TI MERITI IL MARE

«La qualità delle tue relazioni riflette quello che credi di meritare».

Questa frase qui, in diverse salse e rivisitazioni, l’ho sentita non so quante volte.

Ogni volta ho pensato frettolosamente che non fosse proprio così e sono andata oltre.

Nell’ultimo periodo mi è stata riproposta, in maniera diretta e non, e mi ci sono soffermata di più.

Ho cominciato a ragionarci davvero, a cercare di capire se e quando ne abbia avuto conferma di veridicità.

Potremmo scomodare la LoA, la psicologia e la sua “profezia che si auto avvera”,  ma è tutto molto più semplice:

«La qualità delle tue relazioni riflette quello che credi di meritare».

Se credi di meritare molto, quello avrai.

Se abbassi l’asticella delle pretese, ti accontenti, ti fai bastare la miseria, quello avrai.

Se ritieni di non essere degno di ciò che vorresti, desideri e ti auspichi, quello otterrai.

Se banchetti con le briciole, anziché ambire a un pasto migliore o preferire il digiuno in assenza di esso, le briciole saranno quel che penserai di meritare. Nulla di più.

Se ti racconti che nessuno mai potrebbe interessarsi a te, nessuno ti farà compagnia.

Se ti barrichi nel castello della tua solitudine, sarai il solo guardiano di te stesso.

Se ritieni accettabile essere una seconda scelta, una riserva, una tantum lo sarai.

Se ti fai bastare un rapporto superficiale, piuttosto che niente, delle limitazioni che contrastano con quel che vuoi davvero, delle etichette quali “solo sesso”, “solo quando non ho di meglio”, “solo quando va a me”, quello sarai.

Ho pensato a tutte le infinite volte in cui mi sono accusata (ed ero pure convinta) di aver sbagliato io ad agire o a comportarmi in una certa maniera.

Quanto mi sia incaponita, abbia giustificato, abbia lasciato correre, pienamente cosciente che NON era quello che volevo.

Quanto mi sia raccontata che le mie esigenze non fossero importanti, fossero dettagli, che il poco fosse comunque meglio di niente.

No, meglio niente!
Piuttosto che qualcosa che tradisca le nostre speranze.

A quanto spesso avessi forzato le cose nel sentire o nel vedere qualcuno, quasi “costringendolo”, quasi supplicandolo, non considerando che ME LO MERITO, eccome, uno non veda l’ora di vedermi, sentirmi, amarmi.

A un certo punto, abbiamo ritenuto che fosse “normale”attendere accanto a un telefono.

Accontentarsi dei ritagli di tempo, orari ben precisi, scampoli di momenti.

Rinunciare ad ambire a un rapporto pulito, semplice, paritario.

Abbiamo addirittura deciso che l’Amore, l’affetto, i sentimenti, fossero un qualcosa di cui dovessimo quasi vergognarci, un impedimento che rovina tutto, emozioni da non rivelare mai che poi – oh – scappa, non mi vuole più, si spaventa.

Non meritiamo TUTTI di essere amati?

Perché rinunciarci?

A tutto questo, a tutto quello che non ci fa stare bene, in pace, felice, occorre dire NO.

Rifiutare tutto quel che sia al di sotto delle nostre aspettative, di come intendiamo i rapporti, di quello che vogliamo ricevere.

Magari coscientemente nessuno si aspetta di essere maltrattato o tradito, che debba essere così una relazione.

Non meritavo le sparizioni.

Non meritavo di essere la seconda scelta o quella di riserva.

Non meritavo di essere lasciata per telefono, senza troppi complimenti.

Tutta questa gente qui, non meritava le mie lacrime, né le mie attenzioni, le cure, l’affetto, l’ostinazione.

Troppe volte abbiamo dato una possibilità a chi offriva miseria, perché – in fondo – era meglio di niente.

Permesso pedissequamente palesi mancanze di rispetto per paura di parlare, o di creare problemi, o porre realmente fine a un rapporto che non dà la reciprocità che dovrebbe.

È doloroso, oh sì, lo è.

Pure i rapporti insoddisfacenti lo sono.

Le delusioni continue.

La fiducia malriposta.

È tutto molto doloroso.

Ma se continuare a sopportarlo o meno, siamo noi a deciderlo.

Siamo noi a sapere se lo “meritiamo” o no.

Forse sono esagerata, le persone sbagliano, non possono essere all’altezza delle mie aspettative…

Ecco. Le aspettative.

Se ti aspetti mediocrità, quello avrai.

Pure in ambito di amicizia, vogliamo davvero che un amico sia colui che ti dà per scontato, che si è talmente abituato alla nostra presenza, da non apprezzarla più?

Se questo è quello che accettiamo, se fondiamo la nostra conoscenza dell’affettività su rapporti disparitari viziati e non appaganti, quello avremo.

Ho sempre pensato che, perdendo una persona, fossi io quella che ci rimetteva di più.

Ultimamente, no.

Ultimamente credo sia veritiero anche il detto “Chi non ti ama, non ti merita”, ovvero non ti capisce, non ti sa apprezzare, non si rendo conto di quello che potrebbe avere.

Quindi, perché dovrei essere io ad agire?

Perché abbiamo rinunciato pure alla cavalleria, alla galanteria, al corteggiamento?

Perché pensiamo di non meritarli più, di dover per forza darsi da fare, patire, subire un rapporto e non sceglierselo deliberatamente?

Meritiamo di essere trattate da DONNE.

Qualcuno me l’ha detto:

«Sei una donna, fatti trattare da tale»

Mentre mi toglieva di mano le valigie che volevo a tutti i costi portare da sola.

Stupita, da quelle piccole attenzioni che non si ricordano nemmeno più, perché cadute nella nostra quotidiana disabitudine.

Abbiamo messo da parte i privilegi che comporta l’essere donna, in nome di una parità di sessi che sottintende una contraddizione implicita.

Ci hanno creati diversi.

SIAMO diversi.

Questa cosa qui dell’indipendenza, dell’autosufficienza del femminismo, dell’emancipazione, l’abbiamo recepita male.

Non significa di certo rinunciare ad esserlo, donne, femmine, con onori e oneri.

E non contrasta per forza con l’autonomia e l’emancipazione.

Abbiamo i nostri “ruoli”, attitudini diverse, palese inferiorità fisica.

Il barattolo riesco pure ad aprirmelo da sola, ma quanto è più bello potertelo chiedere e sapere che dall’altra parte c’è una risposta entusiasta, un qualcuno che non vede l’ora di esserti di aiuto, di fare l’uomo di casa, di prendersi cura di te. Perché meritiamo qualcuno che si prenda cura di noi e dobbiamo permetterglielo.

Allo stesso modo, io ti posso pure invitare a uscire con me, e sicuramente tu mi diresti di sì, ma perché dovrei farlo?

Perché dovrei rinunciare al mio “ruolo” di preda che ha già scelto? Che lascia a lui il piacere della conquista, l’illusione di avercela fatta, mentre invece io ti avevo già puntato da prima che tu ti accorgessi di me, e avevo giurato che saresti stato mio.

Abbiamo permesso a noi stesse di convincerci di non meritare più la cavalleria, la galanteria, il corteggiamento.

Che fossero superati, desueti, non più importanti.

Invece, io me lo merito un cazzo di invito a cena.

Un uomo che non è in grado di alzare un dito per comporre un numero, non merita di certo che io gli faccia alzare altro.

