GLI EX FILES

C’è stato un tempo in cui ci raccontavamo quanto fosse indispensabile conoscere TUTTO sul passato dei nostri uomini.

Su ogni singola precedente relazione.

Sapere ogni dettaglio delle loro Ex, del PERCHÉ lo erano diventate, COSA non aveva funzionato, DOVE risiedevano le colpe.

Furbamente ci serviva per prendere subito le distanze da certi, eventuali, comportamenti sbagliati di costoro.

«Ah no, io non sono per niente così!»

Comprendere quel che ai nostri uomini proprio non aggradava per evitare di farli scappare.

Capire nello specifico il tipo di rapporto che avevano nella testa per riuscire a incarnarlo al meglio.

Annotare quello che proprio detestavano, evitando di metterlo in atto.

Per mostrare loro quanto noi fossimo migliori e proprio più giuste, integerrime, perfette per loro.

«Figurati, a me non importa nulla se non mi chiami per tre giorni! Il calcetto? Ma ci puoi andare quando vuoi! Che problema c’è??»

(False. Falsissime)

Poi qualcosa è cambiato.

Almeno in me.

Innanzitutto interpretare un ruolo non mi si addice, è estenuante, poi non sono capace.

Perché, se non mi chiami per tre giorni, io mi incazzo eccome e te lo dico pure, e sticazzi se ti infastidisci.

Perché come sono, con quei quattro pregi e millemila difetti, ti deve essere chiaro fin da subito. E io devo avere chiaro CHI sei tu.

Per valutare se le nostre idiosincrasie possano riuscire a conciliarsi. Se vogliamo, davvero, farle convivere.

Inoltre, ormai se sento parlare di Ex, fare paragoni con l’Ex, rimarcare l’Ex, mi si attiva l’allarme fuga nel cervello.

E i motivi sono molteplici.

Parole cariche di astio mi spaventano.

I vari “Troia”, “Puttana” et similia che utilizzate per dipingere le vostre precedenti compagne di vita non mi fanno sentire rassicurata, non mi affrancano dalla paura che sia permaso qualsiasi tipo di affetto recondito.

Tutt’altro.

Li trovo sgradevoli e poi mi rammentano che l’odio è un sentimento molto simile all’amore: entrambi determinano una discreta fissazione per l’oggetto della nostra attenzione, un vivo attaccamento, un qualcosa che proprio non si vuole lasciare andare, seppur dannosa per noi.

A tal proposito, vorrei pure biasimare le fanciulle che per sentirsi very faighe utilizzano simpatiche frasi per dimostrare che non rosicano delle nuove liasons dei propri ex, del tipo:

“Non sono gelosa se vedo il mio ex con un’altra. La mamma mi ha insegnato che devo dare i giocattoli usati alle bambine meno fortunate”.

Perché vorrei ricordare loro che tutti siamo il “trastullo dismesso” di qualcun altro, per dire.

Un buon esempio è il caso di quel tale che appena conosciuto e in un contesto tutt’altro che romantico, ha iniziato a parlarmi di lei.

I cavoli miei li racconto a tre persone contate, invece ho capito che in giro c’è un gran desiderio di raccontarsi, ma in quel momento mi sono limitata a compiacermi per la fiducia che, pur non conoscendomi, lui aveva riposto in me.

Ingenua.

Quando ho avuto modo di approfondire la conoscenza, ho capito che non ero affatto speciale, non ispiravo confidenze intime, non aveva visto in me chissà che, no. Semplicemente, lui aveva bisogno di parlare di lei, solo lei, continuamente lei.

E lo lasciai coi suoi monologhi e la sua ossessione.

Attenzione, non sto dicendo che non si debba condividere, raccontarsi, confrontarsi, anzi.

Probabilmente oggi siamo il prodotto del nostro vissuto. Una versione migliorata (o peggiorata) di noi stessi vergini.

Analizzare gli accadimenti pregressi può far bene e io potrei pure raccontarti quanto siano stati stronzi quelli prima di te, ma sarebbe davvero la verità?

O sarebbe un racconto di parte, datato ma, ben più importante, contestualizzato a quel rapporto. Frutto di me e lui. E di me e di lui di quel determinato momento.

Magari un lui che riusciva a tirare fuori il peggio di me o un rapporto logorato nel quale ogni sciocchezza diveniva pretesto di battaglie infime e mutismo. O due caratteri incompatibili che non sapevano lasciarsi stare o, ancora, un tiepido interesse bilaterale mascherato da passione, per farsi compagnia.

Potrebbe sul serio dirti CHI sono io?
Potresti davvero avere una visione completa e obiettiva di quel che potremmo essere NOI?

Che senso ha sdoganare Ex Files se magari, insieme a te, io potrei scoprire di essere più o meno tollerante di quanto sia mai stata; più o meno accomodante di quanto non avrei mai immaginato; più o meno felice di quanto non ci è dato sapere, se non ci impegniamo per scoprirlo.

Al netto di tutti i nostri Ex e dei comportamenti precedenti.

In questi termini, potremmo anche parlarne.

Ma mi chiedo quanto possa essere utile all’economia della relazione.

E sarebbe un altro tipo di parlare, rispetto a quelli che non hanno altri argomenti, che trovano il pretesto per infilare dentro il discorso il suo (di lei) nome, un qualsivoglia aneddoto, o addirittura mostrarti delle sue (di lei) foto per elogiarne la bellezza (successo, successo, successo, successo, ho vinto qualche cosa??)

In questi casi, Signori/e, c’è un bel cazzo di problema.

In questi casi, miei/e cari/e, ci sono Ex Files belli aperti.

Quando invece dovrebbero essere archiviati e, non dico cestinati, ma almeno secretati.

In questi casi, belli de casa, state da soli, ve ne prego.

Analizzate, rimuginate, arrabbiatevi, da soli.

Rimarcate, paragonate, additate, da soli.

Valutate, capite e, se è il caso, rimediate.

Soprattutto, capite il vero motivo per il quale questi Ex Files sono ancora aperti.

Se c’è ancora un sentimento o se li usate come un (s)comodo pretesto.

Ho spesso coltivato discrete ossessioni per Ex (o “mai stati”) soltanto per tenere occupato il mio muscolo cardiaco e/o, peggio, per evitare di lasciarmi andare. Per far finta che non ci fosse posto per qualcun altro. Per tenermi al riparo dal dolore ma anche dalla felicità.

Perché il passato, per quanto doloroso, fa molta meno paura dell’ignoto, di quel che potrebbe essere.

Scoprirlo e ammetterlo a me stessa è stato devastante.

Dopo, però, mi sono sentita nuova, libera e con un mucchio di spazio.

Spazio pulito e senza ombre.

Spazio da riempire con qualche nuova ossessione, attaccamento, lasciarsi andare e non lasciarsi stare.

Ma in positivo.

 

 

 

È da parecchio tempo che non dedico un articolo a qualcuno:

A Te. Per avermi fatto capire.

UFFICIO PSICOSI, PATURNIE & PIP*E MENTALI

Gli uomini li invidio, lo dico sempre. Vivono in maniera mooolto più serena di noi.

Ed è abbastanza inutile che ci incaponiamo coi vari “Non mi capisce!”.

No, non capiscono perché, semplicemente, sono fatti in maniera diversa. Più semplice, appunto.

