SOLO IN GREY’S ANATOMY

***SPOILER ALERT***

L’analisi arriva fino all’episodio 15×18.

Se non volete anticipazioni, NON LEGGETE.

 

 

Sono quindici stagioni e quasi altrettanti anni che ci appassioniamo alle vicende di Meredith & Co.

Interventi, inciuci, lutti, catastrofi, annegamenti, disastri aerei, automobilistici, ferroviari, di ferry-boat, bombe, ancora lutti, sparatorie, incendi, matrimoni, arrivi, partenze, ritorni, ancora lutti, ancora inciuci.

Abbiamo pianto per la dipartita di Denny, George, Lexie, Mark, Derek, il cane. Pure il cane!

Nonostante questo, Grey’s Anatomy ci ha insegnato un bel po’ di cose:

innanzitutto che se in ospedale non si trova il medico, è perché si sta sollazzando con qualcuno nella stanzetta.

Poi che è vero che nulla dura per sempre… Tranne le repliche di Grey’s Anatomy, quelle sono infinite!

Infine, e principalmente, che certe cose – purtroppo – accadono SOLO in Grey’s Anatomy.

Solo in Grey’s Anatomy ti rimorchi uno da ubriaca in un bar e quello poi diventa l’amore della tua vita. Che poi mica è uno qualsiasi, no. Becchi un primario, tuo capo, figo come pochi, passionale, pazzo di te. Su questa terra, oltre ai postumi da sbornia, ti ritrovi accanto uno strano esemplare di maschio poco-sapiens che ti ha regalato un coito da coniglio e ti dà il buongiorno con un rutto.

Solo in Grey’s Anatomy l’uomo perfetto, di cui sopra, ti lascia ma poi si pente. Fa la cosa giusta, ma poi pianta la moglie perché DEVE stare con te. (vabbè, poi muore, ma so’ dettagli).

Solo in Grey’s Anatomy un altro uomo perfetto come Jackson si mette con April, prima e Maggie, poi. Quelle che nessuno guarderebbe, figuriamoci uno come lui. Strane, un poco scialbe, manco belle, imbranate. E lui le ama, e pure tanto.

Solo in Grey’s Anatomy pure quel curioso soggetto soprannominato “Occhiali” ha il suo Happy Ending. Con un figone, ovviamente.

SOLO in Grey’s Anatomy ti si contendono in due. Già agli albori, quando Meredith era indecisa tra Derek e il veterinario e sottoponeva entrambi a una prova, un test, per poter scegliere. E loro acconsentivano, pur di conquistarla.

Pensiamolo nella vita reale…

AHAHAHAHAHAHAHAAHAHAHAHAHAHAHAHAAHAH!!

Già sarebbe una botta di culo inimmaginabile trovarne due papabili, figuriamoci, poi, se costoro si presterebbero a una singolar tenzone per arrivare alla propria bella.

Nella vita reale, se non ci stai tu, ne hanno altre da vagliare. Incarnano il detto “Amare il prossimo” non mi ami? Passo al prossimo, o alla prossima.

Poi, di nuovo, Meredith diviene l’oggetto dei desideri sia di DeLuca che dell’ortopedico.

Ed è indecisa.

So’ problemi seri, veramente. Ma che ne so io.

(vi consiglio caldamente di guardarlo in lingua originale per apprezzare quando DeLuca alterna l’italiano all’inglese. Di una secsità infinita, proprio).

Ora, anche Teddy che pare preferire Koracick a Owen.

Solo in Grey’s Anatomy, appunto, nonostante la limitatezza di un ospedale, c’è tutta questa ampia e valida scelta di materiale umano. Di donne, uomini, o entrambi, come fu per Callie prima e per la DeLuca femmina, poi. Che è una generosa, una che interagisce con qualsiasi esponente ambo i sessi le si pari davanti… o dietro.

Solo in Grey’s Anatomy, se ti lasci, trovi subito qualcuno disposto a confortarti e poi magari vi innamorate. Anzi, sicuramente vi innamorate. Ed è tutto bello, tutto leggero, tutto che si risolve con semplicità. Nella vita reale, stocazzo.

Fatta questa doverosa premessa, vorrei concentrarmi sull’ultima puntata andata in onda.

Puntata che vede – quindi – un bel triangolo composto da Owen e Koracick che si contendono Teddy.

Koracick che per me è, e rimarrà sempre, Richard Fish di Ally McBeal. Quindi lo amo di default. Come personaggio è abbastanza simile: ironico, arrogante, inaffidabile, ma che ogni tanto ti tira fuori quella profondità che non ti aspetti.

Dalla sua comparsa, ha provveduto a “consolare” Amelia, April, Catherine e, infine, Teddy.

Teddy incinta di Owen.

Solo in Grey’s Anatomy se sei incinta di un altro ti si prende qualcuno, diciamocelo.

Mentre Owen e Koracick-Richard sono al corso pre- parto, in attesa che arrivi Teddy, quest’ultima ha un malore.

Un corso pre-parto in tre, che vi ricorda? Bravi! “Bridget Jones’s baby”. E chi era uno dei padri? Derek. Che delizioso crossover, vero?

Owen viene chiamato per il malore di Teddy. Si guarda bene – l’infamone –  dall’informare Koracick-Richard e corre a fare il bravo papino/compagno affettuoso.

Dunque…

Owen mio, io ti voglio bene, ma te ne voglio tanto. Te ne voglio da quando hai salvato Cristina dalla pugnalata di ghiaccio. Quando l’hai presa in braccio e portata in salvo, come un novello Principe non Azzurro, bensì camouflage.

E lo sappiamo cos’hai passato con lei: prendi, lascia, sposa, divorzia, riprendi, tradisci, ricomincia il giro e ripassa dal Via. Roba che, per interrompere ‘sto loop, hanno dovuto spedire Cristina a Zurigo.

E poi hai riiniziato con Amelia, uguale, stessa storia: stiamo insieme, poi no; vuoi un figlio, poi no; ci sposiamo, poi no.

Sei sempre stato un brav’uomo, un uomo innamorato. Inizialmente psicopatico, ma poi innamorato.

Al netto di tutto ciò, però voglio più bene a Teddy, perché Teddy è una di noi. Teddy c’ha il MaiNaGioia che la perseguita.

È innamorata di te da sempre, tu la consideri un amico. Manco un’amica, UN amico, un commilitone. Una da “sfruttare” per aggraziarsi la tua ragazza che bramava un nuovo mentore. Lei prima ti vede con la maestrina, poi con Cristina, poi con Amelia, nel mentre con svariate “distrazioni”.

Si mette l’anima in pace e finalmente si innamora di uno, malato terminale. E infatti poi lui muore.

Lei ci mette secoli a riprendersi.

Poi trova il tedescone che se la porta in Germania. (se fossi in te, ragionerei sul fatto che per sfuggirti, le tue amate sono costrette a rifugiarsi nel Vecchio Continente, ma ne parliamo un’altra volta) E tu? Tu ci ripensi dopo tempo, dopo che lei ti aveva ampiamente messo da parte – oltre ad aver messo svariati chilometri tra di voi – e le vai a rompere il cazzo fino a lì.

Scena grandiosa, per carità, gesto plateale, siamo d’accordo.

Ma perché lo fai? Perché te lo dice Amelia. In uno sprazzo di lucidità post-coitale-senza-coinvolgimento-sentimentale.

E tu glielo confessi pure. E Teddy comprende non solo che sei stato spronato dalla tua ex moglie – di nuovo Ex, quindi – ma che con questa ci hai copulato cinque minuti prima di farlo con lei. Cinque minuti prima di riscoprire questo grande e immenso amore.

Tempismo strano, ve’? A me hanno fatto pure di peggio, ma – vabbè – soprassediamo.

Lei ti accusa che, visto che il tuo matrimonio è finito, ti terrorizza stare solo e per questo l’hai cercata; che- nel corso degli anni – le hai fatto solo mezze dichiarazioni per poi sposare altre donne; e che non è più disposta a fare la tua ruota di scorta.

Indi, ti sfancula.

Mi pare giusto.

Visto che, come sappiamo,il MaiNaGioia è insito in Teddy, scopre di essere rimasta incinta e va a cercare Owen per comunicarglielo.

