PRIMO APPUNTAMENTO

Fra tutti i programmi dedicati alla ricerca dell’Ammmoooreee, “Primo Appuntamento” è quello che seguo con più morbosità e interesse.

Ho imparato a memoria le prime tre stagioni e ora, finalmente, siamo giunti alla quarta.

Il format è abbastanza semplice: tra tutti i candidati di tutte le età, la redazione forma delle coppie che reputa compatibili le quali affronteranno una ‘cena per farli conoscere’.

Solo una cena.

Molto meno impegnativo del vincolo eterno previsto da “Matrimonio a prima vista” (del quale vi ho parlato QUI).

Quindi si hanno a disposizione circa due ore di tempo per valutare se colui, o colei, che si trova al proprio cospetto può essere compatibile, appetibile e se fa venire voglia di rivederlo/a.

Ogni puntata è stata divertente e istruttiva, ci ha proposto una variegata e curiosa offerta antropologica e mi ha donato svariati spunti di riflessione.

Abbiamo assistito alla nascita di diversi amori, incompatibilità, scene melodrammatiche, rifiuti e, purtroppo, parecchia ma parecchia cafonaggine e cattiveria.

Come nella vita vera, quella senza spettatori, non capisco che bisogno vi sia di “maltrattare” qualcuno solo perché non corrisponde al nostro ideale, solo perché non ci piace, o ci aspettavamo di meglio o di diverso.

Alla fine devi trascorrerci due ore e poi addio, che sarà mai?

Comprendo che magari alcuni affrontano la serata carichi di aspettative che poi vengono disilluse, ma mica c’entra chi hai davanti. Mica è colpa sua!

C’è stato chi non si è presentato affatto, chi ha visto il partner designato ed è scappato, chi ha avuto un atteggiamento altezzoso, pesante e irritante per tutta la sera, ma che bisogno c’è?

Acidità gratuita a profusione, da donne ma anche da uomini, che ben si sintetizza nella frase che un commensale di una yogurtara ha pronunciato a fine serata motivando la scelta di non rivederla:

«’Na rompicoglioni, per carità!»

E c’aveva ragione.

Ad aggiungere mio ulteriore interesse per il programma, la partecipazione di diverse persone che conosco.

Le considerazioni sono le medesime che ho formulato quando su Tinder mi ero imbattuta in parecchi volti familiari: o conosco troppa gente, o davvero noi single ormai siamo diventati i “soliti noti”, già schedati, sempre quelli, e – se rimaniamo tali – un motivo forse c’è…

Vorrei poter aggiungere molto a proposito di questi personaggi, ma purtroppo ‘nze po’.

Come ha detto la mia amica, sarebbe stato interessante se alla registrazione avesse potuto assistere il pubblico.

Avrei partecipato per produrmi in sobrissimi:

«’Nte fa’ incanta’, è ‘na m***a!! È un cogl****!!» e così via.

Con sommo dispiacere non è stato possibile. Peccato.

Posso, però, parlarvi di alcuni altri protagonisti.

Come, per esempio, Silvia che ha partecipato a tutte e tre le edizioni e si vocifera che sarò presente anche nella quarta.

Della serie “Non me rassegno e me lo dovete trova’!”

Silvia ha un qualcosa che manca alla maggior parte di noi: ci crede. Ci crede molto. E fa bene.

Al motto di:

«Mangia glitter a colazione e splendi tutto il giorno!»

porta a spasso, fiera, il suo fisico giunonico, osando mise che io, per miei limiti, non indosserei nemmeno se pesassi trenta chili bagnata.

Ha un atteggiamento sicuro, che intimorisce gli astanti, fino a sfociare nello scostante.

In un’occasione, mentre si parlava della provenienza del suo compagno della serata, con un candore pari a un’ignoranza preoccupante, ha chiesto:

«…ma è tanto grande st’Africa?!»

Ecco.

Ma anche in quel caso si è mostrata ferma, tranquilla, per nulla imbarazzata dell’enorme gaffe nella quale si era imbattuta.

Perfino di fronte a un rifiuto di uno che la aggradava parecchio, ha chiosato:

«Non l’avrei voluto perché è troppo perfetto…»

Sì, vabbè.

Fa tanto “Ti lascio perché meriti di più” ma a chi non è mai successo di consolarsi con una frase del genere?

Alla fine, questo programma mi piace perché riproduce perfettamente la vita reale, seppur in un contesto da favola e sotto i riflettori.

Riconosci bene e sin da subito gli sfigati, gli stronzi, i finti, gli acidi, gli innamorati dell’amore, i disillusi…

Te la gusti e giochi a prevedere le mosse, a percepire l’eventuale feeling, a chiederti quel che succederà.

Nei titoli di coda ce lo raccontano come è andata a finire, come si è evoluta la storia, quel che è accaduto dopo quella sera.

È triste appurare come alcune volte, dopo le effusioni a favore di telecamera, i fuochi d’artificio da tubo catodico, le promesse frutto dello spettacolo, questi titoli ci rivelino un mesto “non si sono più visti”.

Come è accaduto anche nella prima puntata della quarta stagione, dopo che la coppia si era prodotta in un bacio con sei metri di lingua in diretta nazionale.

Ma è esattamente quel che accade nella vita vera, quella priva di pubblico, dove va tutto bene e a un certo punto e senza preavviso il tipo sparisce nel nulla.

Solo che non hai milioni di telespettatori come testimoni a chiedersi con te: «E perché? Che è successo??»

Quel che mi commuove e stupisce è constatare quante e quante persone di ogni età, nonostante tutto, coltivino una fiducia incrollabile nell’Amore. La certezza di volerlo e meritarlo e la gran voglia di mettersi in gioco per trovarlo.

Tra le varie storie, mi ha colpito quella di Emanuele, che è stato lì a cercare l’Amore per tre volte.
Il primo incontro era stato abbastanza disastroso, con una tizia pesantissima e antipatica.
Ha fatto passare del tempo, ma ha deciso di riprovarci, di ritentare, perché ci credeva ancora.

Perché per lui esisteva, da qualche parte, quella persona fatta apposta per lui; quella “dolce metà” da ritrovare; nonostante una singletudine di ventun anni. Questo batte pure me, ho commentato.

L’ho ammirato.

La sua tenacia, la sua fede, la sua sicurezza, a dispetto di tutto.

Emanuele si è presentato con un mazzo di fiori destinati all’ignota donzella. Roba d’altri tempi, cure che noi non conosciamo più. Oggi, al massimo, accendiamo un cero già solo se non dobbiamo andare a prendere il nostro cavaliere a casa. Figuriamoci se ci aspettiamo di ricevere questo tipo di attenzioni e carinerie!

Si sono svolti gli incontri, mentre Emanuele era lì, ad attendere.

Alcuni hanno funzionato, altri meno e lui è rimasto lì, da SOLO.

La fanciulla non si è presentata.

Dopo due ore gli hanno dovuto chiedere di lasciare il ristorante in chiusura.

Cazzo, che botta.

Mi sono sentita Emanuele in molte occasioni.

Sola, disillusa, ad aspettare, a crederci, ma non più, o forse sì?

«Appena comincio a rialzare un po’ la testa, mi arriva subito una mazzata a rimandarmi giù» questo ha detto, lui.

Già.

Funziona così, per alcuni.

Siamo e siamo stati un po’ tutti Emanuele. Fiduciosi, ma ogni tanto presi dal pessimismo e dallo scoramento. Quando siamo comunque felici – anche da soli –  però… Dove quei “però” a volte ci pesano così tanto…

E allora, che si fa?

