L’EFFETTO “SALLY”.

La solitudine è un qualcosa che fa paura.

Siamo animali sociali con un concetto di “gruppo” ben radicato in noi.

Cresciamo in famiglie, classi, comitive; frequentiamo stadi e i posti più affollati; condividiamo passioni per creare coesione e fratellanza.

La solitudine la patiamo e la evitiamo.

Poi, col tempo, impariamo a conviverci, ad amarla, a ricercarla perfino.

Ci allontaniamo da essa solo se ne vale davvero la pena, se la compagnia corrisponde esattamente a quello che cerchiamo, se è un arricchimento e non un obbligo da soddisfare, né un dovere da onorare, altrimenti evitiamo.

Non tutti, badate, alcuni la solitudine non la tollerano.

Sono quelli che vediamo sempre accompagnati, talvolta anche con soggetti improbabili o che, fino al giorno prima, non avrebbero mai guardato.

Loro lo vivono costantemente, noi soggetti solitari abbiamo delle sporadiche ricadute.

Ma alla fine, tutti, a un certo punto, subiamo quello che io ho chiamato l’effetto “Sally”.

Ovvero l’esigenza di un contatto vero, la necessità di umanità, amore, calore, condivisione. Cediamo alla terribile voglia di ricevere e donare “qualche candida carezza, data per non sentire l’amarezza”.

Ho vissuto per parecchio tempo sotto effetto “Sally”, quando pensavo che una compagnia sbagliata fosse preferibile al nulla; quando soffrivo talmente tanto il mio essere sola, da accontentarmi di quello che mi capitava; quando mi amavo davvero molto poco e ricercavo Amore in chiunque e in ogni dove.

Mi raccontavo che da questa ricerca selvaggia, queste presenze fittizie, questo donare affetto solo per riceverlo in cambio, potessi trarne solo benefici e non avessero controindicazioni.

Invece ho pagato tutto e anche caramente.

Per queste “candide carezze”, per ogni mia distrazione o debolezza mi sono punita io in primis

Pentendomi, recriminandomi, biasimandomi, accusandomi di non essere abbastanza indipendente e immune all’isolamento, di essere debole.

L’ho pagata accorgendomi che, a ogni scelta sbagliata, perdevo un pezzetto di me stessa, tonnellate di fiducia in me e negli altri e che – paradossalmente – appagare a tutti i costi quel disperato bisogno di amore mi stava trasformando in un essere non più capace di provarne.

E poi, ovviamente, l’ho pagata scontrandomi con la realtà, disilludendomi ogni volta, scoprendo come fossero realmente le persone alle quali mi accompagnavo che io avevo così tanto investito di affetto e aspettative.

Ho visto cosa ti può crollare addosso.

Ho capito che è meglio tenersi le carezze, piuttosto che regalarle per colmare un vuoto.

Tanto che ora è davvero molto difficile che le conceda, che mi conceda, che permetta a qualcuno di disturbare l’equilibrio della mia solitudine.

Eppure…

Anche adesso, anche se sono forte, anche se la solitudine è un qualcosa che spesso ricerco, a volte mi lascio sopraffare da questa esigenza di vicinanza.

Decido di essere più indulgente con me stessa.

Di non curarmi di quello che accadrà dopo, di pensare al contingente, di ricercare una soddisfazione subitanea.

Di provare, chissà, perché da qualche parte dovrà pur nascondersi questo decantato Amore, quindi bisogna tentare, anche se poi si paga.

Perché siamo animali sociali, gruppi, famiglie, classi, comitive, coppie.

E ogni tanto, o sempre, sentiamo il bisogno di ricordarcelo.

 

 

“Forse davvero ci si deve sentire alla fine un po’ male”

Vasco – Sally – 

 

 

TU, IO & TINDER

Questa roba non fa per me.

Sebbene la mia permanenza sia durata tre giorni e abbia praticato molto poco, mi ha aperto un mondo nuovo che almeno ora posso disdegnare con maggiore cognizione.

Questa roba non fa per me.

L’ho già detto?

Non fa per me.

Ho perso il conto della gente che mi aveva invitato a iscrivermi su Tinder, Badoo, Lovoo & affini, che ne decanta meraviglie, soprattutto un amico che nel mondo virtuale ha conosciuto la propria moglie mi aveva spinta a provare, a mettermi in gioco, a dire “Chissà…”.

Così, in una serata fredda e noiosa, nonostante la mia riluttanza mi sono detta: be’, che male c’è?

Se non mi piace, mi cancello. Voglio provare, sono curiosa.

E così ho fatto.

Innanzitutto Tinder ti chiede se tu voglia registrarti col numero di telefono o collegarti dal profilo Facebook. Certo, come no. La mia spedizione in incognito non contemplava questa opzione, quindi ho rispolverato un numero di servizio adattissimo a tal uopo.

Ti fa caricare quante foto vuoi e scrivere qualche info su di te, opzionale.

Io ho scelto la bellissima foto che vedete, corredata da due righe che mi inquadravano abbastanza bene.

(mancava solo che mettessi un cartello con su scritto “Do solo un’occhiata. Solo quella, non do altro”).

Poi ti fa attivare la geolocalizzazione per scovare gente vicina a te, o in un range di chilometri variabile, che puoi decidere tu.

Anche la fascia di età delle persone da visualizzare, puoi sceglierla tu.

Così come se vagliare uomini o donne.

Infine, parte il gioco e sulla schermata iniziano ad apparire profili di gente che corrisponde a quanto cerchi.

Se chi vedi ti piace, metti un cuore, altrimenti scarti.

Se il tizio ti cuora a sua volta, c’è un “Match” e potete scrivervi.

Oppure, scorri a sinistra per scartare, a destra per approvare (o è il contrario, ancora devo capirlo).

Questa funzione è terribile, perché se il tipo ha più foto, tu le scorri ma poi decidi di tornare indietro per visualizzarle di nuovo, ti parte il like novanta volte su cento.

Credo di aver visionato così tante “offerte” solo su Amazon. Con una voracità da curiosa/maniaca/bulimica di conoscenza quale sono. Tanto che, a un certo punto, anziché la ricerca dell’anima gemella, sembrava più un tentativo di un nuovo record nel gioco “Vediamo quanti riesco a farne fuori in sessanta secondi”.

I parametri usati coincidevano abbastanza con quelli che uso nella vita vera, che forse in maniera un po’ troppo frettolosa mi fanno scartare papabili pretendenti.

Uno su tutti: le sopracciglia ad ali di gabbiano.

Ogni anno, milioni di ormoni femminili vengono uccisi dalle sopracciglia maschili ad ali di gabbiano.

Ferma anche tu questa mattanza!

Denuncia i portatori e le estetiste che gliele fanno.

Ragazzi, non so dirvelo in maniera più aulica e raffinata, quindi ve la beccate come mi viene:

«NON VE SE PO’ GUARDA’!! Meglio il pelo, credetemi, che uno più spinzettato di noi!
Quando vi vedo così perfettamente depilati, mi viene sempre l’istinto di chiedervi il numero… della vostra estetista!!

Ad interagire con un gabbianuto non riesco proprio, è più forte di me.

Quindi, via gli spinzettati. Stragrande maggioranza, peraltro.

Molto, molto in voga anche gli “Espositori della mercanzia”, ovvero coloro i quali mostrano esclusivamente foto di pancia, addominali e pacco.

Quanto sta il culatello ‘sta settimana? Una cosa così.

Anche no, grazie.

Da escludere anche i portatori esclusivi di occhiali da sole.

No, tesoro. Io ti devo vedere gli occhi, lo specchio dell’anima, quelli che mi punti addosso.

Vabbè che siamo tutti più fighi con gli occhiali da sole, ma gli occhi sono fondamentali.

Se non riesco a scorgerteli, Ciaone.

Eliminabili anche tutti i fanatici del selfie in bagno, tazza in vista, o con aria lasciva sdraiati sul letto. Non so se più in posa da after sex o da after toilette.

Così come i “filtrati”. Gente, sul serio, un conto è migliorare un pochino una foto. Ben altro piallare e illuminare qualsiasi superficie epidermica tanto da sembrare manichini, o incerati, o fondotintati o manichini incerati fondotintati.

Se nelle donne posso quasi arrivare a capirlo (ho detto quasi, perché certe fanciulle che vedo nella foto, poi per strada non le riconosco e viceversa) negli uomini lo trovo raccapricciante.

Decisamente più invitanti le foto nei quali “l’offerente” mostrava un bel sorrisone, semplicità, rilassatezza, sopracciglia folte e non-posa da macho.

Finalmente! Gli uomini sani li fabbricano ancora!

Solo dopo aver scorso un bel po’ di profili, mi sono accorta non solo che alcuni avevano più foto, ma anche che c’era una sezione “info” nella quale leggere quanto avessero scritto e l’eventuale collegamento al profilo Instagram.

Un altro mondo.

(sbirciato sempre cercando invano di non buttare “like” a caso).

Innanzitutto ho imparato che su Tinder i centimetri sono molto importanti.

Parecchi, infatti, riportavano la propria altezza. Deve essere una delle domande più gettonate.

Possibilità di segnalare qualsiasi profilo. Tenetelo a mente.

Infiniti disclaimer degli uomini sul non volere una donna in cerca di follower, o pompata, filtrata, plasticata (cito testuale), bensì alla ricerca di una donna diversa, sostanziosa, di qualità.

Davvero?

Ammetto di aver riso. Ché sulla carta si dichiarano tutti santi e in cerca della donna “seria”, poi nella realtà basta che sia ancora calda. Ché le donne rifatte/filtrate/posticce sono biasimate ma continuano ad essere quelle che hanno più successo. Ché io sono una donna che – apparentemente – ricercano tutti, ma sempre single resto.

Come me lo spiegate?

O gli stronzi li incontro solo io?

A questi proclamatori della sapiosessualità, due domandine indagatorie avrei voluto fargliele. Per sapere, capire o farmi raccontare Tinder dal punto di vista maschile.

Questo l’ho trovato snervante. L’incapacità di non poter assolutamente comunicare, senza un match.

Mi correggo, si può. Se paghi.