Owen che, nel frattempo, gioca alla Famiglia Cuore adottiva riappacificata con Amelia.

Teddy-MeNeAndasseBeneUna non vuole rompere l’idillio e si fa da parte. (tanto per cambiare)

Owen e Amelia si lasciano di nuovo (tanto per cambiare).

Amelia trova subito un altro pronto a consolarla (tanto per cambiare).

Owen – guarda caso –  riscopre questi grandi sentimenti per Teddy e cerca di sabotare il suo rapporto con Koracick.

Owen mio, caro, bello de casa, nonostante il bene che ti voglio, non ti sei proprio regolato.

Koracick-Richard fa il signore, abbozza per un po’, poi sbrocca. Dopo l’ultimo scherzetto del non renderlo partecipe del malore della sua donna, gli sale – giustamente – il veleno e ti prende da parte per dirti due paroline:

«Se dovessi fare una sceneggiata. Se dovessi presentarti con un anello e approfittare di vecchi dispiaceri e della vulnerabilità di una donna che più volte hai ferito e abbandonato, ripensaci, ti prego. Perché io non mi arrenderò e non me ne andrò. Combatterò per lei. E nasceranno problemi e nuovi dispiaceri per una donna che tu vuoi felice».

«Non sai niente della mia storia con Teddy»

«La tua storia con Teddy è che hai scelto Amelia, più di una volta. La mia storia è che amo Teddy. Sì, sono innamorato di lei. E solo di lei. Merita un uomo che la metta al primo posto e per il quale sia l’unica».

BOOM, BABY.

La camera passa sulla faccia da stronzo (sì, di quando uno rimane come uno stronzo) di Owen che vedete.

E io ero lì che singhiozzavo, che facevo la ola col piumone a Koracick-Richard e ripensavo alle sue parole che, cazzo sì, ce lo meritiamo tutte uno che ci dica:

AMO SOLO LEI.

COMBATTERÒ.

PRIMO POSTO.

UNICA.

Roba da farne un poster e appenderselo in camera, e in bagno, e in macchina. E rileggerlo e urlare: «Sì lo voglio!»

Che rappresenta il riscatto di tutte noi MaiNaGioia.

Roba che allora è vero che, se patisci sufficientemente, il lieto fine arriva. Arriva sotto forma di un uomo che ti ama, che ti vuole, che ti difende da chi vuole farti del male. Un uomo che per tutti è un tipo strano, ma con te è impeccabile.

E ti si prende, pure se sei incinta di un altro, pure se non sei perfetta, perché gli VAI BENE COSÌ. E ti vuole così.

E rimane solo quella faccia.

La faccia da stronzo di cui sopra, la faccia di quello che – forse – si rende conto che ‘sta povera donna l’ha fatta patire e manco poco, la faccia di quello che capisce che l’ha persa, che poteva evitare di fare il coglione, che di occasioni ne ha avute a bizzeffe, per anni e pure extracontinentali. La faccia di quello che comprende che non è molto carino, né etico, né auspicabile che lui si butti su di lei solo perché è rimasto solo, e un’altra volta.

La faccia che io ho rimirato, per cinque secondi buoni, poi ho messo il fermo immagine. E ho pensato, e ho goduto, e ho rimuginato, e ho pianto, e ho riso e l’unica cosa che – infine – mi sono sentita di dire e che ripeto qui e che sintetizza al massimo tutto il discorso di cui sopra e un bel po’ di sentimenti contrastanti è:

Owen, STACCE.

Sottotitolo: Piatelander****.

Parafrasi: Il Karma è micidiale.

Ma almeno in questo, sono certa che il Karma non funzioni SOLO in Grey’s Anatomy.

UFFICIO PSICOSI, PATURNIE & PIP*E MENTALI

Gli uomini li invidio, lo dico sempre. Vivono in maniera mooolto più serena di noi.

Ed è abbastanza inutile che ci incaponiamo coi vari “Non mi capisce!”.

No, non capiscono perché, semplicemente, sono fatti in maniera diversa. Più semplice, appunto.

Viceversa, è anche abbastanza complicato tentare di far comprendere loro quante e quali paturnie possano aggirarsi mediamente nella testa di una donna sapiens.

Ci tengo a dire che non tutte sono paranoiche, però di donne ne conosco parecchie e so di quali elucubrazioni mentali siamo capaci, di quanto sia copiosa la produzione di pugnette immaginarie che tanto ci contraddistingue e che a loro è totalmente sconosciuta.

Tutte quel che a noi appare montagna, per loro è insignificante.

Quindi è altresì difficile spiegare ai maschietti il perché di scenate leggendarie per (ad esempio) una chiamata mancata o un messaggio rimasto inascoltato.

Non lo sanno, loro, che durante quell’attesa nella nostra mente c’è stata una creazione monumentale di pip*e mentali a carattere catastrofico.

Io donna sono e con le donne parlo e, a volte, rimango pur’io stupita di come e quanto riusciamo a partorire l’inimmaginabile, la prospettiva più catastrofica, il rintorcinamento meningeo che più può portare al peggiore scenario possibile.

E ci crediamo.

E ce ne convinciamo.

(spesso ci prendiamo pure. Ma forse questo non è il caso di dirlo…)

E agiamo di conseguenza.

Ed è un’operazione estremamente complessa dissuaderci che i nostri pensieri sono solo quello: pensieri. Non la realtà.

Prendiamo come esempio un’abitudine maschile, ahimè, abbastanza diffusa che ormai viene chiamata col termine raffinato di ghosting, mentre l’azione che sottintende non lo è affatto, ovvero sparire. Sparire vigliaccamente e – quasi sempre – il giorno dopo.

Analizziamo i fatti:

Lui è una profusione di galanteria e carinerie fino al momento clou.  Poi “Chi l’ha visto?” e contattiamo la Sciarelli.

(e non mi venite a dire che gli uomini non lo fanno, per favore. Ci sono uomini che lo fanno tutti i giorni. Oggi ci assumiamo tutte le nostre responsabilità di genere: le donne sono psicotiche e gli uomini sono bastardi. Non tutte/i, ma buona parte. Amen)

È sparito.

La logica, questa sconosciuta, imporrebbe un’evidente conclusione:

È sparito perché è uno stronzo! Chi altri compie un’azione così meschina, da codardi, viscidi, manipolatori?

Uno STRONZO!! No?

È lampante!

Manco per niente.

Nella mente della femmina paranoica e paturniosa si forma un unico e nitido convincimento:

No, è sparito perché sicuramente gli ho fatto schifo.

Non avete idea di quante volte abbia udito questa “logica” conclusione. Di quanto spesso abbia rimbrottato alcune mie amiche con frasi cariche di ironia e biasimo.

Mentre commentavo mentalmente con un:

«Cazzo, ma siamo proprio tutte psicopatiche uguali

Perché io, anni fa, ho fatto pure di peggio.

Non solo ho pensato che il bastardo in questione mi avesse trovata talmente rivoltante da dileguarsi, ma ho cercato pure le prove a favore della mia tesi.

Sono andata a chiedere a un amico se fosse possibile un’erezione con una che ti fa schifo (l’ho fatto davvero, giuro).

Lui, naturalmente e con semplicità, mi ha dapprima chiesto l’ovvio:

«Perché dovrei andare con una che mi fa schifo, scusa?»

Giusta osservazione.

Sarebbe finita lì e non sarebbe nemmeno cominciata, se io fossi stata un tantinello più equilibrata e razionale.

Ma non era questo il caso.

«Che ne so?? Perché magari “pare brutto”. Ti ci trovi e ci devi andare!»

Lui, sempre più perplesso, ci ha iniziato a ragionare:

«Boh… Magari facendo un miscuglio di Edwige Fenech, Charlize Theron, tette, culi e lesbicate nella testa… Chiudendo gli occhi, forse, potrei riuscire a eccitarmi»

«Ah!»

«Eh…»

«Quindi ce la potresti fare?»

«Volendo, penso di sì. Ma mi chiedo sempre perché dovrei»

«Quindi, praticamente, mi stai dicendo che io, da oggi in poi, dovrò convivere con un’altra paturnia, ovvero che – forse – a tutti quelli che sono stati con me, c’è la possibilità che facessi schifo ma sono comunque riusciti nell’impresa grazie a film mentali ben più benefici dei nostri??»