Ho ripetuto più volte che avevo chiuso con tutto ciò, che non ci contavo più, che magari non meritavo un Happy End, che era tutto così difficile…

Lui ha detto che comunque continuerà a provarci, a crederci, a cercare, sperando – infine – di trovare.

Ne ho invidiato la forza e la fede.

Perché non lo so, io, se sia giusto e lecito continuare ad avere fiducia. Se occorra lasciarsi tirare giù dalle batoste, o rialzarsi sempre e comunque. Se sarei stata in grado di aspettare così tanto a quel tavolo o altrove.

Se ho mai atteso davvero, o ho solo fatto trascorrere il tempo.

Se ci ho mai creduto davvero, o ho sempre fatto prevalere la disillusione o lo scoramento.

Non lo so, oggi e ieri, mentre – ancora una volta – sono seduta a un tavolo, da sola, che aspetto, o forse no, mentre gusto un bicchiere di rosso che sono certa di aver meritato.

Sulla certezza di meritare l’Amore, be’, su quella sto ancora lavorando…

 

Ah, Emanuele al terzo tentativo l’ha trovata.

Così, per la cronaca.

 

PS: Al netto di tutta la simpatia che nutro per il nuovo maître, Valerio, se mi leggi e hai voglia di un Primo Appuntamento, chiamami. 😉

LA VERITÀ, VI SPIEGO, SULLO STALKING.

“Ogni femmina che si rispetti opera una doviziosa attività di stalkeraggio e controllo nei confronti del maschio oggetto dei propri desideri”.

Con queste parole iniziavo un articolo di qualche tempo fa anche se alla fine dello stesso, poi, rinnegavo l’opera di indagine e oggi vorrei approfondirne la motivazione.

Non vi suggerirò nuovi metodi di stalking, tutt’altro. Se siete qui per questo, mi spiace deludervi.

Oggi vi racconto la storia che ha trasformato BB da stalker professionista a stalker pentita.

Inizia diversi anni fa…

All’epoca mantenevo il mio ferreo proposito di non avere internet in casa, quindi potevo usufruirne solo a lavoro, non di sera, né nei weeekend. Immaginatevi quanto potesse essere stressante per me.

Gli smartphone non erano ancora così diffusi e, di sicuro, io non ne possedevo.

Quindi, operavo il mio monitoraggio costante dal lunedì al venerdì, orario d’ufficio e solo da pc.

Il social network era agli albori, ma io ne avevo scoperto ogni recondito segreto.

Per esempio, bastava aprire il profilo della persona in questione per trovare traccia di tutte le azioni che questa aveva compiuto (una sorta di “registro attività” odierno, ma visibile a tutti). Quindi vi apparivano like, commenti, amicizie strette, tutto.

Ogni mattina li aprivo uno per uno per scoprire cosa, come, quando, ma MAI il perché.

Disdetta.

A ripensarci adesso provo dei sentimenti contrastanti. Pena, per la me stessa di qualche anno fa. Rabbia, per essere stata tanto ingenua. Nostalgia, per aver perso così tanto tempo.

È una logica conseguenza che, per fortuna, ora non ami sprecarne nemmeno un po’.

Al culmine della mia follia avevo scoperto che il mio telefono, volendo, poteva sì collegarsi ad internet, ma a costi che scoprii solo quando mi arrivò la fattura e che vi lascio immaginare.

Negli anni, furono tre gli oggetti delle mie attenzioni ossessive e ancora me ne vergogno.

Sarà stato un caso, ma furono i tre dei quali mi fidavo meno (ma dai!) e che mi ferirono di più (ma dai!) .

Mi correggo.

Ai quali PERMISI di ferirmi di più.

Perché nessuno mi stava costringendo a frequentarli, sebbene non riponessi alcuna fiducia in loro, e ad incrementare così tanto le mie insicurezze, tanto da farmi diventare un’investigatrice patentata.

Pensare che, qualche anno prima, avevo biasimato pubblicamente una mia amica che aveva preso la pessima abitudine di fare le poste in macchina al proprio ex e, successivamente, mi ero ritrovata a fare lo stesso. Seppur virtualmente.

Operavo un controllo continuo e costante come se la vita si esaurisse nei social network. Come se ogni azione o accadimento dovessero necessariamente passare sul web. Come se fosse davvero – davvero! – possibile scovare ogni segreto di una persona attraverso un’indagine ininterrotta.

Avevo imparato a memoria i profili delle persone che sospettavo di più, esaminando costantemente anche loro. Avevo memorizzato tutti i nomi delle “parenti” – dopo aver scoperto che lo fossero – per escluderle dalla mia attività di sorveglianza. Odiavo con tutta me stessa quelle che si permettevano di fare le simpatiche e c’erano quelle tre/quattro sgallettate che sicuro, sicurissimo, ci provavano spudoratamente.

E poi c’erano quelle con le quali erano loro ad essere particolarmente affettuosi.

Erano le peggiori.

Perché non si potevano incolpare.

Perché mi mettevano davanti alla reale natura di quei soggetti.

E a quanto fosse tutto così inutile e doloroso.

Capitarono non di rado incidenti durante queste sessioni, tipo like e richieste d’amicizia partite per sbaglio, ma non riuscirono a fermarmi perché furono molti di più i fatti che scoprii, anche se non dovrei dirlo.

Tramite intrecci di profili, legami, correlazioni, talento, allenamento, intuito, empatia e un’opera meticolosa e sorprendente, affinai una tecnica incredibile.

So individuare con certezza CHI se la fa con chi. Con una precisione e una lungimiranza che spesso sorprendono anche me.

Ho trovato Ex avendo a disposizione pochissime informazioni, così, solo per il gusto di vederle.

Di uno pseudo VIP sono riuscita a scovare perfino il numero di telefono. L’ho memorizzato, ho verificato dalla propic di WhatsApp che fosse veramente lui, mi sono complimentata con me stessa e l’ho cancellato.

Ebbi conferme anche meno piacevoli, come il tizio che si dimostrò uno di quelli che scrivono «Sei bellissima» sotto ogni foto di ogni vaginomunita sperando di ottenerla questa “munizione”, a suon di complimenti stereotipati, sempre uguali e non sentiti.

Che mestizia.

Un altro era un addicted dei gruppi per single. Io non sapevo nemmeno cosa fossero i “gruppi”, ma ben presto imparai non solo che ve ne erano di privati, ma addirittura di “segreti” ai quali si poteva accedere tramite invito di un membro (AH-AH) e nei quali c’era da divertirsi. In tutti i sensi.

Uno dei miei fake è iscritto a molti di questi, per mero scopo antropologico (non sono ironica).

Quando mi capita di farci un giro, mi chiedo sempre quale appagamento possa esserci nel mostrare le proprie grazie a millemila sconosciuti sbavanti, barattandole per qualche like.

Non lo comprendo, per quanto io possa sentirmi sola.

E io per un periodo avevo affidato il destino della mia felicità a uno di quegli individui che si salvano le foto per poterle poi usare in solitudine.

Che aggiungono femmine random per crearsi un proprio personale pollaio.

Che fanno incontri a ripetizione e con un solo, unico, preciso SCOPO.

Di nuovo, che mestizia.

In buona sostanza, tutta questa sapienza, conoscenza che mi permetteva di intuire e verificare, non mi tenne al riparo dalla delusione, né mi preservò dal dolore e da tutto il male che mi fecero costoro, con un ottimo aiuto da parte mia.

La verità era una sola, ma io cercavo di aggirarla attraverso delle indagini. Di distrarmi per non voler proprio capire quel che era assolutamente lampante. Per trovare prove che erano del tutto superflue, visto che già quelle azioni parlavano abbastanza.

