UFFICIO PSICOSI, PATURNIE & PIP*E MENTALI

Gli uomini li invidio, lo dico sempre. Vivono in maniera mooolto più serena di noi.

Ed è abbastanza inutile che ci incaponiamo coi vari “Non mi capisce!”.

No, non capiscono perché, semplicemente, sono fatti in maniera diversa. Più semplice, appunto.

Viceversa, è anche abbastanza complicato tentare di far comprendere loro quante e quali paturnie possano aggirarsi mediamente nella testa di una donna sapiens.

Ci tengo a dire che non tutte sono paranoiche, però di donne ne conosco parecchie e so di quali elucubrazioni mentali siamo capaci, di quanto sia copiosa la produzione di pugnette immaginarie che tanto ci contraddistingue e che a loro è totalmente sconosciuta.

Tutte quel che a noi appare montagna, per loro è insignificante.

Quindi è altresì difficile spiegare ai maschietti il perché di scenate leggendarie per (ad esempio) una chiamata mancata o un messaggio rimasto inascoltato.

Non lo sanno, loro, che durante quell’attesa nella nostra mente c’è stata una creazione monumentale di pip*e mentali a carattere catastrofico.

Io donna sono e con le donne parlo e, a volte, rimango pur’io stupita di come e quanto riusciamo a partorire l’inimmaginabile, la prospettiva più catastrofica, il rintorcinamento meningeo che più può portare al peggiore scenario possibile.

E ci crediamo.

E ce ne convinciamo.

(spesso ci prendiamo pure. Ma forse questo non è il caso di dirlo…)

E agiamo di conseguenza.

Ed è un’operazione estremamente complessa dissuaderci che i nostri pensieri sono solo quello: pensieri. Non la realtà.

Prendiamo come esempio un’abitudine maschile, ahimè, abbastanza diffusa che ormai viene chiamata col termine raffinato di ghosting, mentre l’azione che sottintende non lo è affatto, ovvero sparire. Sparire vigliaccamente e – quasi sempre – il giorno dopo.

Analizziamo i fatti:

Lui è una profusione di galanteria e carinerie fino al momento clou.  Poi “Chi l’ha visto?” e contattiamo la Sciarelli.

(e non mi venite a dire che gli uomini non lo fanno, per favore. Ci sono uomini che lo fanno tutti i giorni. Oggi ci assumiamo tutte le nostre responsabilità di genere: le donne sono psicotiche e gli uomini sono bastardi. Non tutte/i, ma buona parte. Amen)

È sparito.

La logica, questa sconosciuta, imporrebbe un’evidente conclusione:

È sparito perché è uno stronzo! Chi altri compie un’azione così meschina, da codardi, viscidi, manipolatori?

Uno STRONZO!! No?

È lampante!

Manco per niente.

Nella mente della femmina paranoica e paturniosa si forma un unico e nitido convincimento:

No, è sparito perché sicuramente gli ho fatto schifo.

Non avete idea di quante volte abbia udito questa “logica” conclusione. Di quanto spesso abbia rimbrottato alcune mie amiche con frasi cariche di ironia e biasimo.

Mentre commentavo mentalmente con un:

«Cazzo, ma siamo proprio tutte psicopatiche uguali

Perché io, anni fa, ho fatto pure di peggio.

Non solo ho pensato che il bastardo in questione mi avesse trovata talmente rivoltante da dileguarsi, ma ho cercato pure le prove a favore della mia tesi.

Sono andata a chiedere a un amico se fosse possibile un’erezione con una che ti fa schifo (l’ho fatto davvero, giuro).

Lui, naturalmente e con semplicità, mi ha dapprima chiesto l’ovvio:

«Perché dovrei andare con una che mi fa schifo, scusa?»

Giusta osservazione.

Sarebbe finita lì e non sarebbe nemmeno cominciata, se io fossi stata un tantinello più equilibrata e razionale.

Ma non era questo il caso.

«Che ne so?? Perché magari “pare brutto”. Ti ci trovi e ci devi andare!»

Lui, sempre più perplesso, ci ha iniziato a ragionare:

«Boh… Magari facendo un miscuglio di Edwige Fenech, Charlize Theron, tette, culi e lesbicate nella testa… Chiudendo gli occhi, forse, potrei riuscire a eccitarmi»

«Ah!»

«Eh…»

«Quindi ce la potresti fare?»

«Volendo, penso di sì. Ma mi chiedo sempre perché dovrei»

«Quindi, praticamente, mi stai dicendo che io, da oggi in poi, dovrò convivere con un’altra paturnia, ovvero che – forse – a tutti quelli che sono stati con me, c’è la possibilità che facessi schifo ma sono comunque riusciti nell’impresa grazie a film mentali ben più benefici dei nostri??»

«Certo. È proprio esattamente quello che ho detto. Testuale…»

«Ho capito! Però è possibile, no??»

«Tu ci andresti con uno che non ti piace?»

«Certo che no!»

«Perché allora pensi che dovrebbe farlo un uomo, scusa?»

«Ah…»

«Eh!»

Ecco.

Immaginatevi una cosa del genere.

Nella nostra testa.

Tutti i giorni.

Sempre.

…capito?

Magari siamo davvero tutte psicopatiche, tutte uguali, tutte paranoiche e paturniose.

Magari è il motore dell’insicurezza a muovere le nostre azioni oppure la voglia di cercare una spiegazione a quello che non riteniamo possibile, né accettabile.

Magari siamo talmente abituate ad affidarci al nostro sesto senso da crederlo infallibile.

Quell’istinto, quasi una garanzia, che ci danno di corredo assieme alle tette e che ci aiuta sempre.

O magari siamo solo pazze.

Decisamente, siamo pazze.

Purtroppo, a volte siamo pure pazze di voi.

E questo peggiora di molto le cose.

 

Se vuoi liberarti dalle paturnie, finisci di leggere qui.

Non andare oltre.

Sul serio.

Se prosegui, lo fai a tuo rischio, psicosi e pericolo.

Ok?

Smetti qui.

Stai continuando a leggere?

Ti ho detto di smettere!!

Vabbè, fai come ti pare, io ti ho avvisata

 

Siamo pazze, l’ho premesso. O magari ci piace definirci così,

La verità vera che avvalora la nostra produzione di pugnette, che ci fa osannare il nostro sesto senso e la nostra lungimiranza è che difficilmente sbagliamo.

Sì, l’ho detto.

Se ci si insinua un piccolo pensiero nel punto più profondo dell’amigdala e lì stanzia e si attiva in determinate circostanze e ci dà un segnale, un motivo c’è. Poco da fare.

Non so dirvi le volte che, a posteriori, mi sono detta: «Avevo ragione io!» quando tutti mi additavano come una paranoica.

E sempre, giuro SEMPRE, avrei preferito sbagliarmi.

Avrei preferito essere smentita e accusarmi di essere una visionaria furiosa sceneggiatrice di catastrofi.

Invece, molto spesso, i disegni che avevo creato nella mia testa sulla base di pochissime e apparentemente insignificanti sfumature, che sembravano tratti da Beautiful, non solo risultavano veritieri, ma erano anche esattamente come li avevo concepiti.

È una dote, o una maledizione, fate voi.

Quel nostro percepire e registrare ogni minuscolerrimo cambiamento, un’inflessione della voce, un piccolo accenno e tutto il linguaggio non verbale e riuscire a cogliere uno stato d’animo perfino da come è scritto un sms.

E poi immagazzinare, ricordare, collegare il tutto e ottenere un risultato, una spiegazione. Che stanno lì, in attesa della verifica. O della smentita.

Vorrei cullarmi nella tranquillità del “non sapere e non capire” essere meno empatica, sensibile e recettiva.

Ma ho una maledizione e difficilmente sbaglio.

E quando si affannano a mentirmi?

Rido molto.

 

«Io vado pazza per Tiffany: specie in quei giorni in cui mi prendono le paturnie».
«Vuol dire quando è triste?»
«No… Uno è triste perché si accorge che sta ingrassando, o perché piove. Ma è diverso. No, le paturnie sono orribili: è come un’improvvisa paura di non si sa che. È mai capitato a Lei? In questi casi mi resta solo una cosa da fare: prendere un taxi e correre da Tiffany. È un posto che mi calma subito, quel silenzio e quell’aria solenne: lì non può accaderti niente di brutto. Se io trovassi un posto a questo mondo che mi facesse sentire come da Tiffany…
Comprerei i mobili e darei al gatto un nome».

Colazione da Tiffany

 

 

«La lupa, la anziana, quella che sa, è dentro di noi. Fiorisce nella psiche più profonda dell’anima delle donne, l’antica e vitale Donna Selvaggia. Lei descrive la sua casa come quel luogo nel tempo dove lo spirito delle donne e lo spirito dei lupi entrano in contatto. È il punto nel quale l’Io e il Tu si baciano, il luogo nel quale le donne corrono coi lupi (…)»

Clarissa Pinkola Estés

 

TORNANO TUTTI

Tornano tutti.

Lo sostengo da sempre e l’ho appurato innumerevoli volte.

Tornano tutti.

Basta aspettare.

O, meglio, basta non aspettare.

Basta andare avanti con la propria vita, affrancandosi dal pensiero di costoro, scordandosene.

Loro non si scorderanno.

 “Chi l’ha visto?” potrebbe campare per decine di puntate sulle mie spalle.

Me la figuro pure la Sciarelli, nella sua impeccabile compostezza, ad annunciare:

«Oggi, e nelle settimane a venire, ci occuperemo di tutti i pretendenti di BB spariti nel nulla. Che fine hanno fatto? Chi li ha visti? Perché lei non li ha proprio più sentiti!».

«Sciarelli, questi sono scomparsi da un giorno all’altro! Io non gli ho fatto niente, giuro!»

Più o meno così.