Viceversa, è anche abbastanza complicato tentare di far comprendere loro quante e quali paturnie possano aggirarsi mediamente nella testa di una donna sapiens.

Ci tengo a dire che non tutte sono paranoiche, però di donne ne conosco parecchie e so di quali elucubrazioni mentali siamo capaci, di quanto sia copiosa la produzione di pugnette immaginarie che tanto ci contraddistingue e che a loro è totalmente sconosciuta.

Tutte quel che a noi appare montagna, per loro è insignificante.

Quindi è altresì difficile spiegare ai maschietti il perché di scenate leggendarie per (ad esempio) una chiamata mancata o un messaggio rimasto inascoltato.

Non lo sanno, loro, che durante quell’attesa nella nostra mente c’è stata una creazione monumentale di pip*e mentali a carattere catastrofico.

Io donna sono e con le donne parlo e, a volte, rimango pur’io stupita di come e quanto riusciamo a partorire l’inimmaginabile, la prospettiva più catastrofica, il rintorcinamento meningeo che più può portare al peggiore scenario possibile.

E ci crediamo.

E ce ne convinciamo.

(spesso ci prendiamo pure. Ma forse questo non è il caso di dirlo…)

E agiamo di conseguenza.

Ed è un’operazione estremamente complessa dissuaderci che i nostri pensieri sono solo quello: pensieri. Non la realtà.

Prendiamo come esempio un’abitudine maschile, ahimè, abbastanza diffusa che ormai viene chiamata col termine raffinato di ghosting, mentre l’azione che sottintende non lo è affatto, ovvero sparire. Sparire vigliaccamente e – quasi sempre – il giorno dopo.

Analizziamo i fatti:

Lui è una profusione di galanteria e carinerie fino al momento clou.  Poi “Chi l’ha visto?” e contattiamo la Sciarelli.

(e non mi venite a dire che gli uomini non lo fanno, per favore. Ci sono uomini che lo fanno tutti i giorni. Oggi ci assumiamo tutte le nostre responsabilità di genere: le donne sono psicotiche e gli uomini sono bastardi. Non tutte/i, ma buona parte. Amen)

È sparito.

La logica, questa sconosciuta, imporrebbe un’evidente conclusione:

È sparito perché è uno stronzo! Chi altri compie un’azione così meschina, da codardi, viscidi, manipolatori?

Uno STRONZO!! No?

È lampante!

Manco per niente.

Nella mente della femmina paranoica e paturniosa si forma un unico e nitido convincimento:

No, è sparito perché sicuramente gli ho fatto schifo.

Non avete idea di quante volte abbia udito questa “logica” conclusione. Di quanto spesso abbia rimbrottato alcune mie amiche con frasi cariche di ironia e biasimo.

Mentre commentavo mentalmente con un:

«Cazzo, ma siamo proprio tutte psicopatiche uguali

Perché io, anni fa, ho fatto pure di peggio.

Non solo ho pensato che il bastardo in questione mi avesse trovata talmente rivoltante da dileguarsi, ma ho cercato pure le prove a favore della mia tesi.

Sono andata a chiedere a un amico se fosse possibile un’erezione con una che ti fa schifo (l’ho fatto davvero, giuro).

Lui, naturalmente e con semplicità, mi ha dapprima chiesto l’ovvio:

«Perché dovrei andare con una che mi fa schifo, scusa?»

Giusta osservazione.

Sarebbe finita lì e non sarebbe nemmeno cominciata, se io fossi stata un tantinello più equilibrata e razionale.

Ma non era questo il caso.

«Che ne so?? Perché magari “pare brutto”. Ti ci trovi e ci devi andare!»

Lui, sempre più perplesso, ci ha iniziato a ragionare:

«Boh… Magari facendo un miscuglio di Edwige Fenech, Charlize Theron, tette, culi e lesbicate nella testa… Chiudendo gli occhi, forse, potrei riuscire a eccitarmi»

«Ah!»

«Eh…»

«Quindi ce la potresti fare?»

«Volendo, penso di sì. Ma mi chiedo sempre perché dovrei»

«Quindi, praticamente, mi stai dicendo che io, da oggi in poi, dovrò convivere con un’altra paturnia, ovvero che – forse – a tutti quelli che sono stati con me, c’è la possibilità che facessi schifo ma sono comunque riusciti nell’impresa grazie a film mentali ben più benefici dei nostri??»

«Certo. È proprio esattamente quello che ho detto. Testuale…»

«Ho capito! Però è possibile, no??»

«Tu ci andresti con uno che non ti piace?»

«Certo che no!»

«Perché allora pensi che dovrebbe farlo un uomo, scusa?»

«Ah…»

«Eh!»

Ecco.

Immaginatevi una cosa del genere.

Nella nostra testa.

Tutti i giorni.

Sempre.

…capito?

Magari siamo davvero tutte psicopatiche, tutte uguali, tutte paranoiche e paturniose.

Magari è il motore dell’insicurezza a muovere le nostre azioni oppure la voglia di cercare una spiegazione a quello che non riteniamo possibile, né accettabile.

Magari siamo talmente abituate ad affidarci al nostro sesto senso da crederlo infallibile.

Quell’istinto, quasi una garanzia, che ci danno di corredo assieme alle tette e che ci aiuta sempre.

O magari siamo solo pazze.

Decisamente, siamo pazze.

Purtroppo, a volte siamo pure pazze di voi.

E questo peggiora di molto le cose.

 

Se vuoi liberarti dalle paturnie, finisci di leggere qui.

Non andare oltre.

Sul serio.

Se prosegui, lo fai a tuo rischio, psicosi e pericolo.

Ok?

Smetti qui.

Stai continuando a leggere?

Ti ho detto di smettere!!

Vabbè, fai come ti pare, io ti ho avvisata

 

Siamo pazze, l’ho premesso. O magari ci piace definirci così,

La verità vera che avvalora la nostra produzione di pugnette, che ci fa osannare il nostro sesto senso e la nostra lungimiranza è che difficilmente sbagliamo.

Sì, l’ho detto.

Se ci si insinua un piccolo pensiero nel punto più profondo dell’amigdala e lì stanzia e si attiva in determinate circostanze e ci dà un segnale, un motivo c’è. Poco da fare.

Non so dirvi le volte che, a posteriori, mi sono detta: «Avevo ragione io!» quando tutti mi additavano come una paranoica.

E sempre, giuro SEMPRE, avrei preferito sbagliarmi.

Avrei preferito essere smentita e accusarmi di essere una visionaria furiosa sceneggiatrice di catastrofi.

Invece, molto spesso, i disegni che avevo creato nella mia testa sulla base di pochissime e apparentemente insignificanti sfumature, che sembravano tratti da Beautiful, non solo risultavano veritieri, ma erano anche esattamente come li avevo concepiti.

È una dote, o una maledizione, fate voi.

Quel nostro percepire e registrare ogni minuscolerrimo cambiamento, un’inflessione della voce, un piccolo accenno e tutto il linguaggio non verbale e riuscire a cogliere uno stato d’animo perfino da come è scritto un sms.

E poi immagazzinare, ricordare, collegare il tutto e ottenere un risultato, una spiegazione. Che stanno lì, in attesa della verifica. O della smentita.

Vorrei cullarmi nella tranquillità del “non sapere e non capire” essere meno empatica, sensibile e recettiva.

Ma ho una maledizione e difficilmente sbaglio.