«Certo. È proprio esattamente quello che ho detto. Testuale…»

«Ho capito! Però è possibile, no??»

«Tu ci andresti con uno che non ti piace?»

«Certo che no!»

«Perché allora pensi che dovrebbe farlo un uomo, scusa?»

«Ah…»

«Eh!»

Ecco.

Immaginatevi una cosa del genere.

Nella nostra testa.

Tutti i giorni.

Sempre.

…capito?

Magari siamo davvero tutte psicopatiche, tutte uguali, tutte paranoiche e paturniose.

Magari è il motore dell’insicurezza a muovere le nostre azioni oppure la voglia di cercare una spiegazione a quello che non riteniamo possibile, né accettabile.

Magari siamo talmente abituate ad affidarci al nostro sesto senso da crederlo infallibile.

Quell’istinto, quasi una garanzia, che ci danno di corredo assieme alle tette e che ci aiuta sempre.

O magari siamo solo pazze.

Decisamente, siamo pazze.

Purtroppo, a volte siamo pure pazze di voi.

E questo peggiora di molto le cose.

 

Se vuoi liberarti dalle paturnie, finisci di leggere qui.

Non andare oltre.

Sul serio.

Se prosegui, lo fai a tuo rischio, psicosi e pericolo.

Ok?

Smetti qui.

Stai continuando a leggere?

Ti ho detto di smettere!!

Vabbè, fai come ti pare, io ti ho avvisata

 

Siamo pazze, l’ho premesso. O magari ci piace definirci così,

La verità vera che avvalora la nostra produzione di pugnette, che ci fa osannare il nostro sesto senso e la nostra lungimiranza è che difficilmente sbagliamo.

Sì, l’ho detto.

Se ci si insinua un piccolo pensiero nel punto più profondo dell’amigdala e lì stanzia e si attiva in determinate circostanze e ci dà un segnale, un motivo c’è. Poco da fare.

Non so dirvi le volte che, a posteriori, mi sono detta: «Avevo ragione io!» quando tutti mi additavano come una paranoica.

E sempre, giuro SEMPRE, avrei preferito sbagliarmi.

Avrei preferito essere smentita e accusarmi di essere una visionaria furiosa sceneggiatrice di catastrofi.

Invece, molto spesso, i disegni che avevo creato nella mia testa sulla base di pochissime e apparentemente insignificanti sfumature, che sembravano tratti da Beautiful, non solo risultavano veritieri, ma erano anche esattamente come li avevo concepiti.

È una dote, o una maledizione, fate voi.

Quel nostro percepire e registrare ogni minuscolerrimo cambiamento, un’inflessione della voce, un piccolo accenno e tutto il linguaggio non verbale e riuscire a cogliere uno stato d’animo perfino da come è scritto un sms.

E poi immagazzinare, ricordare, collegare il tutto e ottenere un risultato, una spiegazione. Che stanno lì, in attesa della verifica. O della smentita.

Vorrei cullarmi nella tranquillità del “non sapere e non capire” essere meno empatica, sensibile e recettiva.

Ma ho una maledizione e difficilmente sbaglio.

E quando si affannano a mentirmi?

Rido molto.

 

«Io vado pazza per Tiffany: specie in quei giorni in cui mi prendono le paturnie».
«Vuol dire quando è triste?»
«No… Uno è triste perché si accorge che sta ingrassando, o perché piove. Ma è diverso. No, le paturnie sono orribili: è come un’improvvisa paura di non si sa che. È mai capitato a Lei? In questi casi mi resta solo una cosa da fare: prendere un taxi e correre da Tiffany. È un posto che mi calma subito, quel silenzio e quell’aria solenne: lì non può accaderti niente di brutto. Se io trovassi un posto a questo mondo che mi facesse sentire come da Tiffany…
Comprerei i mobili e darei al gatto un nome».

Colazione da Tiffany

 

 

«La lupa, la anziana, quella che sa, è dentro di noi. Fiorisce nella psiche più profonda dell’anima delle donne, l’antica e vitale Donna Selvaggia. Lei descrive la sua casa come quel luogo nel tempo dove lo spirito delle donne e lo spirito dei lupi entrano in contatto. È il punto nel quale l’Io e il Tu si baciano, il luogo nel quale le donne corrono coi lupi (…)»

Clarissa Pinkola Estés

 

TORNANO TUTTI

Tornano tutti.

Lo sostengo da sempre e l’ho appurato innumerevoli volte.

Tornano tutti.

Basta aspettare.

O, meglio, basta non aspettare.

Basta andare avanti con la propria vita, affrancandosi dal pensiero di costoro, scordandosene.

Loro non si scorderanno.

 “Chi l’ha visto?” potrebbe campare per decine di puntate sulle mie spalle.

Me la figuro pure la Sciarelli, nella sua impeccabile compostezza, ad annunciare:

«Oggi, e nelle settimane a venire, ci occuperemo di tutti i pretendenti di BB spariti nel nulla. Che fine hanno fatto? Chi li ha visti? Perché lei non li ha proprio più sentiti!».

«Sciarelli, questi sono scomparsi da un giorno all’altro! Io non gli ho fatto niente, giuro!»

Più o meno così.

Nel mio lungo curriculum sentimentale, annovero infiniti quanto inequivocabili dileguamenti sine verbo.

Inaspettati e apparentemente immotivati.

Che lasciano deluse, sgomente, arrabbiate.

E, purtroppo, anche tutta una serie di interrogativi che difficilmente trovano spiegazioni.

«Ma non è che gli è successo qualcosa? Una si preoccupa pure! Magari gli mando un messaggio, giusto per sapere se sta bene…»

Voci nella testa in coro: «No!»

Sciarelli: «NO!»

Telefonata da casa: «No!»

BB: «Uffa, che palle»

In questi casi – in effetti –  è opportuno rispondere col silenzio a queste azioni vigliacche e immature.

Basta andare avanti.

Basta non pensarci.

Basta pazientare.

Questo silenzio viene rotto da un messaggio, un tentativo di riavvicinamento, un tastare il terreno, un… ma che vuoi? Adesso ti ricordi di me…?

Che hai fatto?

Non mi pare tu ti sia preoccupato per la mia di salute.

E poi perché prodursi nello squallido numero del fantasma?

Che senso ha?

Basta pazientare.

Perché torneranno.

Tornano sempre.

Tornano TUTTI.

A produrre testimonianza della loro presenza con un messaggio, una telefonata, quando non importa più riceverli.

Allora, sì.

Allora sarebbero stati graditi, vitali, sicuramente importanti.

Da quella riva del fiume sulle quale amo sedermi, li vedo passare, uno ad uno.

Tornano sempre.

Tornano TUTTI.

Tornano quando non te ne frega proprio più un cazzo.

E ogni volta quando accade, ogni benedetta volta, reagisco sempre allo steso modo.

Rido.

Ma oggi, no.

Oggi questo ritorno, che si somma a tutti gli altri, non mi fa sorridere.

Oggi mi fa incazzare.

Ci hanno insegnato che “In amore vince chi fugge”. Grossa cazzata.

Non ho mai considerato attraente rincorrere, né tantomeno essere rincorsa.

Quando percepisco un allontanamento, mi allontano a mia volta. D’istinto, per difesa, perché credo che in amore vinca chi si viene incontro.

Ed è per questo che mi hanno iniziato a infastidire i ritorni. Perché se io mi allontano, non lo faccio per gioco o per testare la veridicità del detto della fuga. Se mi allontano è perché non mi trovo più bene dove sto.

Se mi allontano, dopo che ho provato in tutti i modi a stare vicino a qualcuno, non mi interessa essere rincorsa, perché non mi interessa più quella vicinanza.

Se tenete a distanza qualcuno e questi vi asseconda, quindi si distacca, fino ad andarsene, poi per quale motivo cercate di colmare quella lontananza che voi stessi avete creato?

Gente,

uomini, donne, grandi, piccini, gay, etero, pansessuali, vi devo proprio dire una cosa:

quando decidete deliberatamente di ripiombare nella vita di qualcuno, rubando le stupende parole di una mia cara amica, ricordate che state compiendo solo un gesto egoistico.

