GLI “STUZZICA-PASSERE”

Ci ho messo un po’ di tempo a inquadrare con precisione questa categoria di uomini in allarmante diffusione  poiché presentavano caratteristiche variegate e, a volte, comuni ad altre.

Ma dopo minuziosi studi condotti sulla mia splendida pelle e altrui, sono qui oggi a presentarvi una sottospecie di uomini parecchio complessa, subdola, affascinante e da evitare come Ikea la domenica: gli STUZZICA-PASSERE.

Dicesi Stuzzica-Passere esemplare maschile che provvede a intrattenere, stimolare intellettualmente e pasturare un discreto numero di fanciulle.

Un’altra definizione efficace potrebbe essere “Maschio che pratica con costanza la pesca a strascico”, ma non è molto precisa. Perché la peculiarità degli S-P è che non hanno compiutamente il fine della copula vera e propria, ma solo dello stuzzicamento, da cui il nome. Indugiano in continue provocazioni, presenza costante, allusioni, condite da complimenti in tutte le salse. E poi? Nulla.

Mirano a instaurare una dipendenza affettiva reciproca che non intendono soddisfare appieno.

Nell’era della tecnologia questi “rapporti” spesso si esauriscono solo nel virtuale, amplessi annessi.

Parole, tante.

Fatti, assenti.

Lo S-P ha bisogno di contare su un proprio pollaio personale che cura a suon di attenzioni per fidelizzare la preda ed evitare che questa, giustamente, si cerchi di meglio di uno pseudo-rapporto inconsistente e teorico.

Perché?

Elementare.

Perché gli S-P hanno già una moglie piena e ambiscono a sette/otto passere ubriache.

Non tutti i fidanzati/sposati sono S-P, ma ho ragione di affermare che il 90(99)% degli S-P è fidanzato/sposato. Anzi, “impegnato”, che oggi va tanto di moda e il termine “fidanzato” fa venire l’orticaria. Impegnato a stuzzicare, aggiungerei.

Gli Stuzzicanti ricercano Passere perché sono insoddisfatti, affamati di brio, o annoiati, ma non così tanto da arrivare a cornificare effettivamente la gentile consorte.

Quindi si limitano all’ipotesi, alla fattibilità, all’idea di.

Oppure, operano per esclusivo nutrimento del proprio Ego. Forse mossi da un’insicurezza di base o per trovare ulteriori conferme. Per dimostrare a se stessi che hanno ancora un ascendente sul genere femminile, che possono conquistare, acchiappare, custodire un harem personale. Seppur platonico, ma comunque rassicurante.

Per trovare un “diversivo”, una distrazione dal rapporto ufficiale, un ulteriore stimolo, una novità.

Spesso sono S-P quelli che ogni tanto “ricominciano il giro” quelli che “ricicciano” dopo mesi di silenzio. Quelli che, appena vanno in crisi con la donna, scorrono la rubrica del telefono per trovare rassicurazioni, affetto e calore.

In un anonimo lunedì, o durante le feste o le ferie, o a ridosso di San Valentino, lo S-P fa la propria comparsa con un messaggino banale per attaccare bottone.

Sono i re dei messaggi. MAI telefonate, troppa intimità. Le passere passerebbero sul piano del concreto, del tangibile e loro non lo vogliono.

Mai incontri. È scontato.

Il cortile deve principalmente essere geolocalizzato nella loro testa, a distanza di sicurezza.

Va da sé che, come appare, spesso altrettanto velocemente lo S-P scompare. In genere in coincidenza con una rappacificazione casalinga, o nei giorni dedicati per antonomasia alla famiglia.

Mentre, altre volte, lo stuzzicamento può durare perfino per mesi, sempre da lontano.

Le passere vengono irretite e illuse dalla speranza di un cambio del rapporto, o comunque perché gratificate dalle attenzioni e frasi melliflue che gli S-P hanno cura di profondere.

Da sottolineare che non sempre lo status di impegnato viene rivelato. A parole. Perché a fatti è più che palese.

Se siamo nel dubbio, basterebbe avere l’onestà di domandarsi questo: perché lo stuzzicamento protratto non si traduce in un qualcosa di più consistente che sia anche solo una-botta-e-via? La risposta è semplice.

Nessuno di loro vi svelerà che vi sta usando a scopo di sollazzo personale. Perché nessuna donna (spero) acconsentirebbe consciamente a fungere da stimolatore umano remoto.

Credo – e qui lo dico e qui lo nego – che in un numero risibile di casi vi sia davvero un genuino interesse per la passera, o la sensazione di aver trovato un conforto da un rapporto che lascia comunque della solitudine, ma non siamo qui per curare e salvare gli altri. Siamo qui per essere amate liberamente e da vicino. Don’t forget.

Mi sono chiesta se gli S-P siano malevoli intenzionalmente o se non abbiano una reale intenzione di danneggiare qualcuno. Perché, di fatto, non sono dei traditori, ma solo degli illusori. Poi mi sono risposta che, se hai una donna a casa, non lo dichiari e allo stesso tempo vai in giro a spargere lusinghe, affetto e a incantare, un (bel) po’ Stronzo sei.

Ed è altresì normale che, a posteriori, si capisca che le paroline, i pensierini, i complimentucci non fossero sinceri, ma solo puro foraggio.

Lo sappiamo: chi ci tiene, c’è. Non c’è un cazzo da fare. E non in multiproprietà.

È sempre tanto palese quanto doloroso.

Per tutti questi motivi, gli Stuzzica-Passere vanno evitati senza ritorno.

Sappiamo esattamente quel che ci aspetta.

Magari uno scambio, una tregua dalla solitudine, o una compagnia che “è meglio di niente”. Magari la consolazione che abbiamo qualcuno che ci pensi e ci scriva. Ma dobbiamo avere bene a mente che poi quello stesso qualcuno infila la lingua nella bocca di un’altra. Che messaggia con noi mentre tiene la mano di un’altra. Che le cose che dice che vorrebbe fare a noi le fa a un’altra.

Che a noi spetta solo la teoria, all’altra la pratica e ogni tipo di pratica.

Dobbiamo ricordare il nostro ruolo nella dinamica: quello di cura per l’Ego, di diversivo, di divertimento da occultare.

Quando dovremmo tutti ambire a ricoprire quello da Protagonista.

Quindi, non so voi, ma a mio modesto parere, o mi tocca una vera, concreta, reale, lingua in bocca, o – piuttosto che niente – preferisco sempre niente.

 

 

NdBB: So che lo state urlando dall’inizio dell’articolo, quindi lo dico io: sì, esiste anche la versione femminile, ovviamente. In francese accademico sono dette “Arrizzacazzi” o, più prosaicamente, “Profumiere”.

 

 

“Nulla al mondo è più difficile della franchezza e nulla è più facile dell’adulazione”.
Fëdor Dostoevskij

PRIMO APPUNTAMENTO

Fra tutti i programmi dedicati alla ricerca dell’Ammmoooreee, “Primo Appuntamento” è quello che seguo con più morbosità e interesse.

Ho imparato a memoria le prime tre stagioni e ora, finalmente, siamo giunti alla quarta.

Il format è abbastanza semplice: tra tutti i candidati di tutte le età, la redazione forma delle coppie che reputa compatibili le quali affronteranno una ‘cena per farli conoscere’.

Solo una cena.

Molto meno impegnativo del vincolo eterno previsto da “Matrimonio a prima vista” (del quale vi ho parlato QUI).

Quindi si hanno a disposizione circa due ore di tempo per valutare se colui, o colei, che si trova al proprio cospetto può essere compatibile, appetibile e se fa venire voglia di rivederlo/a.

Ogni puntata è stata divertente e istruttiva, ci ha proposto una variegata e curiosa offerta antropologica e mi ha donato svariati spunti di riflessione.

Abbiamo assistito alla nascita di diversi amori, incompatibilità, scene melodrammatiche, rifiuti e, purtroppo, parecchia ma parecchia cafonaggine e cattiveria.

Come nella vita vera, quella senza spettatori, non capisco che bisogno vi sia di “maltrattare” qualcuno solo perché non corrisponde al nostro ideale, solo perché non ci piace, o ci aspettavamo di meglio o di diverso.

Alla fine devi trascorrerci due ore e poi addio, che sarà mai?

Comprendo che magari alcuni affrontano la serata carichi di aspettative che poi vengono disilluse, ma mica c’entra chi hai davanti. Mica è colpa sua!

C’è stato chi non si è presentato affatto, chi ha visto il partner designato ed è scappato, chi ha avuto un atteggiamento altezzoso, pesante e irritante per tutta la sera, ma che bisogno c’è?

Acidità gratuita a profusione, da donne ma anche da uomini, che ben si sintetizza nella frase che un commensale di una yogurtara ha pronunciato a fine serata motivando la scelta di non rivederla:

«’Na rompicoglioni, per carità!»

E c’aveva ragione.

Ad aggiungere mio ulteriore interesse per il programma, la partecipazione di diverse persone che conosco.

Le considerazioni sono le medesime che ho formulato quando su Tinder mi ero imbattuta in parecchi volti familiari: o conosco troppa gente, o davvero noi single ormai siamo diventati i “soliti noti”, già schedati, sempre quelli, e – se rimaniamo tali – un motivo forse c’è…

Vorrei poter aggiungere molto a proposito di questi personaggi, ma purtroppo ‘nze po’.

Come ha detto la mia amica, sarebbe stato interessante se alla registrazione avesse potuto assistere il pubblico.