E quando si affannano a mentirmi?

Rido molto.

 

«Io vado pazza per Tiffany: specie in quei giorni in cui mi prendono le paturnie».
«Vuol dire quando è triste?»
«No… Uno è triste perché si accorge che sta ingrassando, o perché piove. Ma è diverso. No, le paturnie sono orribili: è come un’improvvisa paura di non si sa che. È mai capitato a Lei? In questi casi mi resta solo una cosa da fare: prendere un taxi e correre da Tiffany. È un posto che mi calma subito, quel silenzio e quell’aria solenne: lì non può accaderti niente di brutto. Se io trovassi un posto a questo mondo che mi facesse sentire come da Tiffany…
Comprerei i mobili e darei al gatto un nome».

Colazione da Tiffany

 

 

«La lupa, la anziana, quella che sa, è dentro di noi. Fiorisce nella psiche più profonda dell’anima delle donne, l’antica e vitale Donna Selvaggia. Lei descrive la sua casa come quel luogo nel tempo dove lo spirito delle donne e lo spirito dei lupi entrano in contatto. È il punto nel quale l’Io e il Tu si baciano, il luogo nel quale le donne corrono coi lupi (…)»

Clarissa Pinkola Estés

 

TORNANO TUTTI

Tornano tutti.

Lo sostengo da sempre e l’ho appurato innumerevoli volte.

Tornano tutti.

Basta aspettare.

O, meglio, basta non aspettare.

Basta andare avanti con la propria vita, affrancandosi dal pensiero di costoro, scordandosene.

Loro non si scorderanno.

 “Chi l’ha visto?” potrebbe campare per decine di puntate sulle mie spalle.

Me la figuro pure la Sciarelli, nella sua impeccabile compostezza, ad annunciare:

«Oggi, e nelle settimane a venire, ci occuperemo di tutti i pretendenti di BB spariti nel nulla. Che fine hanno fatto? Chi li ha visti? Perché lei non li ha proprio più sentiti!».

«Sciarelli, questi sono scomparsi da un giorno all’altro! Io non gli ho fatto niente, giuro!»

Più o meno così.

Nel mio lungo curriculum sentimentale, annovero infiniti quanto inequivocabili dileguamenti sine verbo.

Inaspettati e apparentemente immotivati.

Che lasciano deluse, sgomente, arrabbiate.

E, purtroppo, anche tutta una serie di interrogativi che difficilmente trovano spiegazioni.

«Ma non è che gli è successo qualcosa? Una si preoccupa pure! Magari gli mando un messaggio, giusto per sapere se sta bene…»

Voci nella testa in coro: «No!»

Sciarelli: «NO!»

Telefonata da casa: «No!»

BB: «Uffa, che palle»

In questi casi – in effetti –  è opportuno rispondere col silenzio a queste azioni vigliacche e immature.

Basta andare avanti.

Basta non pensarci.

Basta pazientare.

Questo silenzio viene rotto da un messaggio, un tentativo di riavvicinamento, un tastare il terreno, un… ma che vuoi? Adesso ti ricordi di me…?

Che hai fatto?

Non mi pare tu ti sia preoccupato per la mia di salute.

E poi perché prodursi nello squallido numero del fantasma?

Che senso ha?

Basta pazientare.

Perché torneranno.

Tornano sempre.

Tornano TUTTI.

A produrre testimonianza della loro presenza con un messaggio, una telefonata, quando non importa più riceverli.

Allora, sì.

Allora sarebbero stati graditi, vitali, sicuramente importanti.

Da quella riva del fiume sulle quale amo sedermi, li vedo passare, uno ad uno.

Tornano sempre.

Tornano TUTTI.

Tornano quando non te ne frega proprio più un cazzo.

E ogni volta quando accade, ogni benedetta volta, reagisco sempre allo steso modo.

Rido.

Ma oggi, no.

Oggi questo ritorno, che si somma a tutti gli altri, non mi fa sorridere.

Oggi mi fa incazzare.

Ci hanno insegnato che “In amore vince chi fugge”. Grossa cazzata.

Non ho mai considerato attraente rincorrere, né tantomeno essere rincorsa.

Quando percepisco un allontanamento, mi allontano a mia volta. D’istinto, per difesa, perché credo che in amore vinca chi si viene incontro.

Ed è per questo che mi hanno iniziato a infastidire i ritorni. Perché se io mi allontano, non lo faccio per gioco o per testare la veridicità del detto della fuga. Se mi allontano è perché non mi trovo più bene dove sto.

Se mi allontano, dopo che ho provato in tutti i modi a stare vicino a qualcuno, non mi interessa essere rincorsa, perché non mi interessa più quella vicinanza.

Se tenete a distanza qualcuno e questi vi asseconda, quindi si distacca, fino ad andarsene, poi per quale motivo cercate di colmare quella lontananza che voi stessi avete creato?

Gente,

uomini, donne, grandi, piccini, gay, etero, pansessuali, vi devo proprio dire una cosa:

quando decidete deliberatamente di ripiombare nella vita di qualcuno, rubando le stupende parole di una mia cara amica, ricordate che state compiendo solo un gesto egoistico.

Magari avete quel senso di colpa che non si placa, be’, dovete tenervelo.

Non è compito dell’altra persona fare i conti con i vostri mostri. Anche se, probabilmente, l’ha già fatto.

Quando decidete di spezzare il salvifico silenzio che si interpone fra di voi, dovete considerare che nella maggior parte dei casi, non otterrete quel che avreste voluto.

Quindi, evitate.

Ammetto che la mia autostima fa la ola per ogni vostro ritorno, per ogni gesto di riavvicinamento, ma non basta.

Ricordiamoci tutti che:

Tornato tutti;

Tornano tutti, mordendosi le mani;

Tornano tutti quando sarebbe bastato semplicemente non allontanarsi affatto;
La vendetta sovente arriva quando non ci pensiamo più e, spessissimo, senza fare nulla;
Il Karma è micidiale.

E, più importante di tutto:
Le persone bisogna apprezzarle quando le abbiamo a fianco e non solo una volta perse.

Ci potevate e dovevate pensare prima.

Quindi, occhio a quel che fate, perché prima o poi, vi attaccherete tutti al Karma.

LA DONNA SCIMMIA E L’UOMO RAGNO

«Le donne sono come le scimmie: non lasciano mai un ramo prima di averne afferrato un altro».

Questa è una delle massime di un mio amico. Massima che, nel corso degli anni, ci ha fatto discutere parecchio, incazzare e litigare. Misogina, politicamente scorretta e volgarotta, alla quale ho sempre ribattuto con dei convinti:

«E allora io, scusa?? Ti sembro una scimmia?? Vedi rami in giro??»

Tesi che veniva avvalorata da lui facendomi di volta in volta freschi esempi di reciproche conoscenze che, con una cadenza commovente, saltavano di ramo in ramo, senza neanche passare dal “Via”.

Alla fine, siamo giunti all’accordo che gli è concesso recitarla, modificando l’incipit in “Alcune donne”.

Sono certa che ne conoscete di “Donne Scimmia” (“DS”, d’ora in poi): sono quelle che non restano mai sole, quelle che apparentemente trovano il coraggio o l’input di lasciare l’amore infelice solo se ne hanno già pronto uno di scorta, o la fortuna di trovare un altro grande amore all’indomani della fine di una storia.

