.

Invece quella sera, complice il caos e la fretta, ho deciso che avrei potuto dargli un’altra possibilità.

Che magari sarei stata male di nuovo, ma poi sarei sopravvissuta. Come sempre, come tutti.

Invece, non solo non mi ha fatto male, ma mi sono accorta di quanto, nella mia vita, fosse mancato per tre lustri il Gin, a causa dei limiti che ci auto imponiamo. Della paura di farci male di nuovo. Dei ricordi dolorosi passati che condizionano le nostre scelte nel presente. Degli scudi che ergiamo per difesa e di quanto siamo bravi nel farlo.

Potrei tenere dei corsi sul tema: “Manuale di tutela personale – Vol. I, II e III”.

Come è molto più facile passare una serata in disparte, a rimuginare, nel proprio orticello sicuro, piuttosto che buttarsi nella mischia, mettersi in gioco, parlare, scherzare e – orrore, orrore – flirtare e socializzare. Scoprire uno sconosciuto.

La settimana precedente mi era successo qualcosa di simile con lo smalto. Porto il french semplice da sempre, mi conoscono tutti così. Mi sono sempre detta che gli altri colori non mi donassero che non mi piacessero addosso a me e alle mie manone. Così, d’improvviso, ho deciso di osare un rosa pallido e devo dire che mi piace parecchio.

Sono piccolezze, magari. Ma rappresentano un’uscita dagli schemi, dal conosciuto, dai paletti del “Sono fatta così, non posso cambiare”.

Non lo posso fare;

Mi dà fastidio;

Non è da me;

Non ci riesco;

Non lo faccio;

Mi fa male;

Mi fa male pensare;

Mi fa male ascoltare;

Quante di queste frasi pronunciamo?

Quanto è più sicuro nasconderci dietro a esse?

Come se volessimo rimanere attaccati al nostro dolore, alla nostra convinzione, per sicurezza.

Perché non abbiamo il coraggio di (ri)scoprire qualcosa di nuovo.

Esattamente come stavo permettendo a un uomo di rovinarmi la serata e una delle mie canzoni preferite, solo perché avevo scelto di farlo.

E se tutti paletti, i limiti che ci poniamo o i pensieri consolidati che continuiamo a perpetrare, sebbene li riconosciamo come dannosi, non contribuiscano a renderci INTENZIONALMENTE INFELICI?

Se fosse vero?

Se la nostra infelicità dipendesse solo da noi e da pensieri e azioni che scegliamo deliberatamente di compiere, seppur consci di quanto siano dannosi?

O se, al contrario, preferiamo restare immobili, fermi nelle nostre convinzioni, come vigliacchi impauriti?

Se ci ostinassimo a complicarci la vita e focalizzarci su quello che non dovremmo?

Come quando vogliamo a tutti i costi conoscere una verità che sappiamo, per certo, che ci farà del male, o – viceversa – quando fingiamo di ignorare una realtà, mentendo solo a noi stessi.

Sembra facile… Ma se lo fosse davvero?

Se la nostra infelicità fosse una condizione nella quale ci piace crogiolarci?

Se la smettessimo di dare potere a pensieri o persone deleteri?

E se iniziassimo a scardinare tutte le nostre credenze negative, le barriere, i pensieri limitanti, le convinzioni consolidate, per scoprire un mondo nuovo, diverso, che non possiamo neanche lontanamente immaginare?

Che poi, diciamocelo, io mi sono anche parecchio frantumata le ovaie di stare a pensare a gente che non mi pensa o che non me lo dice.

Di ripensare al passato, di rivivere ricordi brutti, di restare ancorata e stazionaria per la paura di agire, di evolvere, di crescere, perfino.

Di continuare a dare importanza a gente davvero poco importante.

Di autoimpormi dei limiti che sono stati creati e alimentati solo da me.

Quindi, perché farlo?

Ho compiuto ben due azioni che mai nella vita avrei pensato di riuscire a fare.

Potrei continuare questa scia di stravolgimenti, compiendo quella che tutti mi stanno suggerendo di fare, ma che continuo a ripetere di non poter riuscire a mettere in pratica: invitare a cena un uomo.

Potrei farlo.

Potremmo cenare insieme, io e te.

E poi brinderemo col Gin, ascoltando Rino , magari con uno smalto rosso.

(vabbè, adesso non esageriamo…)

…MA IL CIELO È SEMPRE PIÙ BLU

“L’estate sta finendo e un anno se ne va…”

Non so a voi, ma a me questa canzone ha sempre messo una gran malinconia. Soprattutto perché ci fa considerare che – in effetti –  di questo nuovo anno carico di (ennesime) aspettative, ne abbiamo già consumato due terzi. Ma come è potuto succedere??

E, prima di ricominciare, stiliamo i nostri piani, progetti, propositi, partendo dal mettere a posto quel che c’è. Dentro e fuori.

O, almeno, è ciò che faccio io.

Durante le ferie, sistemo, pulisco, ristrutturo, pianifico.

Quest’anno, avendo avuto più tempo, ho cominciato anche prima.

Ho sistemato per mesi.

Faceva freddo.

Mi sono tappata in casa per circa tre mesi. Nascosta dentro tute informi e pile extralarge.

Ho messo in ordine ogni stanza e gettato centinaia di oggetti.

Così si fa, mi dicono, quando si deve ricominciare, riordinare, chiudere col passato.

Così, faccio io.

Cerco di fare ordine dentro di me, partendo dall’ordine intorno.

Tengo tutto quello che mi piace e mi fa bene e butto il resto.

Il passato va lasciato andare.

Regali di persone sgradite, ricordi da non rammentare più, rimandi continui a quel che non voglio pensare, tutto il superfluo.

Via.

Ho spiccato quadri, centinaia di fotografie, la maggior parte non le riappenderò.

Alcuni volti non li voglio più vedere.

Ho pensato a te.

Quando mi hai detto che avresti voluto aiutarmi a rendere la mia casa più bella, a prendertene cura insieme a me, neanche troppi mesi fa che – però – sembrano secoli.

Ci avevo creduto e te l’avrei fatto fare con piacere.

Coi miei tempi, sicuramente dietro le mie direttive da maniaca del controllo, ma mi sarebbe piaciuto pulire, creare, sistemare, insieme a te.

Invece ho fatto tutto da sola, come sempre.

Sai, è divertente perché molti pensano che a noi “Wonder Woman” tuttofare piaccia prenderci così pedissequamente cura di noi e del nostro mondo.

È l’esatto contrario.

Non abbiamo scelta.

La verità è che non si trova quasi mai nessuno disposto ad aiutarti, quindi non ci rimane che farlo in autonomia.

D’altronde, se l’hanno chiamato “Fai da te” un motivo ci sarà.

Quindi grazie ancora alla mia curiosità atavica che, fin da bambina, mi ha permesso di imparare a fare quasi tutto, non sapendo che poi avrei dovuto farlo davvero.

Così, si ricomincia.

Si cambia, si pulisce, si abbellisce quel che si ha e si è.

Di tagliare i capelli non ho più coraggio da quando – otto anni fa – in preda a una crisi depressiva, li ho accorciati dopo venti anni che non lo facevo. Dalla vita alla nuca.

Una tragedia!

Non sapevo neanche lavarli.

I colori li ho provati tutti, quello che porto è l’unico che mi dona davvero.

Quindi, devo per forza buttarmi sul miglioramento della mia casa.