Avrei partecipato per produrmi in sobrissimi:

«’Nte fa’ incanta’, è ‘na m***a!! È un cogl****!!» e così via.

Con sommo dispiacere non è stato possibile. Peccato.

Posso, però, parlarvi di alcuni altri protagonisti.

Come, per esempio, Silvia che ha partecipato a tutte e tre le edizioni e si vocifera che sarò presente anche nella quarta.

Della serie “Non me rassegno e me lo dovete trova’!”

Silvia ha un qualcosa che manca alla maggior parte di noi: ci crede. Ci crede molto. E fa bene.

Al motto di:

«Mangia glitter a colazione e splendi tutto il giorno!»

porta a spasso, fiera, il suo fisico giunonico, osando mise che io, per miei limiti, non indosserei nemmeno se pesassi trenta chili bagnata.

Ha un atteggiamento sicuro, che intimorisce gli astanti, fino a sfociare nello scostante.

In un’occasione, mentre si parlava della provenienza del suo compagno della serata, con un candore pari a un’ignoranza preoccupante, ha chiesto:

«…ma è tanto grande st’Africa?!»

Ecco.

Ma anche in quel caso si è mostrata ferma, tranquilla, per nulla imbarazzata dell’enorme gaffe nella quale si era imbattuta.

Perfino di fronte a un rifiuto di uno che la aggradava parecchio, ha chiosato:

«Non l’avrei voluto perché è troppo perfetto…»

Sì, vabbè.

Fa tanto “Ti lascio perché meriti di più” ma a chi non è mai successo di consolarsi con una frase del genere?

Alla fine, questo programma mi piace perché riproduce perfettamente la vita reale, seppur in un contesto da favola e sotto i riflettori.

Riconosci bene e sin da subito gli sfigati, gli stronzi, i finti, gli acidi, gli innamorati dell’amore, i disillusi…

Te la gusti e giochi a prevedere le mosse, a percepire l’eventuale feeling, a chiederti quel che succederà.

Nei titoli di coda ce lo raccontano come è andata a finire, come si è evoluta la storia, quel che è accaduto dopo quella sera.

È triste appurare come alcune volte, dopo le effusioni a favore di telecamera, i fuochi d’artificio da tubo catodico, le promesse frutto dello spettacolo, questi titoli ci rivelino un mesto “non si sono più visti”.

Come è accaduto anche nella prima puntata della quarta stagione, dopo che la coppia si era prodotta in un bacio con sei metri di lingua in diretta nazionale.

Ma è esattamente quel che accade nella vita vera, quella priva di pubblico, dove va tutto bene e a un certo punto e senza preavviso il tipo sparisce nel nulla.

Solo che non hai milioni di telespettatori come testimoni a chiedersi con te: «E perché? Che è successo??»

Quel che mi commuove e stupisce è constatare quante e quante persone di ogni età, nonostante tutto, coltivino una fiducia incrollabile nell’Amore. La certezza di volerlo e meritarlo e la gran voglia di mettersi in gioco per trovarlo.

Tra le varie storie, mi ha colpito quella di Emanuele, che è stato lì a cercare l’Amore per tre volte.
Il primo incontro era stato abbastanza disastroso, con una tizia pesantissima e antipatica.
Ha fatto passare del tempo, ma ha deciso di riprovarci, di ritentare, perché ci credeva ancora.

Perché per lui esisteva, da qualche parte, quella persona fatta apposta per lui; quella “dolce metà” da ritrovare; nonostante una singletudine di ventun anni. Questo batte pure me, ho commentato.

L’ho ammirato.

La sua tenacia, la sua fede, la sua sicurezza, a dispetto di tutto.

Emanuele si è presentato con un mazzo di fiori destinati all’ignota donzella. Roba d’altri tempi, cure che noi non conosciamo più. Oggi, al massimo, accendiamo un cero già solo se non dobbiamo andare a prendere il nostro cavaliere a casa. Figuriamoci se ci aspettiamo di ricevere questo tipo di attenzioni e carinerie!

Si sono svolti gli incontri, mentre Emanuele era lì, ad attendere.

Alcuni hanno funzionato, altri meno e lui è rimasto lì, da SOLO.

La fanciulla non si è presentata.

Dopo due ore gli hanno dovuto chiedere di lasciare il ristorante in chiusura.

Cazzo, che botta.

Mi sono sentita Emanuele in molte occasioni.

Sola, disillusa, ad aspettare, a crederci, ma non più, o forse sì?

«Appena comincio a rialzare un po’ la testa, mi arriva subito una mazzata a rimandarmi giù» questo ha detto, lui.

Già.

Funziona così, per alcuni.

Siamo e siamo stati un po’ tutti Emanuele. Fiduciosi, ma ogni tanto presi dal pessimismo e dallo scoramento. Quando siamo comunque felici – anche da soli –  però… Dove quei “però” a volte ci pesano così tanto…

E allora, che si fa?

Ho ripetuto più volte che avevo chiuso con tutto ciò, che non ci contavo più, che magari non meritavo un Happy End, che era tutto così difficile…

Lui ha detto che comunque continuerà a provarci, a crederci, a cercare, sperando – infine – di trovare.

Ne ho invidiato la forza e la fede.

Perché non lo so, io, se sia giusto e lecito continuare ad avere fiducia. Se occorra lasciarsi tirare giù dalle batoste, o rialzarsi sempre e comunque. Se sarei stata in grado di aspettare così tanto a quel tavolo o altrove.

Se ho mai atteso davvero, o ho solo fatto trascorrere il tempo.

Se ci ho mai creduto davvero, o ho sempre fatto prevalere la disillusione o lo scoramento.

Non lo so, oggi e ieri, mentre – ancora una volta – sono seduta a un tavolo, da sola, che aspetto, o forse no, mentre gusto un bicchiere di rosso che sono certa di aver meritato.

Sulla certezza di meritare l’Amore, be’, su quella sto ancora lavorando…

 

Ah, Emanuele al terzo tentativo l’ha trovata.

Così, per la cronaca.

 

PS: Al netto di tutta la simpatia che nutro per il nuovo maître, Valerio, se mi leggi e hai voglia di un Primo Appuntamento, chiamami. 😉

FLUSSO DI COSCIENZA

«Sei come un’anguilla che sguscia».

Così mi ha detto.

Un’anguilla che scivola via dalle mani, scappa, che non si riesce a trattenere.

«L’hai fatto anche con me» ha aggiunto.

«E si percepisce questa tua attitudine all’andarsene, a lasciar perdere. Questo istinto che ti porta ad allontanarti. Si sente che sfuggi, che hai sempre un piede sulla porta».

Questo me l’ha detto il 10 Dicembre 2018. È quindi da più di un anno che ci rifletto su.

La gente che non pensa la invidio proprio, io sono un continuo rimuginare:

Che faccio?

Ho fatto bene?

Ho fatto male.

Ho fatto, basta.

No, troppo semplice.

Fatto sta che, dopo queste sue parole, mi sono trattenuta per ben due volte quando era sicuro che sarei dovuta scappare. E pure di corsa.

Pure uno di questi altri due me l’aveva detto:

«Tu ti defili…»

Anziché andare, ho pensato che avessero ragione loro, che fossi troppo precipitosa nel prendere l’uscita, quindi sono rimasta in due occasioni a farmi danneggiare. Ben consapevole.

Mentre le Voci nella mia testa mi insultavano.

E i fatti successivi hanno dato loro ragione.

Ve la do io l’anguilla.

Mica sono masochista!

Se mi viene voglia di scappare è perché non sto bene dove mi trovo.

Mica mi incaponisco.

Non più, almeno…

Che senso ha?

Se fossi felice, resterei. Pianterei una tenda, coltiverei il giardino, metterei l’etichetta sul citofono.

Griderei: «STO QUI!»

Perché dovrei fuggire da persone o situazioni che mi danno piacere?

Mica so’ scema!

Eppure lui ne era convinto.

Sono scappata pure da lui. Per coerenza.

Alla fine non pensavo di avere così tanto bisogno di una terapia, in fondo.

O forse sì…

Di sicuro non della sua che non mi soddisfaceva e acuiva le mie problematiche.

E poi non si ricordava le cose.

Capito?

Con ME, che sono un computer  vivente e ti so dire pure in che occasione te le ho dette e le parole precise che ho usato.

Ogni volta dovevamo ricominciare daccapo e mi snervava.

E lo pagavo pure!!

Sono fuggita, sì. Che stavo a fare?

A sentirmi poco considerata perfino da colui che per lavoro (e parcella) avrebbe dovuto ascoltarmi?

O forse aveva ragione e sono una che sa solo scappare…

Boh.

Sarò matta.

Che poi chi riesce a guardarsi dentro talmente bene da decidere di chiedere aiuto, mica è un pazzo.

Anzi, è perfino troppo lucido.

Chi ha capito che la nostra mente ci pone dei condizionamenti che determinano il nostro comportamento e plasmano la nostra realtà ha capito tutto. Altro che folle.

Quindi, sono un genio.

No.

Ma non sono neanche matta.

Sono una che pensa e sente troppo.

Percepisce un cambio di intonazione, un’inflessione, una mancanza ed ogni piccola cura.

E se le segna.

E le accumula.

E tira le somme.

E considera come il tutto la faccia stare.

Questa, sono.

Sì, forse sono un po’ matta.

Che poi i matti veri hanno tutto un mondo loro, un modo di vivere le cose, una realtà che si forgiano come meglio li aggrada. Ma non stanno meglio di noi? Per me, sì.