Me la merito una cazzo di telefonata.

Mi merito una grandiosa “botta”, ma anche il prima e il dopo.

Mi merito il mare. 

Le domeniche al mare, le passeggiate, il mano nella mano, i giochi, le discussioni, le coccole, i confronti, i salti mortali per riuscire a vedersi, i compromessi, le rinunce, le conquiste, la cura, l’affetto, l’Amore, mi merito TUTTO.

Merito di essere amata liberamente.

Adesso sono sola, è vero, ma non me ne dispiace.

Perché ho ben chiaro quello che finora mi è stato offerto.

E non perdo più tempo, pensieri, parole, opere e omissioni per chi non lo merita.

Non aspetto, non chiedo, non cerco di convincere, non supplico, non abbasso l’asticella.

Meglio niente, che meglio di niente.

Finalmente SO quel che merito io.

E tu, cosa pensi di meritare?

 

 

”Io sono un esperto di menefreghismo.

Il segreto è smettere di preoccuparsi per la salute delle chiappe degli altri e cominciare seriamente a pensare a quello che vuoi tu,

a quello che tu meriti e a quello che il mondo ti deve, capito?!”

Bender

 

I CHRISTIAN GREY DE NOANTRI

***EXPLICIT CONTENT***

L’articolo contiene un linguaggio parecchio esplicito. Vi sconsiglio la lettura se siete particolarmente pudichi.

(va da sé, che se leggete poi dopo non vi è concesso lamentarvene, ovvio)

 

Nella mia vita, mi è capitato molto spesso di incontrare esemplari di “Christian Grey de noantri”: i paladini della trombata-fine-a-se-stessa; i promulgatori dello “non stiamo insieme, andiamo solo a letto insieme”; i principi del sesso occasionale o frequente, ma segreto, nessuno deve sapere, perché mica è una cosa seria, ufficiale, mica ci sei solo tu, ma che vòi? I fieri assertori del “Se vuoi, scopiamo e basta. Non aspettarti nulla da me”.

Niente cene, niente cinema, niente Ikea, solo puro e sano sesso senza controindicazioni, da assumere a seconda della necessità, prima, (durante) e dopo i pasti.

Come se fosse una pratica scissa da corpo e mente e non – anzi –  il congiungimento supremo degli stessi.

Non commettete l’errore di illudervi di poterli cambiare, di iniziare un qualcosa sperando che possa evolvere, no. Non si affezionano, non sarete voi la loro donna della vita.

Il preservativo ce l’hanno sul cuore. 

Vi dicono esattamente quello che vogliono e non; non stanno giocando al cacciatore e alla preda che scappa, stanno invece dettando le regole del gioco “Fotti & Via”.

Se cercate del Sesso libero da tutto, perfino dai sentimenti, allora i Christian fanno per voi.

E tutte – almeno una volta nella vita – coscientemente o meno, facendosi male o meno, hanno esperito i servigi del Grey’s  Game: vengo e vado.

Oppure hanno subìto, accettandolo malamente, questo intrattenimento, sperando sempre che si tramutasse in altro. Che progredisse.

Perché, crescendo, abbiamo imparato a giocare con le regole dettate dagli uomini:

Non correre troppo, che si spaventa.

Non chiedere, che scappa.

Non pretendere una cosa seria, che poi non lo vedi più.

Non fargli scenate, che sai quante ne trova?

Non rimproverarlo, non devi fargli da mamma.

Non contraddirlo, potrebbe stranirsi.

Non gli rompere, che si stufa.

Non ti accollare, ci tiene alla sua libertà.

Come se non ci potessimo assolutamente permettere di accampare pretese o manifestare i nostri desideri o disagi.

Come se gli uomini fossero degli esseri così fragili, da distruggersi alla prima apparizione di una richiesta, di un sentimento, di un’attenzione, di una parvenza di relazione.

Come se fosse obbligatorio e doveroso accettare tutte le condotte di cui sopra in nome di cosa? Di sesso segreto? Di “Nessuno deve sapere di noi”? Di uno, due, cento orgasmi?

Questi soggetti che ostentano con fierezza la propria anaffettività congenita o conquistata;

questi “scopatori seriali e incalliti” che non amano, ma trombano forte e con distacco, senza troppa confidenza;

questi collezionisti di donne come se fossero figurine dell’album “Me le sono fatte tutte”;

quelli dei “questo si può, questo proprio no”;

quelli che, un secondo prima, hanno la propria mano nelle tue mutande, ma si guardano bene dallo stringere la tua.

Questi qui, che incarnano lo squallore dei rapporti odierni, questi “Christian Grey de noantri” che si fanno scudo con la loro presunta sofferenza perché – spesso – una donna ha osato essere stronza con loro e quindi loro si vendicano con tutte le altre (Oh, poveri!)

Questi uomini “maneggiare con cura”, se no vado via.

Questi che sanno parlarti solo di quel che ti farebbero, di chi hanno scopato dove-come-quando, di quanto sono bravi, di quanto urlerai.

Quelli che ti mandano orgogliosi la foto del proprio gingillo (che poi, di certi, io non andrei così fiera comunque), dimenticando che l’erotismo vero è fatto di sottintesi. Un corpo nudo non sarà mai eccitante quanto un abbigliamento che fa intravedere, ma non svela del tutto.

Parlare di sesso con dovizia di particolari, per una donna ha lo stesso potere arrapante dell’elenco degli ingredienti della ricetta della torta della nonna.

L’eccitazione femminile è più cerebrale, meno voyeuristica, fomentata da allusioni, ammiccamenti e attesa.

Sai quante ne trova?

E, allora, trovatele per favore.

Arricchite l’album e siatene fieri.

Festeggiate la vostra anoressia di sentimenti, l’inaridimento del vostro cuore, la pochezza della vostra anima.

Curate le vostre ferite a colpi di minchia.

Continuate a vedere le donne esclusivamente come portatrici di patata da gustare, continuate a ignorare, in ognuna di loro, il pensiero, la bellezza, tutto il contorno.

Io ho iniziato un altro album, si chiama “Uomini che frequenterei”.

È abbastanza spoglio, lo ammetto, ma mi sto impegnando per riempirlo.

Perché io, invece, ti frequenterei.

Vorrei poterti chiamare, senza far scattare qualche allarme anti-relazione.

Inviarti messaggi, senza sentirmi patetica e ridicola.

Semplicemente, trascorrere del tempo con te e vedere come va.

Senza ansie, né paletti.

Ti dedicherei del mio tempo, perché mi piace quando sto con te.

Cene, cinema, Ikea, tutto quello che vogliamo.

Ti presenterei ai miei amici, perché c’è una bella differenza tra tenere il segreto ed essere riservati.

Alla riservatezza ci tengo, ma mi piacerebbe pure sbandierare la nostra felicità e condividerla con chi ci vuole bene.

E, sì, vorrei pure far impallidire Anastasia e Christian Grey.

Questo farei.

Questo vorrei fare con te.

Ti frequenterei, con annessi e connessi, gioie e scazzi, finché il “The End” non ci separi.

Perché ti apprezzo tutto e non solo per la tua appendice.

Perché dopo tutto questo trombare, scopare, accoppiarsi, mi piacerebbe incontrare qualcuno che finalmente mi fotta per bene.

Il cervello.