Come si può scoprire chi ti ha cuorato, se paghi.

Come puoi annullare un’azione e tornare indietro, se paghi.

Come puoi essere tra i profili “sponsorizzati”, se paghi.

Capito?

Dalle info dei vari profili, ho scoperto molte altre cose.

Spesso vengono scritte in diverse lingue, perché?

Semplicissimo.

Per cuccare le straniere in visita in Italia che vogliono verificare la decantata efficienza del maschio italico.

E i nostri patriotticissimi uomini pensate si tirino indietro? Giammai!

Specifiche offerte fatte a turiste per caSSo, comprensive perfino di servizio di guida per la città.

Vale anche il contrario: se ti trovi in qualsiasi parte del mondo e cerchi compagnia, Tinder e la sua geolocalizzazione ti possono aiutare!

Ho trovato spesso anche l’acronimo “Only Ons” che ho dovuto googlare per capire cosa significasse.

Sta per “One night stand”.

Io sono antica e la chiamo ancora “Una-botta-e-via”.

E mentre ero lì che fagocitavo profili a non finire, chiedendomi se fosse il caso di iniziare a cuorare qualcuno, perché – domanda fondamentale – ma se poi matchiamo, a questo che gli dico?

Tinder mi informa che avevo ricevuto un paio di conferme.

(ma chi li ha cercati questi?? Mah!)

Mi scrive il primo.

Decido di essere brillante e socievole e non la solita stronza asociale.

Gli rispondo con simpatia.

«Perché hai questa foto?»

«Sono qui per curiosità da due giorni, non mi andava di mettere una mia foto»

Tre messaggi dopo:

«Perché la foto di questo cartone animato?» (CARTONE ANIMATOOO!!)

«Ehm… te l’ho già scritto»

Ma cazzo, almeno la presenza mentale di memorizzare due messaggi di numero, DUE, no, eh???

Decido che posso archiviare la brillantezza, la cortesia e – su tutte – questa scialba conversazione.

Tinder 0 – BB 1.

Ho beccato diversa gente che conosco. E ho considerato che forse conosco davvero troppa gente, anche rammaricandomene.

Finché non ho pizzicato LUI: un caso umano di vecchia conoscenza.

Mentre ero intenta a fare lo screenshot da inviare all’amica comune per percularlo,  mi parte il like!

Mannaggia il karma.

E subito il solerte Tinder mi informa che “It’s a Match!”

Quindi lui mi aveva già cuorata. Come, sospetto, qualsiasi altra vaginomunita presente nella chat.

È importante che vi faccia il riassunto delle puntate precedenti: mi aveva aggiunta tempo fa su Facebook. Una mia cara amica in comune.

Avevo accettato l’amicizia perché – viste le mie doti fisiognomiche seconde solo alla capacità di una nonna che prima di chiamarti col nome giusto elenca tutto l’albero genealogico – non ero certa di NON conoscerlo.

(e questo la dice lunga pure su quanto, eventualmente, mi avesse colpita).

Lui si era limitato a scrivermi un «Sei bellissima» ed era finita lì.

Mai una domanda, uno scambio, un parlare curioso e civile, nulla.

Appurato che, di fatto, non lo conoscevo, me l’ero tenuto tra le amicizie ad esclusivo scopo antropologico, ovvero per le perle con le quali riusciva a rallegrare le mie giornate.

Mi faceva incazzare – oh sì – con tutti quei discorsi superficiali sull’apparenza delle donne, dimostrando la sua incessante attività di incontri virtuali, su quanto lui fosse BELLO e non avrebbe mai avuto problemi col gentil sesso.

Bello, opinabile, ma a quanto pare ancora single e in perenne ricerca.

Perché nella vita, ricordate, l’importante è crederci.

Dimostrando in ogni occasione, quanto possedesse una profondità pari a quella di una pozzanghera.

Mi scrive.

Gli rispondo che ho fatto un casino coi like, che ci conosciamo già, che siamo amici su Facebbok e cerco di tagliare il più corto possibile.

«Non ho più Facebook, non ho capito chi sei»

Te pareva.

(era un po’ che non mi apparivano le sue perle, ora che ci penso…)

Aveva trasferito tutta la sua attività su Instagram – palesando ancor di più il suo immenso interesse per la sostanza – social più immediato, più completo se interessa solo l’involucro di una persona. Perfetto per lui.

Mi scrive il numero.

«Mandami una foto, giuro che dopo la cancello!»

AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH.

Sì, certo aspettali.

Foto e numero.

Continuo a chiedermi perché la gente abbia voglia di elargire a chicchessia il proprio numero di telefono.

Sarà uno di quelli che trascriverò in un bagno dell’Autogrill.

«Aspetta, ti aggiungo su Instagram!»

Ecco qua.

Mi ha costretta a riaprire il social delle foto, dopo mesi che non lo facevo. Perché ce l’ho, sì, ma non lo so usare e non mi interessa farlo.

Ne ho approfittato per accettare qualche richiesta.

Nel frattempo, lui ha cominciato a likeare tutte le mie foto. Tutte e TRE.

Ho chiuso tutti i social e staccato la connessione.

Per me era davvero troppo.

Mi sono rituffata nel mondo reale.

Quello contingente, senza filtri, fatto di tatto e odori.

Ho continuato a pensare al Favoloso Mondo di Tinder, al perché io non lo trovassi così favoloso, agli sbagli che potevo aver commesso, però stupendomi di quanti – QUANTI! – uomini si trovassero ad un massimo di cinquanta chilometri da me.

Allora perché non li incontro nel reale?

Perché magari anche loro se ne stanno a casa, con un telefono in mano.

La mattina seguente, mi ero imposta di approfondire la questione e applicarmi di più.

Apro l’app e mi informa che “Ops qualcosa è andato storto!” provo a registrarmi di nuovo e idem.

Realizzo di essere stata bannata, probabilmente a seguito di una segnalazione del profilo.

Evidentemente la foto della Barbie non è piaciuta. Peccato.

Tutto va come deve andare.

Io sono antica.

Un uomo lo devo vedere, annusare, toccare, devo sentirne la voce, devo godermi i suoi occhi addosso a me, mirarne il sorriso.

Sta roba non fa per me.

Adesso lo sa pure Tinder.

 

TI MERITI IL MARE

«La qualità delle tue relazioni riflette quello che credi di meritare».

Questa frase qui, in diverse salse e rivisitazioni, l’ho sentita non so quante volte.

Ogni volta ho pensato frettolosamente che non fosse proprio così e sono andata oltre.

Nell’ultimo periodo mi è stata riproposta, in maniera diretta e non, e mi ci sono soffermata di più.

Ho cominciato a ragionarci davvero, a cercare di capire se e quando ne abbia avuto conferma di veridicità.

Potremmo scomodare la LoA, la psicologia e la sua “profezia che si auto avvera”,  ma è tutto molto più semplice:

«La qualità delle tue relazioni riflette quello che credi di meritare».

Se credi di meritare molto, quello avrai.

Se abbassi l’asticella delle pretese, ti accontenti, ti fai bastare la miseria, quello avrai.

Se ritieni di non essere degno di ciò che vorresti, desideri e ti auspichi, quello otterrai.

Se banchetti con le briciole, anziché ambire a un pasto migliore o preferire il digiuno in assenza di esso, le briciole saranno quel che penserai di meritare. Nulla di più.

Se ti racconti che nessuno mai potrebbe interessarsi a te, nessuno ti farà compagnia.

Se ti barrichi nel castello della tua solitudine, sarai il solo guardiano di te stesso.

Se ritieni accettabile essere una seconda scelta, una riserva, una tantum lo sarai.

Se ti fai bastare un rapporto superficiale, piuttosto che niente, delle limitazioni che contrastano con quel che vuoi davvero, delle etichette quali “solo sesso”, “solo quando non ho di meglio”, “solo quando va a me”, quello sarai.

Ho pensato a tutte le infinite volte in cui mi sono accusata (ed ero pure convinta) di aver sbagliato io ad agire o a comportarmi in una certa maniera.

Quanto mi sia incaponita, abbia giustificato, abbia lasciato correre, pienamente cosciente che NON era quello che volevo.

Quanto mi sia raccontata che le mie esigenze non fossero importanti, fossero dettagli, che il poco fosse comunque meglio di niente.

No, meglio niente!
Piuttosto che qualcosa che tradisca le nostre speranze.

A quanto spesso avessi forzato le cose nel sentire o nel vedere qualcuno, quasi “costringendolo”, quasi supplicandolo, non considerando che ME LO MERITO, eccome, uno non veda l’ora di vedermi, sentirmi, amarmi.

A un certo punto, abbiamo ritenuto che fosse “normale”attendere accanto a un telefono.

Accontentarsi dei ritagli di tempo, orari ben precisi, scampoli di momenti.

Rinunciare ad ambire a un rapporto pulito, semplice, paritario.

Abbiamo addirittura deciso che l’Amore, l’affetto, i sentimenti, fossero un qualcosa di cui dovessimo quasi vergognarci, un impedimento che rovina tutto, emozioni da non rivelare mai che poi – oh – scappa, non mi vuole più, si spaventa.

Non meritiamo TUTTI di essere amati?

Perché rinunciarci?

A tutto questo, a tutto quello che non ci fa stare bene, in pace, felice, occorre dire NO.

Rifiutare tutto quel che sia al di sotto delle nostre aspettative, di come intendiamo i rapporti, di quello che vogliamo ricevere.

Magari coscientemente nessuno si aspetta di essere maltrattato o tradito, che debba essere così una relazione.

Non meritavo le sparizioni.

Non meritavo di essere la seconda scelta o quella di riserva.

Non meritavo di essere lasciata per telefono, senza troppi complimenti.

Tutta questa gente qui, non meritava le mie lacrime, né le mie attenzioni, le cure, l’affetto, l’ostinazione.

Troppe volte abbiamo dato una possibilità a chi offriva miseria, perché – in fondo – era meglio di niente.

Permesso pedissequamente palesi mancanze di rispetto per paura di parlare, o di creare problemi, o porre realmente fine a un rapporto che non dà la reciprocità che dovrebbe.