O sono di innamoramento facile, o qual è la verità?

Non si tratta di innamorarsi di un’altra persona, è questo il punto. Quello capita e non è prevedibile, né sindacabile.

Sembrerebbe che le DS siano innamorate dell’Amore. E che questo le spinga a raccattare qualsiasi esponente maschile sembri loro donargliene anche solo un pochino.

Mi sono chiesta se fosse un’usanza tutta femminile, o se anche nella fauna maschile ci fossero esemplari accecati dalla vita di coppia, il “Noi”, il condividere sempre, comunque e ad ogni costo.

Non so se un uomo abbia la sensibilità (o il sesto senso?) necessari a percepire un pericolo imminente, se non gli viene manifestato apertamente.

Mi è capitato spesso di sentirgli riferire che LEI gli avesse detto di non essere pronta. Ma loro lo sanno che una neo single va evitata?

Invece, so per certo che qualsiasi donna sana di mente e con un pizzico di amor proprio ha cognizione che è assolutamente sconsigliabile frequentare un uomo fresco di rottura, ma che bisogna rispettare religiosamente  i tempi di quello che io chiamo il “Periodo Refrattario”.

Più il rapporto defunto è stato lungo, più tempo occorrerà al maschio per ristabilirsi, superare e – soprattutto –  essere pronto e consapevole per una nuova liason.

«Da quanto ti sei lasciato?»

«Un mese…»

«Ok, ci rivediamo tra un paio di anni»

Una cosa così.

Questo perché nel post-rottura gli uomini appaiono estremamente fragili, spesso incazzati, ma di sicuro non sufficientemente lucidi per buttarsi in una nuova storia. A meno che non si amino i disastri annunciati. O si abbia l’istinto della Crocerossina (uccidetelo, per favore!).

Alla prospettiva di una frequentazione con un neo-scapolo, una donna saggia, cosciente e consapevole, scappa. Perché sa quello a cui andrebbe incontro.

Ed è qui che entra in scena “L’Uomo Ragno”(“UR”, d’ora in poi).

Il subdolo predatore circuisce la propria preda avviluppandola in una tela fatta di rassicurazioni, conferme, belle parole e buone intenzioni. Nega qualsiasi tipo di “deficienza” sentimentale, afferma di essere nel pieno possesso delle sue facoltà intellettive e affettive, proclama amore solo per lei che ha scacciato via tutti i brutti ricordi.

Mente.

E la donna diventa DS in un’altra accezione, ovvero “Donna Scema”, perché si fa fregare, convincere, mentre finisce pian piano intrappolata del bieco ordito.

Passerà poco tempo perché l’UR manifesterà tutti i sintomi precedentemente negati e scapperà a tessere un’altra tela.

O, passerà molto tempo, finché lo stesso non troverà pronta un’altra preda da avvolgere nel caldo imbroglio dell’amore a tutti i costi.

Ora, io non so dirvi se la DS quanto l’UR siano mossi da buone intenzioni o da mero egoismo.

Se provino davvero una qualche specie di sentimento o se debbano soddisfare a discapito di altri il loro disperato bisogno di amore.

Però mi rimane difficile credere che abbiano SEMPRE il gran culo di imbattersi in un grande amore, di avere più anime gemelle che amici, di essere sempre ricambiati e mai rifiutati e viceversa.

E poi nutro particolare diffidenza per chi non è in grado di stare da solo/a.

Se potessi farlo senza incorrere in denunce, vi riporterei nomi e cognomi di svariate DS e molteplici UR che conosco – direttamente e non – così, giusto per mettervi in guardia da loro.

Perché, purtroppo, il problema fondamentale è che costoro non nuocciono quasi mai a loro stessi, ma agli altri.

Sfruttando, spesso, un sentimento sincero o simulando di provarlo.

Ho avuto a che fare con un UR dal quale ero subito scappata, per le motivazioni di cui sopra. Poi lui ha saputo tessere così bene, da farmi cadere in una ragnatela tanto bella, quanto frangibile.

Ha fatto male realizzare che lui non teneva a me, BB, in quanto tale, ma solo in qualità di femmina che gli è venuta in mente in quel momento, che era libera, disponibile, soggiogabile.

Che non ero “quella che lui voleva”, ma che servivo a soddisfare un suo preciso bisogno di coppia.

Che se ci fosse stata un’altra al mio posto, non avrebbe fatto alcuna differenza.

Questo è devastante. Questo fa capire quanto le DS e gli UR siano dannosi per sé e per gli altri.

Non dimostrano Amor proprio perché si “concedono” a tutti. Fanno diventare “Amore della vita” il primo che capita, nutrono le proprie insicurezze con l’affetto e le attenzioni altrui.

E nessuno merita di essere il “ramo” o il “bozzolo” di qualcun altro, solo perché è quello/a al momento disponibile. Quello/a che è passato/a.

Bisognerebbe dividere la vita con qualcuno che ne valga la pena, che si voglia davvero e non per dovere sociale o esigenza.

E, prima di questo, bisognerebbe iniziare a innamorarsi di se stessi.

Per non nuocere né a sé, né agli altri.

 

TI MERITI IL MARE

«La qualità delle tue relazioni riflette quello che credi di meritare».

Questa frase qui, in diverse salse e rivisitazioni, l’ho sentita non so quante volte.

Ogni volta ho pensato frettolosamente che non fosse proprio così e sono andata oltre.

Nell’ultimo periodo mi è stata riproposta, in maniera diretta e non, e mi ci sono soffermata di più.

Ho cominciato a ragionarci davvero, a cercare di capire se e quando ne abbia avuto conferma di veridicità.

Potremmo scomodare la LoA, la psicologia e la sua “profezia che si auto avvera”,  ma è tutto molto più semplice:

«La qualità delle tue relazioni riflette quello che credi di meritare».

Se credi di meritare molto, quello avrai.

Se abbassi l’asticella delle pretese, ti accontenti, ti fai bastare la miseria, quello avrai.

Se ritieni di non essere degno di ciò che vorresti, desideri e ti auspichi, quello otterrai.

Se banchetti con le briciole, anziché ambire a un pasto migliore o preferire il digiuno in assenza di esso, le briciole saranno quel che penserai di meritare. Nulla di più.

Se ti racconti che nessuno mai potrebbe interessarsi a te, nessuno ti farà compagnia.

Se ti barrichi nel castello della tua solitudine, sarai il solo guardiano di te stesso.

Se ritieni accettabile essere una seconda scelta, una riserva, una tantum lo sarai.

Se ti fai bastare un rapporto superficiale, piuttosto che niente, delle limitazioni che contrastano con quel che vuoi davvero, delle etichette quali “solo sesso”, “solo quando non ho di meglio”, “solo quando va a me”, quello sarai.

Ho pensato a tutte le infinite volte in cui mi sono accusata (ed ero pure convinta) di aver sbagliato io ad agire o a comportarmi in una certa maniera.

Quanto mi sia incaponita, abbia giustificato, abbia lasciato correre, pienamente cosciente che NON era quello che volevo.

Quanto mi sia raccontata che le mie esigenze non fossero importanti, fossero dettagli, che il poco fosse comunque meglio di niente.

No, meglio niente!
Piuttosto che qualcosa che tradisca le nostre speranze.