Magari avete quel senso di colpa che non si placa, be’, dovete tenervelo.

Non è compito dell’altra persona fare i conti con i vostri mostri. Anche se, probabilmente, l’ha già fatto.

Quando decidete di spezzare il salvifico silenzio che si interpone fra di voi, dovete considerare che nella maggior parte dei casi, non otterrete quel che avreste voluto.

Quindi, evitate.

Ammetto che la mia autostima fa la ola per ogni vostro ritorno, per ogni gesto di riavvicinamento, ma non basta.

Ricordiamoci tutti che:

Tornato tutti;

Tornano tutti, mordendosi le mani;

Tornano tutti quando sarebbe bastato semplicemente non allontanarsi affatto;
La vendetta sovente arriva quando non ci pensiamo più e, spessissimo, senza fare nulla;
Il Karma è micidiale.

E, più importante di tutto:
Le persone bisogna apprezzarle quando le abbiamo a fianco e non solo una volta perse.

Ci potevate e dovevate pensare prima.

Quindi, occhio a quel che fate, perché prima o poi, vi attaccherete tutti al Karma.

LETTERA APERTA A TE CHE NON SOPPORTO

Leggo continuamente tomi e articoli vari a sfondo psicologico, per la mia mania di cercare di comprendere, capire, scoprire, conoscere. Per sviscerare tutto quel che si cela nella nostra testolina e che si concretizza nell’azione.

Uno degli ultimi trattava la gestione delle persone e/o difetti di queste che troviamo insopportabili.

Veniva presentata anche la solita vecchia storia: negli altri non tolleriamo i difetti che – inconsciamente – riconosciamo come nostri.

Ogni volta che mi si pone davanti questa frase considero che – minchia – allora io ne ho davvero tanti…!

Ma mi sento di dissentire parzialmente da questa teoria, perché, sebbene ne possieda un’elevata quantità, alcuni  di quelli che non accetto negli altri non mi appartengono proprio.

E mi piacerebbe pure esserne dotata, eh! Sia chiaro.

Infine, l’articolo suggeriva vari approcci attraverso i quali “curare” questo fastidio, queste diatribe, questa insofferenza che ci causano certi soggetti o i loro difetti.

In primis, contattare queste persone per dirimere le controversie.

Che?

Scherziamo??

Alcune non ci tengo proprio a rivederle; con altre non vale la pena discutere; altre sanno esattamente quel che penso di loro.

In mancanza di volontà o impossibilità di incontro, consigliava di scrivere loro una lettera.

Questo, sì.

Questo posso farlo.

Ma perché tenerle per me, quando ho la grandiosa possibilità di esternarle al mondo virtuale?

Quindi, ecco quel che non sopporto di voi.

Partirei senz’altro da te:

Tu sei stata una delle più grosse delusioni della mia vita, tanto che ora mi rallegra il pensiero che tu non ne faccia più parte. Coi tuoi difetti ho convissuto per anni, fino a quando non li ho tollerati più.

Solamente le TUE esigenze e sticazzi quelle degli altri. Il tuo profondere sorrisi a chicchessia soltanto per aggraziartelo, fartelo amico, per poi nutrire un interesse nullo, solo di facciata. Il tuo spettegolare di tutti.

La tua costante ricerca della ragione, senza minimamente, mai, provare ad accogliere il punto di vista altrui, a capirlo, ad essere un minimo empatica, mai. Però guai a farlo con te, ovvio.

Tu, tu non vali neanche molte parole, hai così tanta cattiveria in corpo che, se si potesse canalizzare, risolveremmo il problema della produzione di energia elettrica.

Tu sei così disfattista! Ma che palleee!

Un conto è una critica costruttiva, tutt’altro sparare a zero su qualsiasi pensieri, parole, opere e omissioni facciano gli altri e che non ti vede come protagonista. Fare la conta delle pagliuzze altrui, mentre noi siamo lì a fissare le tue enormi travi come a dirti:

«E c’hai pure il coraggio di parlare??»

Non ti ho MAI sentito elogiare qualcuno. Ci credi? MAI.

Se fossi in te, ci penserei…

A proposito di protagonismo, ci sei tu: forse l’insicurezza fatta donna, o – piuttosto –  il desiderio costante di essere al centro dell’attenzione e di mettercisi con così tanta fastidiosa meticolosità.

So che questa notizia ti sconvolgerà, ma devi sapere che il mondo NON gira intorno a te.

È bene che tu lo accetti, esattamente come ha fatto ognuno di noi essere umani.

Sbracciarsi non serve a molto, se non a palesare la tua scarsa personalità. E non attiri attenzioni: attiri compassione.

Tu, tu e tu. Gli “IoIoIo”, i logorroici incoercibili, quelli che non ti dicono neanche “Ciao” e partono subito a parlarti di loro stessi e dei beati mazzi loro e che riescono a far diventare qualsiasi conversazione un pretesto per ciarlare di loro stessi.

Sono stanca di ascoltarvi, ve ne sarete accorti, perché – col tempo –  ho limitato al minimo indispensabile le occasioni di incontro e, in alcuni casi, le ho eliminate totalmente.

Mettevi allo specchio e parlatevi, fate un favore all’umanità. Tanto non vi interessa l’opinione degli altri, vi interessa solo vomitare parole.

Anzi, se proprio ci tenete, qualcuno disposto a udirvi e a darvi preziosi consigli esiste, ma dovete pagarlo.

Sono stanca di ascoltare anche un altro tipo di “IoIoIo”: quelli che fanno tutto loro, capiscono tutto loro, sanno tutto loro e – soprattutto – gli altri non valgono mai un cazzo.

Di questi tipi ne conosco purtroppo parecchi. E li evito.

Tu. Tu accresci la mia autostima ogni giorno. La tua santa pontificazione quotidiana sui social mi dà alla nausea. Perché ti conosco e so che sei una persona di merda.

Il tuo essere così proba e buona virtualmente, cozza col tuo trattare le persone come feccia (termine del quale abusi in modo rivoltante sempre rivolgendosi ad altri, ovvio) cosa che hai fatto – come ben sappiamo – in più di un’occasione.

Risparmiaci le prediche, fai il favore, che di razzolare bene non sei in grado.

Accresci la mia autostima, perché ogni giorno ringrazio il cielo di non essere come te.

Sono stufa, ma stufa davvero, di voi che mi cercate ogni volta che avete bisogno di qualcosa, che non avete alternative migliori, che dovete risolvere un problema.

Non ci sono per voi, non più.

La porta si è chiusa tempo fa, non ve ne siete accorti?

Detesto allo stesso modo, chi mi cerca solo quando resta solo/a.

Un’altra domanda per entrambi: quando vi va tutto bene, che fine fate?

Menzione speciale per Voi: che in assenza sparlate senza contegno e, in presenza, vi producete in effusioni degne di adolescenti.

Ecco, voi mi fate abbastanza schifo e vi ammiro allo stesso tempo.

Perché io non riesco proprio a nascondere quando una persona mi sta sulle ovaie.

Sul serio, ma come fate?

Ovviamente non credo di essere immune da tale trattamento, perciò ho imparato a diffidare di voi a non credere più ai vostri falsi sorrisi.

Da grande, ambisco a diventare anche come quelli che pensano solo ed esclusivamente ai cazzi propri. È una dote che vi invidio molto, lo ammetto.

Mi piacerebbe riuscire a fregarmene di chicchessia come fate voi. Farsi scivolare tutto addosso e fare dell’egoriferitismo il solo credo.

Così, invidio e biasimo te e te: così naif, così inattendibili, così leggeri, così incuranti, così inaffidabili. Vi osservo e cerco di apprendere l’arte dell’irresponsabilità.

Tu. Tu pensi di avere tutti i problemi del mondo.

Ma che cojoni, davvero!
Ogni accadimento è una difficoltà insormontabile, fai un dramma per le cazzate, ma bastaaa!

Basta pure Tu: che ti lamenti costantemente di tutto e tutti, ogni giorno, sempre e comunque.

Fattela una risata! Impara a ridere di tutto che sei pesanteee!!

Ma pesante in maniera pesante!!