È doloroso, oh sì, lo è.

Pure i rapporti insoddisfacenti lo sono.

Le delusioni continue.

La fiducia malriposta.

È tutto molto doloroso.

Ma se continuare a sopportarlo o meno, siamo noi a deciderlo.

Siamo noi a sapere se lo “meritiamo” o no.

Forse sono esagerata, le persone sbagliano, non possono essere all’altezza delle mie aspettative…

Ecco. Le aspettative.

Se ti aspetti mediocrità, quello avrai.

Pure in ambito di amicizia, vogliamo davvero che un amico sia colui che ti dà per scontato, che si è talmente abituato alla nostra presenza, da non apprezzarla più?

Se questo è quello che accettiamo, se fondiamo la nostra conoscenza dell’affettività su rapporti disparitari viziati e non appaganti, quello avremo.

Ho sempre pensato che, perdendo una persona, fossi io quella che ci rimetteva di più.

Ultimamente, no.

Ultimamente credo sia veritiero anche il detto “Chi non ti ama, non ti merita”, ovvero non ti capisce, non ti sa apprezzare, non si rendo conto di quello che potrebbe avere.

Quindi, perché dovrei essere io ad agire?

Perché abbiamo rinunciato pure alla cavalleria, alla galanteria, al corteggiamento?

Perché pensiamo di non meritarli più, di dover per forza darsi da fare, patire, subire un rapporto e non sceglierselo deliberatamente?

Meritiamo di essere trattate da DONNE.

Qualcuno me l’ha detto:

«Sei una donna, fatti trattare da tale»

Mentre mi toglieva di mano le valigie che volevo a tutti i costi portare da sola.

Stupita, da quelle piccole attenzioni che non si ricordano nemmeno più, perché cadute nella nostra quotidiana disabitudine.

Abbiamo messo da parte i privilegi che comporta l’essere donna, in nome di una parità di sessi che sottintende una contraddizione implicita.

Ci hanno creati diversi.

SIAMO diversi.

Questa cosa qui dell’indipendenza, dell’autosufficienza del femminismo, dell’emancipazione, l’abbiamo recepita male.

Non significa di certo rinunciare ad esserlo, donne, femmine, con onori e oneri.

E non contrasta per forza con l’autonomia e l’emancipazione.

Abbiamo i nostri “ruoli”, attitudini diverse, palese inferiorità fisica.

Il barattolo riesco pure ad aprirmelo da sola, ma quanto è più bello potertelo chiedere e sapere che dall’altra parte c’è una risposta entusiasta, un qualcuno che non vede l’ora di esserti di aiuto, di fare l’uomo di casa, di prendersi cura di te. Perché meritiamo qualcuno che si prenda cura di noi e dobbiamo permetterglielo.

Allo stesso modo, io ti posso pure invitare a uscire con me, e sicuramente tu mi diresti di sì, ma perché dovrei farlo?

Perché dovrei rinunciare al mio “ruolo” di preda che ha già scelto? Che lascia a lui il piacere della conquista, l’illusione di avercela fatta, mentre invece io ti avevo già puntato da prima che tu ti accorgessi di me, e avevo giurato che saresti stato mio.

Abbiamo permesso a noi stesse di convincerci di non meritare più la cavalleria, la galanteria, il corteggiamento.

Che fossero superati, desueti, non più importanti.

Invece, io me lo merito un cazzo di invito a cena.

Un uomo che non è in grado di alzare un dito per comporre un numero, non merita di certo che io gli faccia alzare altro.

Me la merito una cazzo di telefonata.

Mi merito una grandiosa “botta”, ma anche il prima e il dopo.

Mi merito il mare. 

Le domeniche al mare, le passeggiate, il mano nella mano, i giochi, le discussioni, le coccole, i confronti, i salti mortali per riuscire a vedersi, i compromessi, le rinunce, le conquiste, la cura, l’affetto, l’Amore, mi merito TUTTO.

Merito di essere amata liberamente.

Adesso sono sola, è vero, ma non me ne dispiace.

Perché ho ben chiaro quello che finora mi è stato offerto.

E non perdo più tempo, pensieri, parole, opere e omissioni per chi non lo merita.

Non aspetto, non chiedo, non cerco di convincere, non supplico, non abbasso l’asticella.

Meglio niente, che meglio di niente.

Finalmente SO quel che merito io.

E tu, cosa pensi di meritare?

 

 

”Io sono un esperto di menefreghismo.

Il segreto è smettere di preoccuparsi per la salute delle chiappe degli altri e cominciare seriamente a pensare a quello che vuoi tu,

a quello che tu meriti e a quello che il mondo ti deve, capito?!”

Bender

 

ALL BY MYSELF

Stamattina sono stata rimproverata da tre persone diverse. Tre delle persone che ho più care al mondo, per la precisione.

Soltanto perché, nottetempo, ho avuto l’ardire di recarmi al Pronto Soccorso da sola, con l’allerta meteo, il vento, una quantità imprecisata di alberi sparsi per la Capitale e un dolore lancinante che non mi abbandona da giorni.

“Soltanto”, per me.

«Ma che sei matta, mi dovevi chiamare!», per ciascuno di loro.

Sono davvero matta?

Eppure ci ho ragionato.

Ero stata in piedi almeno un’ora, prima di decidermi ad andare.

Avevo pianto, ero esasperata e non ce la facevo più a stare là, inerme e dolorante, ad attendere l’alba un’altra volta.

Quindi, mi sono avviata.

Struccata, con la tuta, il cappuccio della felpa tirato su a coprirmi parzialmente una faccia che tradiva la terza notte consecutiva in bianco.

Sono entrata pronunciando un timido «Buonasera».

Intorno pochissima gente a occupare l’immensa sala d’attesa: una famiglia; una donna sola; un signore che dormiva e russava sdraiato per lungo sulle poltroncine; un ragazzo.

Probabilmente avranno pensato che fossi una sbandata, forse una drogata, e – sicuramente – che fossi molto sola,

visto che così mi sono presentata al Pronto Soccorso, alle tre di notte, pallida come una maschera anticipata di Halloween, intenta a guardarmi i piedi per evitare i loro sguardi.

E mi ci sono sentita, sola. Ma sapevo pure che non avrei potuto fare altrimenti.

Sono poche le persone che chiamerei per un’emergenza, nel cuore della notte. Tre, forse quattro o cinque, non di più. Non so quante ne abbiate voi, non so cosa avreste fatto voi, ma il problema – se così si può chiamare – è che per me non erano contemplate altre opzioni. Visto che ero cosciente e in grado di guidare.

Perché avrei dovuto infliggere un mezzo infarto a qualcuno, chiedendo aiuto a tarda notte, dato che potevo farcela da sola?

Un’ora dopo, ero fuori.

Aveva ricominciato a piovere copiosamente. Un’ambulanza stava lasciando l’ingresso. Mi era parso di aver visto più gente nella sala d’aspetto, infatti.

Pensare che in questo posto avevo giurato che non ci avrei messo mai più piede, eppure…

Complice l’oscurità e la solitudine, molti ricordi mi sono crollati addosso. Tutti insieme.

Mentre rientravo, ripercorrevo tutte le tappe di questo accadimento surreale. Era successo davvero, o stavo sognando?

Ragionavo su come avrei potuto raccontare il tutto ridendoci su. Come sempre. La mia “Ghiandola della Sdrammatizzazione” deve essere iperattiva…

Ad esempio, dell’infermiera molto poco gentile che mi aveva accolta al triage con un:

«Non è che perché tu non dormi, noi qua ti possiamo risolvere i problemi!»

Alla quale avevo risposto solamente: «Se sto qui a quest’ora, con questo tempo, è perché sono disperata. Non credi?»

Pensando: «Non credi che avrei avuto più piacere nel trascorrere le mie ore da insonne dolente sotto il mio bellissimo e caldo piumone, in compagnia di un buon libro o di una maratona di serie tv? Brutta stronza, pure brutta?? Mi dispiace, sei brutta! E sei pure stronza! Probabilmente sei brutta perché sei stronza! Sicuro!»

Contrariata, magari, dal fatto che l’avessi svegliata. Perché, dopo aver atteso almeno un quarto d’ora che qualcuno si facesse vivo, avevo accettato l’esortazione di una signora a bussare alla porta per farmi accogliere.

«Mi spiace, però, sta dormendo…»

«Embè? Aho se stai qua è perché c’hai bisogno! Sta a lavora’, la sveji!»

C’hai ragione, Signo’…

E poi ho riso.

E poi ho considerato quanta pace ci fosse a quell’ora, quanto buio, quanto silenzio, mentre mi godevo la strada tutta per me che percorrevo lentamente, al contrario del solito.

E poi ho pianto.

E poi ho pensato alle due Voci nella testa che, da un po’ di tempo, duellano nella mia mente.

Una mi ripete ossessivamente che devo imparare a fare tutto da sola, a non appoggiarmi a nessuno, “Perché non si sa mai”. Era fiera di me.

L’altra che risponde che il “Non si sa mai” comprende infinite possibilità, anche positive. Era contrariata, a volte mi dice di non preoccuparmi.

Poi mi è tornata alla mente una frase che ho carpito “per caso” proprio in questi giorni. Lei che diceva a lui:

«Posso farcela da sola…»

E lui che, semplicemente, le rispondeva:

«Ma perché, DEVI?»

Che bello.

Ci ho pensato molto e mi è tornata utile in questa giornata.

Perché alla fine, ho concluso che non sono matta, né strana, né Wonder Woman, né asociale, né individualista.

Oggi, in questo momento, adesso, ora, io non so quale delle due voci abbia ragione. Non so cosa accadrà da qui all’immediato futuro.

So solo che adesso, DEVO.

Poi domani, “Non si sa mai”…

 

“C’è una ragione se dicevo che sarei stata felice da sola. Non è perché pensassi che sarei stata felice da sola. Era perché pensavo che se avessi amato un uomo e poi fosse finita, potevo non farcela. È più facile stare da soli: perché se impari che hai bisogno dell’amore, e poi non lo hai, e se ti piace, e ti appoggi ad esso, se fondi la tua vita su di esso e poi… tutto crolla? Potresti sopravvivere a un dolore del genere? Perdere l’amore è come una lesione fisica, è come morire. L’unica differenza però è che la morte è un attimo… e questo, Può andare avanti per sempre”.