BASTA ASPETTARE (BASTA, ASPETTARE)

Mi hanno suggerito di aspettare.

«Pazienta, BB. Almeno due settimane».

Due settimane?

Non riesco ad aspettare neanche due ore, figuriamoci due settimane!

Quindici giorni, trecentotrentasei ore, vi risparmio i minuti.

Aspettare.

Aspettare non fa per me.

No.

Basta, aspettare.

Aspettiamo anche troppo.

Iniziamo aspettando di crescere, poi viviamo nella perpetua speranza che accada non si sa bene cosa e la aspettiamo tutta la vita che, nel frattempo, passa.

Aspettiamo di vedere che tempo fa al mattino, chi incontreremo, aspettiamo di scoprire chi ci ha telefonato.

Aspettiamo in macchina, aspettiamo in stanze create appositamente per torturarci e farci attendere, denominate“Sale d’attesa”.

Aspettiamo un parcheggio, aspettiamo di tornare a casa, aspettiamo di partire.

Aspettiamo l’estate, poi l’inverno, poi le feste, poi che passino le feste.

Aspettiamo.

Aspettiamo anche troppo.

Il nostro tempo è limitato, è l’unica certezza che abbiamo. Quindi non lo spreco ad attendere incertezze…

«Non è il momento… »

«Io ti aspetto. Se occorre, ti aspetterò tutta la vita…»

Sarebbe terribilmente romantico, vero?

Ti voglio talmente tanto che potrei passare la mia intera esistenza ad attendere il tuo ritorno. Basta aspettare…

Mi è stato anche detto, diverse volte, e, per quanto lusingata da una tale dedizione, l’ho trovato terribile e ho sempre risposto: «Non devi farlo, non si dovrebbe mai aspettare nessuno…»

Lo penso, lo penso davvero. E non si dovrebbe MAI lasciare qualcuno ad aspettarci. Mai. È la forma di egoismo più profonda, sapere che qualcuno sta attendendo un nostro giudizio positivo, una nostra chiamata.

Nulla è più agonizzante di un’anima che attende con speranza un qualcosa che non arriverà mai.

Basta, aspettare.

«Non è il momento… »

Dovrei dirti “Io ti aspetto”? No. “Io ti aspetto” non è per me. “Io ti aspetto” sembra il tempo che passa mentre tu speri che una persona si convinca di volerti . Non è da me. Tu devi desiderarmi sempre. Devi guardarmi e pensare «È lei che voglio! Per un giorno un anno una vita, non lo so, ma voglio lei. Voglio vedere com’è stare con lei. Voglio passare più tempo possibile con lei» . Deve essere così. “Io ti aspetto” è più: “Visto che non ho trovato di meglio, provo con lei. Volevo altro ma non c’è, però c’è lei, vediamo lei”. E io dovrei stare qui ad aspettare che mi scegli per esclusione? No. “Io ti aspetto” non fa per me.

C’è un momento, prima di andartene, in cui speri in un fottutamente romantico: «Ti prego, resta» che ti faccia sentire – finalmente – la protagonista di un romanzetto rosa. Una piccola flebile speranza che ci crede molto più di te. Ma poi muore quando vede l’ennesimo finale triste.

C’è un momento, dopo che te ne vai, un momento la cui durata la decidi tu, in cui rimani fuori la porta ad aspettare di essere rincorso.

«Ti prego, non te ne andare» nei film succede sempre.

Ho aspettato dietro quella porta in silenzio. Ho aspettato da sola in casa accanto a un telefono e a un citofono muti. Ho aspettato per qualsiasi strada che percorressi a piedi. E ho aspettato ai semafori. Ho sperato negli incontri “per caso”, quelli di cui ogni tanto si sente parlare, incontri manipolati dal destino per far ricongiungere due anime. Ho atteso e sperato tutti i giorni.

Gli ho detto che non l’avrei mai fatto, ma l’ho aspettato sempre.

C’è un momento che può durare una vita, in cui fai finta, ma non te ne vai e aspetti qualcuno che forse non tornerà mai.

Ho atteso tanto, invano e sempre con speranza.

Due volte, venti volte, duecento volte. Altro che due settimane.

Finché ho capito che aspettare non fa per me.

Finché ho capito che non si deve mai aspettare nessuno.

Per questo non aspetto più: telefonate, gesti, messaggi, miracoli.

L’unico che merita di essere aspettato è il cameriere al ristorante.

Basta, aspettare.

SIAMO SUPEREROI

Un’altra ragazza si è tolta la vita perché si reputava troppo grassa.

Una ragazza di quindici anni che credeva nel’equazione magro = accettazione e felicità, che non ha retto alle prese in giro e non si amava abbastanza per fregarsene.

Non ho mai avuto un buon rapporto con il mio corpo, ho sofferto di disturbi alimentari e, specchiandomi, biasimo costantemente il mio aspetto.

Sono una taglia 44, ben lontana sia dagli standard delle mannequin, che dall’obesità patologica.

Tutti gli sport praticati non hanno di certo contribuito a formarmi un fisico minuto, come si evince dalle mie spallone da nuotatrice e dalle cosce muscolose.

Sono questa.

Nel mondo dell’autostima elevata mi amerei incondizionatamente ed elogerei. In questo mondo – come molte – insulto i miei rotolini, le braccia, i polpacci e tante altre parti di me “difettate” che non dico, se no, se doveste vedermi, notereste anche voi.

Eppure, ogni tanto, riconosco di essere sicuramente fortunata e, in fondo, pure una bella ragazza.

Ogni tanto.

Per il tempo restante, è tutta una preghiera in cui spero che gli altri non notino quel brufolo, il bozzetto della ciccia, i capelli non perfetti, le occhiaie e un’infinità di altre cose.

Che comunque nessuno mi hai mai fatto notare, anzi.

Sembrano non vederli, mi elogiano, forse perché sono attratti da altro, amano altro, magari anche tutti quegli innumerevoli difetti, che io reputo tali.

Anche se possiamo contare su molte persone che ci ripetono che siamo belle, i giudici ultimi siamo sempre noi stessi e non siamo quasi mai clementi.

Poi accade pure che qualcuno si permetta di giudicarci per il nostro fisico.

Qualche mese fa, avevo indossato un vestito un po’ attillato, per i miei standard, che – chiaramente – sottolineava le mie curve da donna “tanta”. Non osceno, capitemi, ma quel poco fasciante che evidenziava il lato b.

Non ne metto mai così, ma mi piaceva troppo e decisi di osare.

Mi fu riferito che un conoscente, vedendomi, esclamò:

«Fa schifo! Come si fa ad andare in giro così? Guarda quel culone e quelle coscione! Ma non ce l’ha gli specchi a casa??»

Sono una donna adulta, che dovrebbe essere distante dalle turbe adolescenziali, sicura di sé e con un bagaglio di anticorpi per la cattiveria che dovrebbe farmene infischiare di quel che mi viene detto.

“Dovrebbe”…

Quelle parole mi ferirono molto.

Quel vestito non l’ho più messo.

Ogni tanto lo guardo nel mio armadio e mi immagino il mio rotondo sedere che lo riempie, forse pure troppo, con l’eco della parola “Schifo” nelle orecchie.

Sicuramente lo indosserò di nuovo.

Magari quando sarò un pochino più in pace con me stessa, da giudicarmi “passabile”.

