LA SAI QUELLA DI BB, LA CANTANTE, LE RUSSE, LA CINESE E L’ARGENTINO?

So che vi sembrerà una barzelletta, però vi giuro che è andata veramente così.
C’erano due italiane more: BB e la cantante, due russe bionde, una cinese, due americani, un italiano, un italoamericano e un argentino.
E sto.

Col Colosseo a fare da sfondo.

Noi che credevamo di trascorrere una serata pacata e soprattutto “ristretta”, ci siamo trovate in una situazione che abbiamo ben sintetizzato nel messaggio inviato alle amiche disertrici:

«Pensavamo di passare una serata tranquilla, invece siamo finite in una sorta di orgia multietnica».

Così.

Al nostro arrivo, gli altri protagonisti della barzelletta avevano già brindato innumerevoli volte alla salute della bizzarra congrega. Ed erano già parecchio allegri.

A complicare ulteriormente la socializzazione c’era la necessità di dialogare in inglese.
Io che sono notoriamente asociale e già trovo fastidioso fraternizzare nel mio idioma d’appartenenza, figuratevi quanto apprezzassi conversare nella lingua albionica.

L’unico a masticare un po’ l’italiano era l’argentino.

Gnam.
La mia fede calcistica mi ha portato, negli anni, a nutrire una passione smodata per gli argentini. Soprattutto per gli argentini calciatori, come lui.

Quindi la mia amica, la cantante, ed io l’abbiamo sequestrato per nostro esclusivo sollazzo.

Lui e quelle sue meravigliose Rrr arrotate, le Sss festanti, l’intero complesso dell’accento sudamericano.

Cosa hai detto?
Sì dài, dimmelo ancora.

Pure uno degli yankee era notevole. E l’aveva notato pure la cantante.

«Oh, mica male quell-»

«C’ha la fede…»

«Ammazza, già l’hai visto?»

«Ecccerto».

Never a joy.

L’altro era un buffo personaggio sorridente e sobrio come un intero veglione di Capodanno e ci ha fatto fare parecchie risate.

La cinese e il suo fascino orientale incarnava perfettamente lo stereotipo: lunghi capelli neri, bel sorriso, vestitino cheongsam d’ordinanza ed età indefinita, come tutte le asiatiche

Voglio rinascere asiatica.

E condivideva con noi la mesta consapevolezza di NON essere il fulcro dell’interesse.

Perché poi c’erano loro. I cui nomi non mi sono neanche presa il disturbo di ascoltare (pure loro i nostri, eh): le russe. Bionde, algide, con la faccia da snob. Modello standard, insomma.

Ma ho notato che avevo le tette più grandi delle loro, il che mi rendeva almeno competitiva (e poi una era più bassa di me, ecco).

La mediterraneità contro il Mar Glaciale Artico (GLACIALE!).

Il bucatino contro le zuppe.

La grappa contro la vodka.

Appena è stato possibile, abbiamo interrogato l’amico italiano per sapere DOVE le avesse raccattate (dato che il PERCHÉ era abbastanza lampante).

«Guarda che una è un noto avvoc-»

«Eh no, dài, non è possibile!!» ho sbottato «Quando si parla di queste signore, sono tutte affermate professioniste: ingegneri, avvocati, fisici nucleari. Ce ne fosse una che faccia, che ne so, la bidella o l’addetta ai bagni dell’Autogrill! Anzi, Autogrillovski. E poi si fanno pagare pure il bicchiere d’acqua che ti danno gratis col caffè. E dài, su!».

Infatti, mantenendo fede alla loro nomea da gran fije de ‘na matrioska, non hanno neanche fatto il gesto di prendere il portafoglio per pagare al momento del conto. Giammai.

Hanno continuato con nonchalanciovski a chiacchierare aspirando fumo dalle sigarette per signore di classe, quelle fine, mentre qualcuno si occupava di regolarizzare al loro posto.

Noi due more abbiamo aspettato invano che qualcuno si facesse avanti per noi, ma niente. Non ci sperate.

Devono essere i capelli, perché pure la cinese è stata snobbata dalla galanteria altrui.

Chissà come starei bionda…

Una di loro festeggiava il compleanno. Le abbiamo fatto arrivare torta e candeline (che abbiamo pagato solo noi of course) cantato Happy Birthday e poi le abbiamo chiesto quanti anni compisse.

«Nineteen» ci ha detto.

L’amica ha subito riso e aggiunto «Another time!»

L’ho guardata con superiorità e ho bofonchiato “A bella ‘nte sei inventata niente. Io so’ anni che ne faccio ventinove”.

Però, alla fine, la russa diciannovenne-un’altra-volta ha pronunciato inaspettatamente un discorso (in inglese) così commovente, riconoscente , elogiante quella bislacca compagnia e pregno di gratitudine, da farmi emozionare e ricredere su queste figlie di Putin.

Spasibo.

Poi è arrivato lui: l’italoamericano.

Mentre si presentava, la cantante, in un linguaggio che potevamo comprendere solo noi e parlando a denti stretti continuando a sorridere come solo le donne riescono a fare, mi forniva dettagli su di lui che bastavano per qualificarlo.

Come uno stronzo.

Ovviamente, in quanto tale, è stata conseguenza logica che lui a fine serata chiedesse il mio numero di telefono, perché io attiro stronzi perfino quando sono disinteressata. Modestamente.

Mi ha porto il suo smartphone affinché glielo memorizzassi.

Cosa che ho fatto, inserendo il nome.

Poi gliel’ho restituito dicendo:

«Tieni, vedi tu cosa aggiungere accanto al nome per ricordarti CHI sono».

Ha riso, lui.

Ho annuito, io. Vi conosco, vi conosco bene.

«Ti ho mandato un messaggio su WhatsApp così anche tu hai il mio»

«Fantastico!»
Ho detto.
Fantastico, così ti blocco subito.

Ho pensato.

Ho appreso pure che, appena ti distrai un attimo dalla movida romana, scopri che quartieri che conoscevi e frequentavi, ora sono riservati esclusivamente alla comunità lgbt. E quindi capisci che quel gran manzo del barman non stava puntando te, ma il tuo accompagnatore e con questo, signori, non potevo proprio competere.

Non ci restava che andarcene, lasciando le russe con l’italiano, l’argentino e il bicchiere della staffa a casa. (e mo se chiama così).

Sostanzialmente, tirando le somme di una serata curiosa, variegata e alquanto istruttiva, la nostra presenza lì si sintetizza nella risposta che ricevetti quella volta che entrata da Cencio La Parolaccia – il famoso locale trasteverino noto per la tipica cucina romana e, soprattutto, per i modi garbati e morigerati – informando il cameriere della mia vegetarianità, chiedendo – quindi – se ci fossero pietanze che potessi mangiare, mi rispose con un sobrio, quanto inoppugnabile:

«E che cazzo sei venuta a fa, qua? È come se portassi un frocio a mignotte!»

Ecco.

Uguale.

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