Mi sa che mi taglio i capelli.

No, per carità, che l’ultima volta, dopo, piangevo e mi volevo mettere le extension.

Mi faccio bionda.

Chissà come sarebbe la mia vita da bionda…

A-N-G-U-I-L-L-A.

Sarò un’anguilla, che ti devo dire.

Un fondo di verità l’ho trovata, ed è pure palese.

Quando si è stati feriti, si scappa per prevenire ulteriore dolore.

Su questo siamo tutti d’accordo, no?

Di fronte a una malaparata ci si dà a gambe, mi pare logico.

Riconoscere se si scappa per paura o perché è la cosa giusta da fare, qui risiede il problema.

Mi ero convinta di non saper più distinguere le due circostanze.

Tutta la pletora delle mie insicurezze mi avevano condotta fino a lui, e le sue parole mi fecero dubitare ancor più di me.

Come se non sapessi più discernere quel che mi faceva male, e dal quale sarei dovuta fuggire, perché persuasa che cercassi solo la fuga.

Che il mio istinto, la parte più intima della mia amigdala, sbagliasse, mi ingannasse, volesse solo preservarsi.

Che era solo mio Ego ad agire, per tornare nello stato di comfort e rifuggire le novità.

Quando sei insicura, credi sempre che chiunque ne sappia più di te, sia più saggio di te, abbia risposte migliori delle tue. E ti affidi.

Molto spesso, sbagliando. Come in questo caso.

Quel che percepivo come dannoso, ormai lo classificavo come paranoie auto-sabotanti.

Non è così come pensi, no. È il tuo giudizio parziale.

Quindi, quando mi sono trovata dinnanzi a comportamenti inqualificabili che, in altri momenti, avrei gestito con un semplice “Vaffa”, alla luce di questo, mi avevano convinta che, no, era tutto nella mia testa. Stavo sbagliando, stavo scappando, mi stavo defilando.

Un cazzo.

Poi aveva pronunciato una parolina che detesto: “Psicofarmaci”.

Stocazzo.

Io dovevo capire il PERCHÈ dei miei (eventuali) problemi, non curarli e basta.

Questo volevo.

Mi ci ero messa d’impegno, eh.

Roba forte.

Tipo che avevo pianto ogni volta, mentre tiravo fuori dalle viscere quel che più mi addolorava. Io, sempre quella che “non piange in pubblico”, ma con colui che avrebbe dovuto vigilare sulla mia salute mentale, mi sembrava opportuno togliere tutte le maschere.

Questi drammatici accoramenti pensavo potessero essere facilmente ricordati.

Manco per il cazzo.

Perché le volte successive mi poneva le medesime questioni che avevo già sufficientemente lacrimato.

Questo nemmeno mi ascolta.

E io sono insicura, e ho bassa autostima, e partorisco paranoie, ok.

E pago uno che non mi ascolta.

Mo, secondo te, sarei dovuta restare solo perché altrimenti mi avrebbe detto che sono un’anguilla?

Eh no, dai.

Sarò anguilla, ma mica so’ scema.

E due.

Che ci sto a fare qui?

Ecco, questa domanda me la pongo spesso.

Se non sto bene, me ne vado.

Questo fa di me un’anguilla?

Ok, sono un’anguilla.

Ma un’anguilla consapevole.

Ho sempre criticato chi si fa le autodiagnosi, ma non mi potevo permettere di essere delusa da qualcun altro.

Ora ti spiego una cosa: quando una che non è avvezza a chiedere aiuto, poi si sforza di farlo, ma non lo riceve, passeranno dei lustri prima che riesca a chiederlo di nuovo. È sicuro.

Molti pensano che sia un fatto di boria e supponenza, no! Non c’entra un cazzo.

In genere, quelli che sono incapaci a chiedere aiuto non è che siano davvero incapaci, ma hanno paura di disturbare. Ci crederesti mai? Ebbene è così. Sappilo. E hanno paura di non trovarlo e di essere delusi. Boom!

“Quelli che non chiedono mai aiuto sono coloro che ne hanno più bisogno”. La sapevi questa? È una grossa verità che pochi considerano.

Se ci rifletti è una spiegazione più che logica.

Stronzi a parte, ovvio. Quelli manco li considero.

Forse dovrei tagliarmi pure le unghie. E mettere una smalto rosso.

Rosso?

Naaa… Non mi ci vedo.

“Se vuoi qualcosa che non hai mai avuto, devi fare qualcosa che non hai mai fatto”.

E se fosse mettere lo smalto rosso?

Ci faccio un pensierino, va’…

Ho perso il filo del discorso, dov’ero?

Ah, cavarsela da soli.

Se qualcosa ho capito di me e che sono una cocciuta con una forza di volontà incrollabile. Quando voglio.

Quindi mi sono giurata che ne sarei venuta a capo. Che avrei agito in maniera obiettiva e senza scorciatoie. Che avrei sofferto e versato lacrime  e sangue, ma avrei trovato le mie risposte. Cazzo, sì.

Così ho letto: pagine e pagine di sviscerato, addentrato, rimuginato. Libri, articoli, seminari, confronti.

Tutta roba “pesante”, tosta e il tutto fatto con una consapevolezza tale da farmi restare sveglia di notte a pensarci, te lo garantisco.

Ho rielaborato e rivissuto svariati episodi.

Ho riconosciuto delle fughe immotivate, per motivazioni davvero ridicole, perche era più facile.

Ma ho notato anche degli indicatori palesi che avevo scelto di ignorare.

Scelto.

Perché mi ero sforzata di restare.

Ora ti dico un’altra cosa: quando una che ha un muro eretto, addobbato, stratificato, calcificato, incontra uno con un muro altrettanto imponente e ben evidente, lo sai lei – l’anguilla – che fa? Fa un’altra bella fila di mattoni. E poi, eventualmente, scappa.

Dimmi, in tutta onestà: lo trovi un comportamento così strano?

Poi, storicamente, ogni volta che mi è capitato di disarmarmi di fronte a delle fortezze, sono successi dei disastri, dei danni per me e delle conseguenze così intrecciate che in Beautiful non sanno manco che so’. E, a dirla tutta, non ne valevano neanche la pena. È logico che ora ci metta un bel po’ a deporre l’elmetto.

Penso a “Love” di Milov. Noi tutti siamo così: bambini interiori spontanei e amorevoli, intrappolati dalle sovrastrutture che ci creiamo e che ci limitano. Ingabbiati dalle paure e chiusi in noi stessi, mentre le anime si cercano. Questo siamo.

E i muri lo rappresentano.

Ma possiamo scegliere (SCEGLIERE) di uscirne.

Lo butti giù? Lo faccio anche io.

“Salti tu, salto io” come in Titanic. Certo, non è che abbiano fatto ‘sta gran fine loro due, vabbè sto divagando, non c’entra niente.

Però io questo lo penso: se si abbassano le recinzioni, occorre venirsi incontro. E viceversa. Ed è bellissimo.

A quel punto, sì che pianterei una tenda, coltiverei il giardino, metterei l’etichetta sul citofono.

Non credi?

Certe volte non vale la pena scalare, questa è un’altra verità. Potresti trovarti a capo di una cordata con un qualcuno che ti trascini, che cerchi in tutti i modi di portarti dietro mentre lui non fa il benché minimo sforzo per salire insieme a te.

Credi sia cosa buona e giusta?

No.

Bisogna tagliare la corda. In tutti i sensi.

Ah-ah, ho fatto la battuta!! So’ troppo simpatica!!

Quindi so discernere quando è il momento di andare via e quando no.

Possedevo da sempre le chiavi del tutto, ma non avevo voluto usarle.

La mente mente e mi sorprende.

A-N-G-U-I-L-L-A.

Che poi l’anguilla è brutta, viscida e strisciante, ma lui mi vede così??

Ammazza…

Oddio, pure qualcun altro mi vedrà così??

Ma sai che c’è?

MASTICAZZI.

Poi lo sai che ho capito proprio bene, bene, bene??

Che mi sono fracassate le ovaie di pensare sempre di avere IO qualcosa che non vada! E basta!

Pure la terapia, volendo, era un’ammissione di “colpevolezza”, di qualche imperfezione grave da correggere, di problematiche che mi rendevano un soggetto da riabilitare.

Socialmente deficiente. Nel senso di deficienza proprio, mancanza. Ma pure deficienza in senso lato.

Sì, lo ammetto che ho un piede sulla porta, cazzo, sì!

Ormai mi curo degli altri in maniera “giusta”. Né più, né meno.

Non soffro né mi sento in difetto per questo.

E ho seimiliardi di altre stranezze che, se vuoi, ti elenco in ordine alfabetico e non so quando potrei finire!

Questo mi renderebbe una donna immeritevole, indegna di assecondare le proprie esigenze e destinata al mesto “accontentarsi di quel che passa il convento nel quale, prima o poi, finirai”?

Non credo.

Mi sono seduta sul mio trono da sgrinfia sussiegosa e ho urlato:

«MI VADO BENE COSÌ!! A VOI, NO?? ESTICAZZIII!!»

Sono una fottuta anguilla sensibile, strana e pretenziosa.

E mi vado bene così.

Tié.

 

 

 

«…BB?»

«Eh?»

«A che pensi? Sei tutta assorta…»

«Ah! Ehm… Niente, niente…»

«Tutto ok? Che c’è?»

«Niente, davvero, nient… No. Non è vero!»

«Allora cos’hai?»