Gey’s Anatomy 7×22

 

SE TI VUOLE, TI VUOLE! (E VICEVERSA…)

Anche quest’oggi sono a (ri)spiegarvi(mi) con esempi pratici le ovvietà del secolo: un uomo è in grado di usare un telefono e una donna non se la tira, se ha interesse.

È bello sperare, bellissimo, ma per la nostra salute mentale è opportuno e vitale rammentare sempre che non siamo un popolo di masochisti, ma aspiriamo tutti alla felicità.

E ingannare se stessi con false illusioni, non aiuta il perseguimento di questa.

Se ci troviamo di fronte soggetti ambigui, poco consistenti, a intermittenza, apparentemente disinteressati o – addirittura – qualcuno che ci stampa in faccia un bel “No!”, la risposta è una sola: NO. Appunto.

Non ci vogliono.

Lo dobbiamo accettare e non insistere.

Per il nostro e altrui bene.

Ma, visto che dell’altrui ce ne frega poco, per il nostro amor proprio, per la nostra serenità, dobbiamo voltare pagina, cambiare l’oggetto dei nostri desideri, ricordarci che supplicare non ha niente a che fare né con la felicità, né con il benessere, né – tantomeno – con l’Amore.

Io, da anni, adotto la tattica degli Ultimatum mentali:

quando mi trovo al cospetto di un uomo indecifrabile, poco sicuro, poi sì, che a volte mi cerca, poi sparisce, poi ricompare, poi ci vediamo, poi no, poi è affettuoso, poi distante, forse gli interesso, forse no, forse mi vede solo come un’amica, forse no, mo ci penso, poi boh, poi mi guarda, poi no, per uscire da questo loop deleterio, mi do una scadenza.

Se non succede nulla di concreto entro tale data, basta. Non ci DEVO pensare più.

Poco importa che mi piaccia da morire, che avessi già scelto i nomi dei nostri tre figli, che quando ci guardiamo negli occhi si ferma il tempo.

Basta.

Ormai li osservo e sulla loro faccia vedo la scritta “Da consumarsi preferibilmente entro il…”

…scaduto.

Devo dire che funziona.

Mi evita di perdere tempo e senno dietro a delle incertezze e in balìa di quel messaggio o di quello sguardo.

Uomini e donne siamo maestri in questo, a volte vogliamo vedere solo indizi a favore del nostro sogno, ignorando le immense travi che ostruiscono lo stesso.

Consigli di amici, rifiuti, niente. Non ci crediamo.

Se ci mettiamo in testa che “Quello/a fa per noi” non ci interessa verificare se la persona in questione sia d’accordo col nostro piano romantico.

Fino al momento in cui ci arriva una mazzata così poderosa da risvegliarci dal sogno e proiettarci in un incubo.

Avrei potuto evitarlo?

Sì, avresti. Se avessi notato l’evidenza.

Siamo esseri semplici e semplicemente cerchiamo di stare bene.

Perché continuare ad attaccarci a qualcosa di effimero, o che ci fa star male?

Perché aspettare davanti a un telefono o a sperare in un invito che non arriva?

A conferma di tutto ciò, mi tornano in mente tutti i gesti concreti e inequivocabili compiuti da uomini che – viceversa –  mi volevano davvero, a livelli diversi.

Come quello conosciuto a una festa in spiaggia, al quale – per testarlo –  dissi:

«Mi chiamo BB (solo il nome), vediamo se mi trovi» e il giorno successivo, mi arrivò la sua richiesta di amicizia.

Aveva scartabellato diversi profili e incrociati con gente che sapeva che conoscevo. Ed era riuscito a trovarmi con pochissime informazioni.

L’altro che non sapeva neanche il nome e si era messo a guardare tutte le foto caricate da un mio amico.

Quel corriere che carpì numero e generalità dal collo che mi aveva consegnato. E, subito dopo, mi scrisse.

Quell’altro che, non conoscendo il mio indirizzo di casa, mi fece consegnare i fiori dove lavoravo, recuperando il recapito sempre dal mondo virtuale.

Quel maître di un albergo in cui alloggiavo che, appreso della mia vegetarianità, cambiò il menu di tutti i commensali per inserire la parmigiana che avrei mangiato anche io.

Quelli che si piazzano dietro di me in palestra per conoscere il mio nome dalla scheda elettronica, per poi aggiungermi su Facebook e quindi approcciarmi. Al riparo dalla platea della sala.

Quello che si è andato a rubare il mio numero tra le schede dell’hotel nel quale alloggiavo.
Tutti quelli che adottano quell’astutissima mossa di “Mi fai una foto?”
«Certo, dammi il telefono»
«Dai, falle col tuo, poi me le mandi»
Cosicché, per inviargliele, gli devo elargire il mio numero. Contatto riuscito.

Capito?
Non sono stupidi, non sono pigri, non è che non ci arrivano.

Sono certa che ognuno di voi può riportare quintali di esempi di questo genere.

Esempi che dovremmo stamparci a mente o sul muro e usarli come legenda per distinguere chi ci vuole da chi no.

Anche se sono pretendenti sgraditi, io ringrazio questi tipi perché – quando inizio a giustificare, incaponirmi, sperare, illudermi e sfornare un bel po’ di “però” – mi rammentano l’ovvietà che “Se un uomo ti vuole, farà di tutto per averti”.

Senza “Se” e senza “Ma”.

Chiaro e semplice.

Contrapposti a questi, ci sono quelli che possiedono generalità complete, indirizzi e numeri di telefono e non gli interessa usarli.

…notate differenze?

Appunto.

Parimenti, però, dovete ricordare che pure noi donne siamo semplici: non diciamo “no” per tattica o per tirarcela. Lo diciamo quando non ve la daremmo nemmeno se non fosse la nostra.
Se ci prova uno che ci piace, non siamo flagellatrici della nostra felicità, anzi, saremmo ben liete di concedere numero e… tutto il resto.

Soprattutto, apprezzatela una donna che ha l’onestà di declinare, di non sfruttare un sentimento, di non alimentare false speranze, di non bearsi dell’autocompiacimento dato da qualcuno che ci adora, di non sprecare il proprio e il vostro tempo.

Essere rifiutati è brutto, ma pure dover rifiutare non è piacevole.

È pure peggio, secondo me. Perché devi dire a qualcuno che ti sta semplicemente mostrando interesse e affetto – quindi tutti sentimenti più che positivi –  che non vuoi assecondarli. Badando di non ferire i suoi sentimenti perché, voglio dire, che bisogno c’è?

Difficilmente rifiuto qualcuno in maniera sgarbata. Tranne quando il pretendente non mi lascia scelta.

Perché una cosa me la dovete spiegare: se chiedete a una per dieci volte di uscire, e questa per dieci volte vi dà il due di picche, ma non vi viene il vaghissimo sospetto che forse – ma dico FORSE, eh – non vi dirà mai di sì??

Se uno mi propone di vederci una sera e io realmente quella sera non posso, ma ci tengo a uscire con lui, gli proporrò subito un’altra serata. POTETE ESSERNE CERTI.

È semplice, no?

Viceversa, perché ostinarsi?
Che senso ha?

Perché continuare a farsi chiudere la porta in faccia?

Perché mettere l’altro/a nell’imbarazzo di trovare scuse, quando è evidente che respingerà  l’invito?

Provandoci a oltranza e nonostante i “No”, spesso si supera quel labile confine tra il corteggiamento sottile – magari pure gradevole e a beneficio dell’autostima – e quell’insistenza fastidiosa e immotivata che ti spinge non solo a rifiutare le avances, ma a farlo pure in malo modo. Sennò non capisce.

Uomini, donne, gay, pansessuali, perché?

Perché umiliare se stessi a oltranza?

Notate i segnali, capite i messaggi, recepite pure i silenzi.

A volte non rispondere è segno di grandissima educazione.

Spesso sottintende un ben più greve:

«Mi hai rotto il cazzo!»

Come quello che mi scrive, con una cadenza commovente, al quale ho smesso di rispondere perché lo ritengo più garbato di dirgli: «Ammazza che palle!»

Nonostante se lo meriti, visto che continua a inviarmi messaggi spinti, credendo che così possa infondere in me una qualche voglia.

Senza considerare il postulato principale di tutto il discorso: lui non mi interessa.

Parlare di “certi” argomenti, fomenta se si interloquisce con un soggetto di per sé (e per me) già arrapante.

E la sua insistenza condita con porcherie varie mi spegne qualsivoglia barlume di desiderio e di pietas.

Uomini, donne, gay, pansessuali, perché?

Insistere, non solo vi farà mortificare voi stessi, ma vi allontanerà ancor di più l’oggetto dei vostri desideri, perché vi vedrà come uno scocciatore/trice.

Come quello succitato con il quale ci eravamo scambiati i numeri per inviarci delle foto.

Io non l’avevo usato, perché non volevo attaccare bottone, dare un pretesto, iniziare uno botta e risposta, quindi ho fatto la vaga.

Visto che già non aveva voluto percepire i miei dinieghi come respinte – sulla base di cosa lo ignoro – ma aveva asserito che i miei “No” fossero colpa delle circostanze che non ci permettevano di starcene un pochino per conto nostro, da soli, in intimità, (???) senza neanche lontanamente considerare l’ipotesi più ovvia: ovvero che se fossimo stati io e lui su un’isola deserta, avrei preferito lasciarmi affogare.

Una mattina mi invia il video del Buongiornissimo.
(I-L V-I-D-E-O-O-O!! Sono seccanti naturali. Io ve lo dico, poi fate voi)
Ho colto l’occasione al volo.
“Ah, buongiorno a te! Mi hai ricordato che devo ancora inviarti le foto. Te le mando subito”
Pausa.
“…così almeno le posso cancellare. Insieme al numero”.

Rega’, la vita è semplice: se un uomo ti vuole, fa di tutto per averti. Se una donna non ti vuole, fa di tutto per evitarti.

E viceversa.