La verità è che la gente parla a prescindere, tutti noi giudichiamo e additiamo. Il problema sta nel saper reagire a quello che ci viene detto.

Mi capita spesso di vedere donne non taglia 38 strizzate in leggins succinti e in top corti, dai quali esce la pancia.

Sempre, le invidio e le ammiro.

«Beate loro che se ne fregano!» mi dico.

L’autostima, la sicurezza, l’amor proprio, sono doti che si imparano, che dovrebbero insegnarci fin da piccoli, anziché dirci che è più educato essere dimessi e modesti.

Macché, SIAMO SUPEREROI.

Dovremmo sentirci sempre invincibili e fantastici.

Strafighi.

I più grandi strafighi del mondo.

Dovremmo amarci totalmente, perfino per i nostri umani difetti.

Creare un’autoimmagine di noi stessi soddisfacente e inoppugnabile, che ci renda impermeabile alle critiche.

Tirarcela a non finire.

Capire che non è quel chilo in eccesso a renderci più o meno belli, ma quello che siamo, quello che trasmettiamo, quanto ci amiamo.

Credere in noi stessi sempre, nel nostro culone e nelle nostre rughe.

Specchiarci e iniziare finalmente a elogiare quello che siamo, magari il sorriso, la bocca. Elencare quello che di noi ci piace. Ripeterci che siamo belli e che ci amiamo totalmente.

Fare come quel mio amico che, quando ci prova con una, si dice:

«Guardami, come potrei non piacerle

E non come me che dico:

«Ti pare che questo si può interessare a me?»

SIAMO SUPEREROI.

Che gli altri parlino pure, noi siamo i più bei strafighi del mondo!

Sperando che, prima o poi, iniziamo a crederlo davvero.

 

 

«Uno studio scientifico dimostra che se stai così, in posa da supereroe per cinque minuti prima di un colloquio di lavoro o una prestazione importante o un compito difficile, non solo ti sentirai più sicuro ma la tua prestazione sarà decisamente migliore. Siamo supereroi.

Testa alta, entra nell’arena e affronta il nemico. Combatti finché non puoi combattere più. Mai mollare, mai rinunciare. Mai fuggire, mai arrendersi. Combatti la battaglia giusta. Combatti. Anche quando sembra inevitabile che cadrai in battaglia».

Grey’s Anatomy 11×14

 

 

IL FIDANZATO IMMAGINARIO

L’altro giorno ho ritirato fuori la storia dell’Uomo Invisibile, il mio Fidanzato Immaginario.

Per chi non lo sapesse, è la scusa che adotto per scoraggiare i pretendenti indesiderati che conosco poco e ignorano il mio perpetuo status di zitellaggine:

«Non posso proprio, c’è lui! Altrimenti, guarda, uh! Ci uscivo correndo con te!»

Mi sembra sempre una motivazione più garbata che rispondere: «Con te non ci uscirei neanche se fossi l’ultimo uomo sulla terra» per diversi motivi.

Ma – ahimè – la gentilezza non paga mai…

Nella mia testa da inguaribile ottimista, un uomo dovrebbe desistere e non insistere, sapendo che la fanciulla ha il cuore occupato.

Col cavolo.

Ho imparato, infatti, che al mio Uomo Invisibile mancano di rispetto continuamente, tutti se ne fregano della sua presenza al mio fianco e si ostinano a provarci (se esistessi, ti dovresti incazzare di brutto, te lo dico).

Paradossalmente una donna “impegnata” attrae di più e il motivo è abbastanza intuitivo: perché non può avere grosse pretese.

Nella fattispecie, al soggetto in questione quest’oggi, avevo fatto menzione dell’Uomo Invisibile ancor prima che avanzasse qualsivoglia tipo di invito. Perché l’avevo intuito, sapevo dove sarebbe andato a parare e volevo del tutto evitare.

E invece, niente.

In più, il tizio mi aveva già rivelato la presenza di moglie e prole, però questo non costituiva un ostacolo dal provarci.

La gestione della sua relazione è affar suo e a me non interessa nulla, come si rapporta con me – invece – mi interessa, eccome.

Di base, gli uomini impegnati (a qualsiasi livello) che mi chiedono di uscire, mi stanno sulle palle. Di default.

Si dimostrano irrispettosi non solo delle loro donne, ma anche di me.

Primo perché mi stanno offrendo sveltine, messaggi, telefonate segrete & Co, repertorio completo; secondo perché sottintendono che io sia una che può accettare un tipo di relazione del genere. Sulla base di che cosa non si sa.

In questo caso, oltretutto, pensando pure che sia l’allegra fedifraga che cornifica il suo Uomo con nonchalance (lo sai che non te lo farei mai! ❤)

Per tutti questi motivi, di base, gli uomini impegnati (a qualsiasi livello) che ci provano, mi stanno sulle palle.

Ma ho imparato che, purtroppo, ormai il provarci comunque è un pratica assolutamente ordinaria.

Mi sono abituata a conviverci, senza troppi drammi. Lasciandomi giusto il perenne interrogativo sulla qualità delle relazioni 2.0, un diffuso senso di mestizia, ma anche di affrancamento perché, al momento, non mi riguardano.

Come sembra lecito che tu ci provi, lo è altrettanto che io possa rifiutare.

“Ni”.

Perché, nella maggior parte dei casi, quelli che ci provano comunque, si risentono se tu non ci stai.

E, soprattutto, chiedono spiegazioni.

SPIEGAZIONI.

Quando il buon senso imporrebbe che il solo fatto di essere impegnati, precluda qualsiasi tipo di intrattenimento comune.

O magari no, non ti basta?

Ti ho comunque già detto NO!

Perché te lo devo pure motivare, vuoi un disegno?

In genere, quando rispondo che non mi sembra cortese e rispettoso nei confronti del mio Fidanzato (Immaginario), parte una sequela infinita e sempre uguale, atta a correggere il tiro, di frasette del tipo “Ma che te sei messa in testa??”

«Guarda che hai capito male, mica ho secondi fini, voglio solo fare due chiacchiere, allora con gli amici non ci esci» e blablabla.

Con gli amici esco, sì.

Qui stiamo parlando di uno mai visto e conosciuto che ti invita.

Alzi la mano chi crede che sia per esclusivo scopo amicizia.

Non vi vedo…

La sua argomentazione:

«Perché mica ti ho invitato in albergo

Ah, scusa.

Allora hai ragione tu.

Ho capito male.

Chissà che mi ero messa in testa.

Dovrei perfino ringraziarti e congratularmi per la cortesia dell’invito.

[c’è poco da ridere, uno mi invitò direttamente in albergo, sul serio. Da tenere a mente quando mi dite “Sei troppo prevenuta”]

La sua soluzione:

«Basta non dirglielo! Io a mia moglie mica lo dico!»

Un genio, Signori.

Il Manuale del tradimento Capitolo 1: Non chiedere, non raccontare.

…e la domanda che sorge spontanea: se è una cosa innocente, perché va nascosta??

E quando io mi ritrovo, così, ulteriormente, a ribadire, rimarcare, riaffermare che continua a non sembrarmi una gran furbata, che non mi piace e non mi va di farlo (ma per quale cazzo di motivo mi sto giustificando da tre ore, perché dico io, perché?? Mannaggia a me e la gentilezza!! Che mo gli dico solo “Mi fai schifo e oltretutto sei un gran cafone” così forse capisce!!) arriva – immancabile – la stoccata finale:

«Ah, ecco! Abbiamo una Santa

Ora, io Santa non mi sono mai considerata, anzi.