Ristrutturo tutto quel che c’è intorno a me, cercando di placare il caos interiore.

Ho considerato a lungo se cambiare il colore della mia camera, il mio preferito, l’azzurro. Il colore del cielo e del mare.

Ho pensato anche che magari avrei potuto scegliere una tinta meno accesa, più “adulta”, più seriosa.

Perché l’azzurro alle pareti, le stelle sul soffitto, una nuvola come lampadario, un’altra stella come abat jour, forse erano un po’ troppo eccessive.

Alla fine, ho concluso che è l’unico colore che mi rappresenta davvero, il solo che voglio vedermi intorno.

Ho stuccato le crepe, tappato i buchi, levigato il tutto, tolto l’eccesso, passato il colore e tutto è diventato più bello, di nuovo.

Tutto è tornato in ordine.

Un nuovo ordine.

Ho steso la tinta in maniera diversa, non lineare, di varie gradazioni, un po’ confusa, caotica, irregolare, imperfetta, ma stupenda. Come me.

Mi piace moltissimo.

Ho lasciato le stelle, perché ci sono sia in cielo che in mare e perché per me sono molto significative.

Ho tolto la nuvola.

Non so perché, semplicemente non mi andava più di vederla.

Al suo posto, ho messo una lunga striscia di led luminosissimi che ravvivano la mia stanza e il mio azzurro.

Non voglio più nuvole a rovinarmelo.

Il mio cielo è sempre più blu.

 

 

 

7 LIBRI IN 7 GIORNI

Durante le ferie, cerco di smaltire maggiormente l’enorme quantità di libri che ho acquistato, ma che non ho mai letto.

Quelli che mi scelgo con cura e altri che mi ritrovo nella libreria, chiedendomi come, quando e perché ci siano finiti.

Visto che nulla capita per caso – e gli innumerevoli libri sulla quantistica che ho letto lo dimostrano – questi testi, a diversi livelli, mi hanno fatto riflettere.

I libri che ci segnano sono quelli ai quali ci ritroviamo a pensare spesso, alla storia, ad alcune frasi, alle sensazioni che ci hanno fatto provare, per questo vorrei parlarvene.

Non vedevo l’ora di avere del tempo per gustarmi “Il maestro delle ombre”, di Donato Carrisi. Ultimo libro della “Trilogia di Marcus e Sandra” iniziato con “Il tribunale delle anime” poi seguito da “Il cacciatore del buio”.

Consiglio caldamente di leggerli nell’ordine di pubblicazione, per avere una panoramica sulla storia più puntuale e di maggiore comprensione.

Da romana, detesto Carrisi, perché mi ha spiattellato tutta la mia ignoranza a proposito di luoghi, meandri e angoli di Roma da lui così meravigliosamente descritti.

Viceversa, si riesce perfettamente ad assaporare dai suoi scritti quelli che si conoscono già, così bene compenetrati nella sua storia, tanto da diventarne parte integrante.

Immaginare la distruzione della mia Roma – attuata in questo libro – è una delle cose più dolorose che potessi mai leggere.

La bellezza della Capitale contrasta con tutta la violenza, i peccati, le perversioni, il male che viene sviscerato in questa trilogia.

Carrisi ci allena ad avere buona memoria, a far caso ai dettagli, alle “anomalie”, come le chiama lui. A guardare in faccia il male e la violenza, che possono provenire anche da chi non sospetteremmo mai.

Ci svela parte dei segreti che si celano in quel piccolo Stato autonomo che detiene il potere spirituale, e molto altro.

Ci fa interrogare su quanti effettivamente ne sappiamo e quanti saranno tramandati solo a pochi eletti, nei secoli dei secoli, Amen.

Soprattutto, dopo aver aspettato per ben tre libri che Marcus e Sandra finalmente copulassero… Niente, non ve lo dico per non spoilerare.

«Era vero: la vita aveva bisogno di distruzione per andare avanti. […] L’esistenza è una catena di eventi e se non si impara ad accettare quelli dolorosi, non si ottiene alcuna felicità come ricompensa. […]

C’è un luogo in cui il mondo della luce incontra quello delle tenebre. È lì che avviene ogni cosa: nella terra delle ombre, dove tutto è rarefatto, confuso, incerto. Noi siamo guardiani posti a difesa di quel confine. Ma ogni tanto qualcosa riesce a passare… »

 

Di tutt’altro registro “Stronze si nasce” di Felicia Kingsley. La Kingsley è divenuta famosa col suo precedente romanzo, che io non ho letto perché non leggo mai i libri che “hanno letto tutti” o che “vanno di moda”.

Romanzo “leggero”, ma da non sottovalutare.

La stronzaggine è stata abbastanza trattata in letteratura moderna [io stessa l’ho inserita perfino nel titolo del mio libro].

Esistono svariati manuali che insegnano a diventare una perfetta stronza, nell’accezione più ampia del termine.

Del mio amatissimo Giulio Cesare Giacobbe, ricordo “Come diventare bella, ricca e stronza” e “Il fascino discreto degli stronzi”.

Scrittura fluente  e vivace, arricchita nell’incipit di ogni capitolo da citazioni tratte da canzoni o serie tv (adoro le citazioni, non ci posso fare niente!)

Se nella vita vi siete sentiti spesso soccombere di fronte a qualche Stronzo, se avete subìto da questi angherie e ingiustizie varie, se vi siete interrogati se, davvero, Stronzi si nasce o lo si può diventare, questo è il libro che fa per voi.

Una stronza la conosciamo tutti: è quella che attira costantemente l’attenzione; che calpesta chiunque intralci il proprio cammino; che “usa” abilmente le persone come proprie pedine riuscendo perfino a far credere loro di essere una buona amica; è quella priva di scrupoli, etica, regole morali.

È quella che, poi, ti frega pure il ragazzo.

Nel libro, la Stronza dapprima fa credere alla protagonista che le attenzioni che riserva al suo amato, sono solo atte a preservarlo da altrui interessi, poi – come da copione – glielo ruba.

Capitò anche a me.

Serata col mio tipo e una mia amica, molto impegnata a elargirgli battutine e complimenti e pacche sulla spalla e carezze e “trescamento vario”, repertorio completo.

Appena lui si allontanò, alla mia richiesta di spiegazioni, lei rispose candidamente:  «Te lo sto scaldando…» (le donne sono delle creature eccezionali).

Al che io dissi: «Ciccia, mica è un diesel! Basta che te ne vai e ci accendiamo subito, fidati».

Non so se Stronze ci si possa diventare, magari – col tempo – si impara a reagire e a trattare gli stronzi come tali, però consiglio sempre di agire secondo coscienza e come “vorremmo essere trattati noi”.

A beneficio del Karma. (che quello è stronzo e puntuale davvero)

Vi spoilero che c’è un Lietissimo Fine, abbastanza scontato, ma che ben si coniuga col genere letterario nel quale questo libro si può inserire. E a noi femminucce l’Happy Ending piace.

«Tu sei una donna costosa, Allegra. Costi tanto in energie, in impegno, in attenzioni, in sentimenti. Hai idea quanto costi, ogni volta, guardare i tuoi occhi e non voler vederli mai piangere? Costi tanto quando sorridi, perché un uomo si strapperebbe il cuore se il tuo sorriso si spegnesse anche per un secondo. Tu costi l’anima di chiunque sia disposto a dartela e a non riaverla indietro. Meriti un uomo che invece di pregare Dio chiama il tuo nome, e si sente salvo da tutti i suoi peccati. Tu meriti un uomo che ti ama. Ti amo tanto da stare male».