Teniamolo a mente e vivremo più sereni.

Amen.

 

PS: mi piace dire tutto e il contrario di tutto: a volte, “la verità è che gli piaci troppo”.

Ma ve ne parlerò a breve… 😉

INTENZIONALMENTE INFELICI

Entrando alla festa, il mio ingresso era stato accolto da Rino Gaetano e una delle mie canzoni preferite.

Il caso, che non è mai a “caso”, aveva voluto così.

Ero contenta, anche se da un po’ di tempo ascoltarla mi faceva pensare a Lui.

Mi rammentava quando l’avevamo cantata insieme, felici, spensierati, in uno di quei momenti perfetti.

«…dammi la mano e torna vicino…»

Ora – invece – rimandava ai ricordi successivi, poco piacevoli, da botta allo stomaco, che mal si addicevano a una serata di bagordi sulla spiaggia.

Che cazzo, però.

Una ci mette tutta la vita a scegliersi le proprie canzoni, la colonna sonora della propria esistenza,  e poi a causa di un ricordo te le mandano di traverso. Arriva un tizio qualsiasi che te le guasta, te le “rovina”, che ti fa storcere il naso quando le ascolti, che ti demolisce l’umore in un attimo.

Non va bene.

Quando l’ho permesso?

Avevo cercato di distogliere la mente dal pensiero di lui, col fiero intento di divertirmi.

Eppure si riaffacciava.

Lui non c’era, ma era lì.

Concentrati su altro, cavolo!
Guardati intorno: sei a un “White Party”. Ci sono centinaia di uomini in camicia bianca, C-A-M-I-C-I-A B-I-A-N-C-A, e tu pensi all’ultimo al quale dovresti pensare!

Credi che lui si stia consumando per te?

Che ci posso fare?

Sono una che pensa, che rimugina, che si fissa.

Sono così.

Mi sono tornate in mente tutte le serate che ero riuscita a rovinarmi da sola con le mie mani o, meglio, coi miei pensieri, a tutte le volte che, con la testa altrove, non mi ero goduta il presente, il posto, la musica e diverse persone.

Che stupida.

Ho sentito un pianoforte, familiare.

Einaudi.

Il MIO Ludovico suonato a una festa sulla spiaggia. Curioso.

Le mie canzoni, il mio stabilimento, la mia estate, la mia festa, perché devo guastarmi tutto questo?

Non poteva essere una serata qualsiasi, passata col muso a rimuginare.

Infatti, la ricorderò come la sera che ho fatto pace col mio ex.

Il mio ex liquore.

Ho bevuto nuovamente il Gin, dopo quindici anni che non lo toccavo.

Se dovessi associare un sapore a tutte le serate passate in discoteca in gioventù, vi accosterei senz’altro quello acre e profumato del Gin Lemon.

Era il mio cocktail preferito, finché una volta mi fece male e non lo toccai più.

Non ho mai riprovato a berlo, mi sono limitata a schivarlo con attenzione, senza concedergli appelli.

Era diventata anche una delle mie battute preferite: «Posso ingurgitare tutto, tranne il Gin!»

Un’etichetta, un paletto, un limite. Uno dei tanti che ci affibbiamo.

Sono così. Punto. Questo lo faccio, quello no. È sempre stato così, perché dovrei cambiare?

Poi se qualcosa mi ha fatto già male una volta, la eviterò sempre.

Ecco il punto.

Invece quella sera, complice il caos e la fretta, ho deciso che avrei potuto dargli un’altra possibilità.

Che magari sarei stata male di nuovo, ma poi sarei sopravvissuta. Come sempre, come tutti.

Invece, non solo non mi ha fatto male, ma mi sono accorta di quanto, nella mia vita, fosse mancato per tre lustri il Gin, a causa dei limiti che ci auto imponiamo. Della paura di farci male di nuovo. Dei ricordi dolorosi passati che condizionano le nostre scelte nel presente. Degli scudi che ergiamo per difesa e di quanto siamo bravi nel farlo.

Potrei tenere dei corsi sul tema: “Manuale di tutela personale – Vol. I, II e III”.

Come è molto più facile passare una serata in disparte, a rimuginare, nel proprio orticello sicuro, piuttosto che buttarsi nella mischia, mettersi in gioco, parlare, scherzare e – orrore, orrore – flirtare e socializzare. Scoprire uno sconosciuto.

La settimana precedente mi era successo qualcosa di simile con lo smalto. Porto il french semplice da sempre, mi conoscono tutti così. Mi sono sempre detta che gli altri colori non mi donassero che non mi piacessero addosso a me e alle mie manone. Così, d’improvviso, ho deciso di osare un rosa pallido e devo dire che mi piace parecchio.

Sono piccolezze, magari. Ma rappresentano un’uscita dagli schemi, dal conosciuto, dai paletti del “Sono fatta così, non posso cambiare”.

Non lo posso fare;

Mi dà fastidio;

Non è da me;

Non ci riesco;

Non lo faccio;

Mi fa male;

Mi fa male pensare;

Mi fa male ascoltare;

Quante di queste frasi pronunciamo?

Quanto è più sicuro nasconderci dietro a esse?

Come se volessimo rimanere attaccati al nostro dolore, alla nostra convinzione, per sicurezza.

Perché non abbiamo il coraggio di (ri)scoprire qualcosa di nuovo.

Esattamente come stavo permettendo a un uomo di rovinarmi la serata e una delle mie canzoni preferite, solo perché avevo scelto di farlo.

E se tutti paletti, i limiti che ci poniamo o i pensieri consolidati che continuiamo a perpetrare, sebbene li riconosciamo come dannosi, non contribuiscano a renderci INTENZIONALMENTE INFELICI?

Se fosse vero?

Se la nostra infelicità dipendesse solo da noi e da pensieri e azioni che scegliamo deliberatamente di compiere, seppur consci di quanto siano dannosi?

O se, al contrario, preferiamo restare immobili, fermi nelle nostre convinzioni, come vigliacchi impauriti?

Se ci ostinassimo a complicarci la vita e focalizzarci su quello che non dovremmo?

Come quando vogliamo a tutti i costi conoscere una verità che sappiamo, per certo, che ci farà del male, o – viceversa – quando fingiamo di ignorare una realtà, mentendo solo a noi stessi.

Sembra facile… Ma se lo fosse davvero?

Se la nostra infelicità fosse una condizione nella quale ci piace crogiolarci?

Se la smettessimo di dare potere a pensieri o persone deleteri?

E se iniziassimo a scardinare tutte le nostre credenze negative, le barriere, i pensieri limitanti, le convinzioni consolidate, per scoprire un mondo nuovo, diverso, che non possiamo neanche lontanamente immaginare?

Che poi, diciamocelo, io mi sono anche parecchio frantumata le ovaie di stare a pensare a gente che non mi pensa o che non me lo dice.

Di ripensare al passato, di rivivere ricordi brutti, di restare ancorata e stazionaria per la paura di agire, di evolvere, di crescere, perfino.

Di continuare a dare importanza a gente davvero poco importante.

Di autoimpormi dei limiti che sono stati creati e alimentati solo da me.

Quindi, perché farlo?

Ho compiuto ben due azioni che mai nella vita avrei pensato di riuscire a fare.

Potrei continuare questa scia di stravolgimenti, compiendo quella che tutti mi stanno suggerendo di fare, ma che continuo a ripetere di non poter riuscire a mettere in pratica: invitare a cena un uomo.

Potrei farlo.

Potremmo cenare insieme, io e te.

E poi brinderemo col Gin, ascoltando Rino , magari con uno smalto rosso.

(vabbè, adesso non esageriamo…)

I CHRISTIAN GREY DE NOANTRI

***EXPLICIT CONTENT***

L’articolo contiene un linguaggio parecchio esplicito. Vi sconsiglio la lettura se siete particolarmente pudichi.

(va da sé, che se leggete poi dopo non vi è concesso lamentarvene, ovvio)

 

Nella mia vita, mi è capitato molto spesso di incontrare esemplari di “Christian Grey de noantri”: i paladini della trombata-fine-a-se-stessa; i promulgatori dello “non stiamo insieme, andiamo solo a letto insieme”; i principi del sesso occasionale o frequente, ma segreto, nessuno deve sapere, perché mica è una cosa seria, ufficiale, mica ci sei solo tu, ma che vòi? I fieri assertori del “Se vuoi, scopiamo e basta. Non aspettarti nulla da me”.

Niente cene, niente cinema, niente Ikea, solo puro e sano sesso senza controindicazioni, da assumere a seconda della necessità, prima, (durante) e dopo i pasti.

Come se fosse una pratica scissa da corpo e mente e non – anzi –  il congiungimento supremo degli stessi.

Non commettete l’errore di illudervi di poterli cambiare, di iniziare un qualcosa sperando che possa evolvere, no. Non si affezionano, non sarete voi la loro donna della vita.

Il preservativo ce l’hanno sul cuore. 

Vi dicono esattamente quello che vogliono e non; non stanno giocando al cacciatore e alla preda che scappa, stanno invece dettando le regole del gioco “Fotti & Via”.

Se cercate del Sesso libero da tutto, perfino dai sentimenti, allora i Christian fanno per voi.

E tutte – almeno una volta nella vita – coscientemente o meno, facendosi male o meno, hanno esperito i servigi del Grey’s  Game: vengo e vado.

Oppure hanno subìto, accettandolo malamente, questo intrattenimento, sperando sempre che si tramutasse in altro. Che progredisse.

Perché, crescendo, abbiamo imparato a giocare con le regole dettate dagli uomini:

Non correre troppo, che si spaventa.

Non chiedere, che scappa.

Non pretendere una cosa seria, che poi non lo vedi più.

Non fargli scenate, che sai quante ne trova?

Non rimproverarlo, non devi fargli da mamma.

Non contraddirlo, potrebbe stranirsi.

Non gli rompere, che si stufa.

Non ti accollare, ci tiene alla sua libertà.

Come se non ci potessimo assolutamente permettere di accampare pretese o manifestare i nostri desideri o disagi.

Come se gli uomini fossero degli esseri così fragili, da distruggersi alla prima apparizione di una richiesta, di un sentimento, di un’attenzione, di una parvenza di relazione.