Credo che a ognuno di noi sia capitato di derogare alla regola aurea di non intraprendere relazioni con gente impegnata, a me di sicuro e, per questo, non mi sono mai sentita né una puttana, né una da applaudire.

È capitato, basta.

Non è di sicuro quello a cui aspiro, né me lo vado a cercare.

Come gestisco la mia vita, le mie relazioni, e gli uomini che scelgo o meno di frequentare, credo siano squisito affar mio.

Soggetti che, per questo, una volta rifiutati, si permettono di appellarmi in un dato modo, o di ricordarmi che “Ogni lasciata è persa” e potrei pentirmene, e che, ben presto, invecchierò e non mi vorrà più nessuno; mi danno conferma non solo della bassa qualità dell’intrattenimento cui sto rinunciando, ma – soprattutto – della bassa qualità della persona.

Infatti, non stare con costoro non l’ho mai considerato un grosso sacrificio.

Come spesso mi accade di fronte a certi individui, non mi faccio prendere dal:

«Ah, adesso gliene dico quattro! Gli faccio vedere io!»

No, non me ne frega niente.

Pensa ciò che vuoi.

La gentilezza a un certo punto la dimentico e ti tratto come meriti.

Un bel fanculo manifesto o sottinteso e saluta moglie e pupi.

Passa alla prossima.

Con cotante armi di seduzione a tua disposizione, sono certa che hai una gran fila da soddisfare.

Comunque, prima o poi, quando diventerò davvero, davvero, cattiva; quel giorno in cui arriverò alla saturazione totale; quando succederà – e succederà – che i sentimenti residui di empatia, gentilezza e “lascia sta” mi abbandoneranno totalmente, io lo farò.

Aspettatevelo, accadrà.

Contatterò una ad una le vostri gentili e ignare compagne.

Così, per vedere che ne pensano loro dell’intera questione.

Sono strasicura che commenteranno tutte (tranne una) con un tranquillo e innocentista:

«Be’? Che male c’è? Mica ti ha invitato in albergo! »

OCCHIO NON VEDE, CUORE-CHE-PULSA NON DUOLE

Sto avendo interessanti dissertazioni a proposito dell’ultimo accesso di WhatsApp, questo diabolico strumento causa di parecchi malesseri nell’era tecnologica.

Io faccio parte di quella schiera di personaggi snob (appellati spesso come “stronzi”) che non solo hanno tolto la visibilità dell’ultimo accesso, ma anche quella di consegna, la famigerata ‘spunta blu’.

Agli occhi di tutti appariamo come loschi figuri con qualcosa da nascondere, ma la verità vera è che la nostra scelta sottintende una dietrologia ben più egoistica a salvaguardia della nostra salute. Soprattutto quella mentale.

Io mi sento affrancata da questa ulteriore ansia di sapere QUANDO è in linea CHI e se abbia letto già, o meno.

Se sceglierà di ignorarmi o mi risponderà lo scoprirò comunque. Perché stressarmi nell’attesa?

E soprattutto: sapere che a tale ora era online, mi rivela con chi? No.

Mi svela cosa si digitassero? Ancora no.

Allora che controllo a fare?

Occhio non vede, cuore-che-pulsa non duole.

Vi dirò di più: so per certo che in sofisticate tecniche di ingelosimento si adotta l’accesso ad minchiam su WhatsApp per far rosicare il partner, tenerlo sulle spine e capire quanto ci tenga.

Se per caso di notte vi svegliate, basterà aprire le conversazioni perché il vostro ultimo accesso venga registrato a quella tale ora. Se al mattino sarete buongiornati da un sobrio “Conchicazzostavichattandoalle4dopochemihaidettocheandaviadormire??”

Saprete con certezza che

geloso/a, quindi ci tiene.

-vi stalkera, quindi vi ama.

Ma che rassicurazioni puo dare il monitoraggio di un orario?

Viceversa, un ingresso cosa dimostra esattamente?

A voi non capita mai di aprire solo per rileggere qualche messaggio?

Io ci passo le ore, mentre qualcuno fantasticherà su chi/cosa/chissà stia facendo.

Ripetiamo insieme: anche se vedo quando è entrato/a su WhatsApp, questo non mi  garantisce inconfutabili prove di (in)fedeltà.

Gente, guarite e oscurate.

Chi vi mette nella condizione di stalkerare per sapere se è sveglio, attivo e vi ignora, non merita che voi perdiate il vostro tempo e i vostri pensieri per lui/lei.

Il tempo va investito CON le persone. E non PER le persone.
È una Campagna BB per il sociale. Abbandona anche tu l’ultimo accesso!

 

PS: comunque si può sempre controllare Messenger. Quello – ahimè – non si può nascondere. 😉

WHAT GOES AROUND COMES AROUND

Stamattina ho avuto ulteriore conferma che “Tornano tutti”. Spessissimo, tornano quando non ce ne frega proprio più niente, e che il Karma è implacabile.

Ma andiamo con ordine…

Diversi anni fa, in una giornata di fine Agosto – come ora – in una mattina pre-partenza impiegata a effettuare gli acquisti dell’ultimo minuto, conobbi un tizio. 

Chiacchierammo un po’ e, infine, ci scambiammo i numeri di telefono. 

Mi disse che gli avrebbe fatto piacere vedermi quella settimana, a cena, ma non era possibile perché io stavo per partire e sarei tornata solo il sabato successivo.

“Allora ci sentiamo quando torni” mi rispose.

Io annuii, senza troppa convinzione.

Trascorsi la mia splendida settimana in Salento, scordandomi completamente di quell’incontro. 

Fino a quel famoso sabato di rientro in cui, mentre ero ancora in viaggio, in macchina, lui mi chiamò per accordarci su quando vederci.

Cavolo, questo è stato una settimana intera a pensare a me!

È interessato. È molto interessato… Fico!

Uscimmo.

Ricordo perfino come ero vestita quella sera: 

un paio di jeans chiari, larghi in fondo, come piacciono a me, che mi stavano da Dio;

un top nero di pizzo che metteva ben in evidenza le gemelle, senza risultare volgare, e che lasciava giusto intravedere il piercing all’ombelico. 

Una zeppa nera con dei fiori bianchi.

I capelli molto lunghi lasciati selvaggi, ricci, 

il mio solito profumo alla vaniglia.

Era stata una serata molto piacevole, all’Isola Tiberina, a bere, rimirar le stelle e raccontarsi.

Una serata di fine Agosto, come adesso.

Alla quale avevano fatto seguito svariati baci della buonanotte, anch’essi belli, con lui che insisteva perché lo seguissi a casa sua. 

Avevo saggiamente declinato.

Dopo questo primo incontro, ci fu circa una settimana di nulla più assoluto, durante la quale io mi ero torturata a dovere e avevo stilato una lunga lista di errori che avevo commesso e svariati difetti che possiedo, a causa dei quali è più che naturale che uno non mi voglia più né vedere, né sentire. 

Avevo sbagliato a non starci, ma no. Questo mi dimostrava solo chiaramente che tipo fosse lui e non mi interessava. O forse sì? 

Paturnie, signori. 

Femminee paturnie a noi purtroppo ben note.