Ora vi devo parlare anche della parte meno divertente, qualora questa l’aveste trovata tale.

E concerne quando siamo noi ad essere oggetto di attenzioni ossessive.

A me è capitato diverse volte.

Gli uomini sono meno bravi in questo, rispetto a noi donne. Sono parecchio più invadenti e sgamabili.

In genere lo SAI chi è che ti controlla con ossessione.

Ebbi diversi stalker che commentavano ogni mia singola azione. Che chiedevano l’amicizia alle mie amiche. Che interagivano nei post pubblici che io avevo apprezzato o nei quali avevo espresso la mia opinione.

Non mi sentivo più libera di condividere alcunché.

Mi sono capitati anche quelli ancora più pericolosi, poiché mi erano vicini fisicamente.

Un paio, in particolare, che sapevano dove lavoravo e, casualità, avevano imparato i miei orari. Perfino quando mi recavo in un certo posto, in momenti in cui sapevo di non trovare nessuno visto che non amo la folla, …tranne loro.

A volte confesso che ebbi paura.

Tutto questo mi ha trasformata in una maniaca della privacy, a condividere sempre meno, a blindare il mio profilo ai “non amici”. Ad operare un chirurgico distinguo tra “amici” e “conoscenti” e a oscurare tutti i miei post a quest’ultimi.

In questa lista finiscono, in genere, coloro che sono “costretta” ad accettare per variegati motivi di parentela/rapporti lavorativi/di conoscenza ma che NON voglio che sappiano un mio solo fatto privato. Benché pubblichi davvero molto, molto poco.

Quando nacque Facebook – con il nobile e innocente intento di ritrovare vecchi compagni di scuola e condividere con loro pensieri, ricordi e quant’altro – avevo creato un album composto di mie foto personali, istantanee che testimoniavano gli avvenimenti più importanti della mia vita, tutte castissime, come potete intuire. Perfino la mia propic presenta una censura rispetto alla versione originale.

Quando ho appreso che qualcuno aveva salvato alcune di queste foto o mi lasciava commenti di notte, la cosa mi inquietò non poco, tanto da spingermi a impostare la privacy di quell’album in “solo io”.

Mi sono sentita spesso letteralmente “controllata”.

Poi, perché? Non c’era nulla tra noi, non meritavo una tale “dedizione”.

Tacciandomi subito da ipocrita, ripensando a tutte le volte che lo avevo fatto io.

Giusto, non mi potevo lamentare.

Sono innumerevoli le cose che sono riuscita e che riuscirei a fare.

Se solo adesso mi interessasse farlo.

Le mie amiche mi sfidano a cercare l’impossibile: persone, legami, relazioni, foto e io non fallisco mai.

Tanto che una, recentemente, mi ha detto:

«Aspiro a diventare come te!»

Ho frequentato ragazzi dei quali NON avevo l’amicizia su Facebook e non mi importava averla.

Se mi viene la malaugurata idea di esaminare qualche profilo, amicizie, gruppi, amiche, interazioni, mi chiedo semplicemente:

«Perché devo farmi questo?» E passo oltre.

Mi stanno insegnando ad usare Instagram, ma comunque lo apro pochissimo e non guardo mai quello che fanno gli altri. Mi scordo proprio di questa possibilità di impiccionaggio estremo, anche se a volte mi regala gioie.

Mi ostino a celare l’ultimo accesso WhatsApp e, di conseguenza, mi è negata la visione degli altrui. Idem per le spunte blu.

Guardo raramente gli “stati” anche se a postarli sono “certe” persone.

Non so se sbircerei mai un telefono altrui perché mi incazzerei parecchio se lo facessero con me.

Ho imparato.

Ho sprecato tempo, soldi ed energie, ma ce l’ho fatta.

Sebbene sia divertente, rilassante; sebbene riconosca di avere un talento formidabile che dovrebbe essere insignito di un qualche premio e riconoscimento; sebbene a volte si ha solo la curiosità di capire o conoscere di più o scoprire se quel sospetto è una certezza, mi sussurro che non merito di farmi questo. Che è deleterio.

Che è del tutto inutile.

Che “controllare” indica solo che quella persona non è tua, punto.

E a me non interessa chi non è interessato a me.

In ultimo, ma più importante, che non si riuscirà MAI a scoprire TUTTO quello che fa/dice/omette/scrive qualcun altro.

Semplice.

Quindi, è preferibile vivere sereni.

Fidatevi.

Ciao sono BB e da qualche anno preferisco ignorare. Fallo anche tu!

 

 

Ah! Se siete voi a voler scoprire qualcosa, chiamatemi.

Che io so come si fa. 😉

SEI FELICE?

Mi ha fatto un bel po’ di domande: il lavoro, la famiglia, il fidanzato, una panoramica completa, niente escluso.

Però sentivo che ne teneva una in serbo che gli premeva più delle altre, che ci teneva proprio a pormi, della quale voleva conoscere assolutamente la risposta.

Ma ignoravo di cosa si trattasse.

Non capivo quale altro argomento spinoso potesse tirare fuori.

E l’ho invitato, con gli occhi, a farmela, anche se un po’ la temevo.

Infine ha preso coraggio e ha bisbigliato:

«Sei felice?»

Boom.

LA DOMANDA.

Se me l’avesse posta qualche mese fa, non avrei esitato un attimo a rispondere:

«No, sto di merda. Va tutto male, non riesco a riprendermi…»

Ma adesso, no.

Non lo so come riesca la nostra mente a formulare così tanti pensieri in una manciata di secondi. A passare in rassegna innumerevoli immagini, istanti, frasi, ricordi.

Questi ultimi mesi li ho percorsi col pensiero e poi sono andata ancora più indietro.

La felicità.

In un suo famoso monologo, Benigni ne parla così:

«Cercatela, tutti i giorni, continuamente. Chiunque mi ascolta ora si metta in cerca della felicità. Ora, in questo momento stesso, perché è lì. Ce l’avete. Ce l’abbiamo. Perché l’hanno data a tutti noi. Ce l’hanno data in dono quando eravamo piccoli. Ce l’hanno data in regalo, in dote. […] E anche se lei si dimentica di noi, non ci dobbiamo mai dimenticare di lei…»

Condivisibile, a volte difficile da mettere in pratica.

Totò, invece, affermava che:

«Forse vi sono momentini minuscolini di felicità, e sono quelli durante i quali si dimenticano le cose brutte. La felicità, signorina mia, è fatta di attimi di dimenticanza»

Come la mia Prof di filosofia che diceva che, appunto, la felicità è fatta di momenti. E bisogna notarli quei momenti e custodirli e gioirne.

Ho rammentato  tutti i libri che ho letto, le meditazioni; la LoA; il potere della mente; la connessione psicofisica; il Karma; l’atteggiamento; la profezia che si autoavvera; il pensiero positivo; la legge di Murphy; la gratitudine; l’Aura; i concetti di “Luce” e “Amore” e – perché no – pure i “Vaffa” liberatori, tutte queste nozioni e pratiche con le quali ho saturato il mio già straripante cervello, che però mi aiutano, quando non sembra riuscirci nulla. Che mi hanno fatto pure guadagnare l’epiteto di “Strega”.

Tutta questa roba qui che, tutta insieme, ha contribuito a farmi creare il mio concetto di felicità.

La felicità è un modo di pensare, di agire, di atteggiarsi, di plasmarsi, di forgiare le proprie giornate, di reagire alla vita, agli imprevisti, agli intoppi, di guardare al mondo e agli altri.