Nel mio lungo curriculum sentimentale, annovero infiniti quanto inequivocabili dileguamenti sine verbo.

Inaspettati e apparentemente immotivati.

Che lasciano deluse, sgomente, arrabbiate.

E, purtroppo, anche tutta una serie di interrogativi che difficilmente trovano spiegazioni.

«Ma non è che gli è successo qualcosa? Una si preoccupa pure! Magari gli mando un messaggio, giusto per sapere se sta bene…»

Voci nella testa in coro: «No!»

Sciarelli: «NO!»

Telefonata da casa: «No!»

BB: «Uffa, che palle»

In questi casi – in effetti –  è opportuno rispondere col silenzio a queste azioni vigliacche e immature.

Basta andare avanti.

Basta non pensarci.

Basta pazientare.

Questo silenzio viene rotto da un messaggio, un tentativo di riavvicinamento, un tastare il terreno, un… ma che vuoi? Adesso ti ricordi di me…?

Che hai fatto?

Non mi pare tu ti sia preoccupato per la mia di salute.

E poi perché prodursi nello squallido numero del fantasma?

Che senso ha?

Basta pazientare.

Perché torneranno.

Tornano sempre.

Tornano TUTTI.

A produrre testimonianza della loro presenza con un messaggio, una telefonata, quando non importa più riceverli.

Allora, sì.

Allora sarebbero stati graditi, vitali, sicuramente importanti.

Da quella riva del fiume sulle quale amo sedermi, li vedo passare, uno ad uno.

Tornano sempre.

Tornano TUTTI.

Tornano quando non te ne frega proprio più un cazzo.

E ogni volta quando accade, ogni benedetta volta, reagisco sempre allo steso modo.

Rido.

Ma oggi, no.

Oggi questo ritorno, che si somma a tutti gli altri, non mi fa sorridere.

Oggi mi fa incazzare.

Ci hanno insegnato che “In amore vince chi fugge”. Grossa cazzata.

Non ho mai considerato attraente rincorrere, né tantomeno essere rincorsa.

Quando percepisco un allontanamento, mi allontano a mia volta. D’istinto, per difesa, perché credo che in amore vinca chi si viene incontro.

Ed è per questo che mi hanno iniziato a infastidire i ritorni. Perché se io mi allontano, non lo faccio per gioco o per testare la veridicità del detto della fuga. Se mi allontano è perché non mi trovo più bene dove sto.

Se mi allontano, dopo che ho provato in tutti i modi a stare vicino a qualcuno, non mi interessa essere rincorsa, perché non mi interessa più quella vicinanza.

Se tenete a distanza qualcuno e questi vi asseconda, quindi si distacca, fino ad andarsene, poi per quale motivo cercate di colmare quella lontananza che voi stessi avete creato?

Gente,

uomini, donne, grandi, piccini, gay, etero, pansessuali, vi devo proprio dire una cosa:

quando decidete deliberatamente di ripiombare nella vita di qualcuno, rubando le stupende parole di una mia cara amica, ricordate che state compiendo solo un gesto egoistico.

Magari avete quel senso di colpa che non si placa, be’, dovete tenervelo.

Non è compito dell’altra persona fare i conti con i vostri mostri. Anche se, probabilmente, l’ha già fatto.

Quando decidete di spezzare il salvifico silenzio che si interpone fra di voi, dovete considerare che nella maggior parte dei casi, non otterrete quel che avreste voluto.

Quindi, evitate.

Ammetto che la mia autostima fa la ola per ogni vostro ritorno, per ogni gesto di riavvicinamento, ma non basta.

Ricordiamoci tutti che:

Tornato tutti;

Tornano tutti, mordendosi le mani;

Tornano tutti quando sarebbe bastato semplicemente non allontanarsi affatto;
La vendetta sovente arriva quando non ci pensiamo più e, spessissimo, senza fare nulla;
Il Karma è micidiale.

E, più importante di tutto:
Le persone bisogna apprezzarle quando le abbiamo a fianco e non solo una volta perse.

Ci potevate e dovevate pensare prima.

Quindi, occhio a quel che fate, perché prima o poi, vi attaccherete tutti al Karma.

L’EFFETTO “SALLY”.

La solitudine è un qualcosa che fa paura.

Siamo animali sociali con un concetto di “gruppo” ben radicato in noi.

Cresciamo in famiglie, classi, comitive; frequentiamo stadi e i posti più affollati; condividiamo passioni per creare coesione e fratellanza.

La solitudine la patiamo e la evitiamo.

Poi, col tempo, impariamo a conviverci, ad amarla, a ricercarla perfino.

Ci allontaniamo da essa solo se ne vale davvero la pena, se la compagnia corrisponde esattamente a quello che cerchiamo, se è un arricchimento e non un obbligo da soddisfare, né un dovere da onorare, altrimenti evitiamo.

Non tutti, badate, alcuni la solitudine non la tollerano.

Sono quelli che vediamo sempre accompagnati, talvolta anche con soggetti improbabili o che, fino al giorno prima, non avrebbero mai guardato.

Loro lo vivono costantemente, noi soggetti solitari abbiamo delle sporadiche ricadute.

Ma alla fine, tutti, a un certo punto, subiamo quello che io ho chiamato l’effetto “Sally”.

Ovvero l’esigenza di un contatto vero, la necessità di umanità, amore, calore, condivisione. Cediamo alla terribile voglia di ricevere e donare “qualche candida carezza, data per non sentire l’amarezza”.

Ho vissuto per parecchio tempo sotto effetto “Sally”, quando pensavo che una compagnia sbagliata fosse preferibile al nulla; quando soffrivo talmente tanto il mio essere sola, da accontentarmi di quello che mi capitava; quando mi amavo davvero molto poco e ricercavo Amore in chiunque e in ogni dove.

Mi raccontavo che da questa ricerca selvaggia, queste presenze fittizie, questo donare affetto solo per riceverlo in cambio, potessi trarne solo benefici e non avessero controindicazioni.

Invece ho pagato tutto e anche caramente.

Per queste “candide carezze”, per ogni mia distrazione o debolezza mi sono punita io in primis

Pentendomi, recriminandomi, biasimandomi, accusandomi di non essere abbastanza indipendente e immune all’isolamento, di essere debole.

L’ho pagata accorgendomi che, a ogni scelta sbagliata, perdevo un pezzetto di me stessa, tonnellate di fiducia in me e negli altri e che – paradossalmente – appagare a tutti i costi quel disperato bisogno di amore mi stava trasformando in un essere non più capace di provarne.

E poi, ovviamente, l’ho pagata scontrandomi con la realtà, disilludendomi ogni volta, scoprendo come fossero realmente le persone alle quali mi accompagnavo che io avevo così tanto investito di affetto e aspettative.

Ho visto cosa ti può crollare addosso.

Ho capito che è meglio tenersi le carezze, piuttosto che regalarle per colmare un vuoto.

Tanto che ora è davvero molto difficile che le conceda, che mi conceda, che permetta a qualcuno di disturbare l’equilibrio della mia solitudine.

Eppure…

Anche adesso, anche se sono forte, anche se la solitudine è un qualcosa che spesso ricerco, a volte mi lascio sopraffare da questa esigenza di vicinanza.

Decido di essere più indulgente con me stessa.

Di non curarmi di quello che accadrà dopo, di pensare al contingente, di ricercare una soddisfazione subitanea.

Di provare, chissà, perché da qualche parte dovrà pur nascondersi questo decantato Amore, quindi bisogna tentare, anche se poi si paga.

Perché siamo animali sociali, gruppi, famiglie, classi, comitive, coppie.

E ogni tanto, o sempre, sentiamo il bisogno di ricordarcelo.

 

 

“Forse davvero ci si deve sentire alla fine un po’ male”

Vasco – Sally – 

 

 

TI MERITI IL MARE

«La qualità delle tue relazioni riflette quello che credi di meritare».

Questa frase qui, in diverse salse e rivisitazioni, l’ho sentita non so quante volte.

Ogni volta ho pensato frettolosamente che non fosse proprio così e sono andata oltre.

Nell’ultimo periodo mi è stata riproposta, in maniera diretta e non, e mi ci sono soffermata di più.

Ho cominciato a ragionarci davvero, a cercare di capire se e quando ne abbia avuto conferma di veridicità.

Potremmo scomodare la LoA, la psicologia e la sua “profezia che si auto avvera”,  ma è tutto molto più semplice:

«La qualità delle tue relazioni riflette quello che credi di meritare».

Se credi di meritare molto, quello avrai.

Se abbassi l’asticella delle pretese, ti accontenti, ti fai bastare la miseria, quello avrai.

Se ritieni di non essere degno di ciò che vorresti, desideri e ti auspichi, quello otterrai.

Se banchetti con le briciole, anziché ambire a un pasto migliore o preferire il digiuno in assenza di esso, le briciole saranno quel che penserai di meritare. Nulla di più.

Se ti racconti che nessuno mai potrebbe interessarsi a te, nessuno ti farà compagnia.

Se ti barrichi nel castello della tua solitudine, sarai il solo guardiano di te stesso.

Se ritieni accettabile essere una seconda scelta, una riserva, una tantum lo sarai.

Se ti fai bastare un rapporto superficiale, piuttosto che niente, delle limitazioni che contrastano con quel che vuoi davvero, delle etichette quali “solo sesso”, “solo quando non ho di meglio”, “solo quando va a me”, quello sarai.

Ho pensato a tutte le infinite volte in cui mi sono accusata (ed ero pure convinta) di aver sbagliato io ad agire o a comportarmi in una certa maniera.

Quanto mi sia incaponita, abbia giustificato, abbia lasciato correre, pienamente cosciente che NON era quello che volevo.

Quanto mi sia raccontata che le mie esigenze non fossero importanti, fossero dettagli, che il poco fosse comunque meglio di niente.