«Il copione di genere prevedrebbe che ti rispondessi “Niente”, come ho fatto. Ma c’è qualcosa che stavo pensando, sulla quale ragionavo, una sorta di flusso di coscienza libero e folle, e te ne vorrei parlare…»

«Dimmi, allora»

«C’entra un pesce…»

«Un pesce??»

«Sì. Si parla di un’anguilla…»

 

 

 

Il flusso di coscienza (stream of consciousness in lingua inglese) è una tecnica narrativa consistente nella libera rappresentazione dei pensieri di una persona così come compaiono nella mente, prima di essere riorganizzati logicamente in frasi. Da alcuni autori è considerato un vero e proprio genere letterario, anche se altri autori ritengono dubbia questa pretesa.

Il flusso di coscienza viene realizzato tramite il monologo interiore nei romanzi psicologici, ovvero in quelle opere dove emerge in primo piano l’individuo, con i suoi conflitti interiori e, in generale, le sue emozioni e sentimenti, passioni e sensazioni.

Fonte: Wikipedia

POTERE DELLO “STICAZZI”, VIENI A ME!

Oggi vi voglio raccontare una storia…

Sapete che sono appassionata di psicologia, energia, spiritualità e tutta questa roba qui.

Bene, qualche giorno fa avevo un esercizio quotidiano da svolgere, facente parte di un percorso di una certa durata.

Leggo in cosa consisteva, arrivo fino in fondo e si concludeva con un invito a lasciare andare e a trovare sempre e comunque conforto nella parolina magica “STICAZZI”!

Ops, avrò letto male…

No, no. C’è scritto proprio STICAZZI.

Ora, da romana, lo Sticazzi – al pari di Mortaccitua – è un qualcosa con il quale convivi sin dalla più tenera età, con cui cresci, ti forgi. Fa parte del background socio-culturale della nostra città, possibile che io da sempre abbia avuto in mano lo strumento per essere più serena e non me ne sia mai resa conto?

Può una semplice parolina sottintendere una filosofia ben più complessa e benefica?

Mah…

Poi, è successo un altro fatto: un mio caro amico, ignaro delle mie dissertazioni della giornata, su WhatsApp mi manda il buongiorno e un’immaginetta divertente (che vedete a lato) corredata da… Sticazzi!

Era un segno, dovevo provare empiricamente la funzionalità del prodigioso mantra.

Da quel giorno, e nei successivi, ho iniziato ad applicarlo con dedizione, in ogni aspetto della mia vita.

Tizio mi ha tagliato la strada. Ma brutto str@#*!! No, aspe’… Sticazzi. Ok.

Caia mi ha dato una risposta non proprio garbata. Mo te pijo e te faccio la plastica nova che quella vecchia non t’ha risolto il probl- No. Calma. Sticazzi. Bene.

Non solo mi iniziavo a divertire da morire, ma mi sono resa conto che davvero – DAVVERO! – stava cambiando il mio modo di vedere e vivere le situazioni, nonché il mio umore. Ho realizzato quanto spesso, durante il giorno, ci preoccupiamo di affari non di nostra competenza, ci imbronciamo per inezie, così, quasi per abitudine. E di come sia salvifico il potere dello Sticazzi!

Perciò ho continuato e ho ampliato il campo di applicazione.

Al momento ho cinque chili in più? Sticazzi!

Ho tardato di qualche ora la consegna di un lavoro, IO, Miss Puntualità, Nostra Signora del Rispetto delle Scadenze, io! Prima che iniziasse un attacco di gastrite ho pronunciato un fiero Sticazzi! E mi sono sentita meglio. Ho compreso che non era successo nulla di irreparabile, né di catastrofico, che un ritardo, uno, non inficiava la mia professionalità. E poi, comunque, Sticazzi!

Sempronia ha delle paturnie che forse io potrei, ma magari… Ma Sticazzi! Perché me ne devo preoccupare io?

Quello si è offeso solo perché ho avuto l’ardire di essere sincera e mi stavano iniziando a consumare i sensi di colpa e ho provato a cercare modi per rimediare, ma no! STICAZZI! Ho fatto bene come ho fatto!

Quella la credevo un’amica e invece? Sticazzi! Au-revoir, Good-bye, Ciaone!

E poi lui, quello, sì… Dai, colui, illo…LUI! Non mi fa sentire come vorrei. STICAZZI! Perché devo perdere tempo appresso a lui? Sarà mica l’unico uomo sulla terra! MASTICAZZI!

E se poi lo perdo? Sticazzi! Dovrebbe preoccuparsi lui di non perdere me! STICAZZI!!

Quell’altro è sparito? Sticazzi! Ciao e saluta a casa!

E quel tipo che forse, ma no, però sì, o anche boh… STICAZZI!!! Non posso mica passare la vita ad aspettare che si decida! Sticazzi!

Non mi ha risposto al messaggio. Sticazzi!

Non mi ha richiamata. Sticazzi!

Non gliene frega niente. Sticazzi!

Non c’è il sole. Sticazzi!

Non mi va di fare quella cosa. Sticazzi! Non la faccio.

E tutti quelli che non mi hanno voluta o trattata di melma e sui quali continuo a rimuginare chiedendomi perché, per come, per favore… STIGRANCAZZIII!

Ooohhh…

Sentite come suona bene:

S-T-I-C-A-Z-Z-I-I-I!

Ora, dovete sapere che ci sono molte probabilità che, quando mi racconterete qualcosa, accuserete, rimprovererete, biasimerete, dimenticherete, aspetterete, ignorerete, ferirete, infastidirete, deluderete, risponderete o no, ci sarete o no, mi vorrete o no, darete o no, io vi sorrida ripetendomi STICAZZI!

E non mi sentirò in colpa per questo, anzi. E vorrei che voi faceste lo stesso con me.

La gente felice è quella che pensa di meno agli altri e io devo pensare a me per essere spudoratamente felice e priva di paturnie inutili.

Andate e diffondete il verbo.

Che lo STICAZZI sia con voi.

LA VERITÀ, VI SPIEGO, SULLO STALKING.

“Ogni femmina che si rispetti opera una doviziosa attività di stalkeraggio e controllo nei confronti del maschio oggetto dei propri desideri”.

Con queste parole iniziavo un articolo di qualche tempo fa anche se alla fine dello stesso, poi, rinnegavo l’opera di indagine e oggi vorrei approfondirne la motivazione.

Non vi suggerirò nuovi metodi di stalking, tutt’altro. Se siete qui per questo, mi spiace deludervi.

Oggi vi racconto la storia che ha trasformato BB da stalker professionista a stalker pentita.

Inizia diversi anni fa…

All’epoca mantenevo il mio ferreo proposito di non avere internet in casa, quindi potevo usufruirne solo a lavoro, non di sera, né nei weeekend. Immaginatevi quanto potesse essere stressante per me.

Gli smartphone non erano ancora così diffusi e, di sicuro, io non ne possedevo.

Quindi, operavo il mio monitoraggio costante dal lunedì al venerdì, orario d’ufficio e solo da pc.

Il social network era agli albori, ma io ne avevo scoperto ogni recondito segreto.

Per esempio, bastava aprire il profilo della persona in questione per trovare traccia di tutte le azioni che questa aveva compiuto (una sorta di “registro attività” odierno, ma visibile a tutti). Quindi vi apparivano like, commenti, amicizie strette, tutto.

Ogni mattina li aprivo uno per uno per scoprire cosa, come, quando, ma MAI il perché.

Disdetta.

A ripensarci adesso provo dei sentimenti contrastanti. Pena, per la me stessa di qualche anno fa. Rabbia, per essere stata tanto ingenua. Nostalgia, per aver perso così tanto tempo.

È una logica conseguenza che, per fortuna, ora non ami sprecarne nemmeno un po’.

Al culmine della mia follia avevo scoperto che il mio telefono, volendo, poteva sì collegarsi ad internet, ma a costi che scoprii solo quando mi arrivò la fattura e che vi lascio immaginare.

Negli anni, furono tre gli oggetti delle mie attenzioni ossessive e ancora me ne vergogno.

Sarà stato un caso, ma furono i tre dei quali mi fidavo meno (ma dai!) e che mi ferirono di più (ma dai!) .

Mi correggo.

Ai quali PERMISI di ferirmi di più.

Perché nessuno mi stava costringendo a frequentarli, sebbene non riponessi alcuna fiducia in loro, e ad incrementare così tanto le mie insicurezze, tanto da farmi diventare un’investigatrice patentata.

Pensare che, qualche anno prima, avevo biasimato pubblicamente una mia amica che aveva preso la pessima abitudine di fare le poste in macchina al proprio ex e, successivamente, mi ero ritrovata a fare lo stesso. Seppur virtualmente.

Operavo un controllo continuo e costante come se la vita si esaurisse nei social network. Come se ogni azione o accadimento dovessero necessariamente passare sul web. Come se fosse davvero – davvero! – possibile scovare ogni segreto di una persona attraverso un’indagine ininterrotta.

Avevo imparato a memoria i profili delle persone che sospettavo di più, esaminando costantemente anche loro. Avevo memorizzato tutti i nomi delle “parenti” – dopo aver scoperto che lo fossero – per escluderle dalla mia attività di sorveglianza. Odiavo con tutta me stessa quelle che si permettevano di fare le simpatiche e c’erano quelle tre/quattro sgallettate che sicuro, sicurissimo, ci provavano spudoratamente.

E poi c’erano quelle con le quali erano loro ad essere particolarmente affettuosi.

Erano le peggiori.

Perché non si potevano incolpare.