 

“Mi dicevano che ero troppo sensibile” Federica Bosco.

Ho iniziato ad amare Federica Bosco col suo libro d’esordio “Mi piaci da morire”, poi divenuto il primo di una trilogia. Scrittura entusiasmante, ironia impeccabile, alternanza perfetta di copiose risate a lacrimoni. Col tempo ha affiancato a tali scritti diversi manuali sempre concernenti “come fare a” – problema amoroso.

Ultimamente ha subìto una svolta personale che ben si evince dal libro in oggetto.

Una guida, quasi un diario attraverso il quale l’autrice – esponendo episodi della sua vita e affiancandoli a puntuali studi compiuti sull’argomento (su tutti quelli di Elain Aron psicoterapeuta americana prima a studiare il tratto) – illustra e insegna come si può riconoscere e convivere con l’ipersensibilità. Sfruttandola come la nostra dote speciale.

«Essere una persona altamente sensibile significa cogliere mille sfumature in ogni dettaglio, sentirsi sommersi dalla stimolazione del mondo esterno ma anche da quello interno, sentirsi fuori posto, nel luogo sbagliato e mai giusto, sentire tutto con intensità, sia le cose positive che quelle negative, e nel contempo faticare per farlo comprendere agli altri».
Per chi si sente il famoso “vaso di coccio tra vasi di ferro”;

per chi si sente perennemente fuori posto;

per chi passa gran parte del proprio tempo a rimuginare e riflettere;

per chi sente spesso la necessità di strasene per conto proprio;

per chi si sente un po’ “Strega”;

per chi non ha ancora capito di appartenere alle fila degli ipersensibili e speciali, consiglio questa lettura.

«L’emisfero destro è quello dell’emotività, delle arti; quello sinistro è quello della pragmaticità, del calcolo, del mondo insomma. Come a dire, gli artisti (a destra) e gli imprenditori (a sinistra). A seconda di dove hai l’intelligenza sarai più o meno in balia delle tue emozioni. L’ipersensibile sente tutto prima dal cuore che dal cervello, ciò che sta fuori arriva come uno tsunami di emozioni, qualunque cosa prende un’enorme importanza, non riesce a farsi scivolare addosso nulla. Quindi nell’arco della giornata sono milioni le emozioni che giungono addosso e tutte hanno la stessa importanza. Immaginati lo stress. […]

Ho sempre saputo di essere troppo sensibile. Fin da quando ero piccola mi accorgevo di non percepire le cose come gli altri bambini, ma di sentirle in maniera molto più profonda, intensa, lacerante, da qualche parte fra il cuore e la pancia. Però non riuscivo a esprimerle in nessun modo…»

 

 “Splendi più che puoi” Sara Rattaro

La Rattaro è balzata agli onori e oneri dell’editoria vincendo il Premio Bancarella nel 2015.

Il titolo è un omaggio a Pasolini e contrasta parecchio col contenuto. Perché il libro parla di violenza domestica ed è una storia purtroppo vera.

L’inizio di ogni nuovo capitolo è preceduto da riferimenti storici sulle svolte della nostra giurisprudenza in merito alla disciplina del diritto di famiglia e la violenza domestica . Da mezza-giurista ho apprezzato particolarmente, e risulta molto, molto, molto, avvilente come alcune “conquiste” delle donne siano avvenute con tanto colpevole ritardo e/o leggerezza.

«Solo nel 1981 non avrebbe trovato più spazio nel nostro ordinamento l’istituzione del “matrimonio riparatore”, che prevedeva l’estinzione del reato di violenza carnale nel caso in cui lo stupratore di una minorenne accondiscendesse a sposarla salvando l’onore della famiglia».

Mi piacerebbe dirvi che è un libro semplice, scorrevole e godibile. Non lo è affatto. Leggerlo mi ha fatto male, mi ha accompagnato un pugno allo stomaco per tutto il tempo.

Ho ricordato episodi simili accaduti a me, ad alcune mie amiche, alla consuetudine con la quale, ormai, ne udiamo notizie ogni giorno e che si concretizza nel neologismo “femminicidio” a conferma di un fenomeno talmente diffuso, da meritare un nome proprio.

Ho riconosciuto degli atteggiamenti e dei campanelli d’allarme che abbiamo il dovere di ascoltare sempre.

Mi ha costretta, ancora di più, a guardarmi intorno, a controllare se vi siano segnali evidenti di quello che tutte temiamo.

A impegnarmi per prevenire che accada a me, a te, a chi ho accanto, a tutti.

A chiedermi come sia possibile che quelli che dovrebbero prendersi cura di noi, possano arrivare a manipolarci e soggiogarci.

«L’amore non chiede il permesso. Arriva all’improvviso. Travolge ogni cosa al suo passaggio e trascina in un sogno. Così è stato per Emma, quando per la prima volta ha incontrato Marco che da subito ha capito come prendersi cura di lei. Tutto con lui è perfetto. Ma arriva sempre il momento del risveglio. Perché Marco la ricopre di attenzioni sempre più insistenti. Marco ha continui sbalzi d’umore. Troppi. Marco non riesce a trattenere la sua gelosia. Che diventa ossessione. Emma all’inizio asseconda le sue richieste credendo siano solo gesti amorevoli. Eppure non è mai abbastanza. Ogni occasione è buona per allontanare da lei i suoi amici, i suoi genitori, tutto il suo mondo. Emma scopre che quello che si chiama amore a volte non lo è. Può vestire maschere diverse. Può far male, ferire, umiliare. Può far sentire l’altra persona debole e indifesa. Emma non riconosce più l’uomo accanto a lei. Non sa più chi sia. E non sa come riprendere in mano la propria vita. Come nascondere a sé stessa e agli altri quei segni blu sulla sua pelle che nessuna carezza può più risanare. Fino a quando nasce sua figlia, e il sorriso della piccola Martina che cresce le dà il coraggio di cambiare il suo destino. Di dire basta. Di affrontare la verità. Una verità difficile da accettare, da cui si può solo fuggire. Ma il cuore, anche se è spezzato, ferito, tormentato, sa sempre come tornare a volare. Come tornare a risplendere. Più forte che può».

Nota lieta, scema e sdramatizzante: uno dei personaggi porta il mio nome. Visto che non mi capita mai, sono stata parecchio contenta.

“Novecento” Alessandro Baricco.

Sebbene conosca il film a memoria e lo ami sempre di più ogni volta che lo vedo – mea culpa – non avevo mai letto il libro.

Sono rimasta perplessa dalla lunghezza: appena novanta pagine, e ho pensato che la sceneggiatura della trasposizione cinematografica fosse stata arricchita un bel po’, dato che il film dura quasi tre ore.

No. Baricco espone tutto e bene in “poche” righe.

Il libro si presenta come un copione teatrale che sarebbe davvero entusiasmante vedere in scena!

La storia la conoscete, e se non la conoscete vi invito a colmare questa immensa lacuna, e posso descriverla con una sola parola: emozionante.

Si ama lui, la sua singolare storia, la scrittura così coinvolgente ed elegante di Baricco, i suoi ragionamenti  illuminanti e meravigliosi.

A partire dalla sublime e raffinatissima metafora dei quadri che cadono. FRAN!