Come se fosse obbligatorio e doveroso accettare tutte le condotte di cui sopra in nome di cosa? Di sesso segreto? Di “Nessuno deve sapere di noi”? Di uno, due, cento orgasmi?

Questi soggetti che ostentano con fierezza la propria anaffettività congenita o conquistata;

questi “scopatori seriali e incalliti” che non amano, ma trombano forte e con distacco, senza troppa confidenza;

questi collezionisti di donne come se fossero figurine dell’album “Me le sono fatte tutte”;

quelli dei “questo si può, questo proprio no”;

quelli che, un secondo prima, hanno la propria mano nelle tue mutande, ma si guardano bene dallo stringere la tua.

Questi qui, che incarnano lo squallore dei rapporti odierni, questi “Christian Grey de noantri” che si fanno scudo con la loro presunta sofferenza perché – spesso – una donna ha osato essere stronza con loro e quindi loro si vendicano con tutte le altre (Oh, poveri!)

Questi uomini “maneggiare con cura”, se no vado via.

Questi che sanno parlarti solo di quel che ti farebbero, di chi hanno scopato dove-come-quando, di quanto sono bravi, di quanto urlerai.

Quelli che ti mandano orgogliosi la foto del proprio gingillo (che poi, di certi, io non andrei così fiera comunque), dimenticando che l’erotismo vero è fatto di sottintesi. Un corpo nudo non sarà mai eccitante quanto un abbigliamento che fa intravedere, ma non svela del tutto.

Parlare di sesso con dovizia di particolari, per una donna ha lo stesso potere arrapante dell’elenco degli ingredienti della ricetta della torta della nonna.

L’eccitazione femminile è più cerebrale, meno voyeuristica, fomentata da allusioni, ammiccamenti e attesa.

Sai quante ne trova?

E, allora, trovatele per favore.

Arricchite l’album e siatene fieri.

Festeggiate la vostra anoressia di sentimenti, l’inaridimento del vostro cuore, la pochezza della vostra anima.

Curate le vostre ferite a colpi di minchia.

Continuate a vedere le donne esclusivamente come portatrici di patata da gustare, continuate a ignorare, in ognuna di loro, il pensiero, la bellezza, tutto il contorno.

Io ho iniziato un altro album, si chiama “Uomini che frequenterei”.

È abbastanza spoglio, lo ammetto, ma mi sto impegnando per riempirlo.

Perché io, invece, ti frequenterei.

Vorrei poterti chiamare, senza far scattare qualche allarme anti-relazione.

Inviarti messaggi, senza sentirmi patetica e ridicola.

Semplicemente, trascorrere del tempo con te e vedere come va.

Senza ansie, né paletti.

Ti dedicherei del mio tempo, perché mi piace quando sto con te.

Cene, cinema, Ikea, tutto quello che vogliamo.

Ti presenterei ai miei amici, perché c’è una bella differenza tra tenere il segreto ed essere riservati.

Alla riservatezza ci tengo, ma mi piacerebbe pure sbandierare la nostra felicità e condividerla con chi ci vuole bene.

E, sì, vorrei pure far impallidire Anastasia e Christian Grey.

Questo farei.

Questo vorrei fare con te.

Ti frequenterei, con annessi e connessi, gioie e scazzi, finché il “The End” non ci separi.

Perché ti apprezzo tutto e non solo per la tua appendice.

Perché dopo tutto questo trombare, scopare, accoppiarsi, mi piacerebbe incontrare qualcuno che finalmente mi fotta per bene.

Il cervello.

IL FIDANZATO IMMAGINARIO

L’altro giorno ho ritirato fuori la storia dell’Uomo Invisibile, il mio Fidanzato Immaginario.

Per chi non lo sapesse, è la scusa che adotto per scoraggiare i pretendenti indesiderati che conosco poco e ignorano il mio perpetuo status di zitellaggine:

«Non posso proprio, c’è lui! Altrimenti, guarda, uh! Ci uscivo correndo con te!»

Mi sembra sempre una motivazione più garbata che rispondere: «Con te non ci uscirei neanche se fossi l’ultimo uomo sulla terra» per diversi motivi.

Ma – ahimè – la gentilezza non paga mai…

Nella mia testa da inguaribile ottimista, un uomo dovrebbe desistere e non insistere, sapendo che la fanciulla ha il cuore occupato.

Col cavolo.

Ho imparato, infatti, che al mio Uomo Invisibile mancano di rispetto continuamente, tutti se ne fregano della sua presenza al mio fianco e si ostinano a provarci (se esistessi, ti dovresti incazzare di brutto, te lo dico).

Paradossalmente una donna “impegnata” attrae di più e il motivo è abbastanza intuitivo: perché non può avere grosse pretese.

Nella fattispecie, al soggetto in questione quest’oggi, avevo fatto menzione dell’Uomo Invisibile ancor prima che avanzasse qualsivoglia tipo di invito. Perché l’avevo intuito, sapevo dove sarebbe andato a parare e volevo del tutto evitare.

E invece, niente.

In più, il tizio mi aveva già rivelato la presenza di moglie e prole, però questo non costituiva un ostacolo dal provarci.

La gestione della sua relazione è affar suo e a me non interessa nulla, come si rapporta con me – invece – mi interessa, eccome.

Di base, gli uomini impegnati (a qualsiasi livello) che mi chiedono di uscire, mi stanno sulle palle. Di default.

Si dimostrano irrispettosi non solo delle loro donne, ma anche di me.

Primo perché mi stanno offrendo sveltine, messaggi, telefonate segrete & Co, repertorio completo; secondo perché sottintendono che io sia una che può accettare un tipo di relazione del genere. Sulla base di che cosa non si sa.

In questo caso, oltretutto, pensando pure che sia l’allegra fedifraga che cornifica il suo Uomo con nonchalance (lo sai che non te lo farei mai! ❤)

Per tutti questi motivi, di base, gli uomini impegnati (a qualsiasi livello) che ci provano, mi stanno sulle palle.

Ma ho imparato che, purtroppo, ormai il provarci comunque è un pratica assolutamente ordinaria.

Mi sono abituata a conviverci, senza troppi drammi. Lasciandomi giusto il perenne interrogativo sulla qualità delle relazioni 2.0, un diffuso senso di mestizia, ma anche di affrancamento perché, al momento, non mi riguardano.

Come sembra lecito che tu ci provi, lo è altrettanto che io possa rifiutare.

“Ni”.

Perché, nella maggior parte dei casi, quelli che ci provano comunque, si risentono se tu non ci stai.

E, soprattutto, chiedono spiegazioni.

SPIEGAZIONI.

Quando il buon senso imporrebbe che il solo fatto di essere impegnati, precluda qualsiasi tipo di intrattenimento comune.

O magari no, non ti basta?

Ti ho comunque già detto NO!

Perché te lo devo pure motivare, vuoi un disegno?

In genere, quando rispondo che non mi sembra cortese e rispettoso nei confronti del mio Fidanzato (Immaginario), parte una sequela infinita e sempre uguale, atta a correggere il tiro, di frasette del tipo “Ma che te sei messa in testa??”

«Guarda che hai capito male, mica ho secondi fini, voglio solo fare due chiacchiere, allora con gli amici non ci esci» e blablabla.

Con gli amici esco, sì.

Qui stiamo parlando di uno mai visto e conosciuto che ti invita.

Alzi la mano chi crede che sia per esclusivo scopo amicizia.

Non vi vedo…

La sua argomentazione:

«Perché mica ti ho invitato in albergo

Ah, scusa.

Allora hai ragione tu.

Ho capito male.

Chissà che mi ero messa in testa.

Dovrei perfino ringraziarti e congratularmi per la cortesia dell’invito.

[c’è poco da ridere, uno mi invitò direttamente in albergo, sul serio. Da tenere a mente quando mi dite “Sei troppo prevenuta”]

La sua soluzione:

«Basta non dirglielo! Io a mia moglie mica lo dico!»

Un genio, Signori.

Il Manuale del tradimento Capitolo 1: Non chiedere, non raccontare.

…e la domanda che sorge spontanea: se è una cosa innocente, perché va nascosta??

E quando io mi ritrovo, così, ulteriormente, a ribadire, rimarcare, riaffermare che continua a non sembrarmi una gran furbata, che non mi piace e non mi va di farlo (ma per quale cazzo di motivo mi sto giustificando da tre ore, perché dico io, perché?? Mannaggia a me e la gentilezza!! Che mo gli dico solo “Mi fai schifo e oltretutto sei un gran cafone” così forse capisce!!) arriva – immancabile – la stoccata finale:

«Ah, ecco! Abbiamo una Santa

Ora, io Santa non mi sono mai considerata, anzi.

Credo che a ognuno di noi sia capitato di derogare alla regola aurea di non intraprendere relazioni con gente impegnata, a me di sicuro e, per questo, non mi sono mai sentita né una puttana, né una da applaudire.

È capitato, basta.

Non è di sicuro quello a cui aspiro, né me lo vado a cercare.

Come gestisco la mia vita, le mie relazioni, e gli uomini che scelgo o meno di frequentare, credo siano squisito affar mio.

Soggetti che, per questo, una volta rifiutati, si permettono di appellarmi in un dato modo, o di ricordarmi che “Ogni lasciata è persa” e potrei pentirmene, e che, ben presto, invecchierò e non mi vorrà più nessuno; mi danno conferma non solo della bassa qualità dell’intrattenimento cui sto rinunciando, ma – soprattutto – della bassa qualità della persona.

Infatti, non stare con costoro non l’ho mai considerato un grosso sacrificio.

Come spesso mi accade di fronte a certi individui, non mi faccio prendere dal:

«Ah, adesso gliene dico quattro! Gli faccio vedere io!»

No, non me ne frega niente.

Pensa ciò che vuoi.

La gentilezza a un certo punto la dimentico e ti tratto come meriti.

Un bel fanculo manifesto o sottinteso e saluta moglie e pupi.

Passa alla prossima.

Con cotante armi di seduzione a tua disposizione, sono certa che hai una gran fila da soddisfare.