L’ho verificato empiricamente.

Se la mattina ti alzi male, le cose andranno peggio. E viceversa.

Sperare non costa nulla, sorridere, nemmeno. Potremmo sempre e comunque incappare nelle delusioni, ma non dovremmo permettere loro di cambiarci, di abbrutirci, di demoralizzarci, come spesso – purtroppo – accade. Non dovremmo concentrarci sul brutto, ma perseguire il bello, la gioia.

Abbandonare quei pensieri che ci fanno stare male, che ci creano una botta allo stomaco e sofferenza, quei ricordi che ci mortificano l’anima, in favore di altri più salutari.

Quando mi accade, penso a tutte le risate che mi hanno e ho fatto fare, il loro potere è sorprendente.

Alla fine, la felicità è una scelta, niente di più.

L’ho guardato negli occhi e ho affermato con convinzione:

«Sì. Sono felice»

Lui ha annuito.

«Davvero?»

«Certo. Non ci credi?»

«Ci credo»

Ne potrei elencare milioni di motivi per i quali dovrei essere infelice, ma preferisco pensare a quelli che mi fanno sentire fortunata.

Dal sentire una canzone a mangiare qualcosa che mi piace. Le telefonate, i bei posti. E le tante persone che arricchiscono la mia vita. Posso elencare anche milioni di motivi grazie ai quali sono felice e solo di questi mi interessa.

Lo so, non è semplice. Sono tutte affermazioni che conosciamo molto bene “in teoria” ma, a volte, in pratica…

Lo so, ma ci provo.

Anzi, scelgo di essere felice.

E tu, lo sei?

 

 

«Mandami amore e luce ogni volta che pensi a me

e poi dimentica…»

Mangia, Prega, Ama

 

GLI EX FILES

C’è stato un tempo in cui ci raccontavamo quanto fosse indispensabile conoscere TUTTO sul passato dei nostri uomini.

Su ogni singola precedente relazione.

Sapere ogni dettaglio delle loro Ex, del PERCHÉ lo erano diventate, COSA non aveva funzionato, DOVE risiedevano le colpe.

Furbamente ci serviva per prendere subito le distanze da certi, eventuali, comportamenti sbagliati di costoro.

«Ah no, io non sono per niente così!»

Comprendere quel che ai nostri uomini proprio non aggradava per evitare di farli scappare.

Capire nello specifico il tipo di rapporto che avevano nella testa per riuscire a incarnarlo al meglio.

Annotare quello che proprio detestavano, evitando di metterlo in atto.

Per mostrare loro quanto noi fossimo migliori e proprio più giuste, integerrime, perfette per loro.

«Figurati, a me non importa nulla se non mi chiami per tre giorni! Il calcetto? Ma ci puoi andare quando vuoi! Che problema c’è??»

(False. Falsissime)

Poi qualcosa è cambiato.

Almeno in me.

Innanzitutto interpretare un ruolo non mi si addice, è estenuante, poi non sono capace.

Perché, se non mi chiami per tre giorni, io mi incazzo eccome e te lo dico pure, e sticazzi se ti infastidisci.

Perché come sono, con quei quattro pregi e millemila difetti, ti deve essere chiaro fin da subito. E io devo avere chiaro CHI sei tu.

Per valutare se le nostre idiosincrasie possano riuscire a conciliarsi. Se vogliamo, davvero, farle convivere.

Inoltre, ormai se sento parlare di Ex, fare paragoni con l’Ex, rimarcare l’Ex, mi si attiva l’allarme fuga nel cervello.

E i motivi sono molteplici.

Parole cariche di astio mi spaventano.

I vari “Troia”, “Puttana” et similia che utilizzate per dipingere le vostre precedenti compagne di vita non mi fanno sentire rassicurata, non mi affrancano dalla paura che sia permaso qualsiasi tipo di affetto recondito.

Tutt’altro.

Li trovo sgradevoli e poi mi rammentano che l’odio è un sentimento molto simile all’amore: entrambi determinano una discreta fissazione per l’oggetto della nostra attenzione, un vivo attaccamento, un qualcosa che proprio non si vuole lasciare andare, seppur dannosa per noi.

A tal proposito, vorrei pure biasimare le fanciulle che per sentirsi very faighe utilizzano simpatiche frasi per dimostrare che non rosicano delle nuove liasons dei propri ex, del tipo:

“Non sono gelosa se vedo il mio ex con un’altra. La mamma mi ha insegnato che devo dare i giocattoli usati alle bambine meno fortunate”.

Perché vorrei ricordare loro che tutti siamo il “trastullo dismesso” di qualcun altro, per dire.

Un buon esempio è il caso di quel tale che appena conosciuto e in un contesto tutt’altro che romantico, ha iniziato a parlarmi di lei.

I cavoli miei li racconto a tre persone contate, invece ho capito che in giro c’è un gran desiderio di raccontarsi, ma in quel momento mi sono limitata a compiacermi per la fiducia che, pur non conoscendomi, lui aveva riposto in me.

Ingenua.

Quando ho avuto modo di approfondire la conoscenza, ho capito che non ero affatto speciale, non ispiravo confidenze intime, non aveva visto in me chissà che, no. Semplicemente, lui aveva bisogno di parlare di lei, solo lei, continuamente lei.

E lo lasciai coi suoi monologhi e la sua ossessione.

Attenzione, non sto dicendo che non si debba condividere, raccontarsi, confrontarsi, anzi.

Probabilmente oggi siamo il prodotto del nostro vissuto. Una versione migliorata (o peggiorata) di noi stessi vergini.

Analizzare gli accadimenti pregressi può far bene e io potrei pure raccontarti quanto siano stati stronzi quelli prima di te, ma sarebbe davvero la verità?

O sarebbe un racconto di parte, datato ma, ben più importante, contestualizzato a quel rapporto. Frutto di me e lui. E di me e di lui di quel determinato momento.

Magari un lui che riusciva a tirare fuori il peggio di me o un rapporto logorato nel quale ogni sciocchezza diveniva pretesto di battaglie infime e mutismo. O due caratteri incompatibili che non sapevano lasciarsi stare o, ancora, un tiepido interesse bilaterale mascherato da passione, per farsi compagnia.

Potrebbe sul serio dirti CHI sono io?
Potresti davvero avere una visione completa e obiettiva di quel che potremmo essere NOI?

Che senso ha sdoganare Ex Files se magari, insieme a te, io potrei scoprire di essere più o meno tollerante di quanto sia mai stata; più o meno accomodante di quanto non avrei mai immaginato; più o meno felice di quanto non ci è dato sapere, se non ci impegniamo per scoprirlo.

Al netto di tutti i nostri Ex e dei comportamenti precedenti.

In questi termini, potremmo anche parlarne.

Ma mi chiedo quanto possa essere utile all’economia della relazione.

E sarebbe un altro tipo di parlare, rispetto a quelli che non hanno altri argomenti, che trovano il pretesto per infilare dentro il discorso il suo (di lei) nome, un qualsivoglia aneddoto, o addirittura mostrarti delle sue (di lei) foto per elogiarne la bellezza (successo, successo, successo, successo, ho vinto qualche cosa??)

In questi casi, Signori/e, c’è un bel cazzo di problema.

In questi casi, miei/e cari/e, ci sono Ex Files belli aperti.

Quando invece dovrebbero essere archiviati e, non dico cestinati, ma almeno secretati.

In questi casi, belli de casa, state da soli, ve ne prego.

Analizzate, rimuginate, arrabbiatevi, da soli.

Rimarcate, paragonate, additate, da soli.