No, meglio niente!
Piuttosto che qualcosa che tradisca le nostre speranze.

A quanto spesso avessi forzato le cose nel sentire o nel vedere qualcuno, quasi “costringendolo”, quasi supplicandolo, non considerando che ME LO MERITO, eccome, uno non veda l’ora di vedermi, sentirmi, amarmi.

A un certo punto, abbiamo ritenuto che fosse “normale”attendere accanto a un telefono.

Accontentarsi dei ritagli di tempo, orari ben precisi, scampoli di momenti.

Rinunciare ad ambire a un rapporto pulito, semplice, paritario.

Abbiamo addirittura deciso che l’Amore, l’affetto, i sentimenti, fossero un qualcosa di cui dovessimo quasi vergognarci, un impedimento che rovina tutto, emozioni da non rivelare mai che poi – oh – scappa, non mi vuole più, si spaventa.

Non meritiamo TUTTI di essere amati?

Perché rinunciarci?

A tutto questo, a tutto quello che non ci fa stare bene, in pace, felice, occorre dire NO.

Rifiutare tutto quel che sia al di sotto delle nostre aspettative, di come intendiamo i rapporti, di quello che vogliamo ricevere.

Magari coscientemente nessuno si aspetta di essere maltrattato o tradito, che debba essere così una relazione.

Non meritavo le sparizioni.

Non meritavo di essere la seconda scelta o quella di riserva.

Non meritavo di essere lasciata per telefono, senza troppi complimenti.

Tutta questa gente qui, non meritava le mie lacrime, né le mie attenzioni, le cure, l’affetto, l’ostinazione.

Troppe volte abbiamo dato una possibilità a chi offriva miseria, perché – in fondo – era meglio di niente.

Permesso pedissequamente palesi mancanze di rispetto per paura di parlare, o di creare problemi, o porre realmente fine a un rapporto che non dà la reciprocità che dovrebbe.

È doloroso, oh sì, lo è.

Pure i rapporti insoddisfacenti lo sono.

Le delusioni continue.

La fiducia malriposta.

È tutto molto doloroso.

Ma se continuare a sopportarlo o meno, siamo noi a deciderlo.

Siamo noi a sapere se lo “meritiamo” o no.

Forse sono esagerata, le persone sbagliano, non possono essere all’altezza delle mie aspettative…

Ecco. Le aspettative.

Se ti aspetti mediocrità, quello avrai.

Pure in ambito di amicizia, vogliamo davvero che un amico sia colui che ti dà per scontato, che si è talmente abituato alla nostra presenza, da non apprezzarla più?

Se questo è quello che accettiamo, se fondiamo la nostra conoscenza dell’affettività su rapporti disparitari viziati e non appaganti, quello avremo.

Ho sempre pensato che, perdendo una persona, fossi io quella che ci rimetteva di più.

Ultimamente, no.

Ultimamente credo sia veritiero anche il detto “Chi non ti ama, non ti merita”, ovvero non ti capisce, non ti sa apprezzare, non si rendo conto di quello che potrebbe avere.

Quindi, perché dovrei essere io ad agire?

Perché abbiamo rinunciato pure alla cavalleria, alla galanteria, al corteggiamento?

Perché pensiamo di non meritarli più, di dover per forza darsi da fare, patire, subire un rapporto e non sceglierselo deliberatamente?

Meritiamo di essere trattate da DONNE.

Qualcuno me l’ha detto:

«Sei una donna, fatti trattare da tale»

Mentre mi toglieva di mano le valigie che volevo a tutti i costi portare da sola.

Stupita, da quelle piccole attenzioni che non si ricordano nemmeno più, perché cadute nella nostra quotidiana disabitudine.

Abbiamo messo da parte i privilegi che comporta l’essere donna, in nome di una parità di sessi che sottintende una contraddizione implicita.

Ci hanno creati diversi.

SIAMO diversi.

Questa cosa qui dell’indipendenza, dell’autosufficienza del femminismo, dell’emancipazione, l’abbiamo recepita male.

Non significa di certo rinunciare ad esserlo, donne, femmine, con onori e oneri.

E non contrasta per forza con l’autonomia e l’emancipazione.

Abbiamo i nostri “ruoli”, attitudini diverse, palese inferiorità fisica.

Il barattolo riesco pure ad aprirmelo da sola, ma quanto è più bello potertelo chiedere e sapere che dall’altra parte c’è una risposta entusiasta, un qualcuno che non vede l’ora di esserti di aiuto, di fare l’uomo di casa, di prendersi cura di te. Perché meritiamo qualcuno che si prenda cura di noi e dobbiamo permetterglielo.

Allo stesso modo, io ti posso pure invitare a uscire con me, e sicuramente tu mi diresti di sì, ma perché dovrei farlo?

Perché dovrei rinunciare al mio “ruolo” di preda che ha già scelto? Che lascia a lui il piacere della conquista, l’illusione di avercela fatta, mentre invece io ti avevo già puntato da prima che tu ti accorgessi di me, e avevo giurato che saresti stato mio.

Abbiamo permesso a noi stesse di convincerci di non meritare più la cavalleria, la galanteria, il corteggiamento.

Che fossero superati, desueti, non più importanti.

Invece, io me lo merito un cazzo di invito a cena.

Un uomo che non è in grado di alzare un dito per comporre un numero, non merita di certo che io gli faccia alzare altro.

Me la merito una cazzo di telefonata.

Mi merito una grandiosa “botta”, ma anche il prima e il dopo.

Mi merito il mare. 

Le domeniche al mare, le passeggiate, il mano nella mano, i giochi, le discussioni, le coccole, i confronti, i salti mortali per riuscire a vedersi, i compromessi, le rinunce, le conquiste, la cura, l’affetto, l’Amore, mi merito TUTTO.

Merito di essere amata liberamente.

Adesso sono sola, è vero, ma non me ne dispiace.

Perché ho ben chiaro quello che finora mi è stato offerto.

E non perdo più tempo, pensieri, parole, opere e omissioni per chi non lo merita.

Non aspetto, non chiedo, non cerco di convincere, non supplico, non abbasso l’asticella.

Meglio niente, che meglio di niente.

Finalmente SO quel che merito io.

E tu, cosa pensi di meritare?

 

 

”Io sono un esperto di menefreghismo.

Il segreto è smettere di preoccuparsi per la salute delle chiappe degli altri e cominciare seriamente a pensare a quello che vuoi tu,

a quello che tu meriti e a quello che il mondo ti deve, capito?!”

Bender

 

SE TI VUOLE, TI VUOLE! (E VICEVERSA…)

Anche quest’oggi sono a (ri)spiegarvi(mi) con esempi pratici le ovvietà del secolo: un uomo è in grado di usare un telefono e una donna non se la tira, se ha interesse.

È bello sperare, bellissimo, ma per la nostra salute mentale è opportuno e vitale rammentare sempre che non siamo un popolo di masochisti, ma aspiriamo tutti alla felicità.

E ingannare se stessi con false illusioni, non aiuta il perseguimento di questa.

Se ci troviamo di fronte soggetti ambigui, poco consistenti, a intermittenza, apparentemente disinteressati o – addirittura – qualcuno che ci stampa in faccia un bel “No!”, la risposta è una sola: NO. Appunto.

Non ci vogliono.

Lo dobbiamo accettare e non insistere.

Per il nostro e altrui bene.

Ma, visto che dell’altrui ce ne frega poco, per il nostro amor proprio, per la nostra serenità, dobbiamo voltare pagina, cambiare l’oggetto dei nostri desideri, ricordarci che supplicare non ha niente a che fare né con la felicità, né con il benessere, né – tantomeno – con l’Amore.

Io, da anni, adotto la tattica degli Ultimatum mentali:

quando mi trovo al cospetto di un uomo indecifrabile, poco sicuro, poi sì, che a volte mi cerca, poi sparisce, poi ricompare, poi ci vediamo, poi no, poi è affettuoso, poi distante, forse gli interesso, forse no, forse mi vede solo come un’amica, forse no, mo ci penso, poi boh, poi mi guarda, poi no, per uscire da questo loop deleterio, mi do una scadenza.

Se non succede nulla di concreto entro tale data, basta. Non ci DEVO pensare più.

Poco importa che mi piaccia da morire, che avessi già scelto i nomi dei nostri tre figli, che quando ci guardiamo negli occhi si ferma il tempo.

Basta.

Ormai li osservo e sulla loro faccia vedo la scritta “Da consumarsi preferibilmente entro il…”

…scaduto.

Devo dire che funziona.

Mi evita di perdere tempo e senno dietro a delle incertezze e in balìa di quel messaggio o di quello sguardo.

Uomini e donne siamo maestri in questo, a volte vogliamo vedere solo indizi a favore del nostro sogno, ignorando le immense travi che ostruiscono lo stesso.

Consigli di amici, rifiuti, niente. Non ci crediamo.

Se ci mettiamo in testa che “Quello/a fa per noi” non ci interessa verificare se la persona in questione sia d’accordo col nostro piano romantico.

Fino al momento in cui ci arriva una mazzata così poderosa da risvegliarci dal sogno e proiettarci in un incubo.

Avrei potuto evitarlo?

Sì, avresti. Se avessi notato l’evidenza.

Siamo esseri semplici e semplicemente cerchiamo di stare bene.

Perché continuare ad attaccarci a qualcosa di effimero, o che ci fa star male?

Perché aspettare davanti a un telefono o a sperare in un invito che non arriva?

A conferma di tutto ciò, mi tornano in mente tutti i gesti concreti e inequivocabili compiuti da uomini che – viceversa –  mi volevano davvero, a livelli diversi.

Come quello conosciuto a una festa in spiaggia, al quale – per testarlo –  dissi:

«Mi chiamo BB (solo il nome), vediamo se mi trovi» e il giorno successivo, mi arrivò la sua richiesta di amicizia.