Perché mi mettevano davanti alla reale natura di quei soggetti.

E a quanto fosse tutto così inutile e doloroso.

Capitarono non di rado incidenti durante queste sessioni, tipo like e richieste d’amicizia partite per sbaglio, ma non riuscirono a fermarmi perché furono molti di più i fatti che scoprii, anche se non dovrei dirlo.

Tramite intrecci di profili, legami, correlazioni, talento, allenamento, intuito, empatia e un’opera meticolosa e sorprendente, affinai una tecnica incredibile.

So individuare con certezza CHI se la fa con chi. Con una precisione e una lungimiranza che spesso sorprendono anche me.

Ho trovato Ex avendo a disposizione pochissime informazioni, così, solo per il gusto di vederle.

Di uno pseudo VIP sono riuscita a scovare perfino il numero di telefono. L’ho memorizzato, ho verificato dalla propic di WhatsApp che fosse veramente lui, mi sono complimentata con me stessa e l’ho cancellato.

Ebbi conferme anche meno piacevoli, come il tizio che si dimostrò uno di quelli che scrivono «Sei bellissima» sotto ogni foto di ogni vaginomunita sperando di ottenerla questa “munizione”, a suon di complimenti stereotipati, sempre uguali e non sentiti.

Che mestizia.

Un altro era un addicted dei gruppi per single. Io non sapevo nemmeno cosa fossero i “gruppi”, ma ben presto imparai non solo che ve ne erano di privati, ma addirittura di “segreti” ai quali si poteva accedere tramite invito di un membro (AH-AH) e nei quali c’era da divertirsi. In tutti i sensi.

Uno dei miei fake è iscritto a molti di questi, per mero scopo antropologico (non sono ironica).

Quando mi capita di farci un giro, mi chiedo sempre quale appagamento possa esserci nel mostrare le proprie grazie a millemila sconosciuti sbavanti, barattandole per qualche like.

Non lo comprendo, per quanto io possa sentirmi sola.

E io per un periodo avevo affidato il destino della mia felicità a uno di quegli individui che si salvano le foto per poterle poi usare in solitudine.

Che aggiungono femmine random per crearsi un proprio personale pollaio.

Che fanno incontri a ripetizione e con un solo, unico, preciso SCOPO.

Di nuovo, che mestizia.

In buona sostanza, tutta questa sapienza, conoscenza che mi permetteva di intuire e verificare, non mi tenne al riparo dalla delusione, né mi preservò dal dolore e da tutto il male che mi fecero costoro, con un ottimo aiuto da parte mia.

La verità era una sola, ma io cercavo di aggirarla attraverso delle indagini. Di distrarmi per non voler proprio capire quel che era assolutamente lampante. Per trovare prove che erano del tutto superflue, visto che già quelle azioni parlavano abbastanza.

Ora vi devo parlare anche della parte meno divertente, qualora questa l’aveste trovata tale.

E concerne quando siamo noi ad essere oggetto di attenzioni ossessive.

A me è capitato diverse volte.

Gli uomini sono meno bravi in questo, rispetto a noi donne. Sono parecchio più invadenti e sgamabili.

In genere lo SAI chi è che ti controlla con ossessione.

Ebbi diversi stalker che commentavano ogni mia singola azione. Che chiedevano l’amicizia alle mie amiche. Che interagivano nei post pubblici che io avevo apprezzato o nei quali avevo espresso la mia opinione.

Non mi sentivo più libera di condividere alcunché.

Mi sono capitati anche quelli ancora più pericolosi, poiché mi erano vicini fisicamente.

Un paio, in particolare, che sapevano dove lavoravo e, casualità, avevano imparato i miei orari. Perfino quando mi recavo in un certo posto, in momenti in cui sapevo di non trovare nessuno visto che non amo la folla, …tranne loro.

A volte confesso che ebbi paura.

Tutto questo mi ha trasformata in una maniaca della privacy, a condividere sempre meno, a blindare il mio profilo ai “non amici”. Ad operare un chirurgico distinguo tra “amici” e “conoscenti” e a oscurare tutti i miei post a quest’ultimi.

In questa lista finiscono, in genere, coloro che sono “costretta” ad accettare per variegati motivi di parentela/rapporti lavorativi/di conoscenza ma che NON voglio che sappiano un mio solo fatto privato. Benché pubblichi davvero molto, molto poco.

Quando nacque Facebook – con il nobile e innocente intento di ritrovare vecchi compagni di scuola e condividere con loro pensieri, ricordi e quant’altro – avevo creato un album composto di mie foto personali, istantanee che testimoniavano gli avvenimenti più importanti della mia vita, tutte castissime, come potete intuire. Perfino la mia propic presenta una censura rispetto alla versione originale.

Quando ho appreso che qualcuno aveva salvato alcune di queste foto o mi lasciava commenti di notte, la cosa mi inquietò non poco, tanto da spingermi a impostare la privacy di quell’album in “solo io”.

Mi sono sentita spesso letteralmente “controllata”.

Poi, perché? Non c’era nulla tra noi, non meritavo una tale “dedizione”.

Tacciandomi subito da ipocrita, ripensando a tutte le volte che lo avevo fatto io.

Giusto, non mi potevo lamentare.

Sono innumerevoli le cose che sono riuscita e che riuscirei a fare.

Se solo adesso mi interessasse farlo.

Le mie amiche mi sfidano a cercare l’impossibile: persone, legami, relazioni, foto e io non fallisco mai.

Tanto che una, recentemente, mi ha detto:

«Aspiro a diventare come te!»

Ho frequentato ragazzi dei quali NON avevo l’amicizia su Facebook e non mi importava averla.

Se mi viene la malaugurata idea di esaminare qualche profilo, amicizie, gruppi, amiche, interazioni, mi chiedo semplicemente:

«Perché devo farmi questo?» E passo oltre.

Mi stanno insegnando ad usare Instagram, ma comunque lo apro pochissimo e non guardo mai quello che fanno gli altri. Mi scordo proprio di questa possibilità di impiccionaggio estremo, anche se a volte mi regala gioie.

Mi ostino a celare l’ultimo accesso WhatsApp e, di conseguenza, mi è negata la visione degli altrui. Idem per le spunte blu.

Guardo raramente gli “stati” anche se a postarli sono “certe” persone.

Non so se sbircerei mai un telefono altrui perché mi incazzerei parecchio se lo facessero con me.

Ho imparato.

Ho sprecato tempo, soldi ed energie, ma ce l’ho fatta.

Sebbene sia divertente, rilassante; sebbene riconosca di avere un talento formidabile che dovrebbe essere insignito di un qualche premio e riconoscimento; sebbene a volte si ha solo la curiosità di capire o conoscere di più o scoprire se quel sospetto è una certezza, mi sussurro che non merito di farmi questo. Che è deleterio.

Che è del tutto inutile.

Che “controllare” indica solo che quella persona non è tua, punto.

E a me non interessa chi non è interessato a me.

In ultimo, ma più importante, che non si riuscirà MAI a scoprire TUTTO quello che fa/dice/omette/scrive qualcun altro.

Semplice.

Quindi, è preferibile vivere sereni.

Fidatevi.

Ciao sono BB e da qualche anno preferisco ignorare. Fallo anche tu!

 

 

Ah! Se siete voi a voler scoprire qualcosa, chiamatemi.

Che io so come si fa. 😉

GLI EX FILES

C’è stato un tempo in cui ci raccontavamo quanto fosse indispensabile conoscere TUTTO sul passato dei nostri uomini.

Su ogni singola precedente relazione.

Sapere ogni dettaglio delle loro Ex, del PERCHÉ lo erano diventate, COSA non aveva funzionato, DOVE risiedevano le colpe.

Furbamente ci serviva per prendere subito le distanze da certi, eventuali, comportamenti sbagliati di costoro.

«Ah no, io non sono per niente così!»

Comprendere quel che ai nostri uomini proprio non aggradava per evitare di farli scappare.

Capire nello specifico il tipo di rapporto che avevano nella testa per riuscire a incarnarlo al meglio.

Annotare quello che proprio detestavano, evitando di metterlo in atto.

Per mostrare loro quanto noi fossimo migliori e proprio più giuste, integerrime, perfette per loro.

«Figurati, a me non importa nulla se non mi chiami per tre giorni! Il calcetto? Ma ci puoi andare quando vuoi! Che problema c’è??»

(False. Falsissime)

Poi qualcosa è cambiato.

Almeno in me.

Innanzitutto interpretare un ruolo non mi si addice, è estenuante, poi non sono capace.

Perché, se non mi chiami per tre giorni, io mi incazzo eccome e te lo dico pure, e sticazzi se ti infastidisci.

Perché come sono, con quei quattro pregi e millemila difetti, ti deve essere chiaro fin da subito. E io devo avere chiaro CHI sei tu.

Per valutare se le nostre idiosincrasie possano riuscire a conciliarsi. Se vogliamo, davvero, farle convivere.

Inoltre, ormai se sento parlare di Ex, fare paragoni con l’Ex, rimarcare l’Ex, mi si attiva l’allarme fuga nel cervello.

E i motivi sono molteplici.

Parole cariche di astio mi spaventano.

I vari “Troia”, “Puttana” et similia che utilizzate per dipingere le vostre precedenti compagne di vita non mi fanno sentire rassicurata, non mi affrancano dalla paura che sia permaso qualsiasi tipo di affetto recondito.

Tutt’altro.