Non riesco a vedere trasparente te. Ci ho provato, giuro! Mi sono impegnata, ma c’è qualcosa che proprio non mi convince in te. E, in genere, alle mie sensazioni do retta.

Tu non prendi mai posizione o – meglio – assumi quella del tuo interlocutore, quindi mutabile, conveniente, mai scomoda per chi ti parla. Rabbonente per tutti, ideale per uscirne sempre puliti.

Ce l’ho con te, lo sai. Nel bene o nel male, io una posizione la prendo sempre ed è spesso scomoda.

Le donne e ne conosco tante, e mi ci metto pure io, che si sminuiscono in nome di un penemunito qualsiasi. Che spesso non vale nulla, e di sicuro non vale MAI la propria svalutazione.

Mi fanno proprio incazzare!!

In generale, gli stupidi. Ad alcuni fanno tenerezza. A me, no. Credo che uno stupido non sia uno poco dotato, ma uno che fa uno scarso uso della mente, quindi perché dovrei compatirlo?

Se riconoscete di essere stupidi e/o ignoranti, almeno abbiate la buona creanza di tacere.

Questo non è da stupidi, anzi. Denota immensa intelligenza.

Infine voi, gli uomini che mi hanno lasciata andare. Mi dispiace, ma manifestate una totale mancanza di buon gusto.

Menzione speciale per tutti quelli che non capiscono l’ironia: con voi non ci voglio parlare.

A molti voglio anche bene, c’è da dirlo. A molti, evidentemente, non ne voglio abbastanza. E per questo vorrei scusarmi.

Perdonatemi se non riesco a essere così pura da amare in maniera incondizionata anche i vostri difetti.

Perdonatemi se non riesco (più) a soprassedere.

Se è vero che l’accettazione degli altri sottintende una piena, preventiva e completa accettazione di sé, ecco, capite come sono messa.

Comunque, provateci.

Scrivete le vostre letterine, è davvero terapeutico.

BAD NOVEMBER

Novembre è un mese che non mi piace.

Novembrini, non me ne vogliate, è così.

Sebbene inizi con un giorno di festa, serve solo per distrarci dai restanti ventinove giorni di disagio.

È il mese dedicato ai defunti, quindi rimanda a tristezza, ricordi, malinconia.

Inizia a fare freddo vero, fa buio presto, l’economia è ferma, tanto che si sono dovuti inventare il Black Friday per farla girare.

Uno dei film più romantici della nostra generazione è ambientato a Novembre. Infatti lei alla fine muore.

Perché qualcosa doveva per forza andare storto a Novembre. La perfezione non la contempla. (scusate lo spoiler, ma è Novembre!)

E “November Rain” dei Guns?? Stupenda! E il video?? Bellissimooo!! E poi lei muore.

Capito?

Pure Pascoli ha dedicato una poesia a questo mese. E lui era uno allegro.

E i nati a Novembre? Ovvero gli scorpioni?? Vabbè, non commento che è meglio.

Statisticamente, quando ho frequentato qualcuno a Novembre, si è rivelato un disastro completo e quest’anno non ha fatto eccezione.

Che poi a Novembre si riattivano tutti. Fateci caso.

A Settembre e Ottobre stanno ancora con la testa rivolta all’estate, al caldo, al libertinaggio puro, allo svago, all’easy senza impegno. A Novembre riapre la caccia. Cercano consolazione per l’inverno, calore, compagnia, qualcuno con il quale condividere il piumone.

Pensateci, è così.

Arrivano o ritornano sempre a Novembre. Disastri annessi.

Roba da “Non è vero, ma ci credo”.

La più bella dichiarazione della mia vita mi è stata fatta a Novembre. Stupenda, una roba da film.

La ricordo benissimo, come la successiva delusione.

Poi c’è stato quello che per lo stress, mi aveva fatto venire addirittura uno sfogo cutaneo. Indovinate che periodo era?

Il massimo è stato quando ho frequentato uno scorpione a Novembre. Lasciamo perdere.

Ormai in questo mese preferisco uscire poco, così non incontro nessuno.

Questo mese faccio digiuno, ci vediamo il prossimo!

Qualche anno fa, il più figo della storia dei fighi conosciuti da BB mi chiese di uscire il 30 Novembre.

Non ci potevo credere.

«No, ti prego facciamo il giorno successivo che… non posso… boh… cioè… No, dai…»

Mica glielo potevo dire della maledizione di Novembre, mi prendeva per scema.

Che poi lo sono è un altro discorso.

Ma mica potevo rinunciare a uscire col più figo della storia dei fighi conosciuti da BB!

Quindi, ho aspettato mezzanotte. Giuro, l’ho fatto.

E infatti lui lo ricordo con piacere, perché era già Dicembre.

Oggi finalmente è l’ultimo giorno.

Non voglio vedere né sentire nessuno, che già ho fatto abbastanza casini.

Spengo il telefono, mi rintano e aspetto mezzanotte.

Domani inizia Dicembre.

Quindi, TU, chiamami. Lesto.

Che a Dicembre fa ancora più freddo.

 

ALL BY MYSELF

Stamattina sono stata rimproverata da tre persone diverse. Tre delle persone che ho più care al mondo, per la precisione.

Soltanto perché, nottetempo, ho avuto l’ardire di recarmi al Pronto Soccorso da sola, con l’allerta meteo, il vento, una quantità imprecisata di alberi sparsi per la Capitale e un dolore lancinante che non mi abbandona da giorni.

“Soltanto”, per me.

«Ma che sei matta, mi dovevi chiamare!», per ciascuno di loro.

Sono davvero matta?

Eppure ci ho ragionato.

Ero stata in piedi almeno un’ora, prima di decidermi ad andare.

Avevo pianto, ero esasperata e non ce la facevo più a stare là, inerme e dolorante, ad attendere l’alba un’altra volta.

Quindi, mi sono avviata.

Struccata, con la tuta, il cappuccio della felpa tirato su a coprirmi parzialmente una faccia che tradiva la terza notte consecutiva in bianco.

Sono entrata pronunciando un timido «Buonasera».

Intorno pochissima gente a occupare l’immensa sala d’attesa: una famiglia; una donna sola; un signore che dormiva e russava sdraiato per lungo sulle poltroncine; un ragazzo.

Probabilmente avranno pensato che fossi una sbandata, forse una drogata, e – sicuramente – che fossi molto sola,

visto che così mi sono presentata al Pronto Soccorso, alle tre di notte, pallida come una maschera anticipata di Halloween, intenta a guardarmi i piedi per evitare i loro sguardi.

E mi ci sono sentita, sola. Ma sapevo pure che non avrei potuto fare altrimenti.

Sono poche le persone che chiamerei per un’emergenza, nel cuore della notte. Tre, forse quattro o cinque, non di più. Non so quante ne abbiate voi, non so cosa avreste fatto voi, ma il problema – se così si può chiamare – è che per me non erano contemplate altre opzioni. Visto che ero cosciente e in grado di guidare.

Perché avrei dovuto infliggere un mezzo infarto a qualcuno, chiedendo aiuto a tarda notte, dato che potevo farcela da sola?

Un’ora dopo, ero fuori.

Aveva ricominciato a piovere copiosamente. Un’ambulanza stava lasciando l’ingresso. Mi era parso di aver visto più gente nella sala d’aspetto, infatti.

Pensare che in questo posto avevo giurato che non ci avrei messo mai più piede, eppure…

Complice l’oscurità e la solitudine, molti ricordi mi sono crollati addosso. Tutti insieme.

Mentre rientravo, ripercorrevo tutte le tappe di questo accadimento surreale. Era successo davvero, o stavo sognando?

Ragionavo su come avrei potuto raccontare il tutto ridendoci su. Come sempre. La mia “Ghiandola della Sdrammatizzazione” deve essere iperattiva…

Ad esempio, dell’infermiera molto poco gentile che mi aveva accolta al triage con un:

«Non è che perché tu non dormi, noi qua ti possiamo risolvere i problemi!»

Alla quale avevo risposto solamente: «Se sto qui a quest’ora, con questo tempo, è perché sono disperata. Non credi?»