Comunque, prima o poi, quando diventerò davvero, davvero, cattiva; quel giorno in cui arriverò alla saturazione totale; quando succederà – e succederà – che i sentimenti residui di empatia, gentilezza e “lascia sta” mi abbandoneranno totalmente, io lo farò.

Aspettatevelo, accadrà.

Contatterò una ad una le vostri gentili e ignare compagne.

Così, per vedere che ne pensano loro dell’intera questione.

Sono strasicura che commenteranno tutte (tranne una) con un tranquillo e innocentista:

«Be’? Che male c’è? Mica ti ha invitato in albergo! »

FROM RED SEA WITH LOVE

Qualcuno diceva che “Nessun uomo è un’isola”, qualcun altro che è molto dura affrontare un viaggio in barca, poiché non se ne può scappare, e la convivenza potrebbe diventare insopportabile.

Ho cercato di esperire la veridicità di entrambe queste affermazioni…

La mia spiccata necessità di fuga e il mio onnipresente senso di costrizione sono stati sottoposti a dura prova, per la mancanza di vie di evasione.

Per poi scoprire che, volendo, si riesce a scappare anche in uno spazio delimitato… Ma ne avevo ancora voglia?

Perché io, al contrario, mi sono sempre considerata un’isola: sola, solitaria, scissa dal resto, strana, selvaggia, silenziosa e, per molti versi, inesplorata.

Non sarei dovuta neanche essere lì…

Ho una fobia per i progetti a lungo termine che mi aveva portato – come sempre – a non avere un piano ben definito su dove trascorrere i giorni di ferie.

Non riesco a prenotare a gennaio una vacanza da fare ad agosto. Non ce la faccio proprio, e non l’avevo fatto.

Quando mi sono finalmente decisa, non c’era posto, non era possibile. Ovviamente.

«Se qualcuno rinuncia, ti chiamo»

Sì, come no. E quando capita? A me, poi? Figuriamoci!

Invece quella chiamata è arrivata e, con essa, la mia crociera neanche lontanamente preventivata. Qualcuno aveva rinunciato.

…BB, c’è posto per te!

Quindi è vero che il destino, l’Universo o quel che volete, muovono le fila della nostra vita per riuscire a collocarci esattamente dove dovremmo essere, in un dato momento.

In un grandioso intreccio di esistenze dove, qualunque cosa ci accada, può avere ripercussioni dirette e indirette nelle vite altrui, che ne siamo consapevoli o no.

Che ne siamo coscienti o no.

Che lo vogliamo o no.

Come era successo a me.

Qualcuno non poteva partire e, perciò, io guadagnavo il mio posto.

E allora…

Metti una Barbie sul Mar Rosso.

Metti una lussuosa barca di 40 metri.

Metti una crociera alla scoperta dei fondali e della popolazione marina di tre isole incastonate nel meraviglioso Red Sea: Brothers, Daedalus ed Elphinstone.

Metti 20 Sub insieme.

Totalmente scollegati dal mondo, reale e virtuale. Lontani dalla terraferma e dalla comunicazione telefonica.

Isolati.

Esattamente come mi sentivo io in quei giorni: priva di legami, priva di fantasmi, di pensieri su personaggi impossibili. Libera, pulita, serena, come non mi capitava da tempo, forse mai.

E lontana…

In questo scenario si era stagliato un pensiero fisso verso un maschio sapiens. Prima appena percettibile, poi sempre più invadente.

“Signori, c’è una piccolissima attività cardiaca, questo cuore ancora funziona!”.

Nei giorni precedenti, c’era stata un leggero aumento del mio battito cardiaco, quel tanto che bastava per tranquillizzarmi sul funzionamento del mio cuoricino affaticato. Quel lieve pensiero che mi occupava la mente, tanto da insinuarsi nella regolarità del mio ritmo circadiano.

Quel pizzico di euforia che mi faceva canticchiare durante la giornata su “Quello che potremmo fare io e te non l’ho mai detto a nessuno, però ne sono sicuro…” e farmi ritrovare a sorridere senza un motivo apparente.

Evento comune e insignificante per chiunque altro, entusiasmante per me.

Mi piace. Cavolo, questo mi piace.

Tutti i giudici (amici comuni, gente super partes, persone fermate a caso, per strada) chiamati a rapporto per deliberare sull’intricata questione, avevano sentenziato che, sì, anche lui manifestava interesse.

Quindi questo mi assolveva dall’auto-accusa di essere una fantasiosa ottimista e regista dei miei film mentali a sfondo romantico.

Eppure…

Il tizio in questione aveva notizie della mia esistenza già da parecchio. Ma sembrava non aver mai manifestato l’intenzione di approfondirla, né allora, né ora. E non importava che quello stesso destino ci avesse posto vicino più e più volte, che ci mangiassimo con gli occhi e stuzzicassimo non poco.

Lui ci dà le carte, ma poi ce le giochiamo noi, e io mi sono stancata dei solitari.

In tutti i sensi.

“… No, aspettate. Si è fermato tutto di nuovo. Questo cuore non batte più”.

Mi piace sognare, ma vorrei vivere quel che desidero. E l’incertezza è uno stato che evito accuratamente. Quindi se ho di fronte un qualcosa di indefinito, lo definisco io, nel modo che più mi fa stare meglio.

Anche le isole hanno bisogno di compagnia, ma concreta, reale, vera e non illusoria.

Il tutto era avvenuto senza drammi, senza ferite all’ego, senza lacrime versate, spirato così come si era generato.

Come… come un’abitudine.

Ora sembrava tutto così lontano…

Forse è stato l’isolamento terreno e psicologico, o forse il fatto che avessi davvero bisogno di una vacanza, dopo un anno estremamente duro, sotto molti aspetti. Un anno fatto di un ostracismo autoimposto, e poi difeso, preservato.

Una  settimana ha spazzato via questo e tutto il brutto dell’ultimo periodo.

Mi sembrano episodi accaduti secoli fa, quando è passato appena un mese.

Piccoli problemi di salute, risolti, che mi hanno lasciato solo i chili persi, per via di quelli. E poi “A Settembre ci penseremo…” Sì, settembre è lontano…

E l’ultima – in ordine di tempo – fregatura da parte di chi consideravo amico che aveva speso per me delle parole tanto orribili, da tenermi sveglia la notte a pensarvi. Un AMICO.

Mi ero detta che non importava, che ormai alla merda e alle fregature ero abituata, realizzando – un secondo dopo averlo pensato – che non va bene, non va bene per niente abituarsi a questo.

Non va bene neanche sentirsi dire:

«Tanto dovevi fare da sola, no? Come sempre. Senza farti aiutare…»

Senza essere capace di rispondere che, sì, è vero. Faccio da sola come sempre. Perché, anche se non mi piace, sono avvezza a prendermi cura di me stessa. A non appoggiarmi a nessuno, a non chiedere. Che poi tanto mi deludono e abbandonano tutti, visto? Allora meglio non rischiare. Non mi piace farlo, ma ho dovuto imparare, capite?

Ma tutto questo non va bene.

Mi sono sentita dire concetti che non credevo nemmeno di essere arrivata a pensare, dissertazioni elogiative dello status di eremita sociale, formulare un entusiasta panegirico della solitudine con una convinzione che non ritenevo di provare.

Davvero mi sto beando in questa esistenza solitaria, convincendomi che sia preferibile, più sicura, più felice, senza possibilità di incorrere in delusioni?

Davvero ho messo di scherzare sul concetto e sono diventata un’individualista convinta? Io??

Ma QUANDO è successo?

Quando ho lasciato vincere la paura, a discapito della mia socialità?

La PAURA, origine e motivazione di ogni azione umana. Pensateci, è così…

Sono dovuta andare su tre isole, per capire che non va bene considerami un’isola, in una moltitudine di umanità conosciuta o da scovare.

Non andava bene per niente.

Vorrei abituarmi ad altro, DEVO e pretendo di abituarmi ad altro.

Siamo tutti isole che si barcamenano tra la salvaguardia della propria individualità, il perseguimento del proprio benessere, e l’esigenza di condividere la vita con altri esseri viventi, altre isole, altre autonome entità.

Ci destreggiamo tra il desiderio e la paura di oltrepassare la salvifica zona di comfort che abbiamo delimitato coi nostri bei paletti, in perenne contrasto tra “Quel che temo che accada” e “Quel che vorrei accadesse”.

Scegliendo quasi sempre la strada più sicura dell’inerzia.

Che fatica, gente.

Interagire, capire, sopportare, supportare, giustificarsi, aiutarsi, amarsi.

Ne vale la pena?

La vale davvero.

Per cui, mi ero ritrovata a osservare le stelle prima totalmente in solitudine, poi in compagnia, infine in gruppo.

E ne sono stata felice.

A cantare e ballare in massa, e ridere, ridere, ridere…

Benedicendo quel destino, per avermi fatto essere lì, in quel momento.

Un’isola tra le isole, ma non più isolata.

A sentirmi dare un affettuoso bacio sulla guancia e al mio «Perché?» sentirmi rispondere: «Così!»

Grata e appagata da quell’affetto gratuito, o forse meritato.

Quei gesti di gentilezza riscoperta che mi sono stati riservati, mi rimandavano a un’altra frase a me cara:

“Mi hanno piantato dentro così tanti coltelli che quando mi regalano un fiore,

all’inizio non capisco neanche cos’è. Ci vuole tempo”.

Tempo ce ne vuole sul serio, perché un’isola impari – innanzitutto – a considerarsi almeno un arcipelago. Una parte di un qualcosa. Ci vuole tempo.

Mentre qualcuno continuava a ripetermi che non ne avevamo abbastanza. Invece io penso che tempo ce ne sia, ma lo impieghiamo molto male, e del significato vero di Carpe Diem ce ne ricordiamo solo quando c’è da sciorinare locuzioni latine per fare i fighi.

Non andava bene che io mi fossi disabituata alla gentilezza, ma è ottimo che sappia ancora riconoscerla quando c’è e apprezzarla ancora di più, poiché inusuale.

Ma tutte queste sono cose che non si possono dire, che è difficile ammettere, che è meglio che gli altri ci considerino isole, strane, solitarie, che bastano a se stesse. Fa mooolto più figo.