Li trovo sgradevoli e poi mi rammentano che l’odio è un sentimento molto simile all’amore: entrambi determinano una discreta fissazione per l’oggetto della nostra attenzione, un vivo attaccamento, un qualcosa che proprio non si vuole lasciare andare, seppur dannosa per noi.

A tal proposito, vorrei pure biasimare le fanciulle che per sentirsi very faighe utilizzano simpatiche frasi per dimostrare che non rosicano delle nuove liasons dei propri ex, del tipo:

“Non sono gelosa se vedo il mio ex con un’altra. La mamma mi ha insegnato che devo dare i giocattoli usati alle bambine meno fortunate”.

Perché vorrei ricordare loro che tutti siamo il “trastullo dismesso” di qualcun altro, per dire.

Un buon esempio è il caso di quel tale che appena conosciuto e in un contesto tutt’altro che romantico, ha iniziato a parlarmi di lei.

I cavoli miei li racconto a tre persone contate, invece ho capito che in giro c’è un gran desiderio di raccontarsi, ma in quel momento mi sono limitata a compiacermi per la fiducia che, pur non conoscendomi, lui aveva riposto in me.

Ingenua.

Quando ho avuto modo di approfondire la conoscenza, ho capito che non ero affatto speciale, non ispiravo confidenze intime, non aveva visto in me chissà che, no. Semplicemente, lui aveva bisogno di parlare di lei, solo lei, continuamente lei.

E lo lasciai coi suoi monologhi e la sua ossessione.

Attenzione, non sto dicendo che non si debba condividere, raccontarsi, confrontarsi, anzi.

Probabilmente oggi siamo il prodotto del nostro vissuto. Una versione migliorata (o peggiorata) di noi stessi vergini.

Analizzare gli accadimenti pregressi può far bene e io potrei pure raccontarti quanto siano stati stronzi quelli prima di te, ma sarebbe davvero la verità?

O sarebbe un racconto di parte, datato ma, ben più importante, contestualizzato a quel rapporto. Frutto di me e lui. E di me e di lui di quel determinato momento.

Magari un lui che riusciva a tirare fuori il peggio di me o un rapporto logorato nel quale ogni sciocchezza diveniva pretesto di battaglie infime e mutismo. O due caratteri incompatibili che non sapevano lasciarsi stare o, ancora, un tiepido interesse bilaterale mascherato da passione, per farsi compagnia.

Potrebbe sul serio dirti CHI sono io?
Potresti davvero avere una visione completa e obiettiva di quel che potremmo essere NOI?

Che senso ha sdoganare Ex Files se magari, insieme a te, io potrei scoprire di essere più o meno tollerante di quanto sia mai stata; più o meno accomodante di quanto non avrei mai immaginato; più o meno felice di quanto non ci è dato sapere, se non ci impegniamo per scoprirlo.

Al netto di tutti i nostri Ex e dei comportamenti precedenti.

In questi termini, potremmo anche parlarne.

Ma mi chiedo quanto possa essere utile all’economia della relazione.

E sarebbe un altro tipo di parlare, rispetto a quelli che non hanno altri argomenti, che trovano il pretesto per infilare dentro il discorso il suo (di lei) nome, un qualsivoglia aneddoto, o addirittura mostrarti delle sue (di lei) foto per elogiarne la bellezza (successo, successo, successo, successo, ho vinto qualche cosa??)

In questi casi, Signori/e, c’è un bel cazzo di problema.

In questi casi, miei/e cari/e, ci sono Ex Files belli aperti.

Quando invece dovrebbero essere archiviati e, non dico cestinati, ma almeno secretati.

In questi casi, belli de casa, state da soli, ve ne prego.

Analizzate, rimuginate, arrabbiatevi, da soli.

Rimarcate, paragonate, additate, da soli.

Valutate, capite e, se è il caso, rimediate.

Soprattutto, capite il vero motivo per il quale questi Ex Files sono ancora aperti.

Se c’è ancora un sentimento o se li usate come un (s)comodo pretesto.

Ho spesso coltivato discrete ossessioni per Ex (o “mai stati”) soltanto per tenere occupato il mio muscolo cardiaco e/o, peggio, per evitare di lasciarmi andare. Per far finta che non ci fosse posto per qualcun altro. Per tenermi al riparo dal dolore ma anche dalla felicità.

Perché il passato, per quanto doloroso, fa molta meno paura dell’ignoto, di quel che potrebbe essere.

Scoprirlo e ammetterlo a me stessa è stato devastante.

Dopo, però, mi sono sentita nuova, libera e con un mucchio di spazio.

Spazio pulito e senza ombre.

Spazio da riempire con qualche nuova ossessione, attaccamento, lasciarsi andare e non lasciarsi stare.

Ma in positivo.

 

 

 

È da parecchio tempo che non dedico un articolo a qualcuno:

A Te. Per avermi fatto capire.

NONOSTANTE TUTTO

Lui ha saputo che ho avuto dei problemi di salute, così ha alzato il telefono e mi ha chiamata.

Semplicemente e nonostante tutto.

Nonostante l’ultima volta gli avessi detto che avrei preferito ingrassare dieci chili, farmi a piedi la Salerno-Reggio Calabria a Ferragosto, sacrificare tutte le mie scarpe, farmi scocciare da tutti i call center del pianeta, piuttosto che sentirlo di nuovo. Il tutto pronunciato con toni molto poco pacati.

E badate che sono sempre molto rigorosa quando si tratta di serrare porte.

Un mio “Vaffa” è per sempre.

Ma lui se n’è fregato e la porta l’ha scardinata.

Non si è fidato delle notizie che avrebbe potuto reperire di seconda mano, voleva appurare dalla mia viva voce come stessi e i vari cosa, quando e perché.

Non si è nemmeno nascosto dietro a uno squallido messaggino freddo, condito con emoji cretine. Mi ha proprio chiamata.

Sono certa che anche io l’avrei fatto per lui.

Magari è stato un pretesto?

Boh, chissà.

Comunque l’ha fatto.

Nonostante tutto.

Ci ha messo il coraggio e l’interesse.

L’ho apprezzato immensamente.

E poi mi sono incazzata.

Non con lui, sia chiaro.

Mi sono incazzata perché ho considerato che una cosa così normale, una gentilezza comune, una cortesia, un gesto carino e – volendo – pure “dovuto”, l’avete fatto diventare una chimera, una rarità, un evento da riconoscere e festeggiare, un’eccezione che conferma la regola fatta di menefreghismo, superficialità e inettitudine.

E con VOI mi riferisco a tutta questa pletora di smidollati, anaffettivi, effimeri, maestri del “non detto” , senza palle né dignità – figuriamoci il rispetto – che circolano oggigiorno.

Che ci hanno fatto credere che la mediocrità fosse la norma. Che ci hanno purtroppo abituate all’inerzia, l’indolenza, cosicché ricevere una semplice telefonata sia diventato addirittura un atto da magnificare.

Che ci hanno insegnato che trattare gli altri con rispetto sia un’opzione e non la consuetudine. Che preoccuparsi di quelli che ci hanno fatto compagnia per un tratto di strada, nonostante tutto, sia divenuto desueto.

Che l’egoriferitismo sia l’imperativo categorico. E che lo “Sticazzi di te” debba accompagnarlo sempre. Come stai, che fai, che senti, che provi, contro cosa combatti, perché sorridi, come te la passi, STICAZZI. Ma che me frega a me.

Credo che alcune circostanze debbano travalicare le incazzature, le litigate, muri, paletti e silenzi che abbiamo posto tra di noi.

Credo che si possa arrabbiarsi senza smettere di amare, a qualsiasi livello. Senza dimenticarsi di essere comunque esseri UMANI.

Irrispettosi, menefreghisti, egoriferiti esclusivi, maestri della sparizione, NON sono la normalità.

Per fortuna, ogni tanto, qualcuno me lo rammenta.

SOLO IN GREY’S ANATOMY

***SPOILER ALERT***

L’analisi arriva fino all’episodio 15×18.

Se non volete anticipazioni, NON LEGGETE.

 

 

Sono quindici stagioni e quasi altrettanti anni che ci appassioniamo alle vicende di Meredith & Co.

Interventi, inciuci, lutti, catastrofi, annegamenti, disastri aerei, automobilistici, ferroviari, di ferry-boat, bombe, ancora lutti, sparatorie, incendi, matrimoni, arrivi, partenze, ritorni, ancora lutti, ancora inciuci.

Abbiamo pianto per la dipartita di Denny, George, Lexie, Mark, Derek, il cane. Pure il cane!

Nonostante questo, Grey’s Anatomy ci ha insegnato un bel po’ di cose:

innanzitutto che se in ospedale non si trova il medico, è perché si sta sollazzando con qualcuno nella stanzetta.

Poi che è vero che nulla dura per sempre… Tranne le repliche di Grey’s Anatomy, quelle sono infinite!

Infine, e principalmente, che certe cose – purtroppo – accadono SOLO in Grey’s Anatomy.

Solo in Grey’s Anatomy ti rimorchi uno da ubriaca in un bar e quello poi diventa l’amore della tua vita. Che poi mica è uno qualsiasi, no. Becchi un primario, tuo capo, figo come pochi, passionale, pazzo di te. Su questa terra, oltre ai postumi da sbornia, ti ritrovi accanto uno strano esemplare di maschio poco-sapiens che ti ha regalato un coito da coniglio e ti dà il buongiorno con un rutto.

Solo in Grey’s Anatomy l’uomo perfetto, di cui sopra, ti lascia ma poi si pente. Fa la cosa giusta, ma poi pianta la moglie perché DEVE stare con te. (vabbè, poi muore, ma so’ dettagli).