A quanto spesso avessi forzato le cose nel sentire o nel vedere qualcuno, quasi “costringendolo”, quasi supplicandolo, non considerando che ME LO MERITO, eccome, uno non veda l’ora di vedermi, sentirmi, amarmi.

A un certo punto, abbiamo ritenuto che fosse “normale”attendere accanto a un telefono.

Accontentarsi dei ritagli di tempo, orari ben precisi, scampoli di momenti.

Rinunciare ad ambire a un rapporto pulito, semplice, paritario.

Abbiamo addirittura deciso che l’Amore, l’affetto, i sentimenti, fossero un qualcosa di cui dovessimo quasi vergognarci, un impedimento che rovina tutto, emozioni da non rivelare mai che poi – oh – scappa, non mi vuole più, si spaventa.

Non meritiamo TUTTI di essere amati?

Perché rinunciarci?

A tutto questo, a tutto quello che non ci fa stare bene, in pace, felice, occorre dire NO.

Rifiutare tutto quel che sia al di sotto delle nostre aspettative, di come intendiamo i rapporti, di quello che vogliamo ricevere.

Magari coscientemente nessuno si aspetta di essere maltrattato o tradito, che debba essere così una relazione.

Non meritavo le sparizioni.

Non meritavo di essere la seconda scelta o quella di riserva.

Non meritavo di essere lasciata per telefono, senza troppi complimenti.

Tutta questa gente qui, non meritava le mie lacrime, né le mie attenzioni, le cure, l’affetto, l’ostinazione.

Troppe volte abbiamo dato una possibilità a chi offriva miseria, perché – in fondo – era meglio di niente.

Permesso pedissequamente palesi mancanze di rispetto per paura di parlare, o di creare problemi, o porre realmente fine a un rapporto che non dà la reciprocità che dovrebbe.

È doloroso, oh sì, lo è.

Pure i rapporti insoddisfacenti lo sono.

Le delusioni continue.

La fiducia malriposta.

È tutto molto doloroso.

Ma se continuare a sopportarlo o meno, siamo noi a deciderlo.

Siamo noi a sapere se lo “meritiamo” o no.

Forse sono esagerata, le persone sbagliano, non possono essere all’altezza delle mie aspettative…

Ecco. Le aspettative.

Se ti aspetti mediocrità, quello avrai.

Pure in ambito di amicizia, vogliamo davvero che un amico sia colui che ti dà per scontato, che si è talmente abituato alla nostra presenza, da non apprezzarla più?

Se questo è quello che accettiamo, se fondiamo la nostra conoscenza dell’affettività su rapporti disparitari viziati e non appaganti, quello avremo.

Ho sempre pensato che, perdendo una persona, fossi io quella che ci rimetteva di più.

Ultimamente, no.

Ultimamente credo sia veritiero anche il detto “Chi non ti ama, non ti merita”, ovvero non ti capisce, non ti sa apprezzare, non si rendo conto di quello che potrebbe avere.

Quindi, perché dovrei essere io ad agire?

Perché abbiamo rinunciato pure alla cavalleria, alla galanteria, al corteggiamento?

Perché pensiamo di non meritarli più, di dover per forza darsi da fare, patire, subire un rapporto e non sceglierselo deliberatamente?

Meritiamo di essere trattate da DONNE.

Qualcuno me l’ha detto:

«Sei una donna, fatti trattare da tale»

Mentre mi toglieva di mano le valigie che volevo a tutti i costi portare da sola.

Stupita, da quelle piccole attenzioni che non si ricordano nemmeno più, perché cadute nella nostra quotidiana disabitudine.

Abbiamo messo da parte i privilegi che comporta l’essere donna, in nome di una parità di sessi che sottintende una contraddizione implicita.

Ci hanno creati diversi.

SIAMO diversi.

Questa cosa qui dell’indipendenza, dell’autosufficienza del femminismo, dell’emancipazione, l’abbiamo recepita male.

Non significa di certo rinunciare ad esserlo, donne, femmine, con onori e oneri.

E non contrasta per forza con l’autonomia e l’emancipazione.

Abbiamo i nostri “ruoli”, attitudini diverse, palese inferiorità fisica.

Il barattolo riesco pure ad aprirmelo da sola, ma quanto è più bello potertelo chiedere e sapere che dall’altra parte c’è una risposta entusiasta, un qualcuno che non vede l’ora di esserti di aiuto, di fare l’uomo di casa, di prendersi cura di te. Perché meritiamo qualcuno che si prenda cura di noi e dobbiamo permetterglielo.

Allo stesso modo, io ti posso pure invitare a uscire con me, e sicuramente tu mi diresti di sì, ma perché dovrei farlo?

Perché dovrei rinunciare al mio “ruolo” di preda che ha già scelto? Che lascia a lui il piacere della conquista, l’illusione di avercela fatta, mentre invece io ti avevo già puntato da prima che tu ti accorgessi di me, e avevo giurato che saresti stato mio.

Abbiamo permesso a noi stesse di convincerci di non meritare più la cavalleria, la galanteria, il corteggiamento.

Che fossero superati, desueti, non più importanti.

Invece, io me lo merito un cazzo di invito a cena.

Un uomo che non è in grado di alzare un dito per comporre un numero, non merita di certo che io gli faccia alzare altro.

Me la merito una cazzo di telefonata.

Mi merito una grandiosa “botta”, ma anche il prima e il dopo.

Mi merito il mare. 

Le domeniche al mare, le passeggiate, il mano nella mano, i giochi, le discussioni, le coccole, i confronti, i salti mortali per riuscire a vedersi, i compromessi, le rinunce, le conquiste, la cura, l’affetto, l’Amore, mi merito TUTTO.

Merito di essere amata liberamente.

Adesso sono sola, è vero, ma non me ne dispiace.

Perché ho ben chiaro quello che finora mi è stato offerto.

E non perdo più tempo, pensieri, parole, opere e omissioni per chi non lo merita.

Non aspetto, non chiedo, non cerco di convincere, non supplico, non abbasso l’asticella.

Meglio niente, che meglio di niente.

Finalmente SO quel che merito io.

E tu, cosa pensi di meritare?

 

 

”Io sono un esperto di menefreghismo.

Il segreto è smettere di preoccuparsi per la salute delle chiappe degli altri e cominciare seriamente a pensare a quello che vuoi tu,

a quello che tu meriti e a quello che il mondo ti deve, capito?!”

Bender

 

I CHRISTIAN GREY DE NOANTRI

***EXPLICIT CONTENT***

L’articolo contiene un linguaggio parecchio esplicito. Vi sconsiglio la lettura se siete particolarmente pudichi.

(va da sé, che se leggete poi dopo non vi è concesso lamentarvene, ovvio)

 

Nella mia vita, mi è capitato molto spesso di incontrare esemplari di “Christian Grey de noantri”: i paladini della trombata-fine-a-se-stessa; i promulgatori dello “non stiamo insieme, andiamo solo a letto insieme”; i principi del sesso occasionale o frequente, ma segreto, nessuno deve sapere, perché mica è una cosa seria, ufficiale, mica ci sei solo tu, ma che vòi? I fieri assertori del “Se vuoi, scopiamo e basta. Non aspettarti nulla da me”.

Niente cene, niente cinema, niente Ikea, solo puro e sano sesso senza controindicazioni, da assumere a seconda della necessità, prima, (durante) e dopo i pasti.