Valutate, capite e, se è il caso, rimediate.

Soprattutto, capite il vero motivo per il quale questi Ex Files sono ancora aperti.

Se c’è ancora un sentimento o se li usate come un (s)comodo pretesto.

Ho spesso coltivato discrete ossessioni per Ex (o “mai stati”) soltanto per tenere occupato il mio muscolo cardiaco e/o, peggio, per evitare di lasciarmi andare. Per far finta che non ci fosse posto per qualcun altro. Per tenermi al riparo dal dolore ma anche dalla felicità.

Perché il passato, per quanto doloroso, fa molta meno paura dell’ignoto, di quel che potrebbe essere.

Scoprirlo e ammetterlo a me stessa è stato devastante.

Dopo, però, mi sono sentita nuova, libera e con un mucchio di spazio.

Spazio pulito e senza ombre.

Spazio da riempire con qualche nuova ossessione, attaccamento, lasciarsi andare e non lasciarsi stare.

Ma in positivo.

 

 

 

È da parecchio tempo che non dedico un articolo a qualcuno:

A Te. Per avermi fatto capire.

NONOSTANTE TUTTO

Lui ha saputo che ho avuto dei problemi di salute, così ha alzato il telefono e mi ha chiamata.

Semplicemente e nonostante tutto.

Nonostante l’ultima volta gli avessi detto che avrei preferito ingrassare dieci chili, farmi a piedi la Salerno-Reggio Calabria a Ferragosto, sacrificare tutte le mie scarpe, farmi scocciare da tutti i call center del pianeta, piuttosto che sentirlo di nuovo. Il tutto pronunciato con toni molto poco pacati.

E badate che sono sempre molto rigorosa quando si tratta di serrare porte.

Un mio “Vaffa” è per sempre.

Ma lui se n’è fregato e la porta l’ha scardinata.

Non si è fidato delle notizie che avrebbe potuto reperire di seconda mano, voleva appurare dalla mia viva voce come stessi e i vari cosa, quando e perché.

Non si è nemmeno nascosto dietro a uno squallido messaggino freddo, condito con emoji cretine. Mi ha proprio chiamata.

Sono certa che anche io l’avrei fatto per lui.

Magari è stato un pretesto?

Boh, chissà.

Comunque l’ha fatto.

Nonostante tutto.

Ci ha messo il coraggio e l’interesse.

L’ho apprezzato immensamente.

E poi mi sono incazzata.

Non con lui, sia chiaro.

Mi sono incazzata perché ho considerato che una cosa così normale, una gentilezza comune, una cortesia, un gesto carino e – volendo – pure “dovuto”, l’avete fatto diventare una chimera, una rarità, un evento da riconoscere e festeggiare, un’eccezione che conferma la regola fatta di menefreghismo, superficialità e inettitudine.

E con VOI mi riferisco a tutta questa pletora di smidollati, anaffettivi, effimeri, maestri del “non detto” , senza palle né dignità – figuriamoci il rispetto – che circolano oggigiorno.

Che ci hanno fatto credere che la mediocrità fosse la norma. Che ci hanno purtroppo abituate all’inerzia, l’indolenza, cosicché ricevere una semplice telefonata sia diventato addirittura un atto da magnificare.

Che ci hanno insegnato che trattare gli altri con rispetto sia un’opzione e non la consuetudine. Che preoccuparsi di quelli che ci hanno fatto compagnia per un tratto di strada, nonostante tutto, sia divenuto desueto.

Che l’egoriferitismo sia l’imperativo categorico. E che lo “Sticazzi di te” debba accompagnarlo sempre. Come stai, che fai, che senti, che provi, contro cosa combatti, perché sorridi, come te la passi, STICAZZI. Ma che me frega a me.

Credo che alcune circostanze debbano travalicare le incazzature, le litigate, muri, paletti e silenzi che abbiamo posto tra di noi.

Credo che si possa arrabbiarsi senza smettere di amare, a qualsiasi livello. Senza dimenticarsi di essere comunque esseri UMANI.

Irrispettosi, menefreghisti, egoriferiti esclusivi, maestri della sparizione, NON sono la normalità.

Per fortuna, ogni tanto, qualcuno me lo rammenta.

UFFICIO PSICOSI, PATURNIE & PIP*E MENTALI

Gli uomini li invidio, lo dico sempre. Vivono in maniera mooolto più serena di noi.

Ed è abbastanza inutile che ci incaponiamo coi vari “Non mi capisce!”.

No, non capiscono perché, semplicemente, sono fatti in maniera diversa. Più semplice, appunto.

Viceversa, è anche abbastanza complicato tentare di far comprendere loro quante e quali paturnie possano aggirarsi mediamente nella testa di una donna sapiens.

Ci tengo a dire che non tutte sono paranoiche, però di donne ne conosco parecchie e so di quali elucubrazioni mentali siamo capaci, di quanto sia copiosa la produzione di pugnette immaginarie che tanto ci contraddistingue e che a loro è totalmente sconosciuta.

Tutte quel che a noi appare montagna, per loro è insignificante.

Quindi è altresì difficile spiegare ai maschietti il perché di scenate leggendarie per (ad esempio) una chiamata mancata o un messaggio rimasto inascoltato.

Non lo sanno, loro, che durante quell’attesa nella nostra mente c’è stata una creazione monumentale di pip*e mentali a carattere catastrofico.

Io donna sono e con le donne parlo e, a volte, rimango pur’io stupita di come e quanto riusciamo a partorire l’inimmaginabile, la prospettiva più catastrofica, il rintorcinamento meningeo che più può portare al peggiore scenario possibile.

E ci crediamo.

E ce ne convinciamo.

(spesso ci prendiamo pure. Ma forse questo non è il caso di dirlo…)

E agiamo di conseguenza.

Ed è un’operazione estremamente complessa dissuaderci che i nostri pensieri sono solo quello: pensieri. Non la realtà.

Prendiamo come esempio un’abitudine maschile, ahimè, abbastanza diffusa che ormai viene chiamata col termine raffinato di ghosting, mentre l’azione che sottintende non lo è affatto, ovvero sparire. Sparire vigliaccamente e – quasi sempre – il giorno dopo.

Analizziamo i fatti:

Lui è una profusione di galanteria e carinerie fino al momento clou.  Poi “Chi l’ha visto?” e contattiamo la Sciarelli.

(e non mi venite a dire che gli uomini non lo fanno, per favore. Ci sono uomini che lo fanno tutti i giorni. Oggi ci assumiamo tutte le nostre responsabilità di genere: le donne sono psicotiche e gli uomini sono bastardi. Non tutte/i, ma buona parte. Amen)

È sparito.

La logica, questa sconosciuta, imporrebbe un’evidente conclusione:

È sparito perché è uno stronzo! Chi altri compie un’azione così meschina, da codardi, viscidi, manipolatori?

Uno STRONZO!! No?

È lampante!

Manco per niente.

Nella mente della femmina paranoica e paturniosa si forma un unico e nitido convincimento:

No, è sparito perché sicuramente gli ho fatto schifo.

Non avete idea di quante volte abbia udito questa “logica” conclusione. Di quanto spesso abbia rimbrottato alcune mie amiche con frasi cariche di ironia e biasimo.

Mentre commentavo mentalmente con un:

«Cazzo, ma siamo proprio tutte psicopatiche uguali

Perché io, anni fa, ho fatto pure di peggio.

Non solo ho pensato che il bastardo in questione mi avesse trovata talmente rivoltante da dileguarsi, ma ho cercato pure le prove a favore della mia tesi.