Aveva scartabellato diversi profili e incrociati con gente che sapeva che conoscevo. Ed era riuscito a trovarmi con pochissime informazioni.

L’altro che non sapeva neanche il nome e si era messo a guardare tutte le foto caricate da un mio amico.

Quel corriere che carpì numero e generalità dal collo che mi aveva consegnato. E, subito dopo, mi scrisse.

Quell’altro che, non conoscendo il mio indirizzo di casa, mi fece consegnare i fiori dove lavoravo, recuperando il recapito sempre dal mondo virtuale.

Quel maître di un albergo in cui alloggiavo che, appreso della mia vegetarianità, cambiò il menu di tutti i commensali per inserire la parmigiana che avrei mangiato anche io.

Quelli che si piazzano dietro di me in palestra per conoscere il mio nome dalla scheda elettronica, per poi aggiungermi su Facebook e quindi approcciarmi. Al riparo dalla platea della sala.

Quello che si è andato a rubare il mio numero tra le schede dell’hotel nel quale alloggiavo.
Tutti quelli che adottano quell’astutissima mossa di “Mi fai una foto?”
«Certo, dammi il telefono»
«Dai, falle col tuo, poi me le mandi»
Cosicché, per inviargliele, gli devo elargire il mio numero. Contatto riuscito.

Capito?
Non sono stupidi, non sono pigri, non è che non ci arrivano.

Sono certa che ognuno di voi può riportare quintali di esempi di questo genere.

Esempi che dovremmo stamparci a mente o sul muro e usarli come legenda per distinguere chi ci vuole da chi no.

Anche se sono pretendenti sgraditi, io ringrazio questi tipi perché – quando inizio a giustificare, incaponirmi, sperare, illudermi e sfornare un bel po’ di “però” – mi rammentano l’ovvietà che “Se un uomo ti vuole, farà di tutto per averti”.

Senza “Se” e senza “Ma”.

Chiaro e semplice.

Contrapposti a questi, ci sono quelli che possiedono generalità complete, indirizzi e numeri di telefono e non gli interessa usarli.

…notate differenze?

Appunto.

Parimenti, però, dovete ricordare che pure noi donne siamo semplici: non diciamo “no” per tattica o per tirarcela. Lo diciamo quando non ve la daremmo nemmeno se non fosse la nostra.
Se ci prova uno che ci piace, non siamo flagellatrici della nostra felicità, anzi, saremmo ben liete di concedere numero e… tutto il resto.

Soprattutto, apprezzatela una donna che ha l’onestà di declinare, di non sfruttare un sentimento, di non alimentare false speranze, di non bearsi dell’autocompiacimento dato da qualcuno che ci adora, di non sprecare il proprio e il vostro tempo.

Essere rifiutati è brutto, ma pure dover rifiutare non è piacevole.

È pure peggio, secondo me. Perché devi dire a qualcuno che ti sta semplicemente mostrando interesse e affetto – quindi tutti sentimenti più che positivi –  che non vuoi assecondarli. Badando di non ferire i suoi sentimenti perché, voglio dire, che bisogno c’è?

Difficilmente rifiuto qualcuno in maniera sgarbata. Tranne quando il pretendente non mi lascia scelta.

Perché una cosa me la dovete spiegare: se chiedete a una per dieci volte di uscire, e questa per dieci volte vi dà il due di picche, ma non vi viene il vaghissimo sospetto che forse – ma dico FORSE, eh – non vi dirà mai di sì??

Se uno mi propone di vederci una sera e io realmente quella sera non posso, ma ci tengo a uscire con lui, gli proporrò subito un’altra serata. POTETE ESSERNE CERTI.

È semplice, no?

Viceversa, perché ostinarsi?
Che senso ha?

Perché continuare a farsi chiudere la porta in faccia?

Perché mettere l’altro/a nell’imbarazzo di trovare scuse, quando è evidente che respingerà  l’invito?

Provandoci a oltranza e nonostante i “No”, spesso si supera quel labile confine tra il corteggiamento sottile – magari pure gradevole e a beneficio dell’autostima – e quell’insistenza fastidiosa e immotivata che ti spinge non solo a rifiutare le avances, ma a farlo pure in malo modo. Sennò non capisce.

Uomini, donne, gay, pansessuali, perché?

Perché umiliare se stessi a oltranza?

Notate i segnali, capite i messaggi, recepite pure i silenzi.

A volte non rispondere è segno di grandissima educazione.

Spesso sottintende un ben più greve:

«Mi hai rotto il cazzo!»

Come quello che mi scrive, con una cadenza commovente, al quale ho smesso di rispondere perché lo ritengo più garbato di dirgli: «Ammazza che palle!»

Nonostante se lo meriti, visto che continua a inviarmi messaggi spinti, credendo che così possa infondere in me una qualche voglia.

Senza considerare il postulato principale di tutto il discorso: lui non mi interessa.

Parlare di “certi” argomenti, fomenta se si interloquisce con un soggetto di per sé (e per me) già arrapante.

E la sua insistenza condita con porcherie varie mi spegne qualsivoglia barlume di desiderio e di pietas.

Uomini, donne, gay, pansessuali, perché?

Insistere, non solo vi farà mortificare voi stessi, ma vi allontanerà ancor di più l’oggetto dei vostri desideri, perché vi vedrà come uno scocciatore/trice.

Come quello succitato con il quale ci eravamo scambiati i numeri per inviarci delle foto.

Io non l’avevo usato, perché non volevo attaccare bottone, dare un pretesto, iniziare uno botta e risposta, quindi ho fatto la vaga.

Visto che già non aveva voluto percepire i miei dinieghi come respinte – sulla base di cosa lo ignoro – ma aveva asserito che i miei “No” fossero colpa delle circostanze che non ci permettevano di starcene un pochino per conto nostro, da soli, in intimità, (???) senza neanche lontanamente considerare l’ipotesi più ovvia: ovvero che se fossimo stati io e lui su un’isola deserta, avrei preferito lasciarmi affogare.

Una mattina mi invia il video del Buongiornissimo.
(I-L V-I-D-E-O-O-O!! Sono seccanti naturali. Io ve lo dico, poi fate voi)
Ho colto l’occasione al volo.
“Ah, buongiorno a te! Mi hai ricordato che devo ancora inviarti le foto. Te le mando subito”
Pausa.
“…così almeno le posso cancellare. Insieme al numero”.

Rega’, la vita è semplice: se un uomo ti vuole, fa di tutto per averti. Se una donna non ti vuole, fa di tutto per evitarti.

E viceversa.

Teniamolo a mente e vivremo più sereni.

Amen.

 

PS: mi piace dire tutto e il contrario di tutto: a volte, “la verità è che gli piaci troppo”.

Ma ve ne parlerò a breve… 😉

7 LIBRI IN 7 GIORNI

Durante le ferie, cerco di smaltire maggiormente l’enorme quantità di libri che ho acquistato, ma che non ho mai letto.

Quelli che mi scelgo con cura e altri che mi ritrovo nella libreria, chiedendomi come, quando e perché ci siano finiti.

Visto che nulla capita per caso – e gli innumerevoli libri sulla quantistica che ho letto lo dimostrano – questi testi, a diversi livelli, mi hanno fatto riflettere.

I libri che ci segnano sono quelli ai quali ci ritroviamo a pensare spesso, alla storia, ad alcune frasi, alle sensazioni che ci hanno fatto provare, per questo vorrei parlarvene.

Non vedevo l’ora di avere del tempo per gustarmi “Il maestro delle ombre”, di Donato Carrisi. Ultimo libro della “Trilogia di Marcus e Sandra” iniziato con “Il tribunale delle anime” poi seguito da “Il cacciatore del buio”.

Consiglio caldamente di leggerli nell’ordine di pubblicazione, per avere una panoramica sulla storia più puntuale e di maggiore comprensione.

Da romana, detesto Carrisi, perché mi ha spiattellato tutta la mia ignoranza a proposito di luoghi, meandri e angoli di Roma da lui così meravigliosamente descritti.

Viceversa, si riesce perfettamente ad assaporare dai suoi scritti quelli che si conoscono già, così bene compenetrati nella sua storia, tanto da diventarne parte integrante.

Immaginare la distruzione della mia Roma – attuata in questo libro – è una delle cose più dolorose che potessi mai leggere.

La bellezza della Capitale contrasta con tutta la violenza, i peccati, le perversioni, il male che viene sviscerato in questa trilogia.

Carrisi ci allena ad avere buona memoria, a far caso ai dettagli, alle “anomalie”, come le chiama lui. A guardare in faccia il male e la violenza, che possono provenire anche da chi non sospetteremmo mai.

Ci svela parte dei segreti che si celano in quel piccolo Stato autonomo che detiene il potere spirituale, e molto altro.

Ci fa interrogare su quanti effettivamente ne sappiamo e quanti saranno tramandati solo a pochi eletti, nei secoli dei secoli, Amen.

Soprattutto, dopo aver aspettato per ben tre libri che Marcus e Sandra finalmente copulassero… Niente, non ve lo dico per non spoilerare.

«Era vero: la vita aveva bisogno di distruzione per andare avanti. […] L’esistenza è una catena di eventi e se non si impara ad accettare quelli dolorosi, non si ottiene alcuna felicità come ricompensa. […]

C’è un luogo in cui il mondo della luce incontra quello delle tenebre. È lì che avviene ogni cosa: nella terra delle ombre, dove tutto è rarefatto, confuso, incerto. Noi siamo guardiani posti a difesa di quel confine. Ma ogni tanto qualcosa riesce a passare… »

 

Di tutt’altro registro “Stronze si nasce” di Felicia Kingsley. La Kingsley è divenuta famosa col suo precedente romanzo, che io non ho letto perché non leggo mai i libri che “hanno letto tutti” o che “vanno di moda”.