Finché decisi che dovevo dipanare ogni dubbio e sapere la verità, sapere se quella sbagliata fossi io o lui, quindi gli scrissi. 

Lui mi rispose che era mooolto incasinato col lavoro, gli alieni, le partite di calcetto, ecc, ecc… 

Scuse che, negli anni a seguire, ebbi modo di udire più e più volte.

Asserendo che tutti quegli impegni, gli lasciavano libero solo il sabato, e non poteva sciuparsi il sabato sera per uscire con me.

Questo disse.

Lo disse davvero.

Sorrisi e incassai, ma non lo scordai mai.

Aggiunse, inoltre, che quella sera si sentiva particolarmente stanco, dolorante e che avrebbe molto gradito se “qualcuno” fosse andato a casa sua per fargli un bel massaggio.

“Conosci chi potrebbe farlo?” Mi chiese.

Io iniziai ad essere allusiva, stuzzicante, gli dissi che, sì, conoscevo qualcuno molto ben disposto a soddisfare questa sua esigenza.

“Davvero?”

“Ma certo…”

Mi figuro ancora il suo sorrisetto compiaciuto, spento dal mio invito a cercarsi una massaggiatrice tra gli svariati annunci ad uopo presenti ne ‘Il Messaggero’.

Non lo sentii più.

Nel corso di questi anni, ebbi modo di vederlo altre volte, di sfuggita, in diverse circostanze.

Entrambi ci guardammo bene dal rivolgerci la parola.

“Chissà se si ricorda di me?”

Mi sono domandata, in queste occasioni.

Stamani, ho avuto la mia risposta.

All’inizio credevo che scherzasse, che giocasse agli “sconosciuti”, poi ho capito che non aveva la benché minima idea di chi fossi.

Non ricordava di avermi già conosciuta, già baciata, già trattata di merda. 

Non ricordava nulla.

Ma io sì.

Ho riassaporato lo stesso modo di abbordare, neanche affinato dal tempo trascorso, le medesime frasi, battute e complimenti.

Gli anni non lo avevano cambiato, ma a me sì.

Solo per un attimo sono stata tentata di rivelargli chi fossi, ma ho concluso che fosse molto più divertente non farlo. 

O forse sarebbe stato troppo umiliante da sopportare un “Non ricordo” di risposta e non volevo rischiare. 

Gli ho dato giusto un indizio, quando mi ha chiesto che lavoro facessi:

“La massaggiatrice” ho sghignazzato.

Ma lui non ha colto. Ha solo fomentato il suo interesse.

Ho fatto finta di non capire, quando mi ha chiesto – nuovamente-  il numero e ho continuato a farlo parlare, a fargli dare il meglio di sé, in questa complicata jungla dei rapporti umani, in cui un giorno sei cacciatore e l’altro preda.

Mentre aspettavo solo il momento più opportuno per colpire… 

Ha, quindi, dichiarato che gli avrebbe fatto piacere vedermi questa settimana, a cena.

“Ho solo il sabato sera libero…”ho risposto.

“Perfetto. Allora ci vediamo sabato!”

Ho sorriso. 

L’ho scansionato dalla testa ai piedi, lentamente, passandomi la lingua sulle labbra, come una fiera che pregusta il proprio pasto.

Ho puntato i miei occhi dentro i suoi, senza smettere di sorridere. 

Infine gli ho detto: 

“Ma ti pare che spreco il mio sabato sera, per uscire con te??” 😉

LA BARZELLETTA DI RAOUL BOVA 

“No, dài, ti prego! Non è possibileee!!”

Solo questo siamo riuscite a dire in coro la mia amica ed io, alla vista di un Bono Sapiens a noi noto in compagnia di una, anch’ella ben nota, gatta morta. Peraltro detentrice dell’immenso potere di riuscire a rompere enornemente gli zibidei, senza vederli spesso. Peraltro manco bella e no, neanche simpatica.

Eccchecazzo.

Mentre li osservavo, ho dapprima spalancato la bocca, poi ho fatto il labbretto, come una bimba alla quale viene scippato il gioco preferito.

Diciamocelo, la botta è stata tosta, perché lui è il Bono Sapiens del mio cuore, non lo sa nessuno e tutti ne sono coscienti. Perfino noi.

Ho pensato a tutto l’impegno che stavamo profondendo da anni in uno stuzzicamento reciproco che, una volta sfogato, sono certa che produrrebbe più fuochi d’artificio che una notte di San Silvestro.

Tutto il nostro eccitante cercarci e respingerci, condito da sguardi rubati, linguacce sceme, sorrisi che disarmano ogni tattica, e sconfinano con prepotenza la zona di sicurezza nella quale ci trinceriamo saggiamente e vigliaccamente.

Mi sono tornati in mente tutti i discorsi fatti, tutto il suo millantare conquiste e la generosita con la quale si dava e dava… Attenzioni a qualsiasi fanciulla ne richiedesse.

Tutto il senso di inadeguatezza, ben camuffato, che si impadronisce sempre di me in sua presenza. Tutto sostituito da quella immagine che cozzava con ogni pensiero, ogni vanto, ogni logica, ogni speranza.

Anzi, no. La speranza la fomentava pure. Perché se costei è riuscita a stare con lui, speranza ce n’è davvero per tutti.

Eppure succede. 

Ma non a me. 

Queste importanti considerazioni, sono state bloccate dalla domanda della mia amica, basita almeno quanto me:

“BB, ma non dici nulla?”

“Non riesco a dire niente…”

“Tuuu?? Come è possibile??”

“Ho in mente solo la barzelletta di Raoul Bova…”

“Cheee??”

“Sì, dài, la barzelletta di Raoul Bova, Brad Pitt, Patrick Dempsey, chi ti pare. Qualsiasi bono famoso che ti viene in mente”.

“E qual è? ”

“Ci sono una moglie e un marito.

Lei fa a lui: ‘Caro, ma se ti dicessi che sono stata con Raoul Bova, che diresti?’

E lui risponde: ‘Be’, lo guarderei da uomo, e poi gli direi: certo Raoul, fai tanto il figo e poi… Guarda con chi vai!”

I PROFESSIONISTI DELLA CAZZATA & IL FATTORE “PRESA PER IL CULO”

Molti anni or sono, quando ero una ragazza semplice e ingenua, mi imbattei nel mio primo esemplare di Professionista. “Professionista della cazzata”, per la precisione. (PDC, d’ora in poi).

Per quante ne aveva inventate – che mi ci volle molto tempo per decifrare e smaltire – lo soprannominai “Il Genio del Male”. Genio perché – per mentire – occorre davvero una gran mente e una gran memoria; Male perché tutti i comportamenti lesivi della mia persona che attuò, furono del tutto gratuiti.

Mi aprì un mondo che, fino ad allora, ignoravo. Mi insegnò a dubitare, a non credere a tutto quello che mi veniva detto, ad ascoltare le parole, ma – sopra ogni altra cosa – a verificare che a queste seguissero fatti concreti. A osservare le azioni e attenzioni che mi venissero rivolte e mancanza di esse.

E scoprì un nervo nella mia pelle che – tuttora – se toccato, mi irrita come poche altre cose al mondo: tira fuori il mio lato peggiore e tutta la mia ienaggine e bestialità, mi fa tagliare ponti, strade e gallerie con chiunque lo stuzzichi.

Ovvero tutte quelle sensazioni che certe azioni e frasi mi provocano, e che si possono sintetizzare nel “Fattore presa per il culo”(FPPIC).