Solo in Grey’s Anatomy un altro uomo perfetto come Jackson si mette con April, prima e Maggie, poi. Quelle che nessuno guarderebbe, figuriamoci uno come lui. Strane, un poco scialbe, manco belle, imbranate. E lui le ama, e pure tanto.

Solo in Grey’s Anatomy pure quel curioso soggetto soprannominato “Occhiali” ha il suo Happy Ending. Con un figone, ovviamente.

SOLO in Grey’s Anatomy ti si contendono in due. Già agli albori, quando Meredith era indecisa tra Derek e il veterinario e sottoponeva entrambi a una prova, un test, per poter scegliere. E loro acconsentivano, pur di conquistarla.

Pensiamolo nella vita reale…

AHAHAHAHAHAHAHAAHAHAHAHAHAHAHAHAAHAH!!

Già sarebbe una botta di culo inimmaginabile trovarne due papabili, figuriamoci, poi, se costoro si presterebbero a una singolar tenzone per arrivare alla propria bella.

Nella vita reale, se non ci stai tu, ne hanno altre da vagliare. Incarnano il detto “Amare il prossimo” non mi ami? Passo al prossimo, o alla prossima.

Poi, di nuovo, Meredith diviene l’oggetto dei desideri sia di DeLuca che dell’ortopedico.

Ed è indecisa.

So’ problemi seri, veramente. Ma che ne so io.

(vi consiglio caldamente di guardarlo in lingua originale per apprezzare quando DeLuca alterna l’italiano all’inglese. Di una secsità infinita, proprio).

Ora, anche Teddy che pare preferire Koracick a Owen.

Solo in Grey’s Anatomy, appunto, nonostante la limitatezza di un ospedale, c’è tutta questa ampia e valida scelta di materiale umano. Di donne, uomini, o entrambi, come fu per Callie prima e per la DeLuca femmina, poi. Che è una generosa, una che interagisce con qualsiasi esponente ambo i sessi le si pari davanti… o dietro.

Solo in Grey’s Anatomy, se ti lasci, trovi subito qualcuno disposto a confortarti e poi magari vi innamorate. Anzi, sicuramente vi innamorate. Ed è tutto bello, tutto leggero, tutto che si risolve con semplicità. Nella vita reale, stocazzo.

Fatta questa doverosa premessa, vorrei concentrarmi sull’ultima puntata andata in onda.

Puntata che vede – quindi – un bel triangolo composto da Owen e Koracick che si contendono Teddy.

Koracick che per me è, e rimarrà sempre, Richard Fish di Ally McBeal. Quindi lo amo di default. Come personaggio è abbastanza simile: ironico, arrogante, inaffidabile, ma che ogni tanto ti tira fuori quella profondità che non ti aspetti.

Dalla sua comparsa, ha provveduto a “consolare” Amelia, April, Catherine e, infine, Teddy.

Teddy incinta di Owen.

Solo in Grey’s Anatomy se sei incinta di un altro ti si prende qualcuno, diciamocelo.

Mentre Owen e Koracick-Richard sono al corso pre- parto, in attesa che arrivi Teddy, quest’ultima ha un malore.

Un corso pre-parto in tre, che vi ricorda? Bravi! “Bridget Jones’s baby”. E chi era uno dei padri? Derek. Che delizioso crossover, vero?

Owen viene chiamato per il malore di Teddy. Si guarda bene – l’infamone –  dall’informare Koracick-Richard e corre a fare il bravo papino/compagno affettuoso.

Dunque…

Owen mio, io ti voglio bene, ma te ne voglio tanto. Te ne voglio da quando hai salvato Cristina dalla pugnalata di ghiaccio. Quando l’hai presa in braccio e portata in salvo, come un novello Principe non Azzurro, bensì camouflage.

E lo sappiamo cos’hai passato con lei: prendi, lascia, sposa, divorzia, riprendi, tradisci, ricomincia il giro e ripassa dal Via. Roba che, per interrompere ‘sto loop, hanno dovuto spedire Cristina a Zurigo.

E poi hai riiniziato con Amelia, uguale, stessa storia: stiamo insieme, poi no; vuoi un figlio, poi no; ci sposiamo, poi no.

Sei sempre stato un brav’uomo, un uomo innamorato. Inizialmente psicopatico, ma poi innamorato.

Al netto di tutto ciò, però voglio più bene a Teddy, perché Teddy è una di noi. Teddy c’ha il MaiNaGioia che la perseguita.

È innamorata di te da sempre, tu la consideri un amico. Manco un’amica, UN amico, un commilitone. Una da “sfruttare” per aggraziarsi la tua ragazza che bramava un nuovo mentore. Lei prima ti vede con la maestrina, poi con Cristina, poi con Amelia, nel mentre con svariate “distrazioni”.

Si mette l’anima in pace e finalmente si innamora di uno, malato terminale. E infatti poi lui muore.

Lei ci mette secoli a riprendersi.

Poi trova il tedescone che se la porta in Germania. (se fossi in te, ragionerei sul fatto che per sfuggirti, le tue amate sono costrette a rifugiarsi nel Vecchio Continente, ma ne parliamo un’altra volta) E tu? Tu ci ripensi dopo tempo, dopo che lei ti aveva ampiamente messo da parte – oltre ad aver messo svariati chilometri tra di voi – e le vai a rompere il cazzo fino a lì.

Scena grandiosa, per carità, gesto plateale, siamo d’accordo.

Ma perché lo fai? Perché te lo dice Amelia. In uno sprazzo di lucidità post-coitale-senza-coinvolgimento-sentimentale.

E tu glielo confessi pure. E Teddy comprende non solo che sei stato spronato dalla tua ex moglie – di nuovo Ex, quindi – ma che con questa ci hai copulato cinque minuti prima di farlo con lei. Cinque minuti prima di riscoprire questo grande e immenso amore.

Tempismo strano, ve’? A me hanno fatto pure di peggio, ma – vabbè – soprassediamo.

Lei ti accusa che, visto che il tuo matrimonio è finito, ti terrorizza stare solo e per questo l’hai cercata; che- nel corso degli anni – le hai fatto solo mezze dichiarazioni per poi sposare altre donne; e che non è più disposta a fare la tua ruota di scorta.

Indi, ti sfancula.

Mi pare giusto.

Visto che, come sappiamo,il MaiNaGioia è insito in Teddy, scopre di essere rimasta incinta e va a cercare Owen per comunicarglielo.

Owen che, nel frattempo, gioca alla Famiglia Cuore adottiva riappacificata con Amelia.

Teddy-MeNeAndasseBeneUna non vuole rompere l’idillio e si fa da parte. (tanto per cambiare)

Owen e Amelia si lasciano di nuovo (tanto per cambiare).

Amelia trova subito un altro pronto a consolarla (tanto per cambiare).

Owen – guarda caso –  riscopre questi grandi sentimenti per Teddy e cerca di sabotare il suo rapporto con Koracick.

Owen mio, caro, bello de casa, nonostante il bene che ti voglio, non ti sei proprio regolato.

Koracick-Richard fa il signore, abbozza per un po’, poi sbrocca. Dopo l’ultimo scherzetto del non renderlo partecipe del malore della sua donna, gli sale – giustamente – il veleno e ti prende da parte per dirti due paroline:

«Se dovessi fare una sceneggiata. Se dovessi presentarti con un anello e approfittare di vecchi dispiaceri e della vulnerabilità di una donna che più volte hai ferito e abbandonato, ripensaci, ti prego. Perché io non mi arrenderò e non me ne andrò. Combatterò per lei. E nasceranno problemi e nuovi dispiaceri per una donna che tu vuoi felice».

«Non sai niente della mia storia con Teddy»

«La tua storia con Teddy è che hai scelto Amelia, più di una volta. La mia storia è che amo Teddy. Sì, sono innamorato di lei. E solo di lei. Merita un uomo che la metta al primo posto e per il quale sia l’unica».

BOOM, BABY.

La camera passa sulla faccia da stronzo (sì, di quando uno rimane come uno stronzo) di Owen che vedete.

E io ero lì che singhiozzavo, che facevo la ola col piumone a Koracick-Richard e ripensavo alle sue parole che, cazzo sì, ce lo meritiamo tutte uno che ci dica:

AMO SOLO LEI.

COMBATTERÒ.

PRIMO POSTO.

UNICA.

Roba da farne un poster e appenderselo in camera, e in bagno, e in macchina. E rileggerlo e urlare: «Sì lo voglio!»

Che rappresenta il riscatto di tutte noi MaiNaGioia.

Roba che allora è vero che, se patisci sufficientemente, il lieto fine arriva. Arriva sotto forma di un uomo che ti ama, che ti vuole, che ti difende da chi vuole farti del male. Un uomo che per tutti è un tipo strano, ma con te è impeccabile.

E ti si prende, pure se sei incinta di un altro, pure se non sei perfetta, perché gli VAI BENE COSÌ. E ti vuole così.

E rimane solo quella faccia.

La faccia da stronzo di cui sopra, la faccia di quello che – forse – si rende conto che ‘sta povera donna l’ha fatta patire e manco poco, la faccia di quello che capisce che l’ha persa, che poteva evitare di fare il coglione, che di occasioni ne ha avute a bizzeffe, per anni e pure extracontinentali. La faccia di quello che comprende che non è molto carino, né etico, né auspicabile che lui si butti su di lei solo perché è rimasto solo, e un’altra volta.