Romanzo “leggero”, ma da non sottovalutare.

La stronzaggine è stata abbastanza trattata in letteratura moderna [io stessa l’ho inserita perfino nel titolo del mio libro].

Esistono svariati manuali che insegnano a diventare una perfetta stronza, nell’accezione più ampia del termine.

Del mio amatissimo Giulio Cesare Giacobbe, ricordo “Come diventare bella, ricca e stronza” e “Il fascino discreto degli stronzi”.

Scrittura fluente  e vivace, arricchita nell’incipit di ogni capitolo da citazioni tratte da canzoni o serie tv (adoro le citazioni, non ci posso fare niente!)

Se nella vita vi siete sentiti spesso soccombere di fronte a qualche Stronzo, se avete subìto da questi angherie e ingiustizie varie, se vi siete interrogati se, davvero, Stronzi si nasce o lo si può diventare, questo è il libro che fa per voi.

Una stronza la conosciamo tutti: è quella che attira costantemente l’attenzione; che calpesta chiunque intralci il proprio cammino; che “usa” abilmente le persone come proprie pedine riuscendo perfino a far credere loro di essere una buona amica; è quella priva di scrupoli, etica, regole morali.

È quella che, poi, ti frega pure il ragazzo.

Nel libro, la Stronza dapprima fa credere alla protagonista che le attenzioni che riserva al suo amato, sono solo atte a preservarlo da altrui interessi, poi – come da copione – glielo ruba.

Capitò anche a me.

Serata col mio tipo e una mia amica, molto impegnata a elargirgli battutine e complimenti e pacche sulla spalla e carezze e “trescamento vario”, repertorio completo.

Appena lui si allontanò, alla mia richiesta di spiegazioni, lei rispose candidamente:  «Te lo sto scaldando…» (le donne sono delle creature eccezionali).

Al che io dissi: «Ciccia, mica è un diesel! Basta che te ne vai e ci accendiamo subito, fidati».

Non so se Stronze ci si possa diventare, magari – col tempo – si impara a reagire e a trattare gli stronzi come tali, però consiglio sempre di agire secondo coscienza e come “vorremmo essere trattati noi”.

A beneficio del Karma. (che quello è stronzo e puntuale davvero)

Vi spoilero che c’è un Lietissimo Fine, abbastanza scontato, ma che ben si coniuga col genere letterario nel quale questo libro si può inserire. E a noi femminucce l’Happy Ending piace.

«Tu sei una donna costosa, Allegra. Costi tanto in energie, in impegno, in attenzioni, in sentimenti. Hai idea quanto costi, ogni volta, guardare i tuoi occhi e non voler vederli mai piangere? Costi tanto quando sorridi, perché un uomo si strapperebbe il cuore se il tuo sorriso si spegnesse anche per un secondo. Tu costi l’anima di chiunque sia disposto a dartela e a non riaverla indietro. Meriti un uomo che invece di pregare Dio chiama il tuo nome, e si sente salvo da tutti i suoi peccati. Tu meriti un uomo che ti ama. Ti amo tanto da stare male».

 

“Mi dicevano che ero troppo sensibile” Federica Bosco.

Ho iniziato ad amare Federica Bosco col suo libro d’esordio “Mi piaci da morire”, poi divenuto il primo di una trilogia. Scrittura entusiasmante, ironia impeccabile, alternanza perfetta di copiose risate a lacrimoni. Col tempo ha affiancato a tali scritti diversi manuali sempre concernenti “come fare a” – problema amoroso.

Ultimamente ha subìto una svolta personale che ben si evince dal libro in oggetto.

Una guida, quasi un diario attraverso il quale l’autrice – esponendo episodi della sua vita e affiancandoli a puntuali studi compiuti sull’argomento (su tutti quelli di Elain Aron psicoterapeuta americana prima a studiare il tratto) – illustra e insegna come si può riconoscere e convivere con l’ipersensibilità. Sfruttandola come la nostra dote speciale.

«Essere una persona altamente sensibile significa cogliere mille sfumature in ogni dettaglio, sentirsi sommersi dalla stimolazione del mondo esterno ma anche da quello interno, sentirsi fuori posto, nel luogo sbagliato e mai giusto, sentire tutto con intensità, sia le cose positive che quelle negative, e nel contempo faticare per farlo comprendere agli altri».
Per chi si sente il famoso “vaso di coccio tra vasi di ferro”;

per chi si sente perennemente fuori posto;

per chi passa gran parte del proprio tempo a rimuginare e riflettere;

per chi sente spesso la necessità di strasene per conto proprio;

per chi si sente un po’ “Strega”;

per chi non ha ancora capito di appartenere alle fila degli ipersensibili e speciali, consiglio questa lettura.

«L’emisfero destro è quello dell’emotività, delle arti; quello sinistro è quello della pragmaticità, del calcolo, del mondo insomma. Come a dire, gli artisti (a destra) e gli imprenditori (a sinistra). A seconda di dove hai l’intelligenza sarai più o meno in balia delle tue emozioni. L’ipersensibile sente tutto prima dal cuore che dal cervello, ciò che sta fuori arriva come uno tsunami di emozioni, qualunque cosa prende un’enorme importanza, non riesce a farsi scivolare addosso nulla. Quindi nell’arco della giornata sono milioni le emozioni che giungono addosso e tutte hanno la stessa importanza. Immaginati lo stress. […]

Ho sempre saputo di essere troppo sensibile. Fin da quando ero piccola mi accorgevo di non percepire le cose come gli altri bambini, ma di sentirle in maniera molto più profonda, intensa, lacerante, da qualche parte fra il cuore e la pancia. Però non riuscivo a esprimerle in nessun modo…»

 

 “Splendi più che puoi” Sara Rattaro

La Rattaro è balzata agli onori e oneri dell’editoria vincendo il Premio Bancarella nel 2015.

Il titolo è un omaggio a Pasolini e contrasta parecchio col contenuto. Perché il libro parla di violenza domestica ed è una storia purtroppo vera.

L’inizio di ogni nuovo capitolo è preceduto da riferimenti storici sulle svolte della nostra giurisprudenza in merito alla disciplina del diritto di famiglia e la violenza domestica . Da mezza-giurista ho apprezzato particolarmente, e risulta molto, molto, molto, avvilente come alcune “conquiste” delle donne siano avvenute con tanto colpevole ritardo e/o leggerezza.

«Solo nel 1981 non avrebbe trovato più spazio nel nostro ordinamento l’istituzione del “matrimonio riparatore”, che prevedeva l’estinzione del reato di violenza carnale nel caso in cui lo stupratore di una minorenne accondiscendesse a sposarla salvando l’onore della famiglia».

Mi piacerebbe dirvi che è un libro semplice, scorrevole e godibile. Non lo è affatto. Leggerlo mi ha fatto male, mi ha accompagnato un pugno allo stomaco per tutto il tempo.

Ho ricordato episodi simili accaduti a me, ad alcune mie amiche, alla consuetudine con la quale, ormai, ne udiamo notizie ogni giorno e che si concretizza nel neologismo “femminicidio” a conferma di un fenomeno talmente diffuso, da meritare un nome proprio.

Ho riconosciuto degli atteggiamenti e dei campanelli d’allarme che abbiamo il dovere di ascoltare sempre.

Mi ha costretta, ancora di più, a guardarmi intorno, a controllare se vi siano segnali evidenti di quello che tutte temiamo.

A impegnarmi per prevenire che accada a me, a te, a chi ho accanto, a tutti.

A chiedermi come sia possibile che quelli che dovrebbero prendersi cura di noi, possano arrivare a manipolarci e soggiogarci.

«L’amore non chiede il permesso. Arriva all’improvviso. Travolge ogni cosa al suo passaggio e trascina in un sogno. Così è stato per Emma, quando per la prima volta ha incontrato Marco che da subito ha capito come prendersi cura di lei. Tutto con lui è perfetto. Ma arriva sempre il momento del risveglio. Perché Marco la ricopre di attenzioni sempre più insistenti. Marco ha continui sbalzi d’umore. Troppi. Marco non riesce a trattenere la sua gelosia. Che diventa ossessione. Emma all’inizio asseconda le sue richieste credendo siano solo gesti amorevoli. Eppure non è mai abbastanza. Ogni occasione è buona per allontanare da lei i suoi amici, i suoi genitori, tutto il suo mondo. Emma scopre che quello che si chiama amore a volte non lo è. Può vestire maschere diverse. Può far male, ferire, umiliare. Può far sentire l’altra persona debole e indifesa. Emma non riconosce più l’uomo accanto a lei. Non sa più chi sia. E non sa come riprendere in mano la propria vita. Come nascondere a sé stessa e agli altri quei segni blu sulla sua pelle che nessuna carezza può più risanare. Fino a quando nasce sua figlia, e il sorriso della piccola Martina che cresce le dà il coraggio di cambiare il suo destino. Di dire basta. Di affrontare la verità. Una verità difficile da accettare, da cui si può solo fuggire. Ma il cuore, anche se è spezzato, ferito, tormentato, sa sempre come tornare a volare. Come tornare a risplendere. Più forte che può».

Nota lieta, scema e sdramatizzante: uno dei personaggi porta il mio nome. Visto che non mi capita mai, sono stata parecchio contenta.

“Novecento” Alessandro Baricco.

Sebbene conosca il film a memoria e lo ami sempre di più ogni volta che lo vedo – mea culpa – non avevo mai letto il libro.

Sono rimasta perplessa dalla lunghezza: appena novanta pagine, e ho pensato che la sceneggiatura della trasposizione cinematografica fosse stata arricchita un bel po’, dato che il film dura quasi tre ore.

No. Baricco espone tutto e bene in “poche” righe.