«Anche solo le strade, ce n’era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una. A scegliere una donna, una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire.
Tutto quel mondo, quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce. E quanto ce n’è.
Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A viverla…
»

T.D. Lemon ha ragione, come facciamo a scegliere e a essere sicuri delle nostre scelte? Come facciamo a limitare la nostra vita, quando c’è un’infinita pletora di possibilità che ci si offrono? Come facciamo ad avere il coraggio di decidere, sapendo di poter sbagliare?

Vi chiederete questo. Vi chiederete se sia ragionevolmente possibile farlo.

Vi risponderete che la vita è fatta di scelte, noi siamo le nostre scelte. Ed è preferibile scegliere e fallire, che rimanere a guardare.

«Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli suon buoni tutti, sapeva leggere la gente. I segni che la gente si porta addosso: posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia… Tutta scritta, addosso. Lui leggeva, e con cura infinita, catalogava, sistemava, ordinava…»

“Storie di ordinaria follia” Charles Bukowski.

Ho inframmezzato le letture di questi testi, con il ripasso dei quarantadue racconti che compongono il libro di Zio Hank.

Se non l’avete mai letto veramente e volete approcciarvi a lui, potete cominciare da qui.

Sesso, cavalli, alcool, sesso, Amore, sesso.

Bukowski lo amo, ma me lo devo centellinare. Perché incrementa di brutto la mia voglia di birra e di… altro.

Adoro quella sua scrittura sporca ed essenziale (magistralmente tradotta, a mio avviso).

Non mi stupisce che lo Zio Hank all’epoca sia stato bistrattato e ostracizzato. Il suo tipo di narrazione esplicita, così verosimile e senza orpelli, che ben descrive vizi e debolezze umane, mal si concilia col politically correct che tanto ce piace. Allora più di ora.

A parer mio, sarebbe stato un bene se fosse rimasto un prodotto di nicchia e non così conosciuto e fruibile, tanto da essere relegato a mera didascalia a corredo di selfie discutibili e foto di tette.

Mi dispiace, Hank!

Ma, come dice lui: «La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto».

La citazione è veramente sua [ormai tutto quel che gira su internet viene attribuito a Bukowski, la Merini e Oscar Wilde. Anche robaccia che non avrebbero mai detto. E nessuno si prende la briga di verificare la paternità delle parole.]  e la trovate in questo libro.

«Quando chiusero il locale ce ne andammo su da me. Avevo della birra e ci sedemmo a chiacchierare. Fu allora che avvertii quanto fosse gentile, percepii la bontà che era in lei. Si tradiva a sua insaputa. Poi però si ritraeva, ritornava selvatica, d’uno balzo, piena d’incongruità. Balzana. Schizoide. Una bellissima schizoide spirituale. Forse qualcuno, qualcosa, poi l’avrebbe rovinata per sempre. Io speravo che non toccasse a me».

 

“Molestie per l’estate – Le 7 volte che non ricordavo”

L’autrice è Stella Pulpo, che ho avuto modo di apprezzare personalmente lo scorso anno col suo romanzo d’esordio “Fai uno squillo quando arrivi” e da un po’ più di tempo, grazie al suo fighissimo e illuminantissimo blog “Memorie di una Vagina”.

Partendo dallo scuotimento di coscienze scatenato dal movimento #MeToo, si interroga se sia mai stata lei stessa oggetto di molestie.

«Nessuno mi ha mai molestata, com’è possibile? Dev’essere colpa della mia stazza, ho pensato. Peso quanto un uomo magro e in alcuni periodi della mia vita ho superato il peso medio di un uomo sano, alto 1.85 e sportivo. Insomma, forse non ero appetibile. Forse, non avevo l’aria (e la taglia) di una indifesa, o fragile, o molestabile. Magari, semplicemente, non ero preparata sul tema. Non ci avevo mai riflettuto abbastanza».

Scoprendo che, pensandoci bene, lo siamo state tutte.

Perché anche tu ti trovi a ricordare “Quella volta che…” è successo a te.

Anche se si tratta di episodi sepolti nei meandri della memoria, magari stigmatizzati dalla tenera età degli attori che – sicuramente – in preda ai subbugli ormonali, neanche si rendevano conto del fastidio che arrecavano.

E neanche noi ci rendevamo conto. Perché non avevamo né l’esperienza, né gli strumenti per saper riconoscere e gestire certi atteggiamenti.

“Ci serve tempo per imparare a non far succedere le cose che ci fanno schifo”.

Magari pure capitati in quell’incerto e pregno di insicurezze periodo anagrafico durante il quale non ricevere apprezzamenti significa essere una cozza e una sfigata, perciò ben vengano le generose pacche sul sedere profferte fin dalla nostra adolescenza (quando ci va bene).

A Roma, se ti senti sola e inappetibile, basta prendere la metro. Troverai sempre uno sconosciuto altruista pronto a palpeggiarti con vigore.

O confusi in quei comportamenti divenuti “normali”, quasi un costume di genere.

Quale sia il confine tra l’innocente apprezzamento ricevuto per strada, e la copiosa bava che accompagna certi sguardi “spogliatoi”, Stella lo ben identifica nel disagio che si percepisce.

Come quella volta che ero in fila per entrare in discoteca e uno dietro di me, con la scusa della ressa, me lo appoggiò per bene. Dapprima pensai davvero che fosse imputabile allo spintonamento generale, poi tentai perfino di razionalizzare quel che non riuscivo a comprendere con un: «Che gusto ci può provare, visto che io sono inerme e non partecipo?? Magari mi sbaglio…» Infine capii che, no, era un chirurgico “appizzamento”.

Chiesi a un mio amico di mettersi dietro di me e non dissi nulla.

Quello che viene ben esplicitato da Stella, è il senso di impotenza che ha accompagnato questi episodi.

In seguito, l’interrogativo se gli stessi ce li siamo auto-procurate e perché.

Fino ad arrivare all’era delle molestie digitali che si concretizza con la ricezione quotidiana di istantanee di membri esibiti come trofei.

L’autrice ci dà notizia che una certa Whitney Bell, nel 2016, ha addirittura allestito una mostra intitolata “I Didn’t Ask for This: A Lifetime of Dick Pics” incorniciando e appendendo oltre duecento foto di peni ricevute da lei e dalle sue amiche.

Ponete l’attenzione sul titolo: “Non l’ho chiesto…”

Da ultimo, il geniale e allo stesso tempo inquietante interrogativo:

e le donne possono essere moleste?

E io lo sono stata?

Siamo moleste quando raccontiamo alle amiche i dettagli intimi dei nostri partner? (quando accade il contrario, non abbiamo dubbi circa la risposta).

Siamo moleste quando stalkeriamo qualcuno in tutti i modi e in tutti i laghi, ridimensionando il tutto al nostro essere adorabili psicopatiche?

Siamo molestie quando pretendiamo che Tizio/Caio ci salti addosso in nome della maschia virilità? E chissenefrega se è lui ad avere mal di testa?

Siamo moleste noi donne?

Accanto al crescente aumento dei MdF, abbiamo il dovere di registrare un pari incremento di MdC, che magari sono sempre esistite, che magari prima si limitavano a commentare con le amiche o a scrivere sui propri diari. Oggi, invece, lo esplicano bene su Facebook o coi mezzi pocanzi citati.