Pensando: «Non credi che avrei avuto più piacere nel trascorrere le mie ore da insonne dolente sotto il mio bellissimo e caldo piumone, in compagnia di un buon libro o di una maratona di serie tv? Brutta stronza, pure brutta?? Mi dispiace, sei brutta! E sei pure stronza! Probabilmente sei brutta perché sei stronza! Sicuro!»

Contrariata, magari, dal fatto che l’avessi svegliata. Perché, dopo aver atteso almeno un quarto d’ora che qualcuno si facesse vivo, avevo accettato l’esortazione di una signora a bussare alla porta per farmi accogliere.

«Mi spiace, però, sta dormendo…»

«Embè? Aho se stai qua è perché c’hai bisogno! Sta a lavora’, la sveji!»

C’hai ragione, Signo’…

E poi ho riso.

E poi ho considerato quanta pace ci fosse a quell’ora, quanto buio, quanto silenzio, mentre mi godevo la strada tutta per me che percorrevo lentamente, al contrario del solito.

E poi ho pianto.

E poi ho pensato alle due Voci nella testa che, da un po’ di tempo, duellano nella mia mente.

Una mi ripete ossessivamente che devo imparare a fare tutto da sola, a non appoggiarmi a nessuno, “Perché non si sa mai”. Era fiera di me.

L’altra che risponde che il “Non si sa mai” comprende infinite possibilità, anche positive. Era contrariata, a volte mi dice di non preoccuparmi.

Poi mi è tornata alla mente una frase che ho carpito “per caso” proprio in questi giorni. Lei che diceva a lui:

«Posso farcela da sola…»

E lui che, semplicemente, le rispondeva:

«Ma perché, DEVI?»

Che bello.

Ci ho pensato molto e mi è tornata utile in questa giornata.

Perché alla fine, ho concluso che non sono matta, né strana, né Wonder Woman, né asociale, né individualista.

Oggi, in questo momento, adesso, ora, io non so quale delle due voci abbia ragione. Non so cosa accadrà da qui all’immediato futuro.

So solo che adesso, DEVO.

Poi domani, “Non si sa mai”…

 

“C’è una ragione se dicevo che sarei stata felice da sola. Non è perché pensassi che sarei stata felice da sola. Era perché pensavo che se avessi amato un uomo e poi fosse finita, potevo non farcela. È più facile stare da soli: perché se impari che hai bisogno dell’amore, e poi non lo hai, e se ti piace, e ti appoggi ad esso, se fondi la tua vita su di esso e poi… tutto crolla? Potresti sopravvivere a un dolore del genere? Perdere l’amore è come una lesione fisica, è come morire. L’unica differenza però è che la morte è un attimo… e questo, Può andare avanti per sempre”.

Gey’s Anatomy 7×22

 

SE TI VUOLE, TI VUOLE! (E VICEVERSA…)

Anche quest’oggi sono a (ri)spiegarvi(mi) con esempi pratici le ovvietà del secolo: un uomo è in grado di usare un telefono e una donna non se la tira, se ha interesse.

È bello sperare, bellissimo, ma per la nostra salute mentale è opportuno e vitale rammentare sempre che non siamo un popolo di masochisti, ma aspiriamo tutti alla felicità.

E ingannare se stessi con false illusioni, non aiuta il perseguimento di questa.

Se ci troviamo di fronte soggetti ambigui, poco consistenti, a intermittenza, apparentemente disinteressati o – addirittura – qualcuno che ci stampa in faccia un bel “No!”, la risposta è una sola: NO. Appunto.

Non ci vogliono.

Lo dobbiamo accettare e non insistere.

Per il nostro e altrui bene.

Ma, visto che dell’altrui ce ne frega poco, per il nostro amor proprio, per la nostra serenità, dobbiamo voltare pagina, cambiare l’oggetto dei nostri desideri, ricordarci che supplicare non ha niente a che fare né con la felicità, né con il benessere, né – tantomeno – con l’Amore.

Io, da anni, adotto la tattica degli Ultimatum mentali:

quando mi trovo al cospetto di un uomo indecifrabile, poco sicuro, poi sì, che a volte mi cerca, poi sparisce, poi ricompare, poi ci vediamo, poi no, poi è affettuoso, poi distante, forse gli interesso, forse no, forse mi vede solo come un’amica, forse no, mo ci penso, poi boh, poi mi guarda, poi no, per uscire da questo loop deleterio, mi do una scadenza.

Se non succede nulla di concreto entro tale data, basta. Non ci DEVO pensare più.

Poco importa che mi piaccia da morire, che avessi già scelto i nomi dei nostri tre figli, che quando ci guardiamo negli occhi si ferma il tempo.

Basta.

Ormai li osservo e sulla loro faccia vedo la scritta “Da consumarsi preferibilmente entro il…”

…scaduto.

Devo dire che funziona.

Mi evita di perdere tempo e senno dietro a delle incertezze e in balìa di quel messaggio o di quello sguardo.

Uomini e donne siamo maestri in questo, a volte vogliamo vedere solo indizi a favore del nostro sogno, ignorando le immense travi che ostruiscono lo stesso.

Consigli di amici, rifiuti, niente. Non ci crediamo.

Se ci mettiamo in testa che “Quello/a fa per noi” non ci interessa verificare se la persona in questione sia d’accordo col nostro piano romantico.

Fino al momento in cui ci arriva una mazzata così poderosa da risvegliarci dal sogno e proiettarci in un incubo.

Avrei potuto evitarlo?

Sì, avresti. Se avessi notato l’evidenza.

Siamo esseri semplici e semplicemente cerchiamo di stare bene.

Perché continuare ad attaccarci a qualcosa di effimero, o che ci fa star male?

Perché aspettare davanti a un telefono o a sperare in un invito che non arriva?

A conferma di tutto ciò, mi tornano in mente tutti i gesti concreti e inequivocabili compiuti da uomini che – viceversa –  mi volevano davvero, a livelli diversi.

Come quello conosciuto a una festa in spiaggia, al quale – per testarlo –  dissi:

«Mi chiamo BB (solo il nome), vediamo se mi trovi» e il giorno successivo, mi arrivò la sua richiesta di amicizia.

Aveva scartabellato diversi profili e incrociati con gente che sapeva che conoscevo. Ed era riuscito a trovarmi con pochissime informazioni.

L’altro che non sapeva neanche il nome e si era messo a guardare tutte le foto caricate da un mio amico.

Quel corriere che carpì numero e generalità dal collo che mi aveva consegnato. E, subito dopo, mi scrisse.

Quell’altro che, non conoscendo il mio indirizzo di casa, mi fece consegnare i fiori dove lavoravo, recuperando il recapito sempre dal mondo virtuale.

Quel maître di un albergo in cui alloggiavo che, appreso della mia vegetarianità, cambiò il menu di tutti i commensali per inserire la parmigiana che avrei mangiato anche io.

Quelli che si piazzano dietro di me in palestra per conoscere il mio nome dalla scheda elettronica, per poi aggiungermi su Facebook e quindi approcciarmi. Al riparo dalla platea della sala.

Quello che si è andato a rubare il mio numero tra le schede dell’hotel nel quale alloggiavo.
Tutti quelli che adottano quell’astutissima mossa di “Mi fai una foto?”
«Certo, dammi il telefono»
«Dai, falle col tuo, poi me le mandi»
Cosicché, per inviargliele, gli devo elargire il mio numero. Contatto riuscito.

Capito?
Non sono stupidi, non sono pigri, non è che non ci arrivano.

Sono certa che ognuno di voi può riportare quintali di esempi di questo genere.

Esempi che dovremmo stamparci a mente o sul muro e usarli come legenda per distinguere chi ci vuole da chi no.

Anche se sono pretendenti sgraditi, io ringrazio questi tipi perché – quando inizio a giustificare, incaponirmi, sperare, illudermi e sfornare un bel po’ di “però” – mi rammentano l’ovvietà che “Se un uomo ti vuole, farà di tutto per averti”.

Senza “Se” e senza “Ma”.

Chiaro e semplice.

Contrapposti a questi, ci sono quelli che possiedono generalità complete, indirizzi e numeri di telefono e non gli interessa usarli.

…notate differenze?

Appunto.