Come se fosse una pratica scissa da corpo e mente e non – anzi –  il congiungimento supremo degli stessi.

Non commettete l’errore di illudervi di poterli cambiare, di iniziare un qualcosa sperando che possa evolvere, no. Non si affezionano, non sarete voi la loro donna della vita.

Il preservativo ce l’hanno sul cuore. 

Vi dicono esattamente quello che vogliono e non; non stanno giocando al cacciatore e alla preda che scappa, stanno invece dettando le regole del gioco “Fotti & Via”.

Se cercate del Sesso libero da tutto, perfino dai sentimenti, allora i Christian fanno per voi.

E tutte – almeno una volta nella vita – coscientemente o meno, facendosi male o meno, hanno esperito i servigi del Grey’s  Game: vengo e vado.

Oppure hanno subìto, accettandolo malamente, questo intrattenimento, sperando sempre che si tramutasse in altro. Che progredisse.

Perché, crescendo, abbiamo imparato a giocare con le regole dettate dagli uomini:

Non correre troppo, che si spaventa.

Non chiedere, che scappa.

Non pretendere una cosa seria, che poi non lo vedi più.

Non fargli scenate, che sai quante ne trova?

Non rimproverarlo, non devi fargli da mamma.

Non contraddirlo, potrebbe stranirsi.

Non gli rompere, che si stufa.

Non ti accollare, ci tiene alla sua libertà.

Come se non ci potessimo assolutamente permettere di accampare pretese o manifestare i nostri desideri o disagi.

Come se gli uomini fossero degli esseri così fragili, da distruggersi alla prima apparizione di una richiesta, di un sentimento, di un’attenzione, di una parvenza di relazione.

Come se fosse obbligatorio e doveroso accettare tutte le condotte di cui sopra in nome di cosa? Di sesso segreto? Di “Nessuno deve sapere di noi”? Di uno, due, cento orgasmi?

Questi soggetti che ostentano con fierezza la propria anaffettività congenita o conquistata;

questi “scopatori seriali e incalliti” che non amano, ma trombano forte e con distacco, senza troppa confidenza;

questi collezionisti di donne come se fossero figurine dell’album “Me le sono fatte tutte”;

quelli dei “questo si può, questo proprio no”;

quelli che, un secondo prima, hanno la propria mano nelle tue mutande, ma si guardano bene dallo stringere la tua.

Questi qui, che incarnano lo squallore dei rapporti odierni, questi “Christian Grey de noantri” che si fanno scudo con la loro presunta sofferenza perché – spesso – una donna ha osato essere stronza con loro e quindi loro si vendicano con tutte le altre (Oh, poveri!)

Questi uomini “maneggiare con cura”, se no vado via.

Questi che sanno parlarti solo di quel che ti farebbero, di chi hanno scopato dove-come-quando, di quanto sono bravi, di quanto urlerai.

Quelli che ti mandano orgogliosi la foto del proprio gingillo (che poi, di certi, io non andrei così fiera comunque), dimenticando che l’erotismo vero è fatto di sottintesi. Un corpo nudo non sarà mai eccitante quanto un abbigliamento che fa intravedere, ma non svela del tutto.

Parlare di sesso con dovizia di particolari, per una donna ha lo stesso potere arrapante dell’elenco degli ingredienti della ricetta della torta della nonna.

L’eccitazione femminile è più cerebrale, meno voyeuristica, fomentata da allusioni, ammiccamenti e attesa.

Sai quante ne trova?

E, allora, trovatele per favore.

Arricchite l’album e siatene fieri.

Festeggiate la vostra anoressia di sentimenti, l’inaridimento del vostro cuore, la pochezza della vostra anima.

Curate le vostre ferite a colpi di minchia.

Continuate a vedere le donne esclusivamente come portatrici di patata da gustare, continuate a ignorare, in ognuna di loro, il pensiero, la bellezza, tutto il contorno.

Io ho iniziato un altro album, si chiama “Uomini che frequenterei”.

È abbastanza spoglio, lo ammetto, ma mi sto impegnando per riempirlo.

Perché io, invece, ti frequenterei.

Vorrei poterti chiamare, senza far scattare qualche allarme anti-relazione.

Inviarti messaggi, senza sentirmi patetica e ridicola.

Semplicemente, trascorrere del tempo con te e vedere come va.

Senza ansie, né paletti.

Ti dedicherei del mio tempo, perché mi piace quando sto con te.

Cene, cinema, Ikea, tutto quello che vogliamo.

Ti presenterei ai miei amici, perché c’è una bella differenza tra tenere il segreto ed essere riservati.

Alla riservatezza ci tengo, ma mi piacerebbe pure sbandierare la nostra felicità e condividerla con chi ci vuole bene.

E, sì, vorrei pure far impallidire Anastasia e Christian Grey.

Questo farei.

Questo vorrei fare con te.

Ti frequenterei, con annessi e connessi, gioie e scazzi, finché il “The End” non ci separi.

Perché ti apprezzo tutto e non solo per la tua appendice.

Perché dopo tutto questo trombare, scopare, accoppiarsi, mi piacerebbe incontrare qualcuno che finalmente mi fotta per bene.

Il cervello.

BASTA ASPETTARE (BASTA, ASPETTARE)

Mi hanno suggerito di aspettare.

«Pazienta, BB. Almeno due settimane».

Due settimane?

Non riesco ad aspettare neanche due ore, figuriamoci due settimane!

Quindici giorni, trecentotrentasei ore, vi risparmio i minuti.

Aspettare.

Aspettare non fa per me.

No.

Basta, aspettare.

Aspettiamo anche troppo.

Iniziamo aspettando di crescere, poi viviamo nella perpetua speranza che accada non si sa bene cosa e la aspettiamo tutta la vita che, nel frattempo, passa.

Aspettiamo di vedere che tempo fa al mattino, chi incontreremo, aspettiamo di scoprire chi ci ha telefonato.

Aspettiamo in macchina, aspettiamo in stanze create appositamente per torturarci e farci attendere, denominate“Sale d’attesa”.

Aspettiamo un parcheggio, aspettiamo di tornare a casa, aspettiamo di partire.

Aspettiamo l’estate, poi l’inverno, poi le feste, poi che passino le feste.

Aspettiamo.

Aspettiamo anche troppo.

Il nostro tempo è limitato, è l’unica certezza che abbiamo. Quindi non lo spreco ad attendere incertezze…

«Non è il momento… »

«Io ti aspetto. Se occorre, ti aspetterò tutta la vita…»

Sarebbe terribilmente romantico, vero?

Ti voglio talmente tanto che potrei passare la mia intera esistenza ad attendere il tuo ritorno. Basta aspettare…

Mi è stato anche detto, diverse volte, e, per quanto lusingata da una tale dedizione, l’ho trovato terribile e ho sempre risposto: «Non devi farlo, non si dovrebbe mai aspettare nessuno…»

Lo penso, lo penso davvero. E non si dovrebbe MAI lasciare qualcuno ad aspettarci. Mai. È la forma di egoismo più profonda, sapere che qualcuno sta attendendo un nostro giudizio positivo, una nostra chiamata.

Nulla è più agonizzante di un’anima che attende con speranza un qualcosa che non arriverà mai.

Basta, aspettare.