Il libro si presenta come un copione teatrale che sarebbe davvero entusiasmante vedere in scena!

La storia la conoscete, e se non la conoscete vi invito a colmare questa immensa lacuna, e posso descriverla con una sola parola: emozionante.

Si ama lui, la sua singolare storia, la scrittura così coinvolgente ed elegante di Baricco, i suoi ragionamenti  illuminanti e meravigliosi.

A partire dalla sublime e raffinatissima metafora dei quadri che cadono. FRAN!

«Anche solo le strade, ce n’era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una. A scegliere una donna, una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire.
Tutto quel mondo, quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce. E quanto ce n’è.
Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A viverla…
»

T.D. Lemon ha ragione, come facciamo a scegliere e a essere sicuri delle nostre scelte? Come facciamo a limitare la nostra vita, quando c’è un’infinita pletora di possibilità che ci si offrono? Come facciamo ad avere il coraggio di decidere, sapendo di poter sbagliare?

Vi chiederete questo. Vi chiederete se sia ragionevolmente possibile farlo.

Vi risponderete che la vita è fatta di scelte, noi siamo le nostre scelte. Ed è preferibile scegliere e fallire, che rimanere a guardare.

«Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli suon buoni tutti, sapeva leggere la gente. I segni che la gente si porta addosso: posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia… Tutta scritta, addosso. Lui leggeva, e con cura infinita, catalogava, sistemava, ordinava…»

“Storie di ordinaria follia” Charles Bukowski.

Ho inframmezzato le letture di questi testi, con il ripasso dei quarantadue racconti che compongono il libro di Zio Hank.

Se non l’avete mai letto veramente e volete approcciarvi a lui, potete cominciare da qui.

Sesso, cavalli, alcool, sesso, Amore, sesso.

Bukowski lo amo, ma me lo devo centellinare. Perché incrementa di brutto la mia voglia di birra e di… altro.

Adoro quella sua scrittura sporca ed essenziale (magistralmente tradotta, a mio avviso).

Non mi stupisce che lo Zio Hank all’epoca sia stato bistrattato e ostracizzato. Il suo tipo di narrazione esplicita, così verosimile e senza orpelli, che ben descrive vizi e debolezze umane, mal si concilia col politically correct che tanto ce piace. Allora più di ora.

A parer mio, sarebbe stato un bene se fosse rimasto un prodotto di nicchia e non così conosciuto e fruibile, tanto da essere relegato a mera didascalia a corredo di selfie discutibili e foto di tette.

Mi dispiace, Hank!

Ma, come dice lui: «La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto».

La citazione è veramente sua [ormai tutto quel che gira su internet viene attribuito a Bukowski, la Merini e Oscar Wilde. Anche robaccia che non avrebbero mai detto. E nessuno si prende la briga di verificare la paternità delle parole.]  e la trovate in questo libro.

«Quando chiusero il locale ce ne andammo su da me. Avevo della birra e ci sedemmo a chiacchierare. Fu allora che avvertii quanto fosse gentile, percepii la bontà che era in lei. Si tradiva a sua insaputa. Poi però si ritraeva, ritornava selvatica, d’uno balzo, piena d’incongruità. Balzana. Schizoide. Una bellissima schizoide spirituale. Forse qualcuno, qualcosa, poi l’avrebbe rovinata per sempre. Io speravo che non toccasse a me».

 

“Molestie per l’estate – Le 7 volte che non ricordavo”

L’autrice è Stella Pulpo, che ho avuto modo di apprezzare personalmente lo scorso anno col suo romanzo d’esordio “Fai uno squillo quando arrivi” e da un po’ più di tempo, grazie al suo fighissimo e illuminantissimo blog “Memorie di una Vagina”.

Partendo dallo scuotimento di coscienze scatenato dal movimento #MeToo, si interroga se sia mai stata lei stessa oggetto di molestie.

«Nessuno mi ha mai molestata, com’è possibile? Dev’essere colpa della mia stazza, ho pensato. Peso quanto un uomo magro e in alcuni periodi della mia vita ho superato il peso medio di un uomo sano, alto 1.85 e sportivo. Insomma, forse non ero appetibile. Forse, non avevo l’aria (e la taglia) di una indifesa, o fragile, o molestabile. Magari, semplicemente, non ero preparata sul tema. Non ci avevo mai riflettuto abbastanza».

Scoprendo che, pensandoci bene, lo siamo state tutte.

Perché anche tu ti trovi a ricordare “Quella volta che…” è successo a te.

Anche se si tratta di episodi sepolti nei meandri della memoria, magari stigmatizzati dalla tenera età degli attori che – sicuramente – in preda ai subbugli ormonali, neanche si rendevano conto del fastidio che arrecavano.

E neanche noi ci rendevamo conto. Perché non avevamo né l’esperienza, né gli strumenti per saper riconoscere e gestire certi atteggiamenti.

“Ci serve tempo per imparare a non far succedere le cose che ci fanno schifo”.

Magari pure capitati in quell’incerto e pregno di insicurezze periodo anagrafico durante il quale non ricevere apprezzamenti significa essere una cozza e una sfigata, perciò ben vengano le generose pacche sul sedere profferte fin dalla nostra adolescenza (quando ci va bene).

A Roma, se ti senti sola e inappetibile, basta prendere la metro. Troverai sempre uno sconosciuto altruista pronto a palpeggiarti con vigore.

O confusi in quei comportamenti divenuti “normali”, quasi un costume di genere.

Quale sia il confine tra l’innocente apprezzamento ricevuto per strada, e la copiosa bava che accompagna certi sguardi “spogliatoi”, Stella lo ben identifica nel disagio che si percepisce.

Come quella volta che ero in fila per entrare in discoteca e uno dietro di me, con la scusa della ressa, me lo appoggiò per bene. Dapprima pensai davvero che fosse imputabile allo spintonamento generale, poi tentai perfino di razionalizzare quel che non riuscivo a comprendere con un: «Che gusto ci può provare, visto che io sono inerme e non partecipo?? Magari mi sbaglio…» Infine capii che, no, era un chirurgico “appizzamento”.

Chiesi a un mio amico di mettersi dietro di me e non dissi nulla.

Quello che viene ben esplicitato da Stella, è il senso di impotenza che ha accompagnato questi episodi.

In seguito, l’interrogativo se gli stessi ce li siamo auto-procurate e perché.

Fino ad arrivare all’era delle molestie digitali che si concretizza con la ricezione quotidiana di istantanee di membri esibiti come trofei.

L’autrice ci dà notizia che una certa Whitney Bell, nel 2016, ha addirittura allestito una mostra intitolata “I Didn’t Ask for This: A Lifetime of Dick Pics” incorniciando e appendendo oltre duecento foto di peni ricevute da lei e dalle sue amiche.

Ponete l’attenzione sul titolo: “Non l’ho chiesto…”

Da ultimo, il geniale e allo stesso tempo inquietante interrogativo:

e le donne possono essere moleste?

E io lo sono stata?

Siamo moleste quando raccontiamo alle amiche i dettagli intimi dei nostri partner? (quando accade il contrario, non abbiamo dubbi circa la risposta).

Siamo moleste quando stalkeriamo qualcuno in tutti i modi e in tutti i laghi, ridimensionando il tutto al nostro essere adorabili psicopatiche?

Siamo molestie quando pretendiamo che Tizio/Caio ci salti addosso in nome della maschia virilità? E chissenefrega se è lui ad avere mal di testa?

Siamo moleste noi donne?

Accanto al crescente aumento dei MdF, abbiamo il dovere di registrare un pari incremento di MdC, che magari sono sempre esistite, che magari prima si limitavano a commentare con le amiche o a scrivere sui propri diari. Oggi, invece, lo esplicano bene su Facebook o coi mezzi pocanzi citati.

Subito mi sono tornati in mente episodi nei quali ho notato che l’imbarazzo fosse tutto maschile: battute pesanti, avances fin troppo esplicite, pacche sul sedere perché “se lo fa una donna, che male c’è?” Magari il tutto concluso con una risata.

E se fosse accaduto il contrario?

A prescindere dal vostro sesso, vi invito a riflettere sulle molestie, quelle ricevute e quelle – orrore, orrore! – attuate.

Vi sorprenderete nello scoprire quando e quanto possiamo essere fastidiosi e inopportuni.

Pensateci.

Magari contribuiremo a rendere questo posto migliore.

 

[NdBB: mentre scrivo, mi giunge la notizia della presunta condanna di Asia Argento per molestie sessuali. La stessa Asia che aveva scatenato il movimento #MeToo. Non mi stupirei se segnasse l’inizio dello stesso movimento al maschile e, sarò impopolare, ma ne sarei felice].

 

Come negli album quelli fighi, fighi, nei quali inseriscono una “Bonus Track” per far felice il fruitore, io vi inserisco il #8, Bonus Book.

Stavo scartabellando la lista dei titoli disponibili su “Prime Video”, e vengo attirata da uno accompagnato dalla dicitura “Stephen King’s”  

(Il film è “A good Marriage”. Carino, niente di trascendentale. If you want, potete trovarlo su Prime Video).

Come mai non mi dice nulla? Perché non ricordo un testo del Re? IO??

Non è possibile!

Dovevo capire…

Ho scoperto che, non solo avevo quel libro, ma l’avevo anche già letto, perciò era doveroso che lo rispolverassi.  (Il racconto dal quale è tratto il film si intitola – appunto – “Un bel Matrimonio”).

Quindi ho (ri)letto “Notte Buia, Niente Stelle” del mio amato, adorato, venerato Stephen King.

Composto da quattro racconti molto crudi, parecchio violenti e spaventosi.

Graziearca’, direte voi, è Stephen King! Sì, ma c’è altro.

I libri più terrificanti che abbia mai letto del Re, sono quelli nei quali viene sviscerata la malvagità umana.