Parimenti, però, dovete ricordare che pure noi donne siamo semplici: non diciamo “no” per tattica o per tirarcela. Lo diciamo quando non ve la daremmo nemmeno se non fosse la nostra.
Se ci prova uno che ci piace, non siamo flagellatrici della nostra felicità, anzi, saremmo ben liete di concedere numero e… tutto il resto.

Soprattutto, apprezzatela una donna che ha l’onestà di declinare, di non sfruttare un sentimento, di non alimentare false speranze, di non bearsi dell’autocompiacimento dato da qualcuno che ci adora, di non sprecare il proprio e il vostro tempo.

Essere rifiutati è brutto, ma pure dover rifiutare non è piacevole.

È pure peggio, secondo me. Perché devi dire a qualcuno che ti sta semplicemente mostrando interesse e affetto – quindi tutti sentimenti più che positivi –  che non vuoi assecondarli. Badando di non ferire i suoi sentimenti perché, voglio dire, che bisogno c’è?

Difficilmente rifiuto qualcuno in maniera sgarbata. Tranne quando il pretendente non mi lascia scelta.

Perché una cosa me la dovete spiegare: se chiedete a una per dieci volte di uscire, e questa per dieci volte vi dà il due di picche, ma non vi viene il vaghissimo sospetto che forse – ma dico FORSE, eh – non vi dirà mai di sì??

Se uno mi propone di vederci una sera e io realmente quella sera non posso, ma ci tengo a uscire con lui, gli proporrò subito un’altra serata. POTETE ESSERNE CERTI.

È semplice, no?

Viceversa, perché ostinarsi?
Che senso ha?

Perché continuare a farsi chiudere la porta in faccia?

Perché mettere l’altro/a nell’imbarazzo di trovare scuse, quando è evidente che respingerà  l’invito?

Provandoci a oltranza e nonostante i “No”, spesso si supera quel labile confine tra il corteggiamento sottile – magari pure gradevole e a beneficio dell’autostima – e quell’insistenza fastidiosa e immotivata che ti spinge non solo a rifiutare le avances, ma a farlo pure in malo modo. Sennò non capisce.

Uomini, donne, gay, pansessuali, perché?

Perché umiliare se stessi a oltranza?

Notate i segnali, capite i messaggi, recepite pure i silenzi.

A volte non rispondere è segno di grandissima educazione.

Spesso sottintende un ben più greve:

«Mi hai rotto il cazzo!»

Come quello che mi scrive, con una cadenza commovente, al quale ho smesso di rispondere perché lo ritengo più garbato di dirgli: «Ammazza che palle!»

Nonostante se lo meriti, visto che continua a inviarmi messaggi spinti, credendo che così possa infondere in me una qualche voglia.

Senza considerare il postulato principale di tutto il discorso: lui non mi interessa.

Parlare di “certi” argomenti, fomenta se si interloquisce con un soggetto di per sé (e per me) già arrapante.

E la sua insistenza condita con porcherie varie mi spegne qualsivoglia barlume di desiderio e di pietas.

Uomini, donne, gay, pansessuali, perché?

Insistere, non solo vi farà mortificare voi stessi, ma vi allontanerà ancor di più l’oggetto dei vostri desideri, perché vi vedrà come uno scocciatore/trice.

Come quello succitato con il quale ci eravamo scambiati i numeri per inviarci delle foto.

Io non l’avevo usato, perché non volevo attaccare bottone, dare un pretesto, iniziare uno botta e risposta, quindi ho fatto la vaga.

Visto che già non aveva voluto percepire i miei dinieghi come respinte – sulla base di cosa lo ignoro – ma aveva asserito che i miei “No” fossero colpa delle circostanze che non ci permettevano di starcene un pochino per conto nostro, da soli, in intimità, (???) senza neanche lontanamente considerare l’ipotesi più ovvia: ovvero che se fossimo stati io e lui su un’isola deserta, avrei preferito lasciarmi affogare.

Una mattina mi invia il video del Buongiornissimo.
(I-L V-I-D-E-O-O-O!! Sono seccanti naturali. Io ve lo dico, poi fate voi)
Ho colto l’occasione al volo.
“Ah, buongiorno a te! Mi hai ricordato che devo ancora inviarti le foto. Te le mando subito”
Pausa.
“…così almeno le posso cancellare. Insieme al numero”.

Rega’, la vita è semplice: se un uomo ti vuole, fa di tutto per averti. Se una donna non ti vuole, fa di tutto per evitarti.

E viceversa.

Teniamolo a mente e vivremo più sereni.

Amen.

 

PS: mi piace dire tutto e il contrario di tutto: a volte, “la verità è che gli piaci troppo”.

Ma ve ne parlerò a breve… 😉

INTENZIONALMENTE INFELICI

Entrando alla festa, il mio ingresso era stato accolto da Rino Gaetano e una delle mie canzoni preferite.

Il caso, che non è mai a “caso”, aveva voluto così.

Ero contenta, anche se da un po’ di tempo ascoltarla mi faceva pensare a Lui.

Mi rammentava quando l’avevamo cantata insieme, felici, spensierati, in uno di quei momenti perfetti.

«…dammi la mano e torna vicino…»

Ora – invece – rimandava ai ricordi successivi, poco piacevoli, da botta allo stomaco, che mal si addicevano a una serata di bagordi sulla spiaggia.

Che cazzo, però.

Una ci mette tutta la vita a scegliersi le proprie canzoni, la colonna sonora della propria esistenza,  e poi a causa di un ricordo te le mandano di traverso. Arriva un tizio qualsiasi che te le guasta, te le “rovina”, che ti fa storcere il naso quando le ascolti, che ti demolisce l’umore in un attimo.

Non va bene.

Quando l’ho permesso?

Avevo cercato di distogliere la mente dal pensiero di lui, col fiero intento di divertirmi.

Eppure si riaffacciava.

Lui non c’era, ma era lì.

Concentrati su altro, cavolo!
Guardati intorno: sei a un “White Party”. Ci sono centinaia di uomini in camicia bianca, C-A-M-I-C-I-A B-I-A-N-C-A, e tu pensi all’ultimo al quale dovresti pensare!

Credi che lui si stia consumando per te?

Che ci posso fare?

Sono una che pensa, che rimugina, che si fissa.

Sono così.

Mi sono tornate in mente tutte le serate che ero riuscita a rovinarmi da sola con le mie mani o, meglio, coi miei pensieri, a tutte le volte che, con la testa altrove, non mi ero goduta il presente, il posto, la musica e diverse persone.

Che stupida.

Ho sentito un pianoforte, familiare.

Einaudi.

Il MIO Ludovico suonato a una festa sulla spiaggia. Curioso.

Le mie canzoni, il mio stabilimento, la mia estate, la mia festa, perché devo guastarmi tutto questo?

Non poteva essere una serata qualsiasi, passata col muso a rimuginare.

Infatti, la ricorderò come la sera che ho fatto pace col mio ex.

Il mio ex liquore.

Ho bevuto nuovamente il Gin, dopo quindici anni che non lo toccavo.

Se dovessi associare un sapore a tutte le serate passate in discoteca in gioventù, vi accosterei senz’altro quello acre e profumato del Gin Lemon.

Era il mio cocktail preferito, finché una volta mi fece male e non lo toccai più.

Non ho mai riprovato a berlo, mi sono limitata a schivarlo con attenzione, senza concedergli appelli.

Era diventata anche una delle mie battute preferite: «Posso ingurgitare tutto, tranne il Gin!»

Un’etichetta, un paletto, un limite. Uno dei tanti che ci affibbiamo.

Sono così. Punto. Questo lo faccio, quello no. È sempre stato così, perché dovrei cambiare?

Poi se qualcosa mi ha fatto già male una volta, la eviterò sempre.

Ecco il punto.

Invece quella sera, complice il caos e la fretta, ho deciso che avrei potuto dargli un’altra possibilità.

Che magari sarei stata male di nuovo, ma poi sarei sopravvissuta. Come sempre, come tutti.

Invece, non solo non mi ha fatto male, ma mi sono accorta di quanto, nella mia vita, fosse mancato per tre lustri il Gin, a causa dei limiti che ci auto imponiamo. Della paura di farci male di nuovo. Dei ricordi dolorosi passati che condizionano le nostre scelte nel presente. Degli scudi che ergiamo per difesa e di quanto siamo bravi nel farlo.