«Non è il momento… »

Dovrei dirti “Io ti aspetto”? No. “Io ti aspetto” non è per me. “Io ti aspetto” sembra il tempo che passa mentre tu speri che una persona si convinca di volerti . Non è da me. Tu devi desiderarmi sempre. Devi guardarmi e pensare «È lei che voglio! Per un giorno un anno una vita, non lo so, ma voglio lei. Voglio vedere com’è stare con lei. Voglio passare più tempo possibile con lei» . Deve essere così. “Io ti aspetto” è più: “Visto che non ho trovato di meglio, provo con lei. Volevo altro ma non c’è, però c’è lei, vediamo lei”. E io dovrei stare qui ad aspettare che mi scegli per esclusione? No. “Io ti aspetto” non fa per me.

C’è un momento, prima di andartene, in cui speri in un fottutamente romantico: «Ti prego, resta» che ti faccia sentire – finalmente – la protagonista di un romanzetto rosa. Una piccola flebile speranza che ci crede molto più di te. Ma poi muore quando vede l’ennesimo finale triste.

C’è un momento, dopo che te ne vai, un momento la cui durata la decidi tu, in cui rimani fuori la porta ad aspettare di essere rincorso.

«Ti prego, non te ne andare» nei film succede sempre.

Ho aspettato dietro quella porta in silenzio. Ho aspettato da sola in casa accanto a un telefono e a un citofono muti. Ho aspettato per qualsiasi strada che percorressi a piedi. E ho aspettato ai semafori. Ho sperato negli incontri “per caso”, quelli di cui ogni tanto si sente parlare, incontri manipolati dal destino per far ricongiungere due anime. Ho atteso e sperato tutti i giorni.

Gli ho detto che non l’avrei mai fatto, ma l’ho aspettato sempre.

C’è un momento che può durare una vita, in cui fai finta, ma non te ne vai e aspetti qualcuno che forse non tornerà mai.

Ho atteso tanto, invano e sempre con speranza.

Due volte, venti volte, duecento volte. Altro che due settimane.

Finché ho capito che aspettare non fa per me.

Finché ho capito che non si deve mai aspettare nessuno.

Per questo non aspetto più: telefonate, gesti, messaggi, miracoli.

L’unico che merita di essere aspettato è il cameriere al ristorante.

Basta, aspettare.

SIAMO SUPEREROI

Un’altra ragazza si è tolta la vita perché si reputava troppo grassa.

Una ragazza di quindici anni che credeva nel’equazione magro = accettazione e felicità, che non ha retto alle prese in giro e non si amava abbastanza per fregarsene.

Non ho mai avuto un buon rapporto con il mio corpo, ho sofferto di disturbi alimentari e, specchiandomi, biasimo costantemente il mio aspetto.

Sono una taglia 44, ben lontana sia dagli standard delle mannequin, che dall’obesità patologica.

Tutti gli sport praticati non hanno di certo contribuito a formarmi un fisico minuto, come si evince dalle mie spallone da nuotatrice e dalle cosce muscolose.

Sono questa.

Nel mondo dell’autostima elevata mi amerei incondizionatamente ed elogerei. In questo mondo – come molte – insulto i miei rotolini, le braccia, i polpacci e tante altre parti di me “difettate” che non dico, se no, se doveste vedermi, notereste anche voi.

Eppure, ogni tanto, riconosco di essere sicuramente fortunata e, in fondo, pure una bella ragazza.

Ogni tanto.

Per il tempo restante, è tutta una preghiera in cui spero che gli altri non notino quel brufolo, il bozzetto della ciccia, i capelli non perfetti, le occhiaie e un’infinità di altre cose.

Che comunque nessuno mi hai mai fatto notare, anzi.

Sembrano non vederli, mi elogiano, forse perché sono attratti da altro, amano altro, magari anche tutti quegli innumerevoli difetti, che io reputo tali.

Anche se possiamo contare su molte persone che ci ripetono che siamo belle, i giudici ultimi siamo sempre noi stessi e non siamo quasi mai clementi.

Poi accade pure che qualcuno si permetta di giudicarci per il nostro fisico.

Qualche mese fa, avevo indossato un vestito un po’ attillato, per i miei standard, che – chiaramente – sottolineava le mie curve da donna “tanta”. Non osceno, capitemi, ma quel poco fasciante che evidenziava il lato b.

Non ne metto mai così, ma mi piaceva troppo e decisi di osare.

Mi fu riferito che un conoscente, vedendomi, esclamò:

«Fa schifo! Come si fa ad andare in giro così? Guarda quel culone e quelle coscione! Ma non ce l’ha gli specchi a casa??»

Sono una donna adulta, che dovrebbe essere distante dalle turbe adolescenziali, sicura di sé e con un bagaglio di anticorpi per la cattiveria che dovrebbe farmene infischiare di quel che mi viene detto.

“Dovrebbe”…

Quelle parole mi ferirono molto.

Quel vestito non l’ho più messo.

Ogni tanto lo guardo nel mio armadio e mi immagino il mio rotondo sedere che lo riempie, forse pure troppo, con l’eco della parola “Schifo” nelle orecchie.

Sicuramente lo indosserò di nuovo.

Magari quando sarò un pochino più in pace con me stessa, da giudicarmi “passabile”.

La verità è che la gente parla a prescindere, tutti noi giudichiamo e additiamo. Il problema sta nel saper reagire a quello che ci viene detto.

Mi capita spesso di vedere donne non taglia 38 strizzate in leggins succinti e in top corti, dai quali esce la pancia.

Sempre, le invidio e le ammiro.

«Beate loro che se ne fregano!» mi dico.

L’autostima, la sicurezza, l’amor proprio, sono doti che si imparano, che dovrebbero insegnarci fin da piccoli, anziché dirci che è più educato essere dimessi e modesti.

Macché, SIAMO SUPEREROI.

Dovremmo sentirci sempre invincibili e fantastici.

Strafighi.

I più grandi strafighi del mondo.

Dovremmo amarci totalmente, perfino per i nostri umani difetti.

Creare un’autoimmagine di noi stessi soddisfacente e inoppugnabile, che ci renda impermeabile alle critiche.

Tirarcela a non finire.

Capire che non è quel chilo in eccesso a renderci più o meno belli, ma quello che siamo, quello che trasmettiamo, quanto ci amiamo.

Credere in noi stessi sempre, nel nostro culone e nelle nostre rughe.

Specchiarci e iniziare finalmente a elogiare quello che siamo, magari il sorriso, la bocca. Elencare quello che di noi ci piace. Ripeterci che siamo belli e che ci amiamo totalmente.

Fare come quel mio amico che, quando ci prova con una, si dice:

«Guardami, come potrei non piacerle

E non come me che dico:

«Ti pare che questo si può interessare a me?»

SIAMO SUPEREROI.

Che gli altri parlino pure, noi siamo i più bei strafighi del mondo!

Sperando che, prima o poi, iniziamo a crederlo davvero.

 

 

«Uno studio scientifico dimostra che se stai così, in posa da supereroe per cinque minuti prima di un colloquio di lavoro o una prestazione importante o un compito difficile, non solo ti sentirai più sicuro ma la tua prestazione sarà decisamente migliore. Siamo supereroi.

Testa alta, entra nell’arena e affronta il nemico. Combatti finché non puoi combattere più. Mai mollare, mai rinunciare. Mai fuggire, mai arrendersi. Combatti la battaglia giusta. Combatti. Anche quando sembra inevitabile che cadrai in battaglia».