Subito mi sono tornati in mente episodi nei quali ho notato che l’imbarazzo fosse tutto maschile: battute pesanti, avances fin troppo esplicite, pacche sul sedere perché “se lo fa una donna, che male c’è?” Magari il tutto concluso con una risata.

E se fosse accaduto il contrario?

A prescindere dal vostro sesso, vi invito a riflettere sulle molestie, quelle ricevute e quelle – orrore, orrore! – attuate.

Vi sorprenderete nello scoprire quando e quanto possiamo essere fastidiosi e inopportuni.

Pensateci.

Magari contribuiremo a rendere questo posto migliore.

 

[NdBB: mentre scrivo, mi giunge la notizia della presunta condanna di Asia Argento per molestie sessuali. La stessa Asia che aveva scatenato il movimento #MeToo. Non mi stupirei se segnasse l’inizio dello stesso movimento al maschile e, sarò impopolare, ma ne sarei felice].

 

Come negli album quelli fighi, fighi, nei quali inseriscono una “Bonus Track” per far felice il fruitore, io vi inserisco il #8, Bonus Book.

Stavo scartabellando la lista dei titoli disponibili su “Prime Video”, e vengo attirata da uno accompagnato dalla dicitura “Stephen King’s”  

(Il film è “A good Marriage”. Carino, niente di trascendentale. If you want, potete trovarlo su Prime Video).

Come mai non mi dice nulla? Perché non ricordo un testo del Re? IO??

Non è possibile!

Dovevo capire…

Ho scoperto che, non solo avevo quel libro, ma l’avevo anche già letto, perciò era doveroso che lo rispolverassi.  (Il racconto dal quale è tratto il film si intitola – appunto – “Un bel Matrimonio”).

Quindi ho (ri)letto “Notte Buia, Niente Stelle” del mio amato, adorato, venerato Stephen King.

Composto da quattro racconti molto crudi, parecchio violenti e spaventosi.

Graziearca’, direte voi, è Stephen King! Sì, ma c’è altro.

I libri più terrificanti che abbia mai letto del Re, sono quelli nei quali viene sviscerata la malvagità umana.

Al di là dei mostri, del soprannaturale, di fenomeni inspiegabili, tutto quel che è contingente e vicino.

Insomma in tutto ciò che capita, che potrebbe capitare e che è capitato.

Per lo stesso motivo, non mi hanno mai spaventata gli horror: perché so che sono finzione.

Ma un marito che uccide la moglie, una donna stuprata, seviziata e lasciata a morire in un canale, sono eventi che – purtroppo – rientrano nella “quotidianità”, nella “possibilità”, nei racconti che ci siamo purtroppo “abituati” ad ascoltare al tg.

Questo spaventa davvero.

Se non avete mai letto King, sappiate che molto, molto, spesso terrorizza perché narra scenari che “potrebbero accadere”.

Con quella sua capacità di compenetrarti nel libro che solo il Re possiede.

Non so se sia stato un “caso” che quest’anno le mie letture siano state parecchio incentrate sulle tematiche delle molestie, della violenza sulle donne e della paura.

Ma forse serviva per ricordarmi che il buio è solo assenza di Luce. La Luce è quella che dobbiamo perseguire. Sempre.

«Le storie raccolte in questo libro sono molto dure. Forse, in certi momenti, le hai trovate difficili da leggere. Ti assicuro che io stesso le ho trovate difficili da scrivere. […] Fin dal principio, ho avuto la sensazione che la migliore narrativa fosse propulsiva e aggressiva. Ti arriva dritta in faccia. A volte ti grida in faccia. […] Nei miei lettori voglio provocare una reazione emotiva, quasi viscerale. […]

Bene, credo di essere rimasto quaggiù al buio abbastanza a lungo. C’è un altro mondo al piano di sopra. Prendi la mia mano, Fedele Lettore, e sarò lieto di riportarti fuori al sole. Anch’io sono contento d andarci, perché credo che la maggior parte della gente sia fondamentalmente buona. Io so di esserlo.

È di te che non sono del tutto certo».

09.07.2016 – AAA: APPARENZA, APPARECCHI TELEFONICI E ACIDITÀ.

Uno dei mali del nostro tempo risiede nel fermare il nostro giudizio all’apparenza. Ancora peggio, quando qualcuno è convinto che ciò che pensa sia l’assoluta realtà, senza beneficio del dubbio e senza basi concrete sulle quali formare il proprio giudizio.

Questo ho pensato, durante quella che doveva essere una innocua spedizione fine solo a comprare il cellulare nuovo.

Ma andiamo con ordine.

All’epoca, lavoravo anche di sabato e questo fatto, oltre a rendermi perennemente stanca e stressata, riduceva al minimo il tempo che potevo dedicare a me stessa.

Sabato nove luglio 2016 avevo deciso che avrei sfruttato la pausa pranzo per le mie commissioni, tra le quali, quella di cui sopra.

Inoltre, dopo un mese di silente preoccupazione, mi ero decisa a fare un controllo che l’avrebbe placata o concretizzata.

Se esiste un termine contrario di “ipocondriaco”, io lo incarno alla perfezione. Se si palesa un minimo problema di salute lo liquido con un «Come è arrivato, così se ne andrà» e non me ne occupo più.

(e il bello è che rompo le scatole a tutto il resto del mondo con la prevenzione, ma – vabbè – questa è un’altra storia…)

Quindi, potete immaginare quale fosse il mio stato d’animo e i miei pensieri visto che, alla fine, avevo preso  in seria considerazione la possibilità che avessi un problema serio.

Trascorsi oltre trenta giorni in cui non solo non passava, ma peggiorava pure, avevo finalmente prenotato un esame diagnostico che avrebbe potuto cambiare il corso della mia vita.

Potete capire quel che mi passava per la testa.

Ero andata sola, senza dire nulla a nessuno, e avevo deciso che – qualunque fosse stato il risultato – poi sarei andata a comperarmi il telefono nuovo. Perché me lo meritavo.

E così ho fatto.

Non sono una fanatica della tecnologia, ma ci tengo a comperare prodotti di qualità, perciò avevo già dato un’occhiata online e avevo le idee abbastanza chiare sui modelli da prendere in considerazione e, sicuramente, la marca.

Sono andata dritta verso l’espositore degli smartphone per vederli da vicino.

Un nanosecondo e mi si è affiancata una sorridente venditrice “monomarca”, brandizzata dalla testa ai piedi, che voleva decantarmi le meraviglie dei loro telefoni.

Sebbene non promuovesse la compagnia che avevo scelto, l’ho lasciata parlare.

Pure loro stanno qui per lavorare, la ascolterò. Non mi costa nulla.

Ha iniziato enunciando i pixel delle fotocamere, come se fossero la discriminante fondamentale.

Quindi, mi ha scansionata dalla testa ai piedi, per poi apostrofarmi con un:

«Tanto tu che ci dovrai fare col cellulare? Lo userai giusto per Whatsapp, Facebook e per farti le foto…»

D’istinto, ho alzato il sopracciglio sinistro e mi sono passata la lingua sulle labbra, come una fiera che si prepara a pregustare il proprio pasto.

Alle 14.45 di sabato 9 luglio 2016 ho avuto la conferma che la gente si basa sull’apparenza, che se hai un aspetto curato sei per forza una sciacquetta e che gentilezza e cordialità vengono spesso scambiate per stupidità, con il tacito permesso di poter dire tutto.

La fiera iena che è in me ha disteso la schiena, portato i capelli dietro le orecchie e continuato a mordersi le labbra.