Al di là dei mostri, del soprannaturale, di fenomeni inspiegabili, tutto quel che è contingente e vicino.

Insomma in tutto ciò che capita, che potrebbe capitare e che è capitato.

Per lo stesso motivo, non mi hanno mai spaventata gli horror: perché so che sono finzione.

Ma un marito che uccide la moglie, una donna stuprata, seviziata e lasciata a morire in un canale, sono eventi che – purtroppo – rientrano nella “quotidianità”, nella “possibilità”, nei racconti che ci siamo purtroppo “abituati” ad ascoltare al tg.

Questo spaventa davvero.

Se non avete mai letto King, sappiate che molto, molto, spesso terrorizza perché narra scenari che “potrebbero accadere”.

Con quella sua capacità di compenetrarti nel libro che solo il Re possiede.

Non so se sia stato un “caso” che quest’anno le mie letture siano state parecchio incentrate sulle tematiche delle molestie, della violenza sulle donne e della paura.

Ma forse serviva per ricordarmi che il buio è solo assenza di Luce. La Luce è quella che dobbiamo perseguire. Sempre.

«Le storie raccolte in questo libro sono molto dure. Forse, in certi momenti, le hai trovate difficili da leggere. Ti assicuro che io stesso le ho trovate difficili da scrivere. […] Fin dal principio, ho avuto la sensazione che la migliore narrativa fosse propulsiva e aggressiva. Ti arriva dritta in faccia. A volte ti grida in faccia. […] Nei miei lettori voglio provocare una reazione emotiva, quasi viscerale. […]

Bene, credo di essere rimasto quaggiù al buio abbastanza a lungo. C’è un altro mondo al piano di sopra. Prendi la mia mano, Fedele Lettore, e sarò lieto di riportarti fuori al sole. Anch’io sono contento d andarci, perché credo che la maggior parte della gente sia fondamentalmente buona. Io so di esserlo.

È di te che non sono del tutto certo».

I CHRISTIAN GREY DE NOANTRI

***EXPLICIT CONTENT***

L’articolo contiene un linguaggio parecchio esplicito. Vi sconsiglio la lettura se siete particolarmente pudichi.

(va da sé, che se leggete poi dopo non vi è concesso lamentarvene, ovvio)

 

Nella mia vita, mi è capitato molto spesso di incontrare esemplari di “Christian Grey de noantri”: i paladini della trombata-fine-a-se-stessa; i promulgatori dello “non stiamo insieme, andiamo solo a letto insieme”; i principi del sesso occasionale o frequente, ma segreto, nessuno deve sapere, perché mica è una cosa seria, ufficiale, mica ci sei solo tu, ma che vòi? I fieri assertori del “Se vuoi, scopiamo e basta. Non aspettarti nulla da me”.

Niente cene, niente cinema, niente Ikea, solo puro e sano sesso senza controindicazioni, da assumere a seconda della necessità, prima, (durante) e dopo i pasti.

Come se fosse una pratica scissa da corpo e mente e non – anzi –  il congiungimento supremo degli stessi.

Non commettete l’errore di illudervi di poterli cambiare, di iniziare un qualcosa sperando che possa evolvere, no. Non si affezionano, non sarete voi la loro donna della vita.

Il preservativo ce l’hanno sul cuore. 

Vi dicono esattamente quello che vogliono e non; non stanno giocando al cacciatore e alla preda che scappa, stanno invece dettando le regole del gioco “Fotti & Via”.

Se cercate del Sesso libero da tutto, perfino dai sentimenti, allora i Christian fanno per voi.

E tutte – almeno una volta nella vita – coscientemente o meno, facendosi male o meno, hanno esperito i servigi del Grey’s  Game: vengo e vado.

Oppure hanno subìto, accettandolo malamente, questo intrattenimento, sperando sempre che si tramutasse in altro. Che progredisse.

Perché, crescendo, abbiamo imparato a giocare con le regole dettate dagli uomini:

Non correre troppo, che si spaventa.

Non chiedere, che scappa.

Non pretendere una cosa seria, che poi non lo vedi più.

Non fargli scenate, che sai quante ne trova?

Non rimproverarlo, non devi fargli da mamma.

Non contraddirlo, potrebbe stranirsi.

Non gli rompere, che si stufa.

Non ti accollare, ci tiene alla sua libertà.

Come se non ci potessimo assolutamente permettere di accampare pretese o manifestare i nostri desideri o disagi.

Come se gli uomini fossero degli esseri così fragili, da distruggersi alla prima apparizione di una richiesta, di un sentimento, di un’attenzione, di una parvenza di relazione.

Come se fosse obbligatorio e doveroso accettare tutte le condotte di cui sopra in nome di cosa? Di sesso segreto? Di “Nessuno deve sapere di noi”? Di uno, due, cento orgasmi?

Questi soggetti che ostentano con fierezza la propria anaffettività congenita o conquistata;

questi “scopatori seriali e incalliti” che non amano, ma trombano forte e con distacco, senza troppa confidenza;

questi collezionisti di donne come se fossero figurine dell’album “Me le sono fatte tutte”;

quelli dei “questo si può, questo proprio no”;

quelli che, un secondo prima, hanno la propria mano nelle tue mutande, ma si guardano bene dallo stringere la tua.

Questi qui, che incarnano lo squallore dei rapporti odierni, questi “Christian Grey de noantri” che si fanno scudo con la loro presunta sofferenza perché – spesso – una donna ha osato essere stronza con loro e quindi loro si vendicano con tutte le altre (Oh, poveri!)

Questi uomini “maneggiare con cura”, se no vado via.

Questi che sanno parlarti solo di quel che ti farebbero, di chi hanno scopato dove-come-quando, di quanto sono bravi, di quanto urlerai.

Quelli che ti mandano orgogliosi la foto del proprio gingillo (che poi, di certi, io non andrei così fiera comunque), dimenticando che l’erotismo vero è fatto di sottintesi. Un corpo nudo non sarà mai eccitante quanto un abbigliamento che fa intravedere, ma non svela del tutto.

Parlare di sesso con dovizia di particolari, per una donna ha lo stesso potere arrapante dell’elenco degli ingredienti della ricetta della torta della nonna.

L’eccitazione femminile è più cerebrale, meno voyeuristica, fomentata da allusioni, ammiccamenti e attesa.

Sai quante ne trova?

E, allora, trovatele per favore.

Arricchite l’album e siatene fieri.

Festeggiate la vostra anoressia di sentimenti, l’inaridimento del vostro cuore, la pochezza della vostra anima.

Curate le vostre ferite a colpi di minchia.

Continuate a vedere le donne esclusivamente come portatrici di patata da gustare, continuate a ignorare, in ognuna di loro, il pensiero, la bellezza, tutto il contorno.

Io ho iniziato un altro album, si chiama “Uomini che frequenterei”.

È abbastanza spoglio, lo ammetto, ma mi sto impegnando per riempirlo.

Perché io, invece, ti frequenterei.

Vorrei poterti chiamare, senza far scattare qualche allarme anti-relazione.

Inviarti messaggi, senza sentirmi patetica e ridicola.

Semplicemente, trascorrere del tempo con te e vedere come va.

Senza ansie, né paletti.

Ti dedicherei del mio tempo, perché mi piace quando sto con te.

Cene, cinema, Ikea, tutto quello che vogliamo.

Ti presenterei ai miei amici, perché c’è una bella differenza tra tenere il segreto ed essere riservati.

Alla riservatezza ci tengo, ma mi piacerebbe pure sbandierare la nostra felicità e condividerla con chi ci vuole bene.

E, sì, vorrei pure far impallidire Anastasia e Christian Grey.

Questo farei.

Questo vorrei fare con te.

Ti frequenterei, con annessi e connessi, gioie e scazzi, finché il “The End” non ci separi.

Perché ti apprezzo tutto e non solo per la tua appendice.

Perché dopo tutto questo trombare, scopare, accoppiarsi, mi piacerebbe incontrare qualcuno che finalmente mi fotta per bene.

Il cervello.

BASTA ASPETTARE (BASTA, ASPETTARE)

Mi hanno suggerito di aspettare.

«Pazienta, BB. Almeno due settimane».

Due settimane?

Non riesco ad aspettare neanche due ore, figuriamoci due settimane!

Quindici giorni, trecentotrentasei ore, vi risparmio i minuti.

Aspettare.

Aspettare non fa per me.

No.

Basta, aspettare.

Aspettiamo anche troppo.

Iniziamo aspettando di crescere, poi viviamo nella perpetua speranza che accada non si sa bene cosa e la aspettiamo tutta la vita che, nel frattempo, passa.

Aspettiamo di vedere che tempo fa al mattino, chi incontreremo, aspettiamo di scoprire chi ci ha telefonato.

Aspettiamo in macchina, aspettiamo in stanze create appositamente per torturarci e farci attendere, denominate“Sale d’attesa”.

Aspettiamo un parcheggio, aspettiamo di tornare a casa, aspettiamo di partire.

Aspettiamo l’estate, poi l’inverno, poi le feste, poi che passino le feste.

Aspettiamo.

Aspettiamo anche troppo.

Il nostro tempo è limitato, è l’unica certezza che abbiamo. Quindi non lo spreco ad attendere incertezze…

«Non è il momento… »

«Io ti aspetto. Se occorre, ti aspetterò tutta la vita…»

Sarebbe terribilmente romantico, vero?

Ti voglio talmente tanto che potrei passare la mia intera esistenza ad attendere il tuo ritorno. Basta aspettare…

Mi è stato anche detto, diverse volte, e, per quanto lusingata da una tale dedizione, l’ho trovato terribile e ho sempre risposto: «Non devi farlo, non si dovrebbe mai aspettare nessuno…»

Lo penso, lo penso davvero. E non si dovrebbe MAI lasciare qualcuno ad aspettarci. Mai. È la forma di egoismo più profonda, sapere che qualcuno sta attendendo un nostro giudizio positivo, una nostra chiamata.