Ho già spiegato che esistono innumerevoli componenti dell’Esercito degli SS: Scopa & Scappa.

La differenza fondamentale tra i membri dell’SS e i PDC risiede senz’altro nel protrarsi nel Lungo Periodo del FPPIC. Infatti, mentre i primi fuggono all’alba del primo amplesso, i secondi risultano parecchio più subdoli, perché perpetrano il comportamento ingannevole finché più gli aggrada o – più verosimile – finché non vengono smascherati.

Un PDC è per sempre, non ti lascerà mai! E chi glielo fa fare? Spesso ha la botte piena e sette/otto mogli ubriache.

Infatti, pregevoli esempi di uomini dabbene, fieri PDC sono, ad esempio, quelli che conducono due o più vite parallele con compagne ignari.

Ma vi immaginate che fatica?

Recentemente, una mia cara amica ha conosciuto l’uomo perfetto.

Lui ha fatto tutte le mosse giuste, le promesse giuste, le parole giuste, al momento giusto.

Si è presentato come un novello Terence da compatire perché – benché lui e la sua compagna vivessero come fratello e sorella già da tanto – non se la sentiva di lasciarla. Ma lo stava facendo, eh! Mancava poco…

A dire il vero, si erano poi – di fatto – già lasciati, però lei non aveva un posto dove andare e lui, Gran Cuore, non se la sentiva di sfrattarla e consegnarla a un destino da Piccola Fiammiferaia ai bordi delle strade. Porella, che devo fa’?? Solo chi ha un quore, capirà!1!

[Già vista, già sentita. Vi omologate anche le cazzate??]

A parte questo piccolo inconveniente, lui non si scordava mai di ripeterle e dimostrarle quanto fosse importante, quanto si sentisse felice – ora – insieme a lei, e di quanto volesse continuare a renderla felice nei secoli dei secoli, amen. Quanto fosse l’unica donna per lui. Allora dammi il tuo amore e non chiedermi niente e te lo do, sì!

L’uomo perfetto palesava anche un’avversione verso i social network, che lo portava ad essere sprovvisto di account, mentre l’ultimo accesso avveniva sempre e solo con lei. Bravo ragazzo!

Bastava aspettare. Per l’uomo perfetto si aspetta, eccome.

Giuro, sistemo tutto e poi saremo tu ed io. Solo noi due…

Peccato che…

L’account lo avesse eccome (fake chiaramente) e, appena terminato di whatsappare con lei, iniziasse a messengerare con almeno un’altra. Mentre quella “ufficiale”, la quasi-sfrattata, non si sa se fosse consapevole del tutto o meno.

Il colpo di scena vero e proprio, è avvenuto quando la mia amica ha avuto il (dis)piacere di conoscere, per caso (che non è mai a “caso”), una delle altre concubine del PDC-Terence-Poligamo-GranFiglDiPutt.

Immaginate la conversazione:

«Sai, io sto con Gino!»

«Madddaaaiii!! Pure iooo!! Che figataaa!!»

Ecco.

Da lì, hanno iniziato una meticolosa ricostruzione tramite incrocio di date, dati, dettagli, messaggi e telefonate che solo due donne e la CIA possono riuscire a compiere. Ma sulla CIA non sono così sicura.

Ne è uscito che questo Gran Signore, questo Professionista della presa per il culo plurima e continuata, questo moderno Enrico VIII con le mogli tutte vive e tutte con la testa – sebbene infarcita di monnezza – oltre la già citata genialata del mezzo di comunicazione disgiunto, inviava loro gli stessi messaggi, dedicava le stesse canzoni, riciclava le stesse frasette e poesie copia-incolla e gli stessi messaggi vocali, per evitare di sbagliarsi.

[È capitato anche a me. Ragazzi, io ve lo dico: quando inoltrate un messaggio vocale, si vede, è diverso. Così, giusto per farvi capire che forse non siete così tanto furbi come credete.]

Cos’è il genio?

Insomma una sceneggiatura così intricata e contorta che Beautiful scansate proprio.

Quando me l’ha raccontato, credo di essere rimasta a bocca aperta per almeno un paio d’ore. Successivamente, l’unica frase che sono riuscita a proferire in loop è stata: «Nooo… Che schifo! Ma davvero??»

Sì, queste “persone” esistono DAVVERO.

In genere succede così: ci si conosce, ci si frequenta, la cosa può andare o meno, fa parte del gioco. A volte sta bene a entrambi mantenere un profilo “basso”, poco impegno, scialla e easy, come si dice tra i ciovani. Ci sta. È accettabile.

Quello che è inaccettabile, quel che ci tramuta in Cerberi sanguinari assetati di vendetta è, appunto, il FPPIC: promettere, pompare la storia, millantare sentimenti, sciorinare paroloni.

Ingannare, per il solo gusto di farlo.

Allo stesso modo, può capitare che l’interesse scemi, capita, non serve negarlo, è palpabile, è palese.

Perché continuare a oltranza la PPIC?

Per vigliaccheria?

Per non arrecare dispiacere?

E quindi mi state dicendo che arreca meno dispiacere prendere per il culo qualcuno che con voi è sincero?

Mentre i pochi uomini decenti che sono rimasti sono lì a chiedersi perché siamo così prevenute, noi abbiamo dovuto ascoltare gente che paventava trasferimenti e convivenze, gente che – dopo una settimana – voleva presentarci alla madre, gente che “Ci sei solo tu” e lo diceva a una decina, gente che “Ti giuro”…

Noi donne lo sappiamo, il nostro famoso sesto senso è sempre attivo, non servirebbe ingannare, se iniziamo a sentire puzza di bruciato, il nostro uccello è già bello che arrostito.

Tutto questo, fa parte di quella che chiamiamo “Esperienza” che ci educa, ci fa capire e che fa sviluppare in noi un senso critico che ci permette di individuare da subito “Cosa ci farà” l’uomo che abbiamo di fronte.

In teoria.

In pratica è tutt’altra faccenda.

Nonostante la nostra destrezza e l’imperativo di diffidare sempre in attesa di smentita, nonostante l’addestramento atto ad evitare le pallottole e pugnalate dei PDC, spesso, ci caschiamo ancora.

Ci crediamo, ci vogliamo credere.

Ma senza questo bisogno di promettere mari e monti e colline e praterie, dove corrono dolcissime le mie malinconie.

No, non c’è proprio questa necessità.

Il mondo sarebbe un posto migliore se tutti dicessimo la verità.

Invece, ogni giorno ne sento di nuove. Ogni giorno ne capitano di diverse e disgustose, a me, a chi mi è accanto, o di terza e quarta mano, all’amica della cugina, della sorella, della parente…

Se aprissi un contest chiedendo di raccontare episodi simili di degrado umano, sono sicura che sarebbe difficile assegnare il premio del peggiore.

Dopo il “Genio del Male”, ho avuto la fortuna di conoscere innumerevoli PDC.

All’ultimo, in ordine di tempo, esasperata dal protrarsi della PPIC, ho fatto una cosa che non avevo mai fatto nella mia vita: l’ho bloccato. Dal mio profilo personale, dalla pagina, dalle chiamate.

Per poi ricontattarlo, circa un mese dopo, perché dispiaciuta di quella situazione. (non infierite, per favore).