Sono andata a chiedere a un amico se fosse possibile un’erezione con una che ti fa schifo (l’ho fatto davvero, giuro).

Lui, naturalmente e con semplicità, mi ha dapprima chiesto l’ovvio:

«Perché dovrei andare con una che mi fa schifo, scusa?»

Giusta osservazione.

Sarebbe finita lì e non sarebbe nemmeno cominciata, se io fossi stata un tantinello più equilibrata e razionale.

Ma non era questo il caso.

«Che ne so?? Perché magari “pare brutto”. Ti ci trovi e ci devi andare!»

Lui, sempre più perplesso, ci ha iniziato a ragionare:

«Boh… Magari facendo un miscuglio di Edwige Fenech, Charlize Theron, tette, culi e lesbicate nella testa… Chiudendo gli occhi, forse, potrei riuscire a eccitarmi»

«Ah!»

«Eh…»

«Quindi ce la potresti fare?»

«Volendo, penso di sì. Ma mi chiedo sempre perché dovrei»

«Quindi, praticamente, mi stai dicendo che io, da oggi in poi, dovrò convivere con un’altra paturnia, ovvero che – forse – a tutti quelli che sono stati con me, c’è la possibilità che facessi schifo ma sono comunque riusciti nell’impresa grazie a film mentali ben più benefici dei nostri??»

«Certo. È proprio esattamente quello che ho detto. Testuale…»

«Ho capito! Però è possibile, no??»

«Tu ci andresti con uno che non ti piace?»

«Certo che no!»

«Perché allora pensi che dovrebbe farlo un uomo, scusa?»

«Ah…»

«Eh!»

Ecco.

Immaginatevi una cosa del genere.

Nella nostra testa.

Tutti i giorni.

Sempre.

…capito?

Magari siamo davvero tutte psicopatiche, tutte uguali, tutte paranoiche e paturniose.

Magari è il motore dell’insicurezza a muovere le nostre azioni oppure la voglia di cercare una spiegazione a quello che non riteniamo possibile, né accettabile.

Magari siamo talmente abituate ad affidarci al nostro sesto senso da crederlo infallibile.

Quell’istinto, quasi una garanzia, che ci danno di corredo assieme alle tette e che ci aiuta sempre.

O magari siamo solo pazze.

Decisamente, siamo pazze.

Purtroppo, a volte siamo pure pazze di voi.

E questo peggiora di molto le cose.

 

Se vuoi liberarti dalle paturnie, finisci di leggere qui.

Non andare oltre.

Sul serio.

Se prosegui, lo fai a tuo rischio, psicosi e pericolo.

Ok?

Smetti qui.

Stai continuando a leggere?

Ti ho detto di smettere!!

Vabbè, fai come ti pare, io ti ho avvisata

 

Siamo pazze, l’ho premesso. O magari ci piace definirci così,

La verità vera che avvalora la nostra produzione di pugnette, che ci fa osannare il nostro sesto senso e la nostra lungimiranza è che difficilmente sbagliamo.

Sì, l’ho detto.

Se ci si insinua un piccolo pensiero nel punto più profondo dell’amigdala e lì stanzia e si attiva in determinate circostanze e ci dà un segnale, un motivo c’è. Poco da fare.

Non so dirvi le volte che, a posteriori, mi sono detta: «Avevo ragione io!» quando tutti mi additavano come una paranoica.

E sempre, giuro SEMPRE, avrei preferito sbagliarmi.

Avrei preferito essere smentita e accusarmi di essere una visionaria furiosa sceneggiatrice di catastrofi.

Invece, molto spesso, i disegni che avevo creato nella mia testa sulla base di pochissime e apparentemente insignificanti sfumature, che sembravano tratti da Beautiful, non solo risultavano veritieri, ma erano anche esattamente come li avevo concepiti.

È una dote, o una maledizione, fate voi.

Quel nostro percepire e registrare ogni minuscolerrimo cambiamento, un’inflessione della voce, un piccolo accenno e tutto il linguaggio non verbale e riuscire a cogliere uno stato d’animo perfino da come è scritto un sms.

E poi immagazzinare, ricordare, collegare il tutto e ottenere un risultato, una spiegazione. Che stanno lì, in attesa della verifica. O della smentita.

Vorrei cullarmi nella tranquillità del “non sapere e non capire” essere meno empatica, sensibile e recettiva.

Ma ho una maledizione e difficilmente sbaglio.

E quando si affannano a mentirmi?

Rido molto.

 

«Io vado pazza per Tiffany: specie in quei giorni in cui mi prendono le paturnie».
«Vuol dire quando è triste?»
«No… Uno è triste perché si accorge che sta ingrassando, o perché piove. Ma è diverso. No, le paturnie sono orribili: è come un’improvvisa paura di non si sa che. È mai capitato a Lei? In questi casi mi resta solo una cosa da fare: prendere un taxi e correre da Tiffany. È un posto che mi calma subito, quel silenzio e quell’aria solenne: lì non può accaderti niente di brutto. Se io trovassi un posto a questo mondo che mi facesse sentire come da Tiffany…
Comprerei i mobili e darei al gatto un nome».

Colazione da Tiffany

 

 

«La lupa, la anziana, quella che sa, è dentro di noi. Fiorisce nella psiche più profonda dell’anima delle donne, l’antica e vitale Donna Selvaggia. Lei descrive la sua casa come quel luogo nel tempo dove lo spirito delle donne e lo spirito dei lupi entrano in contatto. È il punto nel quale l’Io e il Tu si baciano, il luogo nel quale le donne corrono coi lupi (…)»

Clarissa Pinkola Estés

 

TORNANO TUTTI

Tornano tutti.

Lo sostengo da sempre e l’ho appurato innumerevoli volte.

Tornano tutti.

Basta aspettare.

O, meglio, basta non aspettare.

Basta andare avanti con la propria vita, affrancandosi dal pensiero di costoro, scordandosene.

Loro non si scorderanno.

 “Chi l’ha visto?” potrebbe campare per decine di puntate sulle mie spalle.

Me la figuro pure la Sciarelli, nella sua impeccabile compostezza, ad annunciare:

«Oggi, e nelle settimane a venire, ci occuperemo di tutti i pretendenti di BB spariti nel nulla. Che fine hanno fatto? Chi li ha visti? Perché lei non li ha proprio più sentiti!».

«Sciarelli, questi sono scomparsi da un giorno all’altro! Io non gli ho fatto niente, giuro!»

Più o meno così.

Nel mio lungo curriculum sentimentale, annovero infiniti quanto inequivocabili dileguamenti sine verbo.

Inaspettati e apparentemente immotivati.

Che lasciano deluse, sgomente, arrabbiate.

E, purtroppo, anche tutta una serie di interrogativi che difficilmente trovano spiegazioni.

«Ma non è che gli è successo qualcosa? Una si preoccupa pure! Magari gli mando un messaggio, giusto per sapere se sta bene…»

Voci nella testa in coro: «No!»

Sciarelli: «NO!»

Telefonata da casa: «No!»

BB: «Uffa, che palle»

In questi casi – in effetti –  è opportuno rispondere col silenzio a queste azioni vigliacche e immature.

Basta andare avanti.

Basta non pensarci.

Basta pazientare.

Questo silenzio viene rotto da un messaggio, un tentativo di riavvicinamento, un tastare il terreno, un… ma che vuoi? Adesso ti ricordi di me…?

Che hai fatto?

Non mi pare tu ti sia preoccupato per la mia di salute.

E poi perché prodursi nello squallido numero del fantasma?

Che senso ha?

Basta pazientare.

Perché torneranno.

Tornano sempre.

Tornano TUTTI.