Nulla è più agonizzante di un’anima che attende con speranza un qualcosa che non arriverà mai.

Basta, aspettare.

«Non è il momento… »

Dovrei dirti “Io ti aspetto”? No. “Io ti aspetto” non è per me. “Io ti aspetto” sembra il tempo che passa mentre tu speri che una persona si convinca di volerti . Non è da me. Tu devi desiderarmi sempre. Devi guardarmi e pensare «È lei che voglio! Per un giorno un anno una vita, non lo so, ma voglio lei. Voglio vedere com’è stare con lei. Voglio passare più tempo possibile con lei» . Deve essere così. “Io ti aspetto” è più: “Visto che non ho trovato di meglio, provo con lei. Volevo altro ma non c’è, però c’è lei, vediamo lei”. E io dovrei stare qui ad aspettare che mi scegli per esclusione? No. “Io ti aspetto” non fa per me.

C’è un momento, prima di andartene, in cui speri in un fottutamente romantico: «Ti prego, resta» che ti faccia sentire – finalmente – la protagonista di un romanzetto rosa. Una piccola flebile speranza che ci crede molto più di te. Ma poi muore quando vede l’ennesimo finale triste.

C’è un momento, dopo che te ne vai, un momento la cui durata la decidi tu, in cui rimani fuori la porta ad aspettare di essere rincorso.

«Ti prego, non te ne andare» nei film succede sempre.

Ho aspettato dietro quella porta in silenzio. Ho aspettato da sola in casa accanto a un telefono e a un citofono muti. Ho aspettato per qualsiasi strada che percorressi a piedi. E ho aspettato ai semafori. Ho sperato negli incontri “per caso”, quelli di cui ogni tanto si sente parlare, incontri manipolati dal destino per far ricongiungere due anime. Ho atteso e sperato tutti i giorni.

Gli ho detto che non l’avrei mai fatto, ma l’ho aspettato sempre.

C’è un momento che può durare una vita, in cui fai finta, ma non te ne vai e aspetti qualcuno che forse non tornerà mai.

Ho atteso tanto, invano e sempre con speranza.

Due volte, venti volte, duecento volte. Altro che due settimane.

Finché ho capito che aspettare non fa per me.

Finché ho capito che non si deve mai aspettare nessuno.

Per questo non aspetto più: telefonate, gesti, messaggi, miracoli.

L’unico che merita di essere aspettato è il cameriere al ristorante.

Basta, aspettare.

IL FIDANZATO IMMAGINARIO

L’altro giorno ho ritirato fuori la storia dell’Uomo Invisibile, il mio Fidanzato Immaginario.

Per chi non lo sapesse, è la scusa che adotto per scoraggiare i pretendenti indesiderati che conosco poco e ignorano il mio perpetuo status di zitellaggine:

«Non posso proprio, c’è lui! Altrimenti, guarda, uh! Ci uscivo correndo con te!»

Mi sembra sempre una motivazione più garbata che rispondere: «Con te non ci uscirei neanche se fossi l’ultimo uomo sulla terra» per diversi motivi.

Ma – ahimè – la gentilezza non paga mai…

Nella mia testa da inguaribile ottimista, un uomo dovrebbe desistere e non insistere, sapendo che la fanciulla ha il cuore occupato.

Col cavolo.

Ho imparato, infatti, che al mio Uomo Invisibile mancano di rispetto continuamente, tutti se ne fregano della sua presenza al mio fianco e si ostinano a provarci (se esistessi, ti dovresti incazzare di brutto, te lo dico).

Paradossalmente una donna “impegnata” attrae di più e il motivo è abbastanza intuitivo: perché non può avere grosse pretese.

Nella fattispecie, al soggetto in questione quest’oggi, avevo fatto menzione dell’Uomo Invisibile ancor prima che avanzasse qualsivoglia tipo di invito. Perché l’avevo intuito, sapevo dove sarebbe andato a parare e volevo del tutto evitare.

E invece, niente.

In più, il tizio mi aveva già rivelato la presenza di moglie e prole, però questo non costituiva un ostacolo dal provarci.

La gestione della sua relazione è affar suo e a me non interessa nulla, come si rapporta con me – invece – mi interessa, eccome.

Di base, gli uomini impegnati (a qualsiasi livello) che mi chiedono di uscire, mi stanno sulle palle. Di default.

Si dimostrano irrispettosi non solo delle loro donne, ma anche di me.

Primo perché mi stanno offrendo sveltine, messaggi, telefonate segrete & Co, repertorio completo; secondo perché sottintendono che io sia una che può accettare un tipo di relazione del genere. Sulla base di che cosa non si sa.

In questo caso, oltretutto, pensando pure che sia l’allegra fedifraga che cornifica il suo Uomo con nonchalance (lo sai che non te lo farei mai! ❤)

Per tutti questi motivi, di base, gli uomini impegnati (a qualsiasi livello) che ci provano, mi stanno sulle palle.

Ma ho imparato che, purtroppo, ormai il provarci comunque è un pratica assolutamente ordinaria.

Mi sono abituata a conviverci, senza troppi drammi. Lasciandomi giusto il perenne interrogativo sulla qualità delle relazioni 2.0, un diffuso senso di mestizia, ma anche di affrancamento perché, al momento, non mi riguardano.

Come sembra lecito che tu ci provi, lo è altrettanto che io possa rifiutare.

“Ni”.

Perché, nella maggior parte dei casi, quelli che ci provano comunque, si risentono se tu non ci stai.

E, soprattutto, chiedono spiegazioni.

SPIEGAZIONI.

Quando il buon senso imporrebbe che il solo fatto di essere impegnati, precluda qualsiasi tipo di intrattenimento comune.

O magari no, non ti basta?

Ti ho comunque già detto NO!

Perché te lo devo pure motivare, vuoi un disegno?

In genere, quando rispondo che non mi sembra cortese e rispettoso nei confronti del mio Fidanzato (Immaginario), parte una sequela infinita e sempre uguale, atta a correggere il tiro, di frasette del tipo “Ma che te sei messa in testa??”

«Guarda che hai capito male, mica ho secondi fini, voglio solo fare due chiacchiere, allora con gli amici non ci esci» e blablabla.

Con gli amici esco, sì.

Qui stiamo parlando di uno mai visto e conosciuto che ti invita.

Alzi la mano chi crede che sia per esclusivo scopo amicizia.

Non vi vedo…

La sua argomentazione:

«Perché mica ti ho invitato in albergo

Ah, scusa.

Allora hai ragione tu.

Ho capito male.

Chissà che mi ero messa in testa.

Dovrei perfino ringraziarti e congratularmi per la cortesia dell’invito.

[c’è poco da ridere, uno mi invitò direttamente in albergo, sul serio. Da tenere a mente quando mi dite “Sei troppo prevenuta”]

La sua soluzione:

«Basta non dirglielo! Io a mia moglie mica lo dico!»

Un genio, Signori.

Il Manuale del tradimento Capitolo 1: Non chiedere, non raccontare.

…e la domanda che sorge spontanea: se è una cosa innocente, perché va nascosta??

E quando io mi ritrovo, così, ulteriormente, a ribadire, rimarcare, riaffermare che continua a non sembrarmi una gran furbata, che non mi piace e non mi va di farlo (ma per quale cazzo di motivo mi sto giustificando da tre ore, perché dico io, perché?? Mannaggia a me e la gentilezza!! Che mo gli dico solo “Mi fai schifo e oltretutto sei un gran cafone” così forse capisce!!) arriva – immancabile – la stoccata finale:

«Ah, ecco! Abbiamo una Santa

Ora, io Santa non mi sono mai considerata, anzi.

Credo che a ognuno di noi sia capitato di derogare alla regola aurea di non intraprendere relazioni con gente impegnata, a me di sicuro e, per questo, non mi sono mai sentita né una puttana, né una da applaudire.

È capitato, basta.

Non è di sicuro quello a cui aspiro, né me lo vado a cercare.

Come gestisco la mia vita, le mie relazioni, e gli uomini che scelgo o meno di frequentare, credo siano squisito affar mio.

Soggetti che, per questo, una volta rifiutati, si permettono di appellarmi in un dato modo, o di ricordarmi che “Ogni lasciata è persa” e potrei pentirmene, e che, ben presto, invecchierò e non mi vorrà più nessuno; mi danno conferma non solo della bassa qualità dell’intrattenimento cui sto rinunciando, ma – soprattutto – della bassa qualità della persona.

Infatti, non stare con costoro non l’ho mai considerato un grosso sacrificio.

Come spesso mi accade di fronte a certi individui, non mi faccio prendere dal:

«Ah, adesso gliene dico quattro! Gli faccio vedere io!»

No, non me ne frega niente.

Pensa ciò che vuoi.

La gentilezza a un certo punto la dimentico e ti tratto come meriti.

Un bel fanculo manifesto o sottinteso e saluta moglie e pupi.

Passa alla prossima.

Con cotante armi di seduzione a tua disposizione, sono certa che hai una gran fila da soddisfare.

Comunque, prima o poi, quando diventerò davvero, davvero, cattiva; quel giorno in cui arriverò alla saturazione totale; quando succederà – e succederà – che i sentimenti residui di empatia, gentilezza e “lascia sta” mi abbandoneranno totalmente, io lo farò.

Aspettatevelo, accadrà.

Contatterò una ad una le vostri gentili e ignare compagne.

Così, per vedere che ne pensano loro dell’intera questione.

Sono strasicura che commenteranno tutte (tranne una) con un tranquillo e innocentista:

«Be’? Che male c’è? Mica ti ha invitato in albergo! »