Fa parte delle maschere che indossiamo.

Oltre quelle per aiutarci a vedere sott’acqua che – come vi ho già detto – ingrandiscono gli oggetti e non ci permettono una visione reale di quello in cui siamo immersi, ci sono quelle che indossiamo per evitare che gli altri vedano come realmente siamo.

Calziamo mute per preservarci dal freddo, computer per salvaguardare la nostra salute, e quando ci spogliamo di questi, manteniamo su le nostre maschere per proteggere il nostro Io più profondo e corazze invisibili ma palpabili. Un rivestimento a guisa di una muta.

Come c’è chi preferisce restare nelle acque basse, più sicure e superficiali, così, c’è chi ama scendere in profondità, inabissarsi sempre più giù, al limite delle proprie capacità.

Accade esattamente lo stesso con le conoscenze: c’è chi si ferma all’involucro e decreta, e chi – invece – riesce a scoprire quel che si cela dietro l’apparenza, dietro le maschere.

Una delle maschere più famose di tutti – per antonomasia – è quella di Pulcinella. Pulcinella che scherza sempre, ma scherzando dice la verità. 

Un po’ perché è più semplice, un po’ perché è l’alibi vigliacco che possiamo usare quando si mette male. La scusa del “Guarda che scherzavo, hai frainteso”.

E io lo faccio Pulcinella e ne vedo pure tanti. Mediocri attori dell’ilarità, protezione buffa di una sostanza ben più seria.

Oppure, si può apprendere ad esempio che – spesso – l’arroganza è la copertura della profonda insicurezza, che si può manifestare con la spavalderia, con il cercare di mettere in cattiva luce gli altri, per risultare migliori.

La paura, ve l’ho detto, è il motore di ogni azione.

Io la mia insicurezza la proteggo attraverso silenzi e discrezione, che mi porta a balbettare se parlo di fronte a una platea nutrita. Dove, per essere imbarazzante, mi basta che sia composta da circa tre persone.

Ma questo può essere percepito come una che “Non prende mai posizione” cito testualmente.

Ho sorriso.

Tu non sai chi sono io.

Ho sorriso di nuovo.

Perché poi c’è pure il perenne sorriso-spot, accompagnato dal “Va tutto bene!” che basta agli sguardi effimeri, per credere che sia davvero così. Ma sotto, chissà cosa cela…

Penso a chi, anni fa, mi aveva detto che con il mio sorriso (reale o sforzato che fosse) avevo il mondo ai miei piedi e io quel sorriso in giro per il mondo ce l’ho portato, non potendo fare a meno di notare, ogni volta, come la Me Vacanziera venisse più apprezzata della Me Quotidiana.

«Perché, quando viaggi, sei più rilassata» mi aveva detto una volta qualcuno.

Non credo c’entri questo.

Credo, piuttosto, che c’entrino gli squali

La memoria collettiva comune, formatasi coi film, ci ha sempre fatto pensare che gli squali siano creature pericolose, benché non avessimo mai avuto modo di verificarlo personalmente.

È un po’ come quando qualcuno ci parla di tizio/a che non conosciamo, e di quanto sia stronzo/a.

Il nostro giudizio è vergine di esperienza diretta, influenzabile. Con noi non lo è stato, ma automaticamente ai nostri occhi diventa stronzo per osmosi.

Poi, magari, ti ritrovi personalmente a parlarci con tizio/a e tutta questa stronzaggine non la percepisci, capendo quanto sia importante formarsi una propria opinione su fatti e persone e non “per sentito dire”, di quanto sia indispensabile ragionare con la propria testa e il proprio cuore, sempre e in ogni situazione.

In quanto agli squali, sono loro quelli con più timore: ne mandano uno in avanscoperta a controllare la situazione, se è tranquilla, il branco lo segue e si fanno la passeggiatina.

Io ho immaginato la scena più o meno così:

«Tutto a posto rega’. Ci sono i soliti quattro sub che si sono alzati alle cinque per venirci a vedere. Dài, famoli contenti e facciamogli ‘sta passerella!»

E così hanno fatto. Più volte. Si sono lasciati scrutare da noi che li abbiamo osservati con timore reverenziale e ossequioso di cotanta maestosità.

Forse se non avessero fatto film sanguinolenti che li vedevano protagonisti, ci saremmo tutti avvicinati di più, e avremmo raccontato di quanto siano coccolosi i re del mare.

Coi pesci pagliaccio avviene il contrario. Perché i pesci pagliaccio sono tanto piccoli e teneri d’aspetto, quanto bulli dentro. Si sentono grandi, forti e arroganti a dispetto della loro esigua mole.

Da grande voglio diventare un pesce pagliaccio e sentirmi coraggiosa e prepotente sempre, alla faccia di tutto e tutti.

Forse se non avessimo una memoria interna che registra e ci ricorda del dolore, vivremmo con più leggerezza.

Come quando nessuno ti conosce.

Perché magari in giro per il mondo, nessuno sa chi sono: non ci sono pregiudizi, non ho un passato, un presente ingombrante, una testa molto pensante ben nota ai più e che può incutere soggezione, come mi viene spesso detto.

Magari risiede in questo la differenza.

O magari, basta solo incontrare chi con uno sguardo e una chiacchierata riesce a capirti. Riesce a vederti dentro.

Capita.

Perché c’è speranza, Signori.

C’è sempre speranza.

Mentre tu sei lì a chiederti dove e se sbagli, a cercare di capire cosa tu trasmetta o no e se ti corrisponda, se il percepito sia abbastanza simile alla tua intima essenza, o ci siano degli errori di comunicazioni da correggere.

Mentre vorresti solo spiegare chi sei e fare domande, qualcuno in un attimo ti coglie appieno. Con due parole.

Qualcun altro, in un inglese sgangherato mi dice che io ero “kindly” e “respect”.

E poi c’è stato anche chi, non conoscendo nemmeno il mio nome, ha cercato il profilo Facebook di un mio amico, ha passato pazientemente in rassegna tutte le foto profilo dei sui contatti per scovarmi. E infine c’è riuscito.

Non so bene perché io abbia meritato una tale dedizione, ma mi ha ricordato l’ovvietà del “Chi vuole davvero trovarti, fa di tutto”. TUTTO.

Quindi, come potevo ancora incaponirmi col maschio sapiens che possedeva pure il mio numero di telefono, ma che non utilizzava? Non potevo proprio!

Le isole, effettivamente, sanno bastare a se stesse. Perciò si scelgono la compagnia.

Mentre scrivevo la bozza di questo articolo il mio telefono ha scelto dal lettore “Someone like you” come l’anno scorso, quando l’avevo cantata con due amiche ed era stato decisamente più divertente.

Stavolta, me l’ero cavata anche da sola, ma loro mi erano mancate.

Dormendo con un donnone ungherese che parlava solo francese e che aveva fatto della nudità il suo pigiama. Sicché quando di notte rientravo o mi giravo, mi ritrovavo in faccia il suo nobile deretano desnudo.  Che culo! (appunto)

Ma me la sono cavata, me la cavo sempre.

Ora sto cercando di imparare a cavarmela non più da sola, non bastando a me stessa.

Disabituandomi alle aspettative negative, ai paletti, al salvifico egoriferitismo nel quale ci rifugiamo.

Magari imparo davvero.

Quel che ho appreso è che non c’è bisogno di spiegarsi, non serve presentarsi. La volontà è un motore ben più potente della paura e più efficace, più immediato, con meno sforzi.

C’è speranza Signori.

C’è sempre speranza.

Dietro le maschere, dietro i pagliacci, i pregiudizi, la paura, dietro i “sentito dire”, dietro i difetti o i gusti differenti, c’è ancora chi intravede qualcosa in noi che valga la pena di scoprire.

Ci vuole tempo, ci vuole pazienza, ma accade.

Certe isole vanno scoperte. Il mondo che conosciamo sarebbe diverso se qualcuno non avesse avuto l’ardire e il coraggio di oltrepassare i confini della Terra conosciuta, per vedere cosa celassero.

Ci vuole coraggio per interagire, capire, sopportare, supportare, giustificarsi, aiutarsi, amarsi, conoscersi.

Ma ne vale la pena.

Perché, sapete, le isole hanno creato piattaforme per far atterrare gli aerei; levigato la costa per far attraccare le navi; smussato la spiaggia per accogliere i bagnanti. Messo in funzione il faro per farsi trovare. Abbassato le mura di protezione che le cingono per la piena interezza per far entrare qualcuno. Installato un telefono per farsi rintracciare.

Quindi, volendo, le isole sono raggiungibili: con il telefono, con la barca, con l’aereo, perfino a nuoto. Volendo.

VOLENDO.

 

 “Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, la Terra ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te”.

John Donne

 

Ai miei compagni di questo viaggio,

alle picchiate a cinquanta metri,

le canzoni cantate, le tante risate e i balletti.

Grazie 😉

 

 

NdBB: Stavolta, non solo non ho portato con me nemmeno un paio di scarpe col tacco (neanche uno per compagnia!!) ma sono stata anche scalza per una settimana intera. Le cose cambiano, le persone pure.

 

 

“Vieni a giocare con me”, le propose il piccolo principe, sono così triste…”

“Non posso giocare con te”, disse la volpe, “non sono addomestica”.

“Ah! scusa”, fece il piccolo principe.

Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:

“Che cosa vuol dire <addomesticare>?”

[…]

“È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire <creare dei legami>…”

“Creare dei legami?”

“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”.

[…]

E quando l’ora della partenza fu vicina:

“Ah!” disse la volpe, “… piangerò”.

“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”

“È vero”, disse la volpe.

“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.

“È certo”, disse la volpe.

“Ma allora che ci guadagni?”

“Ci guadagno”, disse la volpe.

[…]

“Addio”, disse.

“Addio”, disse la volpe.

“Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.

“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.

“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.

“È il tempo che ho perduto per la mia rosa…” sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.

“Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare.

Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”

“Io sono responsabile della mia rosa…” ripeté il piccolo principe per ricordarselo.

Il Piccolo Principe

Antoine de Saint-Exupéry

 

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