Quella che stava per fungere da pasto ha aperto la fotocamera e ci ha inquadrate, per mostrarmi l’alta definizione e la possibilità di modifica delle pic. L’ho fermata con la mano e mi stupisco molto di come non l’abbia colpita al volto.

«Ehm… Mi dispiace tanto deluderti, ma non passo la vita a farmi le foto e non mi interessa farlo. Perciò, se la tua illustrazione concerne esclusivamente quanto questo telefono sia performante dal punto di vista fotografico, non mi conquisterai mai. L’unico motivo per cui ti ho lasciata parlare, è perché ho visto – da sola dalla scheda tecnica – che questo smartphone ha 2 Gb di RAM, 16 di memoria interna e memoria espandibile,  ed era quello che mi interessava. Tu non ne hai fatto minima menzione, ma – sai – io sì, perché noi ochette usiamo gli occhi mascarati non solo per specchiarci, ma anche per guardare ciò che ci preme.

In merito al fatto che la gente col telefono ci lavori, ti dirò che io di lavori ne faccio due e, per diletto, mi piace scrivere. Quindi, questo vuol dire che, non solo uso quasi tutte le app che un apparecchio possiede e che forse – benché sia il tuo di lavoro – tu non hai nemmeno mai visto, ma anche che ho a che fare, quotidianamente, con una quantità di persone, mail, problemi, cazzi e mazzi, che non puoi proprio immaginare! In più, quando mi avanza tempo, mi piace divertirmi e quindi, sì, uso pure WhatsApp e Facebook e aggiungici altre centinaia di persone e gruppi e situazioni e cazzi e mazzi per diletto. Ti ho lasciata parlare perché ho sempre rispetto di chi lavora, ma tu non sembri averne per chi potrebbe regalarti una percentuale. Forse ti risulto un pochino esagerata e inacidita, ma se ti raccontassi quel che ho passato nell’ultimo mese, forse ti metteresti a piangere insieme a me, ammesso che la tua tracotante supponenza possa concedertelo. Comunque questa marca non l’avrei mai comprata, perché fa schifo. E tu di certo non aiuti a incrementare le vendite. Buon lavoro» .

Forse dovrei rallegrarmi che il mio aspetto non tradisca mai i miei profondi turbamenti interiori.

Sogno un mondo in cui tutti sappiano guardare oltre le apparenze e le maschere.

In cui si riesca a cogliere l’intima essenza delle persone, le paure, il carattere, le intenzioni, al netto delle difese.

Ma, forse, è meglio di no. Non avremmo più la possibilità di nasconderci.

Di scegliere a chi destinare la parte più intima di noi, quel posticino riservato a pochi, con le mura rivestite di empatia.

Forse è meglio così. Ci aiuta a riconoscere i superficiali. A distinguere quelli veramente interessati.

Comunque state tranquilli tutti, so a cosa state pensando e so che siete preoccupati.

Non dovete. Non siate in apprensione.

I selfie col nuovo telefono vengono benissimo.

Allego prova fotografica . 😉

 

I CHRISTIAN GREY DE NOANTRI

***EXPLICIT CONTENT***

L’articolo contiene un linguaggio parecchio esplicito. Vi sconsiglio la lettura se siete particolarmente pudichi.

(va da sé, che se leggete poi dopo non vi è concesso lamentarvene, ovvio)

 

Nella mia vita, mi è capitato molto spesso di incontrare esemplari di “Christian Grey de noantri”: i paladini della trombata-fine-a-se-stessa; i promulgatori dello “non stiamo insieme, andiamo solo a letto insieme”; i principi del sesso occasionale o frequente, ma segreto, nessuno deve sapere, perché mica è una cosa seria, ufficiale, mica ci sei solo tu, ma che vòi? I fieri assertori del “Se vuoi, scopiamo e basta. Non aspettarti nulla da me”.

Niente cene, niente cinema, niente Ikea, solo puro e sano sesso senza controindicazioni, da assumere a seconda della necessità, prima, (durante) e dopo i pasti.

Come se fosse una pratica scissa da corpo e mente e non – anzi –  il congiungimento supremo degli stessi.

Non commettete l’errore di illudervi di poterli cambiare, di iniziare un qualcosa sperando che possa evolvere, no. Non si affezionano, non sarete voi la loro donna della vita.

Il preservativo ce l’hanno sul cuore. 

Vi dicono esattamente quello che vogliono e non; non stanno giocando al cacciatore e alla preda che scappa, stanno invece dettando le regole del gioco “Fotti & Via”.

Se cercate del Sesso libero da tutto, perfino dai sentimenti, allora i Christian fanno per voi.

E tutte – almeno una volta nella vita – coscientemente o meno, facendosi male o meno, hanno esperito i servigi del Grey’s  Game: vengo e vado.

Oppure hanno subìto, accettandolo malamente, questo intrattenimento, sperando sempre che si tramutasse in altro. Che progredisse.

Perché, crescendo, abbiamo imparato a giocare con le regole dettate dagli uomini:

Non correre troppo, che si spaventa.

Non chiedere, che scappa.

Non pretendere una cosa seria, che poi non lo vedi più.

Non fargli scenate, che sai quante ne trova?

Non rimproverarlo, non devi fargli da mamma.

Non contraddirlo, potrebbe stranirsi.

Non gli rompere, che si stufa.

Non ti accollare, ci tiene alla sua libertà.

Come se non ci potessimo assolutamente permettere di accampare pretese o manifestare i nostri desideri o disagi.

Come se gli uomini fossero degli esseri così fragili, da distruggersi alla prima apparizione di una richiesta, di un sentimento, di un’attenzione, di una parvenza di relazione.

Come se fosse obbligatorio e doveroso accettare tutte le condotte di cui sopra in nome di cosa? Di sesso segreto? Di “Nessuno deve sapere di noi”? Di uno, due, cento orgasmi?

Questi soggetti che ostentano con fierezza la propria anaffettività congenita o conquistata;

questi “scopatori seriali e incalliti” che non amano, ma trombano forte e con distacco, senza troppa confidenza;

questi collezionisti di donne come se fossero figurine dell’album “Me le sono fatte tutte”;

quelli dei “questo si può, questo proprio no”;

quelli che, un secondo prima, hanno la propria mano nelle tue mutande, ma si guardano bene dallo stringere la tua.

Questi qui, che incarnano lo squallore dei rapporti odierni, questi “Christian Grey de noantri” che si fanno scudo con la loro presunta sofferenza perché – spesso – una donna ha osato essere stronza con loro e quindi loro si vendicano con tutte le altre (Oh, poveri!)

Questi uomini “maneggiare con cura”, se no vado via.

Questi che sanno parlarti solo di quel che ti farebbero, di chi hanno scopato dove-come-quando, di quanto sono bravi, di quanto urlerai.

Quelli che ti mandano orgogliosi la foto del proprio gingillo (che poi, di certi, io non andrei così fiera comunque), dimenticando che l’erotismo vero è fatto di sottintesi. Un corpo nudo non sarà mai eccitante quanto un abbigliamento che fa intravedere, ma non svela del tutto.

Parlare di sesso con dovizia di particolari, per una donna ha lo stesso potere arrapante dell’elenco degli ingredienti della ricetta della torta della nonna.

L’eccitazione femminile è più cerebrale, meno voyeuristica, fomentata da allusioni, ammiccamenti e attesa.

Sai quante ne trova?