A produrre testimonianza della loro presenza con un messaggio, una telefonata, quando non importa più riceverli.

Allora, sì.

Allora sarebbero stati graditi, vitali, sicuramente importanti.

Da quella riva del fiume sulle quale amo sedermi, li vedo passare, uno ad uno.

Tornano sempre.

Tornano TUTTI.

Tornano quando non te ne frega proprio più un cazzo.

E ogni volta quando accade, ogni benedetta volta, reagisco sempre allo steso modo.

Rido.

Ma oggi, no.

Oggi questo ritorno, che si somma a tutti gli altri, non mi fa sorridere.

Oggi mi fa incazzare.

Ci hanno insegnato che “In amore vince chi fugge”. Grossa cazzata.

Non ho mai considerato attraente rincorrere, né tantomeno essere rincorsa.

Quando percepisco un allontanamento, mi allontano a mia volta. D’istinto, per difesa, perché credo che in amore vinca chi si viene incontro.

Ed è per questo che mi hanno iniziato a infastidire i ritorni. Perché se io mi allontano, non lo faccio per gioco o per testare la veridicità del detto della fuga. Se mi allontano è perché non mi trovo più bene dove sto.

Se mi allontano, dopo che ho provato in tutti i modi a stare vicino a qualcuno, non mi interessa essere rincorsa, perché non mi interessa più quella vicinanza.

Se tenete a distanza qualcuno e questi vi asseconda, quindi si distacca, fino ad andarsene, poi per quale motivo cercate di colmare quella lontananza che voi stessi avete creato?

Gente,

uomini, donne, grandi, piccini, gay, etero, pansessuali, vi devo proprio dire una cosa:

quando decidete deliberatamente di ripiombare nella vita di qualcuno, rubando le stupende parole di una mia cara amica, ricordate che state compiendo solo un gesto egoistico.

Magari avete quel senso di colpa che non si placa, be’, dovete tenervelo.

Non è compito dell’altra persona fare i conti con i vostri mostri. Anche se, probabilmente, l’ha già fatto.

Quando decidete di spezzare il salvifico silenzio che si interpone fra di voi, dovete considerare che nella maggior parte dei casi, non otterrete quel che avreste voluto.

Quindi, evitate.

Ammetto che la mia autostima fa la ola per ogni vostro ritorno, per ogni gesto di riavvicinamento, ma non basta.

Ricordiamoci tutti che:

Tornato tutti;

Tornano tutti, mordendosi le mani;

Tornano tutti quando sarebbe bastato semplicemente non allontanarsi affatto;
La vendetta sovente arriva quando non ci pensiamo più e, spessissimo, senza fare nulla;
Il Karma è micidiale.

E, più importante di tutto:
Le persone bisogna apprezzarle quando le abbiamo a fianco e non solo una volta perse.

Ci potevate e dovevate pensare prima.

Quindi, occhio a quel che fate, perché prima o poi, vi attaccherete tutti al Karma.

L’EFFETTO “SALLY”.

La solitudine è un qualcosa che fa paura.

Siamo animali sociali con un concetto di “gruppo” ben radicato in noi.

Cresciamo in famiglie, classi, comitive; frequentiamo stadi e i posti più affollati; condividiamo passioni per creare coesione e fratellanza.

La solitudine la patiamo e la evitiamo.

Poi, col tempo, impariamo a conviverci, ad amarla, a ricercarla perfino.

Ci allontaniamo da essa solo se ne vale davvero la pena, se la compagnia corrisponde esattamente a quello che cerchiamo, se è un arricchimento e non un obbligo da soddisfare, né un dovere da onorare, altrimenti evitiamo.

Non tutti, badate, alcuni la solitudine non la tollerano.

Sono quelli che vediamo sempre accompagnati, talvolta anche con soggetti improbabili o che, fino al giorno prima, non avrebbero mai guardato.

Loro lo vivono costantemente, noi soggetti solitari abbiamo delle sporadiche ricadute.

Ma alla fine, tutti, a un certo punto, subiamo quello che io ho chiamato l’effetto “Sally”.

Ovvero l’esigenza di un contatto vero, la necessità di umanità, amore, calore, condivisione. Cediamo alla terribile voglia di ricevere e donare “qualche candida carezza, data per non sentire l’amarezza”.

Ho vissuto per parecchio tempo sotto effetto “Sally”, quando pensavo che una compagnia sbagliata fosse preferibile al nulla; quando soffrivo talmente tanto il mio essere sola, da accontentarmi di quello che mi capitava; quando mi amavo davvero molto poco e ricercavo Amore in chiunque e in ogni dove.

Mi raccontavo che da questa ricerca selvaggia, queste presenze fittizie, questo donare affetto solo per riceverlo in cambio, potessi trarne solo benefici e non avessero controindicazioni.

Invece ho pagato tutto e anche caramente.

Per queste “candide carezze”, per ogni mia distrazione o debolezza mi sono punita io in primis

Pentendomi, recriminandomi, biasimandomi, accusandomi di non essere abbastanza indipendente e immune all’isolamento, di essere debole.

L’ho pagata accorgendomi che, a ogni scelta sbagliata, perdevo un pezzetto di me stessa, tonnellate di fiducia in me e negli altri e che – paradossalmente – appagare a tutti i costi quel disperato bisogno di amore mi stava trasformando in un essere non più capace di provarne.

E poi, ovviamente, l’ho pagata scontrandomi con la realtà, disilludendomi ogni volta, scoprendo come fossero realmente le persone alle quali mi accompagnavo che io avevo così tanto investito di affetto e aspettative.

Ho visto cosa ti può crollare addosso.

Ho capito che è meglio tenersi le carezze, piuttosto che regalarle per colmare un vuoto.

Tanto che ora è davvero molto difficile che le conceda, che mi conceda, che permetta a qualcuno di disturbare l’equilibrio della mia solitudine.

Eppure…

Anche adesso, anche se sono forte, anche se la solitudine è un qualcosa che spesso ricerco, a volte mi lascio sopraffare da questa esigenza di vicinanza.

Decido di essere più indulgente con me stessa.

Di non curarmi di quello che accadrà dopo, di pensare al contingente, di ricercare una soddisfazione subitanea.

Di provare, chissà, perché da qualche parte dovrà pur nascondersi questo decantato Amore, quindi bisogna tentare, anche se poi si paga.

Perché siamo animali sociali, gruppi, famiglie, classi, comitive, coppie.

E ogni tanto, o sempre, sentiamo il bisogno di ricordarcelo.

 

 

“Forse davvero ci si deve sentire alla fine un po’ male”

Vasco – Sally – 

 

 

TI MERITI IL MARE

«La qualità delle tue relazioni riflette quello che credi di meritare».

Questa frase qui, in diverse salse e rivisitazioni, l’ho sentita non so quante volte.

Ogni volta ho pensato frettolosamente che non fosse proprio così e sono andata oltre.

Nell’ultimo periodo mi è stata riproposta, in maniera diretta e non, e mi ci sono soffermata di più.

Ho cominciato a ragionarci davvero, a cercare di capire se e quando ne abbia avuto conferma di veridicità.

Potremmo scomodare la LoA, la psicologia e la sua “profezia che si auto avvera”,  ma è tutto molto più semplice:

«La qualità delle tue relazioni riflette quello che credi di meritare».

Se credi di meritare molto, quello avrai.

Se abbassi l’asticella delle pretese, ti accontenti, ti fai bastare la miseria, quello avrai.

Se ritieni di non essere degno di ciò che vorresti, desideri e ti auspichi, quello otterrai.