La faccia che io ho rimirato, per cinque secondi buoni, poi ho messo il fermo immagine. E ho pensato, e ho goduto, e ho rimuginato, e ho pianto, e ho riso e l’unica cosa che – infine – mi sono sentita di dire e che ripeto qui e che sintetizza al massimo tutto il discorso di cui sopra e un bel po’ di sentimenti contrastanti è:

Owen, STACCE.

Sottotitolo: Piatelander****.

Parafrasi: Il Karma è micidiale.

Ma almeno in questo, sono certa che il Karma non funzioni SOLO in Grey’s Anatomy.

UFFICIO PSICOSI, PATURNIE & PIP*E MENTALI

Gli uomini li invidio, lo dico sempre. Vivono in maniera mooolto più serena di noi.

Ed è abbastanza inutile che ci incaponiamo coi vari “Non mi capisce!”.

No, non capiscono perché, semplicemente, sono fatti in maniera diversa. Più semplice, appunto.

Viceversa, è anche abbastanza complicato tentare di far comprendere loro quante e quali paturnie possano aggirarsi mediamente nella testa di una donna sapiens.

Ci tengo a dire che non tutte sono paranoiche, però di donne ne conosco parecchie e so di quali elucubrazioni mentali siamo capaci, di quanto sia copiosa la produzione di pugnette immaginarie che tanto ci contraddistingue e che a loro è totalmente sconosciuta.

Tutte quel che a noi appare montagna, per loro è insignificante.

Quindi è altresì difficile spiegare ai maschietti il perché di scenate leggendarie per (ad esempio) una chiamata mancata o un messaggio rimasto inascoltato.

Non lo sanno, loro, che durante quell’attesa nella nostra mente c’è stata una creazione monumentale di pip*e mentali a carattere catastrofico.

Io donna sono e con le donne parlo e, a volte, rimango pur’io stupita di come e quanto riusciamo a partorire l’inimmaginabile, la prospettiva più catastrofica, il rintorcinamento meningeo che più può portare al peggiore scenario possibile.

E ci crediamo.

E ce ne convinciamo.

(spesso ci prendiamo pure. Ma forse questo non è il caso di dirlo…)

E agiamo di conseguenza.

Ed è un’operazione estremamente complessa dissuaderci che i nostri pensieri sono solo quello: pensieri. Non la realtà.

Prendiamo come esempio un’abitudine maschile, ahimè, abbastanza diffusa che ormai viene chiamata col termine raffinato di ghosting, mentre l’azione che sottintende non lo è affatto, ovvero sparire. Sparire vigliaccamente e – quasi sempre – il giorno dopo.

Analizziamo i fatti:

Lui è una profusione di galanteria e carinerie fino al momento clou.  Poi “Chi l’ha visto?” e contattiamo la Sciarelli.

(e non mi venite a dire che gli uomini non lo fanno, per favore. Ci sono uomini che lo fanno tutti i giorni. Oggi ci assumiamo tutte le nostre responsabilità di genere: le donne sono psicotiche e gli uomini sono bastardi. Non tutte/i, ma buona parte. Amen)

È sparito.

La logica, questa sconosciuta, imporrebbe un’evidente conclusione:

È sparito perché è uno stronzo! Chi altri compie un’azione così meschina, da codardi, viscidi, manipolatori?

Uno STRONZO!! No?

È lampante!

Manco per niente.

Nella mente della femmina paranoica e paturniosa si forma un unico e nitido convincimento:

No, è sparito perché sicuramente gli ho fatto schifo.

Non avete idea di quante volte abbia udito questa “logica” conclusione. Di quanto spesso abbia rimbrottato alcune mie amiche con frasi cariche di ironia e biasimo.

Mentre commentavo mentalmente con un:

«Cazzo, ma siamo proprio tutte psicopatiche uguali

Perché io, anni fa, ho fatto pure di peggio.

Non solo ho pensato che il bastardo in questione mi avesse trovata talmente rivoltante da dileguarsi, ma ho cercato pure le prove a favore della mia tesi.

Sono andata a chiedere a un amico se fosse possibile un’erezione con una che ti fa schifo (l’ho fatto davvero, giuro).

Lui, naturalmente e con semplicità, mi ha dapprima chiesto l’ovvio:

«Perché dovrei andare con una che mi fa schifo, scusa?»

Giusta osservazione.

Sarebbe finita lì e non sarebbe nemmeno cominciata, se io fossi stata un tantinello più equilibrata e razionale.

Ma non era questo il caso.

«Che ne so?? Perché magari “pare brutto”. Ti ci trovi e ci devi andare!»

Lui, sempre più perplesso, ci ha iniziato a ragionare:

«Boh… Magari facendo un miscuglio di Edwige Fenech, Charlize Theron, tette, culi e lesbicate nella testa… Chiudendo gli occhi, forse, potrei riuscire a eccitarmi»

«Ah!»

«Eh…»

«Quindi ce la potresti fare?»

«Volendo, penso di sì. Ma mi chiedo sempre perché dovrei»

«Quindi, praticamente, mi stai dicendo che io, da oggi in poi, dovrò convivere con un’altra paturnia, ovvero che – forse – a tutti quelli che sono stati con me, c’è la possibilità che facessi schifo ma sono comunque riusciti nell’impresa grazie a film mentali ben più benefici dei nostri??»

«Certo. È proprio esattamente quello che ho detto. Testuale…»

«Ho capito! Però è possibile, no??»

«Tu ci andresti con uno che non ti piace?»

«Certo che no!»

«Perché allora pensi che dovrebbe farlo un uomo, scusa?»

«Ah…»

«Eh!»

Ecco.

Immaginatevi una cosa del genere.

Nella nostra testa.

Tutti i giorni.

Sempre.

…capito?

Magari siamo davvero tutte psicopatiche, tutte uguali, tutte paranoiche e paturniose.

Magari è il motore dell’insicurezza a muovere le nostre azioni oppure la voglia di cercare una spiegazione a quello che non riteniamo possibile, né accettabile.

Magari siamo talmente abituate ad affidarci al nostro sesto senso da crederlo infallibile.

Quell’istinto, quasi una garanzia, che ci danno di corredo assieme alle tette e che ci aiuta sempre.

O magari siamo solo pazze.

Decisamente, siamo pazze.

Purtroppo, a volte siamo pure pazze di voi.

E questo peggiora di molto le cose.

 

Se vuoi liberarti dalle paturnie, finisci di leggere qui.

Non andare oltre.

Sul serio.

Se prosegui, lo fai a tuo rischio, psicosi e pericolo.

Ok?

Smetti qui.

Stai continuando a leggere?

Ti ho detto di smettere!!

Vabbè, fai come ti pare, io ti ho avvisata

 

Siamo pazze, l’ho premesso. O magari ci piace definirci così,

La verità vera che avvalora la nostra produzione di pugnette, che ci fa osannare il nostro sesto senso e la nostra lungimiranza è che difficilmente sbagliamo.

Sì, l’ho detto.

Se ci si insinua un piccolo pensiero nel punto più profondo dell’amigdala e lì stanzia e si attiva in determinate circostanze e ci dà un segnale, un motivo c’è. Poco da fare.

Non so dirvi le volte che, a posteriori, mi sono detta: «Avevo ragione io!» quando tutti mi additavano come una paranoica.

E sempre, giuro SEMPRE, avrei preferito sbagliarmi.

Avrei preferito essere smentita e accusarmi di essere una visionaria furiosa sceneggiatrice di catastrofi.

Invece, molto spesso, i disegni che avevo creato nella mia testa sulla base di pochissime e apparentemente insignificanti sfumature, che sembravano tratti da Beautiful, non solo risultavano veritieri, ma erano anche esattamente come li avevo concepiti.

È una dote, o una maledizione, fate voi.

Quel nostro percepire e registrare ogni minuscolerrimo cambiamento, un’inflessione della voce, un piccolo accenno e tutto il linguaggio non verbale e riuscire a cogliere uno stato d’animo perfino da come è scritto un sms.

E poi immagazzinare, ricordare, collegare il tutto e ottenere un risultato, una spiegazione. Che stanno lì, in attesa della verifica. O della smentita.

Vorrei cullarmi nella tranquillità del “non sapere e non capire” essere meno empatica, sensibile e recettiva.

Ma ho una maledizione e difficilmente sbaglio.

E quando si affannano a mentirmi?

Rido molto.

 

«Io vado pazza per Tiffany: specie in quei giorni in cui mi prendono le paturnie».
«Vuol dire quando è triste?»
«No… Uno è triste perché si accorge che sta ingrassando, o perché piove. Ma è diverso. No, le paturnie sono orribili: è come un’improvvisa paura di non si sa che. È mai capitato a Lei? In questi casi mi resta solo una cosa da fare: prendere un taxi e correre da Tiffany. È un posto che mi calma subito, quel silenzio e quell’aria solenne: lì non può accaderti niente di brutto. Se io trovassi un posto a questo mondo che mi facesse sentire come da Tiffany…
Comprerei i mobili e darei al gatto un nome».

Colazione da Tiffany

 

 

«La lupa, la anziana, quella che sa, è dentro di noi. Fiorisce nella psiche più profonda dell’anima delle donne, l’antica e vitale Donna Selvaggia. Lei descrive la sua casa come quel luogo nel tempo dove lo spirito delle donne e lo spirito dei lupi entrano in contatto. È il punto nel quale l’Io e il Tu si baciano, il luogo nel quale le donne corrono coi lupi (…)»

Clarissa Pinkola Estés