E, allora, trovatele per favore.

Arricchite l’album e siatene fieri.

Festeggiate la vostra anoressia di sentimenti, l’inaridimento del vostro cuore, la pochezza della vostra anima.

Curate le vostre ferite a colpi di minchia.

Continuate a vedere le donne esclusivamente come portatrici di patata da gustare, continuate a ignorare, in ognuna di loro, il pensiero, la bellezza, tutto il contorno.

Io ho iniziato un altro album, si chiama “Uomini che frequenterei”.

È abbastanza spoglio, lo ammetto, ma mi sto impegnando per riempirlo.

Perché io, invece, ti frequenterei.

Vorrei poterti chiamare, senza far scattare qualche allarme anti-relazione.

Inviarti messaggi, senza sentirmi patetica e ridicola.

Semplicemente, trascorrere del tempo con te e vedere come va.

Senza ansie, né paletti.

Ti dedicherei del mio tempo, perché mi piace quando sto con te.

Cene, cinema, Ikea, tutto quello che vogliamo.

Ti presenterei ai miei amici, perché c’è una bella differenza tra tenere il segreto ed essere riservati.

Alla riservatezza ci tengo, ma mi piacerebbe pure sbandierare la nostra felicità e condividerla con chi ci vuole bene.

E, sì, vorrei pure far impallidire Anastasia e Christian Grey.

Questo farei.

Questo vorrei fare con te.

Ti frequenterei, con annessi e connessi, gioie e scazzi, finché il “The End” non ci separi.

Perché ti apprezzo tutto e non solo per la tua appendice.

Perché dopo tutto questo trombare, scopare, accoppiarsi, mi piacerebbe incontrare qualcuno che finalmente mi fotta per bene.

Il cervello.

SCENE DA UN COLLOQUIO DI LAVORO

Non mi capitava da anni di fare un colloquio di lavoro, un concorso, una selezione. Di essere dalla parte dei “giudicati”, di sperare di essere scelta tra tanti candidati. Fatta eccezione per il piano sentimentale, ovvio.

Mi ero già stupita che non ci fosse un limite di età nel bando; di aver superato senza difficoltà la preselezione in inglese; di essere convocata nemmeno una settimana dopo per il test scritto e colloquio vero e proprio.

Possibile sia così facile?

Mi volevano.

Poi è arrivato il fatidico giorno, quello che ho ribattezzato il “MiSonoAmmazzataDalleRisateDay”.

Sveglia alle 6 e 30. Doccia, trucco, piastra, calze, gonna, tacchi, camicetta, giacca-che-mi-strizza-le-tette, pronta!

Mi sono avviata in una non meglio specificata zona nei pressi di Tor Bella Monaca, fior fiore della Capitale.

Ritengo da sempre che chi non ha mai guidato a Roma, non sa fino in fondo cosa voglia dire guidare: la precedenza è di chi se la prende; ti sorpassano a sinistra, destra e – a volte – anche sotto e sopra; si può parcheggiare OVUNQUE, tranne che sulle strisce pedonali. A quelle teniamo parecchio. Il clacson è abusato e pure il “Mortacci Tua!” è un segnalatore acustico molto in voga.

Questo vuol dire che siamo tutti sempre abbastanza attenti, e – soprattutto – che ci concediamo quasi tutto, visto che lo facciamo pure noi. Non ci stupiamo, insomma.

Fa’ un po’ come cazzo te pare! È la prima norma del nostro codice della strada.

Quindi, in una strada a due corsie, vedendo un bus fermo sulla destra per la salita e discesa dei passeggeri, è normale che si sorpassi. Anzi, è obbligatorio!

Questo dovevo fare, notando che avevo un Mezzo SUV che sopraggiungeva nella corsia di sinistra che sarei andata a occupare.

Il mezzo SUV è quello “Vorrei, ma non posso” non è un SUV cazzuto vero, che non ti puoi permettere, ma quello che riesci a rimediare volendo a tutti i costi una macchina imponente.

È come una mansarda che vuoi spacciare per attico.

Quando vedo i SUV, penso sempre a quella leggenda metropolitana compensatoria che vuole che maggiore sia la dimensione della macchina, minore sia la grandezza… Vabbè, avete capito. E quindi un po’ mi fanno pena, porelli.

Il bus accostato impegnava mezza carreggiata, neanche tutta.

Stimando che quello dietro fosse abbastanza distante e andasse a una velocità moderata tanto da non creargli problemi, ho messo la freccia e sono passata. Superato l’autobus, sono rientrata. Avrò sbordato una cinquantina di centimetri, tempo della manovra pari a un paio di secondi.

Avevo già da tempo terminato lo spostamento, quando il guidatore del mezzo SUV ha iniziato a suonarmi e a lampeggiare.

Manco gli avessi tagliato la strada a centotrenta all’ora, manco – viceversa – mi fossi piazzata dinnanzi a lui a quaranta, costringendolo a inchiodare, manco gli avessi esplicitato quale mestiere esercitassero le sue parenti prossime, di sesso femminile.

Reazione lievemente esagerata.

Mi sono svegliata alle 6 e 30. Doccia, trucco, piastra, calze, gonna, tacchi, camicetta, giacca-che-mi-strizza-le-tette e tu mi provochi? No, dai.

Sicché ho reputato opportuno iniziare a gesticolare dallo specchietto, dapprima chiedendogli esattamente quale pene, nello specifico, desiderasse e poi gli ho indicato precisamente dove recarsi.

Perché Torbella è così. Ti entra subito dentro, ti adegui.

Un classico: mi si è affiancato, inveendomi contro.

Come spesso faccio, ho replicato tirandogli baci. Li spiazzo sempre.

Rettifico: non siamo poi così tolleranti. Ma giuro che non me lo meritavo.

Peripezie stradali incluse, arrivo nel luogo del colloquio, notando già una discreta folla ad attendere sebbene fossi mezzora in anticipo.

Circa un’ottantina di candidati, atmosfera abbastanza rilassata e amichevole, nonostante fossimo tutti in competizione. Ghiotta occasione per me di osservare – come sempre – l’umanità.

E, per fortuna, non ero la più vecchia.

Non sapevamo che il colloquio sarebbe stato condotto esclusivamente in inglese.

Dall’accoglienza, la registrazione, l’esibizione dei documenti, l’illustrazione del futuro lavoro e – infine – la somministrazione del test, anch’esso in inglese.

La sala conferenze era abbastanza grande, un ampio tavolo al centro, proiettore alle sue spalle, una platea composta da due blocchi di diverse file di poltrone dirimpetto.

Entrando, il blocco sulla destra era quasi tutto occupato, tranne le prime file perché nessuno ha l’ardire di mettersi nei “primi banchi”, come a scuola.

In quello di sinistra, una sola ragazza piazzata in mezzo.

«Che coraggio!» ho pensato «col cavolo che io mi sarei messa lì esposta, da sola»

E con gli occhi le ho domandato perché stesse in disparte, lei mi ha sorriso.

Mi sono scelta un posto sul corridoio delle ultime file e mi sono accomodata.

Poco dopo mi si è affiancata una ragazza chiedendomi di farla passare.

In inglese.

Una squinzietta supponente, pure per sedersi, ha scomodato la lingua albionica per sfoggiare conoscenza.

Infine mi ha ringraziato.

Pensavo scherzasse.

Ho sorriso, io.

Quanto sono ingenua.