Grey’s Anatomy 11×14

 

 

IL FIDANZATO IMMAGINARIO

L’altro giorno ho ritirato fuori la storia dell’Uomo Invisibile, il mio Fidanzato Immaginario.

Per chi non lo sapesse, è la scusa che adotto per scoraggiare i pretendenti indesiderati che conosco poco e ignorano il mio perpetuo status di zitellaggine:

«Non posso proprio, c’è lui! Altrimenti, guarda, uh! Ci uscivo correndo con te!»

Mi sembra sempre una motivazione più garbata che rispondere: «Con te non ci uscirei neanche se fossi l’ultimo uomo sulla terra» per diversi motivi.

Ma – ahimè – la gentilezza non paga mai…

Nella mia testa da inguaribile ottimista, un uomo dovrebbe desistere e non insistere, sapendo che la fanciulla ha il cuore occupato.

Col cavolo.

Ho imparato, infatti, che al mio Uomo Invisibile mancano di rispetto continuamente, tutti se ne fregano della sua presenza al mio fianco e si ostinano a provarci (se esistessi, ti dovresti incazzare di brutto, te lo dico).

Paradossalmente una donna “impegnata” attrae di più e il motivo è abbastanza intuitivo: perché non può avere grosse pretese.

Nella fattispecie, al soggetto in questione quest’oggi, avevo fatto menzione dell’Uomo Invisibile ancor prima che avanzasse qualsivoglia tipo di invito. Perché l’avevo intuito, sapevo dove sarebbe andato a parare e volevo del tutto evitare.

E invece, niente.

In più, il tizio mi aveva già rivelato la presenza di moglie e prole, però questo non costituiva un ostacolo dal provarci.

La gestione della sua relazione è affar suo e a me non interessa nulla, come si rapporta con me – invece – mi interessa, eccome.

Di base, gli uomini impegnati (a qualsiasi livello) che mi chiedono di uscire, mi stanno sulle palle. Di default.

Si dimostrano irrispettosi non solo delle loro donne, ma anche di me.

Primo perché mi stanno offrendo sveltine, messaggi, telefonate segrete & Co, repertorio completo; secondo perché sottintendono che io sia una che può accettare un tipo di relazione del genere. Sulla base di che cosa non si sa.

In questo caso, oltretutto, pensando pure che sia l’allegra fedifraga che cornifica il suo Uomo con nonchalance (lo sai che non te lo farei mai! ❤)

Per tutti questi motivi, di base, gli uomini impegnati (a qualsiasi livello) che ci provano, mi stanno sulle palle.

Ma ho imparato che, purtroppo, ormai il provarci comunque è un pratica assolutamente ordinaria.

Mi sono abituata a conviverci, senza troppi drammi. Lasciandomi giusto il perenne interrogativo sulla qualità delle relazioni 2.0, un diffuso senso di mestizia, ma anche di affrancamento perché, al momento, non mi riguardano.

Come sembra lecito che tu ci provi, lo è altrettanto che io possa rifiutare.

“Ni”.

Perché, nella maggior parte dei casi, quelli che ci provano comunque, si risentono se tu non ci stai.

E, soprattutto, chiedono spiegazioni.

SPIEGAZIONI.

Quando il buon senso imporrebbe che il solo fatto di essere impegnati, precluda qualsiasi tipo di intrattenimento comune.

O magari no, non ti basta?

Ti ho comunque già detto NO!

Perché te lo devo pure motivare, vuoi un disegno?

In genere, quando rispondo che non mi sembra cortese e rispettoso nei confronti del mio Fidanzato (Immaginario), parte una sequela infinita e sempre uguale, atta a correggere il tiro, di frasette del tipo “Ma che te sei messa in testa??”

«Guarda che hai capito male, mica ho secondi fini, voglio solo fare due chiacchiere, allora con gli amici non ci esci» e blablabla.

Con gli amici esco, sì.

Qui stiamo parlando di uno mai visto e conosciuto che ti invita.

Alzi la mano chi crede che sia per esclusivo scopo amicizia.

Non vi vedo…

La sua argomentazione:

«Perché mica ti ho invitato in albergo

Ah, scusa.

Allora hai ragione tu.

Ho capito male.

Chissà che mi ero messa in testa.

Dovrei perfino ringraziarti e congratularmi per la cortesia dell’invito.

[c’è poco da ridere, uno mi invitò direttamente in albergo, sul serio. Da tenere a mente quando mi dite “Sei troppo prevenuta”]

La sua soluzione:

«Basta non dirglielo! Io a mia moglie mica lo dico!»

Un genio, Signori.

Il Manuale del tradimento Capitolo 1: Non chiedere, non raccontare.

…e la domanda che sorge spontanea: se è una cosa innocente, perché va nascosta??

E quando io mi ritrovo, così, ulteriormente, a ribadire, rimarcare, riaffermare che continua a non sembrarmi una gran furbata, che non mi piace e non mi va di farlo (ma per quale cazzo di motivo mi sto giustificando da tre ore, perché dico io, perché?? Mannaggia a me e la gentilezza!! Che mo gli dico solo “Mi fai schifo e oltretutto sei un gran cafone” così forse capisce!!) arriva – immancabile – la stoccata finale:

«Ah, ecco! Abbiamo una Santa

Ora, io Santa non mi sono mai considerata, anzi.

Credo che a ognuno di noi sia capitato di derogare alla regola aurea di non intraprendere relazioni con gente impegnata, a me di sicuro e, per questo, non mi sono mai sentita né una puttana, né una da applaudire.

È capitato, basta.

Non è di sicuro quello a cui aspiro, né me lo vado a cercare.

Come gestisco la mia vita, le mie relazioni, e gli uomini che scelgo o meno di frequentare, credo siano squisito affar mio.

Soggetti che, per questo, una volta rifiutati, si permettono di appellarmi in un dato modo, o di ricordarmi che “Ogni lasciata è persa” e potrei pentirmene, e che, ben presto, invecchierò e non mi vorrà più nessuno; mi danno conferma non solo della bassa qualità dell’intrattenimento cui sto rinunciando, ma – soprattutto – della bassa qualità della persona.

Infatti, non stare con costoro non l’ho mai considerato un grosso sacrificio.

Come spesso mi accade di fronte a certi individui, non mi faccio prendere dal:

«Ah, adesso gliene dico quattro! Gli faccio vedere io!»

No, non me ne frega niente.

Pensa ciò che vuoi.

La gentilezza a un certo punto la dimentico e ti tratto come meriti.

Un bel fanculo manifesto o sottinteso e saluta moglie e pupi.

Passa alla prossima.

Con cotante armi di seduzione a tua disposizione, sono certa che hai una gran fila da soddisfare.

Comunque, prima o poi, quando diventerò davvero, davvero, cattiva; quel giorno in cui arriverò alla saturazione totale; quando succederà – e succederà – che i sentimenti residui di empatia, gentilezza e “lascia sta” mi abbandoneranno totalmente, io lo farò.

Aspettatevelo, accadrà.

Contatterò una ad una le vostri gentili e ignare compagne.

Così, per vedere che ne pensano loro dell’intera questione.

Sono strasicura che commenteranno tutte (tranne una) con un tranquillo e innocentista:

«Be’? Che male c’è? Mica ti ha invitato in albergo! »