Mi ero detta che, se avesse voluto davvero contattarmi, avrebbe potuto farlo in altra maniera, nonostante i blocchi. In effetti, oggigiorno, esiste un’ampissima offerta comunicativa, che non ci permette mai di sparire del tutto. Aveva a disposizione i vecchi sms, le mail (LE), il blog, perfino l’indirizzo.

Chi lo vuole davvero, sa come trovarti.

C-H-I  L-O  V-U-O-L-E  D-A-V-V-E-R-O.

E invece Puff!

Sparito lui e il suo immenso interesse, così decantato.

Quando gliel’ho chiesto, ha provato a giustificarsi:

«Ma io ti ho chiamato diverse volte! »

«Davvero?»

«Sì, però tu mi avevi bloccato!»

«Il telefono me lo segna se hai provato a chiamarmi, anche se sei bloccato, e di chiamate tue non ce n’è nessuna…»

«…ma ti ho chiamato con l’anonimo

«Ah, ecco. Certo! Però di chiamate perse sconosciute, non mi pare di averne…»

«Eh perché una volta era occupato e altre volte non ti prendeva!»

«Ma guarda caso! »

«Sì, giuro!»

«Davvero?»

«Ma certo!»

«Allora perché non mi mandi lo screeshot delle chiamate che mi avresti fatto? »

«Eh perché… Perché tre settimane fa ho dovuto formattare il telefono e si è cancellato tutto!»

«Ma ari-guarda caso, eh!»

Non me la sono sentita nemmeno di continuare. Non mi andava neanche di ribattere che, secondo una consecutio temporum semplicissima, quelle presunte chiamate sarebbero dovuto risultare in un periodo di tempo inferiore alle famigerate tre settimane. Quindi quelle chiamate sarebbero state presenti, se solo fossero esistite…

Non mi andava di sentire altre cazzate.

Non mi va più di sentire sempre cazzate. Sono stanca.

Se esistesse un cazzatometro, il mio starebbe straripando.

Non c’era bisogno di umiliare ulteriormente me stessa e la mia intelligenza, chiedendo spiegazioni che poi, fondamentalmente, non mi interessava neanche avere. Perché non avrebbero cambiato la bassissima considerazione che ora ho di questo “uomo”. Non lo avrebbero mai riabilitato ai miei occhi e – soprattutto – non avrei più creduto a una sua sola parola e agli spergiuri di un Professionista della cazzata doc.

Non avevo voglia neanche di ascoltare le accuse di risposta sul mio “eccessivo pensare male”.

Sarebbe stato molto più semplice raccontare la verità, quella che ho richiesto più volte, quella che non necessita di una memoria e di una capacità di improvvisazione formidabili.

Ora, io di conversazioni di questo genere ve ne potrei riportare a iosa. Di frasi che sono costretta a udire per tentare miseramente di camuffare una montagna di cazzate, ci potrei scrivere un altro libro.

Se avessi assecondato l’istinto omicida che mi pervade ogni qualvolta le odo, ora vi scriverei dalla mia cella in quel di Rebibbia. E magari sarei mooolto più serena. (che poi, se a giudicarmi fosse stata una donna, mi avrebbe assolto sicuramente!)

Ammetto di aver sviluppato un’idiosincrasia violenta verso i bugiardi, che mi ha resa intollerante alla menzogna, tanto da allontanare chiunque manifesti i sintomi, anche solo una volta.

Perché chi mente, probabilmente lo farà sempre e la bugia non può coesistere con un rapporto civile, a qualsiasi livello.

Allo stesso modo, detesto profondamente chi non fa quello che dice.

Chi si scorda di me. Chi sparisce.

Quando poi questi si ricordano di scrivere (perché tanto tornano TUTTI) inizio io a scordarmi di rispondere.

Nessun condono, non più.

Non mi interessa se, fino al minuto prima ci siamo promessi mari e monti, chi si scorda di me, può continuare a farlo.

Chi si scorda di te, non tiene a te. Così semplice e così doloroso.

Tutto quel che ha detto, tutto quello che probabilmente non ha fatto, determina il fattore presa per il culo di un professionista.

Dopo, resta da smaltire la delusione che ogni maledetta volta ci fa smontare quel bel ritrattino che avevamo costruito di costui. Quel sorriso che ci ballava sulla faccia da ebete a ogni messaggio e a ogni chiamata. E che ora, solo a pensarlo, ha lasciato il posto a un senso di nausea e disgusto, e un’altra bella fila di mattoni su quel muro che interponiamo tra noi e gli altri.

Peccato.

Quando da sole – di notte – ripercorriamo tutte le tappe della storia, le frasi, i gesti, i discorsi, le discussioni, le risate e tutto l’avvicendarsi di emozioni che l’hanno accompagnata, quel che ne rimane, è solo la domanda che sempre, sempre, mi pongo e alla quale non riesco mai a dare una risposta:

«Ma perché? Ma che bisogno c’è di tutto questo?»

Questa la giro a voi, perché proprio non lo so…

Per il finale, ho lasciato uno che – per me – si è guadagnato il primo posto sul podio, nel famoso contest.

Quello che mi ha fatto capire fino a dove si può spingere un Professionista.

Quello che ha superato un limite che non credevo valicabile.

Quello che mi viene in mente, ogni qualvolta qualcuno mi accusa di essere troppo diffidente e pessimista.

Quello che, forse, mi ha tolto definitivamente la fiducia verso un altro essere umano.

No, scusate.

Ho sbagliato, mi sono espressa male.

Mi rimane difficile definire “essere umano” uno che, per giustificare le proprie nefandezze, si è addirittura inventato una patologia invalidante per il figlio (smascherata con una banalissima sessione di stalking virtuale incrociato, neanche tanto complessa…).

Preferisco non dedicargli più parole.

Solo una considerazione: forse sono troppo pervasa dalla superstizione, o dal mero buonsenso, ma – miei cari Professionisti – non mi capacito e non so davvero con quale cazzo di coraggio, voi riusciate a giurare su parenti, su voi stessi, le vostre minuscole palle, senza avere paura che – prima o poi – paghiate le conseguenze delle vostre spregevoli azioni e spergiuri. Oltre a chiedermi come riusciate a specchiarvi senza sputarvi, ovvio.

Non so davvero come possiate pensare di essere immuni alla legge del Contrappasso e al glorioso Karma.

Al vecchio adagio che ci ricorda che “Si raccoglie ciò che si semina”. Sempre.

Quando seminate montagne di cazzate, mortificazioni, prese per il culo e umiliazioni, dovete essere consapevoli che ve ne arriveranno tutti i frutti.

E noi saremo lì, a ridere della vostra poraccitudine.

Perché, come ho già detto, la nostra delusione svanisce. Invece se sei una merda, no quello non cambierà MAI.

 

“Puoi dire quello che vuoi,

ma sei quello che fai…”

Cit.

 

 

NDBB: Comportamento assolutamente girabile alla sfera femminile: esistono svariate Professioniste e lo sappiamo bene. Ma – al solito – io, in quanto possidente di ovaie, parlo dal mio squisito punto di vista.

 

PS: Mi ha detto un Professionista di aggiungere nell’articolo che, nonostante io l’abbia descritto come uno stronzo, lui mi vuole bene. Ok, l’ho scritto. Ma, per completezza, devo aggiungere anche la mia risposta: “Per fortuna mi vuoi bene, pensa se mi volevi male!” 😉