Se banchetti con le briciole, anziché ambire a un pasto migliore o preferire il digiuno in assenza di esso, le briciole saranno quel che penserai di meritare. Nulla di più.

Se ti racconti che nessuno mai potrebbe interessarsi a te, nessuno ti farà compagnia.

Se ti barrichi nel castello della tua solitudine, sarai il solo guardiano di te stesso.

Se ritieni accettabile essere una seconda scelta, una riserva, una tantum lo sarai.

Se ti fai bastare un rapporto superficiale, piuttosto che niente, delle limitazioni che contrastano con quel che vuoi davvero, delle etichette quali “solo sesso”, “solo quando non ho di meglio”, “solo quando va a me”, quello sarai.

Ho pensato a tutte le infinite volte in cui mi sono accusata (ed ero pure convinta) di aver sbagliato io ad agire o a comportarmi in una certa maniera.

Quanto mi sia incaponita, abbia giustificato, abbia lasciato correre, pienamente cosciente che NON era quello che volevo.

Quanto mi sia raccontata che le mie esigenze non fossero importanti, fossero dettagli, che il poco fosse comunque meglio di niente.

No, meglio niente!
Piuttosto che qualcosa che tradisca le nostre speranze.

A quanto spesso avessi forzato le cose nel sentire o nel vedere qualcuno, quasi “costringendolo”, quasi supplicandolo, non considerando che ME LO MERITO, eccome, uno non veda l’ora di vedermi, sentirmi, amarmi.

A un certo punto, abbiamo ritenuto che fosse “normale”attendere accanto a un telefono.

Accontentarsi dei ritagli di tempo, orari ben precisi, scampoli di momenti.

Rinunciare ad ambire a un rapporto pulito, semplice, paritario.

Abbiamo addirittura deciso che l’Amore, l’affetto, i sentimenti, fossero un qualcosa di cui dovessimo quasi vergognarci, un impedimento che rovina tutto, emozioni da non rivelare mai che poi – oh – scappa, non mi vuole più, si spaventa.

Non meritiamo TUTTI di essere amati?

Perché rinunciarci?

A tutto questo, a tutto quello che non ci fa stare bene, in pace, felice, occorre dire NO.

Rifiutare tutto quel che sia al di sotto delle nostre aspettative, di come intendiamo i rapporti, di quello che vogliamo ricevere.

Magari coscientemente nessuno si aspetta di essere maltrattato o tradito, che debba essere così una relazione.

Non meritavo le sparizioni.

Non meritavo di essere la seconda scelta o quella di riserva.

Non meritavo di essere lasciata per telefono, senza troppi complimenti.

Tutta questa gente qui, non meritava le mie lacrime, né le mie attenzioni, le cure, l’affetto, l’ostinazione.

Troppe volte abbiamo dato una possibilità a chi offriva miseria, perché – in fondo – era meglio di niente.

Permesso pedissequamente palesi mancanze di rispetto per paura di parlare, o di creare problemi, o porre realmente fine a un rapporto che non dà la reciprocità che dovrebbe.

È doloroso, oh sì, lo è.

Pure i rapporti insoddisfacenti lo sono.

Le delusioni continue.

La fiducia malriposta.

È tutto molto doloroso.

Ma se continuare a sopportarlo o meno, siamo noi a deciderlo.

Siamo noi a sapere se lo “meritiamo” o no.

Forse sono esagerata, le persone sbagliano, non possono essere all’altezza delle mie aspettative…

Ecco. Le aspettative.

Se ti aspetti mediocrità, quello avrai.

Pure in ambito di amicizia, vogliamo davvero che un amico sia colui che ti dà per scontato, che si è talmente abituato alla nostra presenza, da non apprezzarla più?

Se questo è quello che accettiamo, se fondiamo la nostra conoscenza dell’affettività su rapporti disparitari viziati e non appaganti, quello avremo.

Ho sempre pensato che, perdendo una persona, fossi io quella che ci rimetteva di più.

Ultimamente, no.

Ultimamente credo sia veritiero anche il detto “Chi non ti ama, non ti merita”, ovvero non ti capisce, non ti sa apprezzare, non si rendo conto di quello che potrebbe avere.

Quindi, perché dovrei essere io ad agire?

Perché abbiamo rinunciato pure alla cavalleria, alla galanteria, al corteggiamento?

Perché pensiamo di non meritarli più, di dover per forza darsi da fare, patire, subire un rapporto e non sceglierselo deliberatamente?

Meritiamo di essere trattate da DONNE.

Qualcuno me l’ha detto:

«Sei una donna, fatti trattare da tale»

Mentre mi toglieva di mano le valigie che volevo a tutti i costi portare da sola.

Stupita, da quelle piccole attenzioni che non si ricordano nemmeno più, perché cadute nella nostra quotidiana disabitudine.

Abbiamo messo da parte i privilegi che comporta l’essere donna, in nome di una parità di sessi che sottintende una contraddizione implicita.

Ci hanno creati diversi.

SIAMO diversi.

Questa cosa qui dell’indipendenza, dell’autosufficienza del femminismo, dell’emancipazione, l’abbiamo recepita male.

Non significa di certo rinunciare ad esserlo, donne, femmine, con onori e oneri.

E non contrasta per forza con l’autonomia e l’emancipazione.

Abbiamo i nostri “ruoli”, attitudini diverse, palese inferiorità fisica.

Il barattolo riesco pure ad aprirmelo da sola, ma quanto è più bello potertelo chiedere e sapere che dall’altra parte c’è una risposta entusiasta, un qualcuno che non vede l’ora di esserti di aiuto, di fare l’uomo di casa, di prendersi cura di te. Perché meritiamo qualcuno che si prenda cura di noi e dobbiamo permetterglielo.

Allo stesso modo, io ti posso pure invitare a uscire con me, e sicuramente tu mi diresti di sì, ma perché dovrei farlo?

Perché dovrei rinunciare al mio “ruolo” di preda che ha già scelto? Che lascia a lui il piacere della conquista, l’illusione di avercela fatta, mentre invece io ti avevo già puntato da prima che tu ti accorgessi di me, e avevo giurato che saresti stato mio.

Abbiamo permesso a noi stesse di convincerci di non meritare più la cavalleria, la galanteria, il corteggiamento.

Che fossero superati, desueti, non più importanti.

Invece, io me lo merito un cazzo di invito a cena.

Un uomo che non è in grado di alzare un dito per comporre un numero, non merita di certo che io gli faccia alzare altro.

Me la merito una cazzo di telefonata.

Mi merito una grandiosa “botta”, ma anche il prima e il dopo.

Mi merito il mare. 

Le domeniche al mare, le passeggiate, il mano nella mano, i giochi, le discussioni, le coccole, i confronti, i salti mortali per riuscire a vedersi, i compromessi, le rinunce, le conquiste, la cura, l’affetto, l’Amore, mi merito TUTTO.

Merito di essere amata liberamente.

Adesso sono sola, è vero, ma non me ne dispiace.

Perché ho ben chiaro quello che finora mi è stato offerto.

E non perdo più tempo, pensieri, parole, opere e omissioni per chi non lo merita.

Non aspetto, non chiedo, non cerco di convincere, non supplico, non abbasso l’asticella.

Meglio niente, che meglio di niente.

Finalmente SO quel che merito io.

E tu, cosa pensi di meritare?

 

 

”Io sono un esperto di menefreghismo.

Il segreto è smettere di preoccuparsi per la salute delle chiappe degli altri e cominciare seriamente a pensare a quello che vuoi tu,

a quello che tu meriti e a quello che il mondo ti deve, capito?!”

Bender