Potrei tenere dei corsi sul tema: “Manuale di tutela personale – Vol. I, II e III”.

Come è molto più facile passare una serata in disparte, a rimuginare, nel proprio orticello sicuro, piuttosto che buttarsi nella mischia, mettersi in gioco, parlare, scherzare e – orrore, orrore – flirtare e socializzare. Scoprire uno sconosciuto.

La settimana precedente mi era successo qualcosa di simile con lo smalto. Porto il french semplice da sempre, mi conoscono tutti così. Mi sono sempre detta che gli altri colori non mi donassero che non mi piacessero addosso a me e alle mie manone. Così, d’improvviso, ho deciso di osare un rosa pallido e devo dire che mi piace parecchio.

Sono piccolezze, magari. Ma rappresentano un’uscita dagli schemi, dal conosciuto, dai paletti del “Sono fatta così, non posso cambiare”.

Non lo posso fare;

Mi dà fastidio;

Non è da me;

Non ci riesco;

Non lo faccio;

Mi fa male;

Mi fa male pensare;

Mi fa male ascoltare;

Quante di queste frasi pronunciamo?

Quanto è più sicuro nasconderci dietro a esse?

Come se volessimo rimanere attaccati al nostro dolore, alla nostra convinzione, per sicurezza.

Perché non abbiamo il coraggio di (ri)scoprire qualcosa di nuovo.

Esattamente come stavo permettendo a un uomo di rovinarmi la serata e una delle mie canzoni preferite, solo perché avevo scelto di farlo.

E se tutti paletti, i limiti che ci poniamo o i pensieri consolidati che continuiamo a perpetrare, sebbene li riconosciamo come dannosi, non contribuiscano a renderci INTENZIONALMENTE INFELICI?

Se fosse vero?

Se la nostra infelicità dipendesse solo da noi e da pensieri e azioni che scegliamo deliberatamente di compiere, seppur consci di quanto siano dannosi?

O se, al contrario, preferiamo restare immobili, fermi nelle nostre convinzioni, come vigliacchi impauriti?

Se ci ostinassimo a complicarci la vita e focalizzarci su quello che non dovremmo?

Come quando vogliamo a tutti i costi conoscere una verità che sappiamo, per certo, che ci farà del male, o – viceversa – quando fingiamo di ignorare una realtà, mentendo solo a noi stessi.

Sembra facile… Ma se lo fosse davvero?

Se la nostra infelicità fosse una condizione nella quale ci piace crogiolarci?

Se la smettessimo di dare potere a pensieri o persone deleteri?

E se iniziassimo a scardinare tutte le nostre credenze negative, le barriere, i pensieri limitanti, le convinzioni consolidate, per scoprire un mondo nuovo, diverso, che non possiamo neanche lontanamente immaginare?

Che poi, diciamocelo, io mi sono anche parecchio frantumata le ovaie di stare a pensare a gente che non mi pensa o che non me lo dice.

Di ripensare al passato, di rivivere ricordi brutti, di restare ancorata e stazionaria per la paura di agire, di evolvere, di crescere, perfino.

Di continuare a dare importanza a gente davvero poco importante.

Di autoimpormi dei limiti che sono stati creati e alimentati solo da me.

Quindi, perché farlo?

Ho compiuto ben due azioni che mai nella vita avrei pensato di riuscire a fare.

Potrei continuare questa scia di stravolgimenti, compiendo quella che tutti mi stanno suggerendo di fare, ma che continuo a ripetere di non poter riuscire a mettere in pratica: invitare a cena un uomo.

Potrei farlo.

Potremmo cenare insieme, io e te.

E poi brinderemo col Gin, ascoltando Rino , magari con uno smalto rosso.

(vabbè, adesso non esageriamo…)

…MA IL CIELO È SEMPRE PIÙ BLU

“L’estate sta finendo e un anno se ne va…”

Non so a voi, ma a me questa canzone ha sempre messo una gran malinconia. Soprattutto perché ci fa considerare che – in effetti –  di questo nuovo anno carico di (ennesime) aspettative, ne abbiamo già consumato due terzi. Ma come è potuto succedere??

E, prima di ricominciare, stiliamo i nostri piani, progetti, propositi, partendo dal mettere a posto quel che c’è. Dentro e fuori.

O, almeno, è ciò che faccio io.

Durante le ferie, sistemo, pulisco, ristrutturo, pianifico.

Quest’anno, avendo avuto più tempo, ho cominciato anche prima.

Ho sistemato per mesi.

Faceva freddo.

Mi sono tappata in casa per circa tre mesi. Nascosta dentro tute informi e pile extralarge.

Ho messo in ordine ogni stanza e gettato centinaia di oggetti.

Così si fa, mi dicono, quando si deve ricominciare, riordinare, chiudere col passato.

Così, faccio io.

Cerco di fare ordine dentro di me, partendo dall’ordine intorno.

Tengo tutto quello che mi piace e mi fa bene e butto il resto.

Il passato va lasciato andare.

Regali di persone sgradite, ricordi da non rammentare più, rimandi continui a quel che non voglio pensare, tutto il superfluo.

Via.

Ho spiccato quadri, centinaia di fotografie, la maggior parte non le riappenderò.

Alcuni volti non li voglio più vedere.

Ho pensato a te.

Quando mi hai detto che avresti voluto aiutarmi a rendere la mia casa più bella, a prendertene cura insieme a me, neanche troppi mesi fa che – però – sembrano secoli.

Ci avevo creduto e te l’avrei fatto fare con piacere.

Coi miei tempi, sicuramente dietro le mie direttive da maniaca del controllo, ma mi sarebbe piaciuto pulire, creare, sistemare, insieme a te.

Invece ho fatto tutto da sola, come sempre.

Sai, è divertente perché molti pensano che a noi “Wonder Woman” tuttofare piaccia prenderci così pedissequamente cura di noi e del nostro mondo.

È l’esatto contrario.

Non abbiamo scelta.

La verità è che non si trova quasi mai nessuno disposto ad aiutarti, quindi non ci rimane che farlo in autonomia.

D’altronde, se l’hanno chiamato “Fai da te” un motivo ci sarà.

Quindi grazie ancora alla mia curiosità atavica che, fin da bambina, mi ha permesso di imparare a fare quasi tutto, non sapendo che poi avrei dovuto farlo davvero.

Così, si ricomincia.

Si cambia, si pulisce, si abbellisce quel che si ha e si è.

Di tagliare i capelli non ho più coraggio da quando – otto anni fa – in preda a una crisi depressiva, li ho accorciati dopo venti anni che non lo facevo. Dalla vita alla nuca.

Una tragedia!

Non sapevo neanche lavarli.

I colori li ho provati tutti, quello che porto è l’unico che mi dona davvero.

Quindi, devo per forza buttarmi sul miglioramento della mia casa.

Ristrutturo tutto quel che c’è intorno a me, cercando di placare il caos interiore.

Ho considerato a lungo se cambiare il colore della mia camera, il mio preferito, l’azzurro. Il colore del cielo e del mare.

Ho pensato anche che magari avrei potuto scegliere una tinta meno accesa, più “adulta”, più seriosa.

Perché l’azzurro alle pareti, le stelle sul soffitto, una nuvola come lampadario, un’altra stella come abat jour, forse erano un po’ troppo eccessive.

Alla fine, ho concluso che è l’unico colore che mi rappresenta davvero, il solo che voglio vedermi intorno.

Ho stuccato le crepe, tappato i buchi, levigato il tutto, tolto l’eccesso, passato il colore e tutto è diventato più bello, di nuovo.

Tutto è tornato in ordine.

Un nuovo ordine.

Ho steso la tinta in maniera diversa, non lineare, di varie gradazioni, un po’ confusa, caotica, irregolare, imperfetta, ma stupenda. Come me.

Mi piace moltissimo.

Ho lasciato le stelle, perché ci sono sia in cielo che in mare e perché per me sono molto significative.

Ho tolto la nuvola.

Non so perché, semplicemente non mi andava più di vederla.

Al suo posto, ho messo una lunga striscia di led luminosissimi che ravvivano la mia stanza e il mio azzurro.

Non voglio più nuvole a rovinarmelo.

Il mio cielo è sempre più blu.