Era proprio convinta.

L’anima di Torbella ha risposto mentalmente per me:

«Te chiamerai Addolorata Concetta Qualcosa, verrai da un paesino tipo Vermiglione sul Tevere ma abbarbicato sul Soratte, e fai così la Splendida? Anche meno, ragazza, anche meno».

Invece, verbalmente, le ho regalato il mio più convinto, quanto fintissimo:

«You are welcome!»

Un’ora di presentazione e mezzora di test dopo, eravamo tutti fuori a goderci il sole e quattro chiacchiere, in attesa di conoscere i risultati dello scritto.

Addolorata Concetta Qualcosa in disparte, che non rivolgeva parola a persona alcuna.

Io sempre occupata a studiarmi la ricca e variegata fauna antropologica che quella giornata mi offriva.

Quelle ore in qualche modo dovevo farle passare!

C’erano quelli arrivati abbondantemente in ritardo che, voglio dire, non palesavano una grossissima affidabilità e professionalità.

Quelli che si vantavano di essere riusciti a sbirciare “Google Translate” durante lo scritto (immagino sia stato utilissimo…)

Quelli corrosi dall’attesa:

«Oddioc’honansiaaa!»

«Perché?»

«Come perché??»

«Vabbè, che te “ansi” a fa??»

Mentre tutti elogiavamo il mio essere così tranquilla e continuare a sorridere.

Il primo fattore credo sia un mix tra la propria indole e un bel po’ di vissuto: no, non mi sconvolgo per queste cose, non più. Anzi, a dire il vero, non mi sconvolge e turba quasi più niente e – a volte – lo vorrei tanto…

Non so se sia una perdita o una conquista. Devo ancora deciderlo.

Sulla risata a oltranza, se solo la gente avesse accesso alla mia mente, capirebbe perché rido di continuo…

Quel giorno, hanno contribuito al mio buonumore gli outfit improbabili degli altri candidati.

Nonostante nella mail di conferma ci fosse stato ribadito il dress code abbastanza rigido – o comunque appropriato a un ambiente di lavoro formale – da adottare per quel giorno, alcuni hanno sfoggiato creazioni degne di Carnevale.

Per esempio Lui: jeans (dei quali era stato fatto specifico divieto nella predetta scrittura); scarpa da ginnastica sporca e sformata; camicia fuori dai pantaloni che sottolineava un grembo di circa sette mesi; giacca della tuta BLUETTE con le strisce bianche.

Abbiamo un vincitore.

Kavolo cuanto sei trasgry a fregartene così della regola sull’abbigliamento! Da grande vorrei essere come te!

Se volete facciamo mezzora di manfrina sull’abito che non fa il monaco e altri modi di dire sui generis. Però, è altresì innegabile che certi luoghi di lavoro impongono un determinato abbigliamento. Altri (ed era questo il caso) prevedono anche una divisa. E, soprattutto, se è stato richiesto espressamente un dato dress code, non mi pare questa gran furbata fregarsene, visto che chi ti guarda è la stessa persona che deciderà se assumerti o meno.

La prima impressione, in questi casi, è quella che conta. Non possiamo farci granché. Un reclutatore non ha il tempo di scoprire quello che si cela dietro quelle scarpe che invocano pietà, il trucco sbavato o la camicia stropicciata. Possiamo non essere d’accordo, ma è così.

La mia Prof di Italiano ci ripeteva ossessivamente:

«L’ordine esteriore riflette l’ordine interiore!»

Quando mi vesto, penso sempre a lei e a quanto avesse ragione.

A quanto, in effetti, nei periodi di furioso caos nella mia testa e nella mia vita, io peschi roba a caso dall’armadio e l’accozzi alla bene e meglio.

Viceversa, quando sono serena, riesca e goda perfino nell’abbinare la mutanda che nessuno vede al vestito.

LO FACCIO PER ME.

Mi piace, mi fa sentire meglio e in pace.

Per questo rompo le scatole a chi inizia a trascurarsi, abbrutirsi, non tenerci più.

Non si deve fare.

Perché? Quando basta così poco per sentirsi a posto.

Quel giorno ho visto gente coi capelli unti e il mollettone.

Vestiti come ti pare, ma almeno lavati, cazzo!

Scelte sbagliate che non valorizzavano la persona, errori basilari che Enzo Miccio vi fulminerebbe all’istante, tipo la calza nera col sandalo. Questa s’è messa IL SANDALO GIOIELLO E LA CALZA NERA, DIO DEL BUONGUSTOOO!! Ti prego, se ci sei scendi e vieni a punire questa peccatrice!!

Convincendomi che se non mi fosse andata bene quel giorno, potevo sempre riciclarmi come “Consulente d’immagine”. C’è bisogno di bellezza nel mondo. #nosciatteria, lo dico sempre!

Proprio mentre stavo per iniziare a prendere sotto braccio qualcuno per riportarlo sulla retta via, ci hanno annunciato che erano arrivati i risultati.

Due erano quelli che ci avrebbero fatto il colloquio successivo: “Il figo atomico” e “Quello che faceva più paura” e che si capiva poco quando parlava. (Doveroso messaggio all’amica “Almeno un reclutatore è figo, la prossima volta devi venire”).

“Quello che faceva più paura”, test alla mano, ha invitato coloro che venivano chiamati ad accomodarsi nella sala conferenze.

Mentre vedevo sfilare uno ad uno i miei colleghi scelti, che udivano esclamare il proprio nome – Addolorata Concetta Qualcosa inclusa – esultavano e si accomodavano – mentre a noi veniva chiesto di aspettare – ho realizzato che non ero stata chiamata.

Non sono stata chiamata.

In me si è fatto strada quel senso di mestizia che ci accompagna sempre quando non veniamo scelti, quando restiamo per ultimi, a partire dai giochi a squadre da bambini, passando per i colloqui di lavoro, fino ad arrivare alle relazioni.

Non essere scelti è una merda, diciamolo.

Questo pensavo, quando ho udito la ragazza che era accanto tirare fuori un liberatorio:

«Edddaaajeee!»

«Perché, scusa?»

«Non hai capito? Hanno chiamato dentro quelli che non sono passati!»

«EH??»

«Sì, fanno vedere loro gli errori dello scritto e li congedano»

«Davvero?»

«Ce l’abbiamo fatta!!»

Mi correggo. A volte, non essere scelti è una gran fortuna.

Ah! Ed è sempre la convinzione quella che fotte la gente. (Me dispiace, Addolora’)

Ovviamente, nel colloquio successivo, come sempre nella mia vita mai in discesa, a me è capitato “Quello che faceva più paura”.

Finito il tutto, ho salutato i pochi colleghi rimasti, continuato a sorridere e trascinato i miei esausti tacchi dodici verso la macchina.

Anche il mio di aspetto era da biasimare e non mi sentivo affatto in ordine esteriormente.

Figuriamoci interiormente.

E poi ho incrociato lui:

«Wowww… Ti posso offrire un caffè?»

Dopo dieci ore sui trampoli, il sonno, una mezza febbretta che non mi abbandona da più di un mese, uno sfogo cutaneo dovuto allo stress (sì, sto messa benissimo) be’, la mia autostima l’ha amato.

Quindi, non mi sono sentita di replicargli un secco: «No».

Non lo meritava.

Meritava maggiore gentilezza.

In perfetta linea con la giornata, ho sorriso e replicato un dolce:

«Le faremo sapere!»